“Quando l’amore brucia l’anima”, cioè quando Johnny Cash salvò Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix e Johnny Cash hanno molto in comune. Una vita turbolenta, sempre al limite, dove alti e bassi, nonostante il gioco di parole, sono stati una costante. Talenti sconfinati, messaggeri di un credo, fautori di uno stile di vita. J&J, così potremmo definirli se fossero stati un duo musicale, di quelli tipici degli anni ’60. Entrambi hanno toccato il cielo con un dito. Entrambi, però, si sono anche schiantati al suolo.

La loro vita è stata costellata di emozioni altalenanti, sempre in bilico tra il sacro e il profano, sempre oltre quella spiccata sensibilità che ne ha accomunato il percorso artistico e, certamente, umano. A renderli ancora più vicini però, un lutto, quello dell’amato fratello.

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River Phoenix era l’astro nascente del cinema a stelle e strisce. Un ragazzo bellissimo, affascinante, con uno spiccato talento per la recitazione che lo portò, a diciannove anni, a ricevere la nomination come “Miglior attore non protagonista” in Vivere in Fuga. Era di quattro anni più grande di Joaquin. I due erano legatissimi. La notte di Halloween del 31 ottobre 1993 entrambi si trovavano al Viper Room di Los Angeles. In loro compagnia c’erano anche altri nomi illustri come Flea e John Frusciante (bassista e chitarrista dei Red Hot Chili Peppers), Corey Taylor (cantante di Slipknot e Stone Sour) e Johnny Depp che al tempo era co-proprietario del club.

La serata prese una brutta piega, peggiore del previsto. Quella compagnia non era composta da gente esattamente pacata, ma River andò oltre. Una dose eccessiva di speedball (mix di cocaina ed eroina) lo mandò in overdose. Il tentativo, da parte di Joaquin, di uscire dal locale per chiamare il 911, fu del tutto inutile. L’amato fratello morì sul marciapiede di fronte al club. Il lutto comportò l’allontanamento temporaneo del futuro Joker dal cinema, poiché “schifato dall’atteggiamento dei media“. River era vegano, ambientalista e attivista. Le stesse battaglie che Joaquin ha ripreso a distanza di anni.

La morte di Jack Cash avvenne in modalità e circostanze del tutto diverse. Non all’interno di un esclusivo club losangelino, circondato da celebrità, fama e soldi, ma in una segheria della più buia e povera provincia dell’Arkansas. Era il 1944, Johnny aveva solo dodici anni quando vide un pickup con a bordo il padre avvicinarsi alla cadente abitazione di campagna dove viveva in compagnia della famiglia. Non era il ritorno a casa che aveva immaginato. A bordo del mezzo c’era il cadavere del fratello, dilaniato da una sega elettrica che ne aveva provocato la morte.

Il trauma fu devastante. Mr Cash, devastato dal dolore e dalla tragedia, fece ricadere sulla famiglia il proprio lutto, arrivando a incolpare il piccolo Johnny dell’accaduto e affermando che avrebbe preferito che ci fosse stato lui al posto di Jack. Quell’episodio segnò per sempre la vita del “Man in black” che, da quel momento, si chiuse maggiormente in sè stesso, trovando nella chitarra acustica, nella radio che passava la country music e nello scrivere i testi delle sue future canzoni, l’unica via per uscire dal dramma e dare un senso alla propria esistenza.

Un dolore analogo, che solo chi lo ha vissuto può comprenderlo fino in fondo. Sopravvivere alla morte di un fratello è un’esperienza devastante, specialmente quando il legame è forte, come nei due casi sopra citati. Il fardello del lutto ha accomunato il destino di Joaquin e Johnny.

Nel 2005, esattamente due anni dopo la morte dell’autore di “Ring Of Fire” esceQuando l’amore brucia l’anima – Walk the line“. Al fianco di Phoenix nei panni del giovane Cash troviamo Reese Whiterspoon la cui straordinaria interpretazione di June Carter, amante, moglie, musa del nativo dell’Arkansas, le vale il premio Oscar come “Miglior attrice non protagonista“. Delle cinque nomination agli Academy Awards di quell’anno (oltre a “Miglior attore protagonista”, “Migliori costumi”, “Miglior montaggio”, “Miglior sonoro”) fu l’unica portata a casa.

A Phoenix, quell’anno alla sua seconda candidatura dopo quella a “Miglior attore non protagonista del 2001” per Il Gladiatore, andò invece il Golden Globe come “Miglior attore in un film commedia o musicale“. Analogo premio fu consegnato alla Whiterspoon. La pellicola, oltre a questi due riconoscimenti, vinse anche quello come “Miglior film”.

Johnny Cash ha salvato Joaquin Phoenix, uomo e attore. Questo è indiscutibile. Ne ha tracciato la strada della risalita, ne ha espresso l’umore più nero, ne ha manifestato il lato più introspettivo che, però, doveva essere espresso per essere vissuto e compreso fino in fondo. Pensare che Phoenix avrebbe espresso la personalità travagliata che abbiamo imparato a conoscere negli anni, senza aver dovuto indossare i panni del “Solitary Man”, è errore grave e imperdonabile. La risalita di Phoenix c’è stata più e più volte, esattamente come le sue ricadute in dipendenze e comportamenti instabili.

Proprio come Johnny Cash, si, che dalla povertà più assoluta, quella che non dava speranza di vita o tanto meno di successo, si è saputo elevare a stella immortale dalla musica. Cash ha segnato una strada, un percorso sia musicale che umano. Cash è andato oltre, ha esplorato se stesso, il suo dolore, il suo lato più intimo e introspettivo e si è messo a nudo. Si è reso vulnerabile agli occhi della società, sia civile che del mondo dell’entertainment internazionale. Non devono stupire, quindi, i discorsi che Phoenix, esattamente quindi anni dopo aver girato “Walk The Line”, ha pronunciato al momento del ritiro del Golden Globe come miglior attore.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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