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Quando Dalì usò cioccolatini e formiche per ritrarre il cervello di Alice Cooper. La vera storia di un incontro surreale

Sophia Melfi

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Era il 1973 quando Salvador Dalí creò un ritratto del cervello di Alice Cooper utilizzando pasticcini al cioccolato, formiche, diamanti e la prima tecnologia olografica

Nel numero S/S18 del magazine Another Man, il noto rocker ricorda il suo eccentrico incontro con il re dell’arte surrealista. Aprile 1973. Addirittura per gli eccentrici standard del St. Regis Hotel – un hotel di lusso del 1904 al centro di Manhattan, rifugio per gli amanti delle Belle Arti frequentato abitualmente da Marlene DietrichErnest Hemingway e John Lennon – quella fu un’entrata scenografica. 

All’improvviso queste cinque ninfe androgine vestite di chiffon rosa fecero il loro ingresso“, dice Alice Cooper, ricordando il suo primo incontro con Salvador Dalí nel King Cole Bar dell’hotel. “Erano seguite da Gala, la moglie di Dalí, che indossava un tuxedo da uomo con coda, cappello a cilindro, e portava un bastone d’argento. Poi arrivò Dalí. Lui indossava un gilet animalier (tipo pelle di giraffa), scarpe da Aladino dorate, una giacca blu di velluto, e calzini viola scintillanti che gli furono regalati da Elvis.

Dopo aver annunciato la sua presenza esclamando e scandendo bene “Da-lí è qui!“, l’artista richiese un giro di Scorpion per i suoi ospiti: rum, gin e brandy serviti in una conchiglia con un’orchidea posta a decorazione. Dopodiché ordinò per sé un bicchiere di acqua calda. Lo appoggiò su un piedistallo e tirò fuori dalla tasca un vasetto di miele, quindi cominciò a versare il liquido nel bicchiere, innalzandolo con fare drammatico affinché formasse delle bollicine in superficie all’impatto e tagliando il flusso con un paio di forbici.

Alzò poi le braccia al cielo, dando il via a un giro di applausi da parte dei suoi accoliti. “Io e il mio manager ci guardammo esterrefatti“, racconta Cooper. “Realizzai a quel punto come tutto riguardasse Dalí! Il mondo girava intorno a lui. Io non lo stavo semplicemente incontrando. Stavo entrando nella sua orbita.

Così iniziò uno dei più strani e più affascinanti incontri artistici del ventesimo secolo. Nel 1973 sia Cooper che Dalí – 25 e 69 anni all’epoca, rispettivamente – erano all’apice della loro forza. Ora è riconosciuto come geniale capostipite dello shock-rock, ma all’epoca Cooper era una rockstar che godeva di una reputazione da “poco raccomandabile”. Una serie di hit dai toni sovversivi – come School’s Out – si erano riversate in un’ondata di sentimento di disagio giovanile che si sarebbe poi tramutato in punk.

I suoi live show sanguinolenti, nel frattempo, che includevano serpenti vivi, bambole decapitate e sangue finto – e che culminavano ogni sera con la sua decapitazione alla ghigliottina – fecero di lui il flagello dell’ordine costituito. “Il suo incitamento all’infanticidio e il suo sfruttamento commerciale del masochismo sono un evidente tentativo di insegnare ai nostri bambini a cercare il loro destino nell’odio, non nell’amore” disse il politico Leo Abse al Parlamento inglese quello stesso anno, sostenendo che a Cooper si sarebbe dovuto vietare l’ingresso nel Regno Unito per aver “promosso la cultura del campo di concentramento“.

Dalí, ovviamente, era già da tempo considerato il maestro del macabro. Superstar del surrealismo, l’artista spagnolo viveva secondo il motto “l’importante è diffondere la confusione, non eliminarla“. Avendo visto il successo di Cooper come un’opportunità per creare nuove forme di oltraggio, Dalí già stava escogitando il piano per rendere loro due “sovrani dell’assurdo” del pianeta Terra. Ma c’era un piccolo problema.

Quando Dalí cominciò a spiegare a Cooper la sua idea di farlo diventare il “primo ologramma vivente al mondo“, che si sarebbe chiamato “Primo cromo-ologramma cilindrico del cervello di Alice Cooper“, le sue parole non vennero fuori in inglese, bensì in una lingua confusa e inventata, che mescolava svariate lingue europee.

Una parola era in italiano, una in francese, una in spagnolo e una in portoghese” racconta Cooper riguardo l’Esperanto di Dalí. “Non aveva senso in alcun modo. Riuscivi a capire un quinto di quello che diceva!“. Tuttavia, nonostante la barriera comunicativa, il cuore di Cooper sobbalzò. In qualità di studente di arte alla Cortez High School di Phoenix, Arizona, i fantastici dipinti di Dalí – disseminati di orologi che si sciolgono, uova e formiche – gli avevano comunicato qualcosa in un modo ugualmente misterioso.

Dalí era il nostro eroe” dice, ricordando l’ossessione che condivideva con il suo compagno di scuola e futuro compagno di band – come bassista – Dennis Dunaway. “Prima che arrivassero i The Beatles, lui era tutto ciò che avevamo. Guardavamo i suoi dipinti e ne discutevamo per ore. Al loro interno era contenuta anche una buona dose di ironia. Quindi, quando formammo la nostra band, venne piuttosto naturale prendere alcune delle sue immagini – come la stampella – e usarle nelle nostre performance.

Al momento del suo album da milioni di copie School’s Out del 1972, Cooper era diventato una star mondiale. Rintanato nella sua affollata villa da 42 stanze in Connecticut, con un pupazzo a grandezza naturale raffigurante sé stesso che pendeva dal soffitto della sala, una cappella convertita in sauna con bar e una stanza per gli animali che includeva un boa constrictor di nome Yvonne, la sua quotidianità era strana esattamente come Dalí se la immaginava.

Con un tale stile di vita, sembrava inevitabile che per Cooper la chiamata dal suo eroe sarebbe prima o poi arrivata. “I collaboratori di Dalí chiamarono il mio manager e spiegarono che aveva visto uno dei miei show in uno stadio” spiega Cooper. “Disse che gli sembrava di aver visto uno dei suoi quadri prendere vita, e che quindi voleva che lavorassimo insieme.

Inutile a dirsi, Dalí aveva perfettamente in mente cosa fare nell’ambito della loro collaborazione. Due anni prima aveva fatto amicizia con un artista sudafricano di nome Selwyn Lissack che stava anch’egli alloggiando al St. Regis (Dalí passava tutti gli inverni all’hotel, alloggiando sempre nella stanza 1610). Lissack – che poi si stabilì in California – gli spiegò che, seppure le tecniche olografiche fossero ancora a uno stadio primordiale, queste gli avrebbero dato la possibilità di creare arte oltre i confini dello spazio lineare, usando i raggi laser come pennello.

Dalí – il cui lavoro era stato già da tempo specchio del suo interesse verso la simmetria tridimensionale – ne rimase affascinato. Impressionato dagli esempi mostratogli da Lissack, creati dal collaboratore Lloyd Cross, offrì all’artista sudafricano 500 dollari per creare un ologramma 12×24″ raffigurante Cooper, conosciuto come multiplex, che, visto da diverse angolazioni, avrebbe rappresentato una scena animata. Per ottenere tale risultato – ci vollero sei mesi di tempo – Lissack si adoperò a trovare una vasta gamma di attrezzatura altamente tecnologica, incluse luci alogene al tungsteno, lampade al mercurio e un laser 2mW, da posizionare in un grande studio dalle pareti bianche proprio al St. Regis, per cominciare quindi quattro giorni di scatti.

Ad ogni modo Dalí, showman come sempre, si assicurò che anche la fase della realizzazione venisse eseguita con un certo fare surrealista. Il primo giorno, di fronte all’intero corpo stampa, un uomo con cappello a bombetta arrivò sul set portando con sé una valigetta nera. Al suo interno c’erano una tiara di diamanti e una collana messa a disposizione dal celebre gioiellere Harry Winston, valutata 2 milioni di dollari (30 milioni di dollari oggi).

Queste vennero poi presentate a Cooper e Dalí su un cuscino di velluto rosso da una donna bellissima, mentre una guardia con aspetto da duro sorvegliava il tutto, impugnando una pistola. Dalí disse poi a Cooper di togliersi la maglietta, indossare la tiara e sedersi a gambe incrociate su una pedana rotante. Lissack iniziò allora a filmare, e a Cooper fu chiesto di iniziare a cantare rivolto verso un kebab raffigurante la Venere di Milo e ogni tanto staccare un morso.

Non ero esattamente sicuro di cosa stesse avvenendo” ammette Cooper ridacchiando. “Dalí era un personaggio così mitico che non te la sentivi di dire qualcosa. Per me, era come incontrare Elvis o i The Beatles. Era ovvio che lui mi stesse guardando e stesse vedendo ciò che voleva. Tutto ciò che feci fu dire: dimmi cosa fare“.

Il secondo giorno arrivarono più sorprese. Al suo arrivo, Dalí annunciò che aveva passato la sera precedente a lavorare su una nuova opera, Il cervello di Alice. Poi regalò al cantante una scultura di ceramica raffigurante un cervello umano con un pasticcino di cioccolata sul retro, su cui aveva disegnato formiche che componevano le parole Dalí e Alice. “Dissi: grande! Quando abbiamo finito posso tenerlo?” racconta Cooper.

Mi rispose: certo che no, vale milioni! Mi misi a ridere. Aveva un grande senso dello humor, ma la sua genialità stava nel fatto che non riuscivi a capire quando stesse scherzando e quando no.”  Quando il giorno dello shooting volse al termine, Dalí chiese a Cooper e al manager Shep Gordon di unirsi a lui e al suo entourage per mangiare in uno dei ristoranti più esclusivi della città. Quando il sontuoso banchetto giunse al termine, Dalí fece cenno alla cameriera di portare il conto, e semplicemente si limitò a firmare il taccuino.

Dovremmo lasciare una mancia?” chiese Cooper, aggiungendo di seguito il suo nome. “Con Dalí, ogni cosa era una performance” spiega il cantante. “Ogni notte andavamo allo Studio54 o a vedere Andy Warhol al Factory. Dalí si muoveva sempre con un sacco di personaggi bizzarri, infatti a me bastava anche semplicemente stare lì seduto a guardarli. Non era mia intenzione provare a parlare con lui di arte, perché lui continuava a usare questo linguaggio sarcastico. Ero in presenza di un maestro.

C’è un ultimo colpo di scena. Quando giunse il momento di svelare l’ologramma ultimato alla Knoedler Gallery a New York, Cooper spiegò alla stampa radunatasi che la comunicazione tra la coppia fu molto limitata a causa delle difficoltà di linguaggio. “Perfetto!” rispose Dalí in un inglese impeccabile. “La confusione è la forma migliore di comunicazione“. Il maestro aveva tirato un altro dei suoi scherzi. Oggi, First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain è presente nella collezione del Dalí Museum a Figueres, in Spagna.

È riconosciuto come uno strabiliante esempio di collaborazione tra artista e musicista, come la copertina dell’album Artpop di Lady Gaga in collaborazione con Jeff Koons o il lavoro ispirato agli anime di Takashi Murakami con Kanye West. Per Cooper – che oggi ha 70 anni ed è un devoto cristiano – la sua esistenza è un ricordo permanente dei suoi tempi più selvaggi. “Era il personaggio più bizzarro che io abbia mai incontrato” disse riguardo Dalí, il quale morì di collasso cardiaco nel 1989, all’età di 84 anni. “E ancora oggi dopo tanti anni ti senti vicino a lui. Lavorare con lui fu uno dei più importanti momenti della mia vita.”

Rimane come ultimo mistero circa questo straordinario incontro dove sia finito The Alice Brain. “Cerco da sempre questo cervello” dice con un ghigno. “È il mio Santo Graal. Si può dare che qualcuno lo stia usando come fermacarte per quanto ne so. Pagherei qualsiasi cosa per averlo.” Sembra la metafora perfetta di un progetto che, sin dal principio, è rimasto sospeso a metà tra genio e follia. Sembra che per raggiungere la vera grandezza, qualche volta abbiamo davvero bisogno di perdere la testa.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

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Louis Armstrong, il padre del jazz che arrivò ultimo al festival di Sanremo

Antonella Valente

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New Orleans, Louisiana, la culla della black music. Era il 4 agosto del 1901 quando nella città americana venne alla luce il padre del jazz, Louis Armstrong, sicuramente tra i massimi esponenti del suddetto genere musicale. Pioniere capace, inoltre, di sdoganare un sound per troppo tempo circoscritto a una stretta cerchia di adepti. Stare qui a raccontare o descrivere la sua influenza è superfluo. Nessuna parentela, da quanto ci risulta, con l’Armstrong dello sbarco sulla luna o Lance, il famoso ciclista. Anzi.

La vita di Louis non fu esattamente una passeggiata, complice una condizione di forte miseria mista a un clima di discriminazione razziale ancora terribilmente ramificato nella società di allora. Ci piacerebbe affermare che oggi è diverso, ma non sarebbe credibile, i fatti ci smentirebbero. Costretto a raccogliere carte e avanzi d cibo dalla strada per aiutare la famiglia a sopravvivere piuttosto che a vivere, il giovane Louis passò due anni in riformatorio per aver utilizzato una pistola di proprietà di uno dei compagni della mamma.

Riuscì a trovare sollievo solo nella musica. Al tempo non esisteva il jazz come lo intendiamo noi. Si parlava piuttosto di ragtime, proveniente dalla musica afroamericana di fine ottocento, discendente diretto delle marce e dei balli suonati dalle bande musicali nere.

Dalla voce unica, Armstrong si trasferì a Chicago nel 1922 e nel corso degli anni firmò capolavori che ancora oggi risuonano nei nostri festival, nelle nostre case o locali, influenzando soprattutto la musica nera del ventesimo secolo.

Tra le sue canzoni più conosciute ricordiamo: What a Wonderful World, Stardust, When the Saints Go Marching In, Dream a Little Dream of Me, Ain’t Misbehavin’ e Stompin’ at the Savoy. Nel 1964, Armstrong prese il posto dei Beatles alla prima posizione della Billboard Top 100 con Hello, Dolly!, la quale diede al trombettista sessantatreenne il record per essere l’artista più anziano ad avere una canzone in prima posizione.

Forse non tutti ricordano che Armstrong partecipò anche al festival di Sanremo nel 1968. “Mi va di cantare” era il brano che l’americano interpretò sul palco dell’Ariston insieme all’amica eritrea Lara Saint Paul. Pare che in quell’edizione del festival la stella del jazz, che arrivò penultimo nella competizione, non fosse a conoscenza del fatto che avrebbe partecipato alla gara con quel brano.

Stando ad alcune testimonianze, infatti, sembra che gli abbiano messo a credere che sarebbe stato un concerto come molti altri, di quelli che era abituato a tenere nel quotidiano, e che quello fosse semplicemente l’inizio del live. Scoprì la verità solo quando Baudo lo accompagnò fuori dal palco e venne riportato in albergo. Sfortunatamente non siamo a conoscenza della sua reazione, ma non stentiamo a credere che fosse un mix tra stupore e sconcerto. D’altronde, Armstrong, era pur sempre il padre del jazz…

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Più forti del destino: il disastro aereo delle Ande

alessiodipasquale

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Il concetto di “destino” è sempre stato oggetto di teorie e ipotesi, non solo da parte di alcuni tra i filosofi più autorevoli di sempre, ma anche di numerosi studiosi della materia. Se è vero, quindi, che la realtà è soggettiva, è di conseguenza inevitabile l’esistenza di varie scuole di pensiero.

Alcuni affermano che sia già scritto nelle stelle fin dalla nascita (se non prima), mentre altri sono convinti che la sorte non esista, che sia solo la somma delle nostre azioni durante il corso dell’esistenza che ci conduce lungo un preciso sentiero. Sostanzialmente, per questi ultimi, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino che rimane, quindi, solo una parola atta a indicare i nostri pensieri che si tramutano quotidianamente, uno alla volta, nella totalità dei nostri fatti.

Senza addentrarci troppo in sofismi che esulano dai nostri intenti, possiamo affermare che c’è chi la vita la subisce, lasciando che siano i venti della casualità a governarne le vele, perfino durante la tempesta, e chi invece l’affronta a testa alta, scegliendo di rimanere a qualunque costo al suo timone invece di gettarsi nel mare della disperazione.

E’ sempre una questione di scelta: o si fa di tutto per vivere, o si fa di tutto per morire

Le vie di mezzo non esistono, sono solo una comoda, tiepida, coperta imbottita di dolci tenere utopie sulle quali adagiarsi per evitare di assumersi le responsabilità derivanti dal prendere una decisione. Ma la vita nel frattempo scorre sempre come un fiume in piena, e ogni tanto straripa sulle rive della nostra coscienza e ci scuote selvaggiamente dal tiepido torpore.

L’argomento di oggi è un tema delicato capace di abbracciare questioni etiche, morali e religiose se vogliamo, che vanno a sfiorare o urtare le nostre emozioni. Dipende dalla nostra sensibilità e abilità a comprendere che ogni forma di vita, dalla più grande alla più piccola, desidera solo una cosa: vivere. Bisogna possedere un equilibrio dinamico tra le due, mai statico e rigido. Solo così possiamo realmente capire le scelte dell’altro, specialmente quando scelta non ne ha. Come i 16 sopravvissuti dell’incidente aereo che verrà in seguito rinominato “disastro aereo delle Ande“.

La mattina del 12 Ottobre 1972 decollò dall’aeroporto di Carrasco di Montevideo, Uruguay, il volo 571 diretto verso Santiago del Cile, aeroporto Benitez. A bordo del velivolo utilizzato, un Fokker F27, vi era l’intera squadra di rugby degli Old Christians club, amici e tecnici per un totale di 40 persone più 5 di equipaggio. In cabina di pilotaggio erano presenti il comandante colonnello Julio César Ferradas e il copilota Dante Héctor Lagurara al quale vennero affidati i controlli sotto la supervisione dell’altro.

La formazione avrebbe dovuto recarsi al di là della catena montuosa più lunga al mondo, la cordigliera delle Ande, per disputare un’importante partita ma, proprio mentre stavano sorvolando l’Argentina, si videro costretti ad atterrare preventivamente all’aeroporto El Plumerillo, Mendoza, a causa delle forti perturbazioni e della fitta nebbia.

I regolamenti argentini in materia di volo erano chiari: gli aerei militari stranieri non potevano sostare per più di 24 ore su territorio nazionale. Inoltre, le condizioni meteorologiche il giorno seguente non erano affatto migliorate. A quel punto, in cabina di pilotaggio vi erano rimaste dunque solo due opzioni: tornare in Uruguay, ma ciò avrebbe comportato il rimborso del biglietto per tutti i 40 passeggeri (e gravose perdite quindi in termini economici), oppure proseguire comunque verso la destinazione prefissata, nonostante le incessanti perturbazioni atmosferiche. Scelsero la seconda.

L’indomani mattina l’aereo ripartì e le prime fasi del volo non riscontrarono problemi. Fu nel primo pomeriggio che Lagurara commise un errore fatale: convinto di trovarsi ormai in territorio cileno sopra la città di Curicó, iniziò la manovra di discesa verso Santiago nel mezzo di una forte turbolenza, che gli fece perdere diverse centinaia di metri di quota. Non si accorse dunque di essere ancora in Argentina e, non appena uscirono dalle nubi, iniziò l’incubo ad occhi aperti: si ritrovarono improvvisamente, pericolosamente vicini ad un crinale roccioso delle Ande (le quali nel punto più alto sfiorano i 7000 metri di altezza) a circa 4200 metri di altitudine, ma a quel punto ormai era troppo tardi per qualsivoglia disperata manovra di salvataggio.

L’ala destra dall’aereo impattò contro la parete di una montagna staccandosi dal corpo del velivolo e, ruotando, tagliò la coda, che precipitò portando con sé tutti i passeggeri che la occupavano

Ormai ingovernabile, il Fokker precipitò, colpendo le rocce anche con l’ala sinistra che si staccò, e terminò la sua corsa solo con la fusoliera su di un ripido pendio innevato a 3657 metri, arrestandosi dopo 2 chilometri di inerzia. Nell’impatto morirono 12 persone, altre 5 la stessa notte, mentre per gli altri iniziò la lotta contro il tempo per la sopravvivenza. I sopravvissuti allo schianto cercarono di gestire la nuova, shockante, situazione come meglio potevano, per resistere in quell’ambiente così ostile, remoto e isolato, dove le temperature di notte raggiungevano anche i 30 gradi sottozero.

Costruirono dei muri di valige per tamponare la voragine lasciata dall’ex coda dell’aereo per arginare il freddo e razionarono accuratamente le esigue scorte di cibo: un cucchiaino di marmellata a pranzo e un quadratino di cioccolata a cena per ognuno di loro. Per l’acqua potabile invece lavorarono di ingegno, utilizzando delle lamiere dall’aereo per sfruttare il calore del sole e sciogliere la neve. Una lucidità mentale dunque ammirevole in tali terribili circostanze. Dopo lo schianto, molte persone riportarono naturalmente ferite di ogni grado ed entità. Gli unici in grado di prestare reale soccorso ai feriti furono i due studenti di medicina Roberto Canessa e Gustavo Zerbino, usando mezzi di fortuna per tamponare ferite e immobilizzare gli arti fratturati degli altri passeggeri.

In tutto quel caos, avvenne il primo miracolo: Nando Parrado (l’eroe della triste storia) creduto morto e lasciato dunque durante la prima notte nel punto più freddo, vicino lo squarcio della fusoliera, si risvegliò sotto gli occhi sbalorditi dei suoi compagni di squadra e di volo. La sua presenza si rivelerà decisiva per il destino di tutti. Prima di continuare la narrazione, bisogna fare una doverosa premessa. Siamo tutti abituati alle comodità della civiltà, al riscaldamento autonomo in casa e alle auto che ci accompagnano agiatamente al supermercato per fare la spesa. Immaginiamo per un momento di trovarci ai confini del mondo, su di una imponente, sperduta montagna esposta alle più estreme condizioni climatiche, isolati, feriti, emotivamente distrutti ma soprattutto affamati.

Le regole della società, a cui siamo oramai assuefatti, perdono dunque ogni significato qui

Così, quando terminarono i viveri, avendo appreso dalla radio che le ricerche dei superstiti erano state interrotte e avrebbero quindi dovuto cavarsela da soli per sopravvivere, un’idea si insinuò nella mente di qualcuno, per poi diffondersi come un virus fra tutto il gruppo: mangiare i cadaveri dei loro compagni. La discussione sull’eticità della scelta si protrasse a lungo, e inizialmente molti si rifiutarono ma, avendo compreso che non avevano nessuna alternativa, cederono tutti: il più grande tabù dell’umanità venne dunque infranto. Fu una scelta che li perseguitò per tutta la vita, di cui quasi tutti quelli sopravvissuti fino alla fine non ne parlano mai volentieri. È comprensibile, come sono comprensibili le loro azioni. Non dovremmo mai arrogarci il diritto di giudicare la condotta di chi non ha nessuna scelta, specialmente in situazioni così estreme. Semmai il nostro contributo verso chi lotta contro i propri demoni dovrebbe essere solo curativo, mai vessatorio; eppure spesso ciò che è così evidente ci sfugge. L’essenziale, come si sa, è invisibile agli occhi.

Il 29 Ottobre una valanga travolse la fusoliera, seppellendo per tre giorni il gruppo, e otto di loro morirono

Anche in questa occasione, Nando Parrado scampò per la seconda volta dalle mani della morte e si convinse di essere stato scelto dal destino per salvare gli altri. Così, dopo i primi tentativi falliti di raggiungere la civiltà a piedi, sul manto nevoso delle Ande, organizzò in data 12 dicembre la spedizione definitiva assieme a Canessa e Antonio Vizintin per l’ultima, definitiva volta, in cerca di soccorsi per i loro compagni. I molti chilometri di montagne da scalare, che li separavano da qualsiasi contatto umano, non furono in grado di scalfire il morale del capogruppo Parrado, che infuse coraggio agli altri due con la sua ammirevole, indistruttibile risolutezza. Ben presto però il viaggio si rivelò più lungo del previsto e Vizintin fu rimandato indietro per scarsità di provviste; proseguirono dunque la ricerca soltanto Parrado e Canessa, usando come bussola in quel vasto, sconosciuto territorio solo l’intuito e la determinazione a riuscire nell’impresa.

Dopo 10 giorni di cammino, lungo un fiume incontrarono i primi segni di presenza umana: una lattina e delle mucche al pascolo. Il giorno seguente, dopo 2 mesi di avversità e disavventure (per usare un eufemismo) si imbatterono finalmente nelle prime tre persone dall’incidente: il mandriano Sergio Catalán e altri due uomini a cavallo, che li guardavano dall’altra parte del fiume. Quell’incontro fu una vera manna dal cielo, in quanto Canessa era ormai allo stremo delle forze; incapace fisicamente di proseguire la marcia, avrebbe dovuto abbandonare, lasciando solo Parrado a cercare aiuto.

Non potendo comunicare a voce per via della distanza e del rumore dell’acqua che sovrastava le loro grida disperate, Parrado e Catalán riuscirono a intendersi lanciandosi a vicenda un biglietto legato a un sasso. Non appena compreso l’accaduto, il mandriano corse subito ad avvertire le autorità, le quali avviarono tempestivamente le attività di soccorso e il recupero dei superstiti. L’incubo ebbe dunque fine per tutti il 23 dicembre, con un bilancio finale di 29 vittime e 16 sopravvissuti, i quali furono trasportati in elicottero in ospedale, ricevendo le dovute cure del caso.

Siamo portati spesso a credere che situazioni al limite come questa non ci riguarderanno mai, e probabilmente molti di loro credevano la stessa cosa prima di imbarcarsi su quell’aereo. È umano. Ma, come sappiamo, la vita è imprevedibile.

Possiamo trarre numerosi insegnamenti da storie simili, affinché il dolore patito da altri non vada sprecato. Un’importante lezione che possiamo imparare è che la solidarietà è certamente intrinseca nella natura umana, ma va allenata e coordinata con metodo tramite la razionalità. Gli old Christians Club erano una squadra di rugby, ed è nota a tutti noi la fratellanza che unisce e lega i giocatori di questo nobile sport. Riuscirono a salvarsi solo grazie al loro spirito di squadra, dividendosi i compiti e collaborando senza inutili egoismi, per darsi man forte in quella che altrimenti avrebbe potuto diventare la loro tomba.

È solo quando cuore e cervello cooperano che possiamo definirci persone davvero complete. In tutto e per tutto esseri umani. Sforziamoci di non dimenticarlo. Alla prossima

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1 agosto 1981, nasce Mtv: “Video Killed The Radio Star” il primo video trasmesso

Federico Falcone

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Primo agosto 1981, ore 12.01, Mtv fa il suo esordio televisivo. Il mondo della musica, e dell’industria a esso connessa, entrò in una nuova era, rinnovando linguaggi fino a quel momento standardizzati su linee comunicative consolidate da decenni di approcci preconfezionati di cui tutti, diciamolo apertamente, ci eravamo stancati

Era giunto il momento di guardare avanti e di proiettarsi nel futuro

Novità nella novità, la nascita dei VJ, cioè di figure televisive – tassativamente giovani – nella duplice veste di presentatore – “spacciatore” di video musicali. Bastarono pochi mesi per accreditare Mtv come la rete televisiva più amata dai giovani di tutto il mondo e per far conoscere nuove band, nuovi generi musicali e stili compositivi e artistici che fino a quel momento interessavano solo una certa nicchia.

L’entusiasmo crebbe quotidianamente, esattamente come la rete di artisti internazionali che lavoravano alacremente nell’ottica di vedere trasmessi i loro video musicali. Alzi la mano chi, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, non ha trascorso intere giornate con gli occhi fissi su Mtv, vero dispensatore di musica oltre che programma televisivo dai contenuti freschi, innovativi e prevalentemente rivolto a un pubblico giovanile. Senza contare che, fino all’avvento di internet, era l’unico canale dove poter vedere video di band e musicisti vari, sia al debutto che già affermati.

Il primo video trasmesso fu “Video killed the radio star” dei Buggles

In Italia arrivò in un secondo momento, ma solo grazie agli accordi intercorsi tra Mtv e alcune emittenti regionali che si assicurarono la trasmissione di sei ore al giorno del palinsesto. Il processo di rinnovamento di Music Television è stato rapido e non sempre indolore. In molti, nel corso degli anni, hanno accusato la rete di un’eccessiva commercializzazione (come se gli imprenditori lavorassero per gloria) a discapito della qualità delle trasmissioni portate avanti. Ma, anche qui, il giudizio è del pubblico, e il concetto di “gusto oggettivo” crolla nell’esatto momento in cui vi è un’opinione.

E va bene così, altrimenti parleremmo di omologazione e, quindi, di standardizzazione, cioè ciò che viene contestato dal pubblico di tutte le età. Funziona così. La proposta di Mtv si è ovviamente allargata col tempo e al giorno d’oggi, oltre ai video musicali, sono presenti nel palinsesto numerosi reality show, serie tv e non di rado anche concerti interi o film. Continuerà ad evolversi e a rinnovarsi, di questo ne siamo certi. Buon compleanno, Music Television, nella speranza che torni a passare anche del sano rock’n’roll. Richiesta, questa, che non stancheremo mai di inoltrare.

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