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38 anni senza Randy Rhoads. La sua flying V continua a infiammare i cuori di milioni di fans

Federico Falcone

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“Non ho rimpianti, tranne quello di non essere stato lì, quel giorno, per impedire a Randy di salire su quel dannato aereo”

Ozzy Osbourne, cantante dei Black Sabbath e icona dell’heavy metal, non si è mai dato pace per la morte del chitarrista con il quale ha condiviso la prima parte della propria carriera solista, quella che ha portato alla creazione di due perle dell’hard rock a stelle e strisce: “Blizzard of Ozz” (1980) e “Diary Of A Madmand” (1981). Un musicista, un compagno di squadra ma, soprattutto, un amico. Ecco cosa era Randy Rhoads per il Madman.

Randall “Randy” Rhoads nacque il 6 dicembre del 1956 a Santa Monica, Comune tra i più affascinanti e prestigiosi della contea di Los Angeles, dove le cristalline spiagge incantate fanno da sfondo ai sogni dei giovani californiani, e non solo. Un luogo paradisiaco, culla di ambizioni e speranze più o meno prestigiose o folli. Surfisti e beach music negli anni ’40/’60, rock psichedelico negli anni ’70 e hard rock selvaggio e sfrenato negli ’80, con Guns n’Roses e Motley Crue a dettare legge sul Sunset Boulevard.

In questo clima, un giovane Randy, musicista in erba fin dall’età di sei anni, si appassionò ben presto alla vita on the road, quella fatta di ore piccole la notte e di interminabili party in compagnia di amici, donne e vizi. Le strade di Los Angeles come fonte d’ispirazione e culla di ambizioni personali proiettate oltre la Città degli Angeli, con uno sguardo sul manico della sei corde e uno rivolto al resto del mondo, da conquistare, da far cadere ai propri piedi, da infuocare con show elettrizzanti e dinamici oltre modo. Randy, aveva le idee chiare fin da subito, per questo decise di studiare lo strumento in maniera sistematica e meticolosa.

Iniziò così a entrare nel circuito delle band locali. Aveva appena 12 anni quando fondò il suo primo gruppo, i The Whore che però durarono dal giorno alla notte. Successivamente girovagò in cerca di alternative fino all’incontro con Kelly Garni, amico e bassista, con il quale diede vita ai Little Woman. La formazione si arricchì di un giovanissimo Kevin DuBrow, cantante, e Drew Forsyth, batterista. Qualche mese dopo aver completato la line up, i ragazzi cambiarono nome in Quiet Riot. Con loro incise Quiet Riot” (1978) e “Quiet Riot II” (1979) e da quel momento la carriera di Rhoads spicca il volo.

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La band ebbe un discreto successo, aprendo anche i concerti di band come Van Halen e altre del circuito locale, più o meno apprezzate, soprattutto all’epoca. Con il passare delle settimane la perizia tecnica e la conoscenza dello strumento aumentano a dismisura. La volontà di ritagliarsi un sound personale e riconoscibile spinse Randy a studiare anche altri generi musicali (come il jazz) che contribuirono a sviluppargli uno stile inconfondibile. A 18 anni era già considerato un talento mondiale, capace, a sua volta, di influenzare anche altri musicisti. E’ destinato a farsi strada, scrivere canzoni memorabili. Lo sa, lo vuole e lavora per raggiungere questo obiettivo.

Il salto di qualità avvenne quando agli inizi degli ’80 Ozzy Osbourne, uscito dai Black Sabbath, lo ingaggiò nella sua band dopo avergli fatto un provino. Secondo la leggenda, il provino neanche terminò che il Madman, stupito dalla bravura del giovane chitarrista e determinato ad avere in line up quel talento, lo arruolò senza colpo ferire. Il sodalizio era ufficialmente nato. A settembre del 1980 esce uno tra gli album più celebrati di Ozzy, “Blizzard Of Ozz“, registrato ai Ridge Fam Surrey Studios, da cui vengono estratti due singoli di successo: “Mr Crowley” e, soprattutto, “Crazy Train“. Non passa giorno che qualcuno, in giro per il globo, qualche metalkids non l’ascolti con entusiasmo contagioso. Due hit, in special modo l’ultima, che consacrano Rhoads come un talento straordinario, ben oltre le capacità che egli stesso aveva espresso fino a quel momento.

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Se Randy era concentratissimo in studio, ben diretto ad affermarsi per diventare il migliore in assoluto, lo stesso non poteva dirsi di Ozzy, perennemente attaccato a una bottiglia di scotch, anche durante le sessioni di registrazioni. “Ricordo quanto ci divertimmo a scrivere e registrare Crazy Train. Riascoltarlo è come tornare a un bel momento della mia carriera, ma nello stesso tempo a un momento davvero orribile della mia vita“, disse Ozzy qualche anno fa.

Randy è stato il più grande chitarrista hard rock di tutti i tempi ” – Tom Morello

A distanza di un anno il successo venne replicato da “Diary Of A Madman“. Ormai non servivano conferme sulla qualità del chitarrista californiano ma tutti si aspettavano sempre di più da lui. Era acclamato, bello, talentuoso, influente. Aveva 25 anni e il mondo ai suoi piedi. Fan e colleghi lo adoravano, umanamente e musicalmente, era una dinamite sempre pronta ad accendersi e a creare riff straordinari. Nessuno, però, immaginava che tutto ciò stava per concludersi definitivamente.

Era il 18 marzo del 1982, durante il tour di “Diary…” la band fece tappa al Civic Coliseum di Knoxville in Tennesse. Ozzy e soci si diressero a Orlando, in Florida, per il Saturday’s Rock Super Bowl, festival che nella bill prevedeva artisti come Bryan Adams e Ufo. Sulla strada, però, si scelse di transitare per Leesburg (in Florida), dove abitava Andrew C. Aycock, autista del tourbus, al fine di prendere delle parti di ricambio per il mezzo e, con l’occasione, dare un passaggio all’ex moglie di Andrew.

In loco c’era un hangar con un piccolo aereo. Il pilota del tourbus, che aveva anche una licenza per guidare i mezzi volanti, decise, intorno le nove di mattina, di fare un giro con Rachel Youngblood e Randy Rhoads. Qualcosa però andò storto. Giocando, stupidamente, a far spaventare chi dormiva nelle case e nel tourbus, Ozzy compreso, l’aereo volò radente terra fino a che l’ala sinistra colpì proprio il bus, perse il controllo e si schiantò contro una casa colonica lì presente. Il velivolo esplose, i passeggeri morirono sul colpo. Una recente inchiesta ha rivelato che il pilota dell’aereo avesse assunto cocaina e che la licenza di volo in suo possesso era scaduta. Non poteva volare.

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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La tragedia mai dimenticata dello Space Shuttle Challenger

Federico Falcone

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Lo Space Shuttle Challenger doveva essere un altro “grande passo per l’umanità” ma finì per essere una tragedia. Imprevedibile e, per questo, scioccante. Il 28 gennaio del 1986 gli Stati Uniti provarono a calare l’ultimo asso delle missioni spaziali, quello che avrebbe azzerato la concorrenza e portato il Paese sul tetto del mondo (e oltre) nel campo dell’innovazione aerospaziale. La corsa alla conquista dei confini extraterrestri era già partita da decenni ma la volontà di andare oltre era – ed è tutt’ora – inarrestabile.

Lo Space Shuttle Challenger era il fiore all’occhiello della flotta aerea made in U.S.A. Ma nessuno poteva sapere che dopo soli 73 secondi dal lancio della missione STS-51-L, questo sarebbe esploso durante la fase di decollo. L’ambizione e la lungimiranza non avevano fatto i conti con gli imprevisti e con quell’elemento, chiamato “fato”, che va curato, tutelato, arruffianato. Lo stuzzichi reagisce e non se non lo accudisci, non ti perdona. Così accadde.

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La tragedia, però, poteva essere evitata. Nei giorni precedenti al lancio le pessime condizioni meteorologiche avevano rallentato le operazioni, rimandato l’appuntamento tanto atteso e quindi creato le condizioni ideali per controllare e ricontrollare ogni singola vita del mezzo e ogni singolo aspetto delle comunicazioni video, radio e di qualsiasi dettaglio tecnico della missione. Quando si ha a che fare con strumenti del genere e con missioni di così grande ambizione, nulla può essere lasciato al caso e i controlli non sono mai eccessivi.

La decima missione dello Space Shuttle Challenger doveva essere un trionfo, ma il difetto di un O-Ring, uno dei propulsori a combustibile solido, provocò un incendio al serbatoio esterno che in poche frazioni di secondo causò l’esplosione del mezzo. Come accennato in precedenza, nei giorni precedenti al lancio le temperature erano particolarmente rigide e occorse più di una revisione per scongelare alcuni componenti esterni che si erano congelati. Fra questi vi era anche quel semplice anello di gomma sul lato destro. Si indurì, perse la flessibilità e l’impressionante sbalzo termico del momento lo fece spezzare.

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A bordo vi erano Michael John Smith, Dick Scobee e Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis, Judith Resnik e Christa McAuliffe, il primo civile mai andato in orbita.

L’incidente sospese il programma spaziale Shuttle per 32 mesi, mettendo a serio rischio la tenuta dello stesso per il futuro. Venne aperta un’inchiesta, condotta dalla Commissione Rogers, nominata direttamente dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Occorreva immediatamente fare luce sull’accaduto, accertare cosa non avesse funzionato, restituire giustizia ai famigliari delle vittime e ridare credibilità al progetto spaziale su cui il Paese aveva pesantemente investito.

Come riportato dalla stampa di allora, “gli amministratori della NASA sapevano che la compagnia di motori a stato solido, la Morton Thiokol, aveva dei relatori interni in cui si ipotizzava un possibile fallimento produttivo negli O-ring fin dal 1977, ma che non erano mai stati capaci (o interessati?) a risolvere correttamente il problema. I responsabili ignorano gli avvertimenti degli ingegneri sui pericoli del lancio dovuti alle basse temperature di quella mattina, non riuscendo a segnalare questi rischi e preoccupazioni tecniche ai loro superiori”.

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Se è stato fatto luce sul motivo dell’esplosione, altrettanto non è stato fatto circa il momento della morte dell’equipaggio. Una delle ipotesi discusse dalla Commissione è che il personale a bordo non sarebbe deceduto parallelamente all’esplosione del mezzo, ma in un secondo momento, probabilmente nell’impatto della navetta-cabina con l’Oceano. Dall’esplosione allo schianto con l’acqua passarono circa due minuti. Le investigazioni successive effettivamente confermarono che almeno parte dell’equipaggio era vivo al momento dell’impatto.

Alcune procedure di emergenza, infatti, comprovarono che l’ossigeno supplementare era stato attivato dopo l’esplosione, funzione possibile solo manualmente, quindi con la consapevolezza d’intervento degli astronauti. Ma la verità è che, se i controlli fossero stati rigidi come avrebbero dovuto, a quest’ora staremmo parlando di tutt’altro.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

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Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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