Connect with us

Speciali

La Los Angeles dannata degli Hollywood Vampires: storia della band nata nell’oscurità della città degli angeli

Un gruppo ristretto, quasi massonico, in cui non si poteva accedere se non a determinate condizioni. Esclusivista per natura, lontano da schemi e ordinarietà, Cooper scelse di fondare gli “Hollywood Vampires”, un perverso gruppo di vampiri di alta classe composto da cantanti, musicisti e attori.

Federico Falcone

Published

on

C’è un’altra Los Angeles di cui spesso non si parla, quella che al giallo accecante del sole, al bianco cristallino delle spiagge e ai colori sgargianti della sua movida, preferisce il nero opaco della notte, le luci soffuse dei club malfamati e vivere secondo orari da vampiri. Scenari cupi e selvaggi, animati e vissuti dai reietti ai margini della società. Quell’altra LA uscita da un film horror, volutamente nascosta agli occhi dello star system, libera di essere se stessa.

Se Las Vegas è la città del peccato, Los Angeles è la città dei sogni, della fama e della celebrità applicata al settore cinematografico. Quella Holyywood tentatrice ed esclusivista, fondamentalmente basata sull’omologazione e sul trend del momento. Le ambizioni di successo sul grande schermo possono essere tutt’al più controbilanciate da quelle sportive del basket. Los Angeles Lakers e Los Angeles Clippers, rispettivamente fratelli belli e fratelli brutti della stessa città, rappresentano l’alternativa alla carriera da attore. A LA o diventi parte del cosmo hollywoodiano o sogni di essere un cestista, magari il più forte e talentuoso per onorare la casacca del recentemente compianto Kobe Bryant.

In altre epoche, che ormai sembrano tanto remote, la ricerca della trasgressione affondava le sue radici lungo i 35 km della Sunset Boulevard, la strada più conosciuta della California, al tempo stracolma di locali per la musica dal vivo e frequentata da ogni ceffo possibile e immaginabile. Negli anni ’80 la gloriosa scena hard rock/aor ha dato i fasti a band come Guns n’Roses e Motley Crue, giusto per citare le due più famose, oppure a fenomeni della sei corde come il leggendario Randy Rhoads. Ma negli anni ’70, invece, il clima non era meno incandescente e perverso. Anzi.

Artisti come Elton John e Bruce Springsteen infiammavano le platee e riempivano gli stadi con show straordinari, Paul McCartney proseguiva la sua carriera solista, non sempre connotata da brani indimenticabili, i Led Zeppelin stabilivano nuovi record di affluenza ai loro concerti e i Black Sabbath gettavano le basi per una carriera che li avrebbe incensati come una tra le colonne portanti dell’heavy metal.

Alice Cooper, il principe delle tenebre, non restava a guardare. Nella decade ’70-’80 aveva pubblicato la bellezza di dieci album, tra cui i bellissimi “School’s Out”, “Billion Dollar Babies” e “Welcome To My Nightmare”. Un connubio di musica rock, glam e teatralità che lo aveva elevato incensato come uno tra i principali esponenti dello “shock rock”. I suoi erano uno spettacolo nello spettacolo. Non stupisce l’amicizia con Salvador Dalì, anch’egli artista folle, geniale e visionario.

Fu proprio lui a dare vita a quel gruppo di compagni di bevute e trasgressioni con cui era solito accompagnarsi. Un gruppo ristretto, quasi massonico, in cui non si poteva accedere se non a determinate condizioni. Esclusivista per natura, lontano da schemi e ordinarietà, Cooper scelse di fondare gli “Hollywood Vampires”, un perverso gruppo di vampiri di alta classe composto da cantanti, musicisti e attori. E folli, un branco di folli che passavano intere nottate a drogarsi e alcolizzarsi, andare a puttane e fare casino fino al mattino scorrazzando sul Sunset Strip. La gente andava e veniva ma l’alcool c’era sempre, così come c’è sempre stata quella sottile linea che divide l’esagerazione dal suicidio.

La prima incarnazione del gruppo vedeva Keith Moon, batterista dei The Who morto per overdose nel 1978 all’età di trentadue anni, Ringo Starr, batterista dei The Beatles, Micky Dolenz, Harry Nilson e più sporadicamente John Lennon e Paul McCartney. Lo scopo era preciso, chiaro, inequivocabile: bere fino al collasso. Culla e residenza degli Hollywood Vampires era il Rainbow Bar.

Non solo musicisti, ma anche attori. Il più celebre fu senz’altro John Belushi, il Jake dei leggendari The Blues Brothers, il celebre Bluto di The Animal House, l’amato fratello di Jim. Un attore che con i suoi sguardi e la sua comicità ha segnato un’epoca. Tanto talentuoso quanto fragile. Morì il 5 marzo del 1982, a 33 anni, stroncato da una dose eccessiva di speedball, un tremendo mix di cocaina ed eroina. Stessa modalità di decesso di River Phoenix, giovanissimo attore in rampa di lancio, fratello di Joaquin, che non ebbe il tempo di scrivere la sua storia.

Anche Alice Cooper ha rischiato parecchie volte di fare a stessa fine. Celebre il suo racconto di quando disse di essere stato svegliato di soprassalto da un medico. Aveva vomitato sangue ed era svenuto. “Se vuoi raggiungere i tuoi amici, i tuoi Hollywood Vampires, ti do ancora un mese. Continua a fare quello che stai facendo e ti unirai a loro, ma hai ancora la possibilità di fermarti“. Da quel giorno i tempi sono cambiati.

Di acqua sotto i ponti ne è passata. Quelle scorribande suicide, estreme per definizione e volontariamente autolesioniste sono ormai alle spalle. Gli Hollywood Vampires, dopo la morte di alcuni componenti e il rischio di fare la stessa fine da parte di altri, ha allentato la sua morsa ma non la sua sete di musica. Nel 2010 il progetto ha ripreso piede, con nuovi componenti e nuove star. Su tutti, Joe Perry degli Aerosmith e Johnny Depp. Già, proprio il Jack Sparrow di Pirati dei Caraibi. Due che in quanto a eccessi, vizi e stravizi, follie e scorribande la sanno lunga. Ampiamente lunga.

Nel 2015 c’è stato il ritorno sulle scene. Un disco omonimo composto prevalentemente da cover. Non era questo l’obiettivo della band e infatti lo scorso anno c’è stato anche un disco di inediti, “Rise”, in cui Depp si cimenta anche in una cover di “Heroes”, tra le hit più amate di David Bowie. Un disco certamente non indimenticabile, ma apprezzabile per energia e voglia di divertimento. Perché alla fine questo è. Per dirla con Mick Jagger (un altro che ha venduto l’anima al Diavolo), “It’s only rock n’roll, but i like it“.

La forza della band è sempre stata quella dei concerti. A turno sono stati tantissimi gli ospiti che sono saliti con loro sul palco. Giusto per citarne alcuni: da Slash e Duff McKagan dei Guns n’Roses a Tom Morello dei Rage Against The Machine, da Geezer Butler dei Black Sabbath a Marilyn Manson, da Dave Grohl dei Foo Fighters a Steven Tyler degli Aerosmith. La mission non cambia, è sempre quella di diffondere il sacro verbo del rock n’roll. “Ho capito che è un buon periodo per il rock. Va a cicli e sta tornando a girare. La gente ne è affamata, infatti riusciamo a riempire ogni stadio e arena. Parlo di rock vero, non di Beyoncé”, ha dichiarato qualche anno fa Alice Cooper. Come dargli torto.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciali

“Almeno tu nell’universo”: la grande rivincita di Mia Martini

Antonella Valente

Published

on

Voce indimenticabile e indimenticata. Artista insuperabile. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, oggi avrebbe spento 73 candeline e solo Dio sa quante emozioni ci avrebbe potuto regalare ancora.

Una piccola Donna fragile che ha combattutto l’ingiusto male ricevuto da colleghi, falsi amici e pessime compagnie con l’unico mezzo che conosceva: la musica.

Tutto ciò, però, senza mai perdere la sua umiltà. Mimì ha dimostrato all’Italia intera tutto il suo valore e il suo coraggio al ritorno sulle scene nel 1989, dopo anni di isolamento e di infelicità.

Un successo dopo l’altro ha contraddistinto l’artista calabrese a partire dal 1970. “Padre davvero”(1971) – censurato dalla Rai, ma fortemente voluto da Lucio Battisti qualche tempo dopo in una sua trasmissione – “Piccolo Uomo” (1972), “Minuetto” (1973) e “E non finisce mica il cielo” (1982) sono solo alcuni dei capolavori che hanno consacrato Mia Martini e che le hanno permesso di ottenere premi e riconoscimenti dalla critica musicale italiana ed estera. Ma dal 1983 le cose iniziarono a cambiare. In quell’anno infatti Mia Martini “decise” di lasciare il mondo dello spettacolo per via di una serie di angherie e ingiustizie derivate da alcune maldicenze sul proprio conto. Si trattava di voci nate a partire dalla morte di due suoi musicisti, scomparsi durante un incidente stradale.

Battuta dopo battuta, diceria dopo diceria, le voci diventarono infamanti tanto che si sosteneva che Mia Martini portasse sfortuna. Da qui la convinzione che non potesse essere invitata ad eventi o manifestazioni. Cattiverie gratuite, suscitate da invidie e gelosie, hanno condizionato la vita artistica, privata e sociale della cantautrice di Bagnara Calabra che per anni si è portata dietro un fardello colmo di dolore. Tra le tante menzogne, addirittura si evitava di pronunciare il nome di Mimì in diretta durante le trasmissioni televisive.

“La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro. E tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che, per esempio, rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anche io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival perchè con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo per cui decisi di ritirarmi” (“Mia Martini” di Menico Caroli).

Il silenzio durò circa sette anni fino a quando poche persone intorno a Mia Martini decisero di adoperarsi per farla tornare a brillare. Tra questi il produttore Lucio Salvini, ex dirigente della Ricordi, che ricompose la squadra con cui anni prima Mimì aveva lavorato. Renato Zero, amico storico delle sorelle Bertè, ebbe un ruolo fondamentale per il ritorno di Mimì sulle scene nel 1989. Convinse l’allora direttore artistico del Festival di Sanremo, Adriano Aragozzini, a farla partecipare alla competizione con un brano che da quel momento ha segnato definitivamente la sua rivincita contro tutto e tutti.

Almeno tu nell’universo” fu presentata alla 39° edizione del Festival ma venne scritta nel 1972 da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio proprio nella stessa settimana in cui venne composto “Piccolo uomo”. La voce di Mimì sul palco dell’Ariston dopo anni di buio resterà per sempre nella memoria di tutti noi. Talmente sfrontata la sua potenza da far venire, ancora oggi, la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. Potenza intrisa di una sofferenza riconoscibile ai più, modulata al contempo da una voglia matta di riscatto.

Almeno tu nell’universo, un pezzo che è arrivato dopo un buco nero che c’è stato nella mia vita, nella mia carriera. Chi lo risentirà tra vent’anni avrà qualche brivido in più, perché si ricorderà di una emozione intensa che abbiamo vissuto insieme” (Mia Martini in un’intervista a Bruno Marino)

La canzone del riscatto di Mia Martini, tenuta e conservata per molti anni in un cassetto in attesa della voce giusta, affronta le incoerenze, le fragilità e debolezze dell’essere umano ( “Sai, la gente è strana, prima si odia poi si ama. Cambia idea improvvisamente“/ “Sai la gente è matta, Forse è troppo insoddisfatta, Segue il mondo ciecamente / Quando la moda cambia, Lei pure cambia“). Ma non tutti sono uguali. Si trova, pertanto, il coraggio e la forza di superare questi ostacoli. Il testo, infatti, si rivolge anche ad un uomo che non cambia come la gente “strana, matta e sola” (Almeno tu nell’universo/ Un punto sei, che non ruota mai intorno a me / Un sole che splende per me soltanto).

“Almeno tu nell’universo” rappresenta il ritorno di un’artista che aveva ancora tanto da dire.
Con semplicità, umiltà, professionalità e umanità Mia Martini ha vinto contro chi la voleva fuori da un mondo forse ancora troppo conservatore per saperla accogliere e comprendere. Ma è stata la sua voce e la sua musica ad arrivare alla gente e a far sì che non fosse mai più dimenticata.

Immagine in evidenza di Getty Images

Continue Reading

Speciali

50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

Published

on

Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

Continue Reading

Speciali

B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

Published

on

Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

Continue Reading

In evidenza