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Quando Dalì usò cioccolatini e formiche per ritrarre il cervello di Alice Cooper. La vera storia di un incontro surreale

Sophia Melfi

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Era il 1973 quando Salvador Dalí creò un ritratto del cervello di Alice Cooper utilizzando pasticcini al cioccolato, formiche, diamanti e la prima tecnologia olografica

Nel numero S/S18 del magazine Another Man, il noto rocker ricorda il suo eccentrico incontro con il re dell’arte surrealista. Aprile 1973. Addirittura per gli eccentrici standard del St. Regis Hotel – un hotel di lusso del 1904 al centro di Manhattan, rifugio per gli amanti delle Belle Arti frequentato abitualmente da Marlene DietrichErnest Hemingway e John Lennon – quella fu un’entrata scenografica. 

All’improvviso queste cinque ninfe androgine vestite di chiffon rosa fecero il loro ingresso“, dice Alice Cooper, ricordando il suo primo incontro con Salvador Dalí nel King Cole Bar dell’hotel. “Erano seguite da Gala, la moglie di Dalí, che indossava un tuxedo da uomo con coda, cappello a cilindro, e portava un bastone d’argento. Poi arrivò Dalí. Lui indossava un gilet animalier (tipo pelle di giraffa), scarpe da Aladino dorate, una giacca blu di velluto, e calzini viola scintillanti che gli furono regalati da Elvis.

Dopo aver annunciato la sua presenza esclamando e scandendo bene “Da-lí è qui!“, l’artista richiese un giro di Scorpion per i suoi ospiti: rum, gin e brandy serviti in una conchiglia con un’orchidea posta a decorazione. Dopodiché ordinò per sé un bicchiere di acqua calda. Lo appoggiò su un piedistallo e tirò fuori dalla tasca un vasetto di miele, quindi cominciò a versare il liquido nel bicchiere, innalzandolo con fare drammatico affinché formasse delle bollicine in superficie all’impatto e tagliando il flusso con un paio di forbici.

Alzò poi le braccia al cielo, dando il via a un giro di applausi da parte dei suoi accoliti. “Io e il mio manager ci guardammo esterrefatti“, racconta Cooper. “Realizzai a quel punto come tutto riguardasse Dalí! Il mondo girava intorno a lui. Io non lo stavo semplicemente incontrando. Stavo entrando nella sua orbita.

Così iniziò uno dei più strani e più affascinanti incontri artistici del ventesimo secolo. Nel 1973 sia Cooper che Dalí – 25 e 69 anni all’epoca, rispettivamente – erano all’apice della loro forza. Ora è riconosciuto come geniale capostipite dello shock-rock, ma all’epoca Cooper era una rockstar che godeva di una reputazione da “poco raccomandabile”. Una serie di hit dai toni sovversivi – come School’s Out – si erano riversate in un’ondata di sentimento di disagio giovanile che si sarebbe poi tramutato in punk.

I suoi live show sanguinolenti, nel frattempo, che includevano serpenti vivi, bambole decapitate e sangue finto – e che culminavano ogni sera con la sua decapitazione alla ghigliottina – fecero di lui il flagello dell’ordine costituito. “Il suo incitamento all’infanticidio e il suo sfruttamento commerciale del masochismo sono un evidente tentativo di insegnare ai nostri bambini a cercare il loro destino nell’odio, non nell’amore” disse il politico Leo Abse al Parlamento inglese quello stesso anno, sostenendo che a Cooper si sarebbe dovuto vietare l’ingresso nel Regno Unito per aver “promosso la cultura del campo di concentramento“.

Dalí, ovviamente, era già da tempo considerato il maestro del macabro. Superstar del surrealismo, l’artista spagnolo viveva secondo il motto “l’importante è diffondere la confusione, non eliminarla“. Avendo visto il successo di Cooper come un’opportunità per creare nuove forme di oltraggio, Dalí già stava escogitando il piano per rendere loro due “sovrani dell’assurdo” del pianeta Terra. Ma c’era un piccolo problema.

Quando Dalí cominciò a spiegare a Cooper la sua idea di farlo diventare il “primo ologramma vivente al mondo“, che si sarebbe chiamato “Primo cromo-ologramma cilindrico del cervello di Alice Cooper“, le sue parole non vennero fuori in inglese, bensì in una lingua confusa e inventata, che mescolava svariate lingue europee.

Una parola era in italiano, una in francese, una in spagnolo e una in portoghese” racconta Cooper riguardo l’Esperanto di Dalí. “Non aveva senso in alcun modo. Riuscivi a capire un quinto di quello che diceva!“. Tuttavia, nonostante la barriera comunicativa, il cuore di Cooper sobbalzò. In qualità di studente di arte alla Cortez High School di Phoenix, Arizona, i fantastici dipinti di Dalí – disseminati di orologi che si sciolgono, uova e formiche – gli avevano comunicato qualcosa in un modo ugualmente misterioso.

Dalí era il nostro eroe” dice, ricordando l’ossessione che condivideva con il suo compagno di scuola e futuro compagno di band – come bassista – Dennis Dunaway. “Prima che arrivassero i The Beatles, lui era tutto ciò che avevamo. Guardavamo i suoi dipinti e ne discutevamo per ore. Al loro interno era contenuta anche una buona dose di ironia. Quindi, quando formammo la nostra band, venne piuttosto naturale prendere alcune delle sue immagini – come la stampella – e usarle nelle nostre performance.

Al momento del suo album da milioni di copie School’s Out del 1972, Cooper era diventato una star mondiale. Rintanato nella sua affollata villa da 42 stanze in Connecticut, con un pupazzo a grandezza naturale raffigurante sé stesso che pendeva dal soffitto della sala, una cappella convertita in sauna con bar e una stanza per gli animali che includeva un boa constrictor di nome Yvonne, la sua quotidianità era strana esattamente come Dalí se la immaginava.

Con un tale stile di vita, sembrava inevitabile che per Cooper la chiamata dal suo eroe sarebbe prima o poi arrivata. “I collaboratori di Dalí chiamarono il mio manager e spiegarono che aveva visto uno dei miei show in uno stadio” spiega Cooper. “Disse che gli sembrava di aver visto uno dei suoi quadri prendere vita, e che quindi voleva che lavorassimo insieme.

Inutile a dirsi, Dalí aveva perfettamente in mente cosa fare nell’ambito della loro collaborazione. Due anni prima aveva fatto amicizia con un artista sudafricano di nome Selwyn Lissack che stava anch’egli alloggiando al St. Regis (Dalí passava tutti gli inverni all’hotel, alloggiando sempre nella stanza 1610). Lissack – che poi si stabilì in California – gli spiegò che, seppure le tecniche olografiche fossero ancora a uno stadio primordiale, queste gli avrebbero dato la possibilità di creare arte oltre i confini dello spazio lineare, usando i raggi laser come pennello.

Dalí – il cui lavoro era stato già da tempo specchio del suo interesse verso la simmetria tridimensionale – ne rimase affascinato. Impressionato dagli esempi mostratogli da Lissack, creati dal collaboratore Lloyd Cross, offrì all’artista sudafricano 500 dollari per creare un ologramma 12×24″ raffigurante Cooper, conosciuto come multiplex, che, visto da diverse angolazioni, avrebbe rappresentato una scena animata. Per ottenere tale risultato – ci vollero sei mesi di tempo – Lissack si adoperò a trovare una vasta gamma di attrezzatura altamente tecnologica, incluse luci alogene al tungsteno, lampade al mercurio e un laser 2mW, da posizionare in un grande studio dalle pareti bianche proprio al St. Regis, per cominciare quindi quattro giorni di scatti.

Ad ogni modo Dalí, showman come sempre, si assicurò che anche la fase della realizzazione venisse eseguita con un certo fare surrealista. Il primo giorno, di fronte all’intero corpo stampa, un uomo con cappello a bombetta arrivò sul set portando con sé una valigetta nera. Al suo interno c’erano una tiara di diamanti e una collana messa a disposizione dal celebre gioiellere Harry Winston, valutata 2 milioni di dollari (30 milioni di dollari oggi).

Queste vennero poi presentate a Cooper e Dalí su un cuscino di velluto rosso da una donna bellissima, mentre una guardia con aspetto da duro sorvegliava il tutto, impugnando una pistola. Dalí disse poi a Cooper di togliersi la maglietta, indossare la tiara e sedersi a gambe incrociate su una pedana rotante. Lissack iniziò allora a filmare, e a Cooper fu chiesto di iniziare a cantare rivolto verso un kebab raffigurante la Venere di Milo e ogni tanto staccare un morso.

Non ero esattamente sicuro di cosa stesse avvenendo” ammette Cooper ridacchiando. “Dalí era un personaggio così mitico che non te la sentivi di dire qualcosa. Per me, era come incontrare Elvis o i The Beatles. Era ovvio che lui mi stesse guardando e stesse vedendo ciò che voleva. Tutto ciò che feci fu dire: dimmi cosa fare“.

Il secondo giorno arrivarono più sorprese. Al suo arrivo, Dalí annunciò che aveva passato la sera precedente a lavorare su una nuova opera, Il cervello di Alice. Poi regalò al cantante una scultura di ceramica raffigurante un cervello umano con un pasticcino di cioccolata sul retro, su cui aveva disegnato formiche che componevano le parole Dalí e Alice. “Dissi: grande! Quando abbiamo finito posso tenerlo?” racconta Cooper.

Mi rispose: certo che no, vale milioni! Mi misi a ridere. Aveva un grande senso dello humor, ma la sua genialità stava nel fatto che non riuscivi a capire quando stesse scherzando e quando no.”  Quando il giorno dello shooting volse al termine, Dalí chiese a Cooper e al manager Shep Gordon di unirsi a lui e al suo entourage per mangiare in uno dei ristoranti più esclusivi della città. Quando il sontuoso banchetto giunse al termine, Dalí fece cenno alla cameriera di portare il conto, e semplicemente si limitò a firmare il taccuino.

Dovremmo lasciare una mancia?” chiese Cooper, aggiungendo di seguito il suo nome. “Con Dalí, ogni cosa era una performance” spiega il cantante. “Ogni notte andavamo allo Studio54 o a vedere Andy Warhol al Factory. Dalí si muoveva sempre con un sacco di personaggi bizzarri, infatti a me bastava anche semplicemente stare lì seduto a guardarli. Non era mia intenzione provare a parlare con lui di arte, perché lui continuava a usare questo linguaggio sarcastico. Ero in presenza di un maestro.

C’è un ultimo colpo di scena. Quando giunse il momento di svelare l’ologramma ultimato alla Knoedler Gallery a New York, Cooper spiegò alla stampa radunatasi che la comunicazione tra la coppia fu molto limitata a causa delle difficoltà di linguaggio. “Perfetto!” rispose Dalí in un inglese impeccabile. “La confusione è la forma migliore di comunicazione“. Il maestro aveva tirato un altro dei suoi scherzi. Oggi, First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain è presente nella collezione del Dalí Museum a Figueres, in Spagna.

È riconosciuto come uno strabiliante esempio di collaborazione tra artista e musicista, come la copertina dell’album Artpop di Lady Gaga in collaborazione con Jeff Koons o il lavoro ispirato agli anime di Takashi Murakami con Kanye West. Per Cooper – che oggi ha 70 anni ed è un devoto cristiano – la sua esistenza è un ricordo permanente dei suoi tempi più selvaggi. “Era il personaggio più bizzarro che io abbia mai incontrato” disse riguardo Dalí, il quale morì di collasso cardiaco nel 1989, all’età di 84 anni. “E ancora oggi dopo tanti anni ti senti vicino a lui. Lavorare con lui fu uno dei più importanti momenti della mia vita.”

Rimane come ultimo mistero circa questo straordinario incontro dove sia finito The Alice Brain. “Cerco da sempre questo cervello” dice con un ghigno. “È il mio Santo Graal. Si può dare che qualcuno lo stia usando come fermacarte per quanto ne so. Pagherei qualsiasi cosa per averlo.” Sembra la metafora perfetta di un progetto che, sin dal principio, è rimasto sospeso a metà tra genio e follia. Sembra che per raggiungere la vera grandezza, qualche volta abbiamo davvero bisogno di perdere la testa.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

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Isolamento, oppressione e claustrofobia: Shining è più attuale che mai

Federico Falcone

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Un brano intitolato “Il sogno di Jakob” venne usato nella scena in cui Jack si sveglia dal suo incubo, una strana coincidenza. Ci furono in realtà alcune altre coincidenze, in particolare con i nomi. Il personaggio interpretato da Jack Nicholson si chiama Jack nel romanzo. Suo figlio si chiama Danny nel romanzo ed è interpretato da Danny Lloyd. Il barman fantasma nel romanzo si chiama Lloyd” – Stanley Kubrick.

Diciamoci la verità, “Shining“, l’omonimo libro di Stephen King portato sul grande schermo da Stanley Kubrick (e scritto assieme a Diane Johnson) nel 1980, è quanto mai attuale. Niente a che vedere con hotel isolati dalla civiltà o nevicate impetuose, anzi, ma lo scenario d’isolamento che caratterizza il film e corrode l’anima e la mente del suo protagonista invece si, è qualcosa di realmente quotidiano. Il lockdown scattato a seguito dell’emergenza Coronavirus ci ha costretti a rimanere chiusi in casa e chi non ha avuto la fortuna di avere a disposizione i migliori mezzi per affrontarlo ha passato momenti davvero complessi.

La sensazione di vuoto, di claustrofobia, di smarrimento, d’isolamento, appunto, derivante dalla quarantena è stato per molti destabilizzante e non è un caso che le varie amministrazioni pubbliche abbiano predisposto sportelli di sostegno psicologico per chi ha manifestato sintomi come ansia, angoscia, spaesamento, mancanza di affetto, irrequietezza, insonnia et similia. Isolamento e quarantena sono elementi caratterizzanti il capolavoro di Stanley Kubrick. Il primo ne rappresenta la base di partenza dal quale e sul quale il film si eleva, il secondo la sfumatura, il detto tra le righe da applicare per analogia ai giorni nostri.

Leggi anche: 21 anni senza Stanley Kubrick, l’avanguardista cinematografico e filosofico che ha cambiato il cinema

In questi giorni il film ha compiuto l’anniversario dei quaranta anni dalla sua pubblicazione. La tecnica registica di Kubrick ha trovato nei 120 minuti della pellicola una tra le sue massime espressioni. Vengono messe in luce o riproposte in chiave moderna (per i tempi, ovviamente, e con riguardo ai lavori precedenti) alcune tecniche che ne segneranno il percorso artistico come “l’occhio meccanico” in cui la soggettività è data direttamente dal regista e non dai personaggi. Oppure come i tempi d’azione in cui le inquadrature, specialmente sui personaggi, sono più prolungate del previsto, marcando e accentuando gli sguardi e le espressioni degli attori. E poi c’è la circolarità delle scene che spesso prevedono un finale che si ricollega all’incipit del film.

Stephen King però non hai mai apprezzato la trasposizione cinematografica di Shining. “Kubrick ha voluto fare un film che fa male alle persone “, ha più volte dichiarato lo scrittore del Maine. Eppure il film ha ottenuto un successo straordinario, tanto di pubblico quanto di critica. La rivista inglese Time Out lo ha selezionato come il secondo miglior film horror in assoluto della storia del cinema, dietro solo a “L’esorcisista” e l’influenza che dal giorno della sua uscita in avanti ha avuto è stata – ed è – sconfinata.

E dire che lo stesso King contribuì nella scelta dell’attore preferendo Jack Nicholson ad altri. Furono provati anche Robin Williams, Harrison Ford e Robert De Niro. Quest’ultimo scartò la parte perché svelò che la sceneggiatura e la trama “non facilitavano il sonno“. Ci vollero sei mesi e circa 5000 ragazzini intervistati per tracciare il profilo di colui che interpretò il piccolo Danny Torrance, cioè Danny Llyoid. Diverse malelingue hanno sempre dichiarato che il giudizio negativo dello scrittore sul film è da attribuirsi alla mancata volontà, da parte di Kubrick, di dare maggiore spazio nella sceneggiature a King. Da lì, i dissapori – mai confermati – tra i due.

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Altro elemento caratterizzante è la musica. Inquietante, tesa, disturbata, ansiogena, quasi a voler veicolare lo stato d’animo dello spettatore verso quel senso di oppressione, malessere e isolamento che Jack Torrence vive. Come a voler tenere costantemente sulle spine chi si trova di fronte allo schermo, la colonna sonora di Shining gioca con le ombre delle emozioni, impercettibili e a volte disturbate da ciò che poi non accade. E’ un gioco al gatto e al topo, quello di far vivere allo spettatore suggestioni contrastanti, altalenanti e contraddittorie nel giro di pochi fotogrammi.

L’Overlook Hotel è un luogo gigante, affascinante, geometricamente parlando perfetto. E’ luminoso, ampio, ospitale. Ma nasconde le tenebre che si riverberano sui protagonisti del romanzo e quindi del film. La prestazione degli attori è strepitosa, con Jack Nicholson ai massimi storici in termini d’ispirazione e Shelley Duvall talmente calata nella parte – e si, anche vessata durante le riprese – che per il resto della sua vita porterà con sé i segni orrorifici di un film entrato di diritto nell’immaginario collettivo.

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Grosso guaio a Chinatown: da flop al botteghino a cult imprescindibile degli anni ’80

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Federico Falcone

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Pochi, come Kurt Russell e John Carpenter, impersonano il concetto di culto anni ’80. Se l’immagine del primo è legata a doppio filo allo straordinario Jena Plissken, protagonista di “1997: Fuga da New York” (1981) e “Fuga da Los Angeles” (1996), pellicole mai troppo amate dagli appassionati della settima arte, quella del secondo è irrimediabilmente connessa a un certo universo horror capace di affascinare milioni di adolescenti e non solo.

I due, oltre ai film sopra citati, hanno collaborato anche in “Elvis, il re del rock” (1979), “La Cosa” (1982) e “Grosso guaio a Chinatown” (1986), segnando un sodalizio artistico vincente e in grado di invecchiare bene, benissimo. Cinque film imprescindibili per gli amanti di un certo cinema, impossibili da non apprezzare per stile cinematografico e per quantità industriale di aforismi al fulmicotone presenti.

“Big Trouble in Little China”, però non si presentò bene al grande pubblico, complice una campagna promozionale non impeccabile e lacunosa ma soprattutto inefficace. Flop al botteghino e critiche feroci e negative da parte dei mass-media, ma anche di gran parte del pubblico, non resero la vita facile al film.

In Italia uscì il 1 luglio del 1986 ma rimase proiettato in sala per poco, proprio perché privo di quel piccolo particolare e requisito indispensabile chiamato “interesse da parte del pubblico”. Negli anni successivi sarebbe stato ampiamente rivalutato, ma in quei mesi il tracollo fu verticale che più verticale non si poté. Alcuni tra i critici più in voga in questi anni, come gli statunitensi Roger Elbert e Gene Siskel, non usarono mezze misure per definire “ridicoli” gli effetti speciali usati nella pellicola. Se la campagna marketing fu disastrosa, quella mediatica fu anche peggio, insomma. I soli 11 milioni di dollari di incasso solo lì a testimoniarlo…

Altro fattore non proprio secondario: nel 1986 uscirono altre pellicole che non solo ebbero immediato e grande successo ma che anche oggi, a distanza di 34 anni, conservano intatto il fascino dell’epoca. Film come “Stand By Me – ricordo di un’estate“, tratto dall’omonimo romanzo capolavoro di Stephen King, è come il buon vino che più invecchia e più diventa buono. Oppure “Top Gun” con un lanciatissimo Tom Cruise, “Il nome della Rosa” con Sean Connery, basato sull’omonimo romanzo di Umberto Eco, “Platoon” di Oliver Stone, “Highlander, l’ultimo immortale” con Christopher Lambert e le musiche dei Queen. Anche “Howard e il destino del mondo” e “Aliens, scontro finale” contribuirono a rendere il 1986 un’annata di rilievo per il cinema internazionale.

Probabile che “Grosso guaio a Chinatown” non fu compreso fino in fondo. Un film a lunghi tratti volutamente analogico e lontano dalle produzioni pompate dell’epoca (ricordiamo sempre che parliamo di 34 anni fa) non dovrebbe essere accusato di avere effetti speciali ridicoli se, in maniera del tutto palese e evidente, mirava discostarsi dal resto delle pellicole per lavoro registico e tone of voice. E poi, le precedenti collaborazioni tra Russell e Carpenter erano lì a dimostrare come lo spirito che animasse i due avesse un’identità ben precisa e marcata tale da rendere i loro lavori incredibilmente riconoscibili. Scusate se è poco.

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Brindiamo agli eserciti passati, e che gli eserciti futuri non debbano mai combattere“. Che bella frase, e quanto è attuale!

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Gigi Proietti ricorda Vittorio Gassman: feste surreali, corse al volante e un disperato bisogno di amici

Federico Falcone

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Vittorio Gassman e Luigi “Gigi” Proietti sono tra gli attori italiani più talentuosi e amati del ‘900, appartenenti entrambi a una scuola teatrale elitaria, tanto per qualità quanto per carisma. Quando Proietti aveva alle spalle pochi anni di carriera, sufficienti però a fargli spiccare il volo, Gassman era già un volto affermato dello spettacolo. Ricercato, ambito, idolatrato. Il futuro maresciallo Rocca non ha mai nascosto l’influenza che l’attore genovese ha avuto sul proprio percorso artistico, nonostante l’esordio di Gassman a teatro avvenne con “Ma non è una cosa seria” di Pirandello, un teatro dai connotati più tradizionali rispetto a quello avanguardistico in cui Proietti mosse i suoi primi passi.

“Era una persona piena di vita, adorava le feste. Ne organizzava a migliaia, nei posti più disparati. Una volta ci invitò in aperta campagna, in un posto che bisognava raggiungere a dorso d’asino. La riuscita di una festa lo gratificava più di un successo a teatro. Amava tutti i giochi che si facevano in quelle occasioni perché gli davano la possibilità di dimostrare tutte le sue doti, prima fra tutte la prestanza fisica”, ricorda Proietti nella sua autobiografia “Tutto sommato…qualcosa mi ricordo” del 2013.

Un’amicizia, quella con Gassman, che li ha accompagnati per lunghi anni, fino alla morte di quest’ultimo nel 29 giugno del 2000. Una stima reciproca, ma anche una consapevole conoscenza delle qualità umane e artistiche che ne hanno contraddistinto vita e carriera. “Ci sono tre giovani interessanti: Carmelo Bene, Ernesto Colli e Luigi Proietti“, disse Gassman intorno alla metà degli Sessanta, quando Proietti era ancora un prospetto tutto da coltivare.

Stare in sua compagnia era uno spasso, a me che non fosse al volante“, prosegue Proietti nel suo racconto. “Ho sempre cercato di evitare di salire in macchina con lui alla guida: chi ci andava ne usciva con i capelli dritti. A Napoli me lo raccontò lui stesso, al ritorno da un party pieno di stelle del cinema. Si era formata una colonna d’auto con a bordo tutti gli invitati. Vittorio accelerò spazientito e con la sua Porsche tagliò letteralmente in due una 500. La signora al volante dell’utilitaria era bloccata tra le lamiere e lui si precipitò per rassicurarla e rassicurarsi. Era illesa. ‘Signora, mi scusi tantissimo, sono desolato, è tutta colpa mia: per il danno non c’è problema, le do subito i miei estremi’. Accorsero a sincerarsi anche Nino Manfredi, la Loren, Alberto Sordi e Claudia Cardinale”.

Era una personalità molto più complessa di quanto non lasciasse intendere la sua immagine di uomo vincente, dotato fisicamente e colto. Aveva un costante bisogno di amici e per questo si circondava di gente che conosceva anche nei contesti professionali

“Lavorare con Vittorio è stato bellissimo, tutte le volte. Rimpiango di non aver calcato insieme a lui il palco di un teatro. E dire che, quando l’occasione si è presentata, ci ho rinunciato di proposito. Stava per portare in scena il Otello e mi offrì il ruolo di Jago. Dovete sapere che ogni volta che si recita quest’opera di Shakespere, fra gli attori che interpretano Otello e Jago si instaura una vera e propria competizione. Non è solo un vezzo da istrioni: quella tensione fra i due personaggi fa proprio parte dell’opera, è scritta nel testo, quindi se uno accetta di interpretare uno di quei due ruoli deve essere anche pronto ad affrontare il duello di recitazione che quella scelta comporta”.

“Non mi sentivo pronto. Un po’ perché non mi credevo adatto, ero ancora nel pieno di “A me gli occhi, please” e le mie sperimentazioni puntavano in un’altra direzione, un po’ perché non volevo raccogliere il guanto di una sfida che per me poteva essere suicida. ‘Vittorio – gli dissi – lo sai come funziona sta storia fra Jago e Otello, se vinci tu me ce rode, se vinco io mi dispiace, mi sa che è meglio che andiamo a cena e restiamo amici’. Non me ne sono mai pentito abbastanza“.

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