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La Casa Infernale dei Guns n’ Roses, dove spronfondò l’animo umano ma nacque Appetite For Destruction

C’è un luogo che più di tutti ha contribuito a sviluppare la fama dei Guns n’Roses, alimentandone mito, leggende e, perché no, anche pregiudizi: la “Casa Infernale”

Federico Falcone

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C’è un luogo che più di tutti ha contribuito a sviluppare la fama dei Guns n’Roses, alimentandone mito, leggende e, perché no, anche pregiudizi: la “Casa Infernale“. Era la metà degli anni ’80 e subito dopo l’uscita di Tracii Guns dalla band, con Axl Rose pronto a prendere il sopravvento sul resto del formazione, diventandone di fatto padre-padrone, la band si trasferì in un edificio a West Hollywood di Los Angeles, precisamente dietro al 7508 del Sunset Boulevard nei pressi dell’incrocio con North Gardner Street. Nei paraggi si trovava lo showroom degli amplificatori Mesa Boogie e il Guitar Center. Si trattava però di uno squallido monolocale quattro metri per quattro.

Quello che originariamente era dichiarato come monolocale, fino a quel momento in realtà era stato utilizzato come garage. Aveva una saracinesca al posto del portone d’ingresso e, ovviamente nessun arredo o stanza adibita a bagno, cucina, salone. Niente di niente, solo ed esclusivamente quattro mura, fredde, spoglie e prive di qualsiasi confort. Per andare in bagno si alzava la saracinesca, si usciva, si facevano cinquanta metri a piedi e si utilizzavano i servizi pubblici. Un primo accenno di comodità ci fu quando Izzy Stradlin, coadiuvato da alcuni amici, costruì un piccolo soppalco per dormire. Se avete letto bene la descrizione di cui sopra, vi sarete fatti un’idea del degrado dell’ambiente e quindi non deve stupire che i posti letto fossero tre. Scomodi, al tal punto da non potersi neanche muovere. Si dormiva accatastati.

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La Casa Infernale era un posto talmente squallido che perfino Slash a volte si rifiutava di dormirci. Il chitarrista in quei giorni lavorava a fasi alterne in un’edicola del posto ma, dopo essere stato licenziato dal proprietario che, nel frattempo, era anche colui che lo ospitava nel suo appartamento, non di rado preferiva dormire in strada. Nel più dei casi nel parcheggio della Tower Records. Il che dà l’idea di che luogo squallido e indicibile, lontano da ogni minima possibilità di essere ritenuto un alloggio fosse la “Casa Infernale”.

In questo luogo di miseria, di stenti (nessuno di loro lavorava a pieno regime, se non occasionalmente e senza fissa retribuzione) si fecero largo alcune tra le piaghe che avrebbero condizionato per sempre il percorso della band, oltre, ovviamente, il lato umano di ciascuno dei musicisti. Droghe, di vario genere e pesantezza, erano di quotidiano consumo, esattamente come l’alcool e come la depravazione. La casa spesso era salotto di orge, di sesso sfrenato in cui il totale spregio e disinteresse per possibili malattie sessualmente trasmissibili era posto davanti a tutti, precauzioni comprese. Ma l’affitto costava 400 euro al mese e quindi di necessità virtù.

Di solito riuscivamo a rimediare un dollaro per una bottiglia di Night Rain che ti sballava completamente. Con cinque dollari andavamo tutti fuori di testa“, dichiarò più tardi Duff McKagan. Il sabato Axl, Duff, Slash, Izzy e Steven si mettevano in fila con senzatetto, poveracci e scappati di casa davanti alla Mensa dell’Esercito della Salvezza per ottenere cibo gratis. Non solo, avevano anche scoperto il buffet “all you can eat” al Rage, un famosissimo locale gay di Los Angeles. Come raccontato da Axl Rose al giornalista Mick Wall, “Cercavamo di vivere con tre dollari e settantacinque al giorno che bastavano per comprare il sugo di carne e le gallette al Danny’s diner per un dollaro e venticinque, e una bottiglia di Night Train un dollaro o il Thunderbird. E basta. Si sopravviveva“.

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La Casa Infernale divenne ben prestò il ritrovo per altri sbandati e musicisti in cerca di gloria. Faster Pussycat, Redd Kross, Jetboy erano solo alcuni.”Tra noi e gli altri gruppi, quella viuzza aveva iniziato ad attirare un sacco di droga, alcool, ragazze e altri artisti. C’erano quasi sempre le spogliarelliste del vicinato e spesso portavano Quaalude, valium, cocaina o da bere per tutti“, dichiarò Duff, sempre a Mick Wall. Facile immaginare come in questo clima si potesse facilmente perdere la rotta giusta. Ma, se quella umana aveva iniziato a toccare il fondo, quella artistica invece spiccò il volo.

Dalle interminabili jam tra Steven e Duff, dalle liriche oniriche di Axl, dalle armonie di Izzy e dai riff di Slash nacque il disco che, a detta di molti, esperti e non, giornalisti e fans, musicisti e appassionati, può essere additato come il più importante della storia del rock: “Appetite For Destruction“. “Rocket Queen“, “Out ta Get Me” e “Welcome to the Jungle” (tra le più grandi hit planetarie della storia della musica in generale) vennero composte rapidamente, quasi di getto, grazie alla fantastica ispirazione che girava all’interno del gruppo.

NightRain“, indovinate un pò, era un chiaro omaggio a uno dei vizi principali dei musicisti, quello senza il quale era difficile, se non impossibile, stare. C’era consapevolezza che sarebbe divenuto uno singolo scala classifiche, questo si, ma non che sarebbe diventato uno dei pezzi più coverizzati e riproposti da parte di migliaia di adolescenti delle generazioni a venire.

The Garden“, “Bad Obsession“, vennero composte in seguito, esattamente come “My Michelle“, ispirata, dedicata, tributata, fate un pò voi, a Michelle Young, adolescente con cui Slash aveva condiviso i i banchi di scuola. L’album era all’inizio della sua gestazione che si sarebbe comunque conclusa una volta chiusasi la parentesi della “Casa Infernale”, costretta all’abbandono a seguito dell’ennesimo festino a base di droghe, alcolici e depravazioni. In quest’ultimo caso, la goccia che fece traboccare il vaso, fu la presenza di alcune minorenne che spifferarono tutto alla Polizia di Los Angeles. Sigilli, sfratto e trasloco altrove, a completare il disco che li avrebbe lanciati la dove osano le aquile.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

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Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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