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“Vito Taccone, il camoscio d’Abruzzo”, il mito del ciclista rivive nel libro del giornalista Federico Falcone

Uscirà il 1 febbraio 2022, in tutte le librerie e negli store online, “Vito Taccone. Il camoscio d’Abruzzo”, biografia dell’indimenticato ciclista abruzzese realizzata dal giornalista Federico Falcone per Radici Edizioni.

Vittorie, cadute, spallate e cazzotti del Camoscio d’Abruzzo. Si presenta così la biografia sul corridore avezzanese che, come pochissimi prima e dopo di lui, ha unito l’Italia ciclistica, desiderosa di riscatto dopo le tragedie della Seconda Guerra Mondiale e della conseguente crisi economica. Un personaggio che ha trasceso la figura sportiva per elevarsi a simbolo di resilienza per l’intera popolazione del centro sud Italia.

L’opera, che inaugura la collana “Vite” della casa editrice marsicana, si articola in una corsa a tappe sulla vita e sulla carriera del ciclista avezzanese a quindici anni dalla sua morte, avvenuta mentre era implicato in una intricata storia giudiziaria. Un libro che racconta il Taccone corridore, ma anche l’uomo e il padre di famiglia, attraverso testimonianze inedite, retroscena e un’appassionata lettera finale del figlio Cristiano.

Falcone, con una scrittura scevra da giudizi, ricostruisce nel libro le tappe fondamentali della carriera di Vito Taccone – di cui si ricordano, tra le altre, cinque vittorie di tappa al Giro d’Italia del 1963 – ma anche il contesto storico in cui il piccolo Vito salì per la prima volta in bicicletta per andare a consegnare il pane ai tempi in cui faceva da garzone nel panificio della sua amata Piazza Cavour ad Avezzano.

Un capitolo dopo l’altro, vengono così inanellati gli snodi fondamentali della carriera e della vita di un personaggio capace di folgorare persino Sergio Zavoli, il quale lo volle sempre al suo fianco durante l’innovativa trasmissione televisiva “Il processo alla tappa”.

Ventotto capitoli che proprio come le tappe di una grande corsa si susseguono per designare una classifica generale finale fatta di episodi controversi e grandi vittorie in salita, di scazzottate ai compagni di gruppo e di nuovi sogni e nuove imprese dopo la fine della carriera agonistica.

“Vito Taccone è stato genio e sregolatezza, ha dato tutto per il suo sport ma non si è fermato una volta sceso dalla bicicletta, e sebbene nella sua vita ne abbia combinate un po’ anche al di sopra delle righe, certamente ha lasciato di sé un ricordo indelebile”, osserva Falcone che poi aggiunge: “L’entusiasmo che ho trovato attorno a questo progetto è stato sensazionale fin dal primo istante. Ho parlato con decine e decine di persone e ognuna ha voluto raccontarmi un aneddoto, una storia, una testimonianza legata a quello che è stato anche e soprattutto un simbolo di riscatto e di speranza per il futuro di un’intera regione”.

“C’è stato un periodo in cui ovunque andasse veniva venerato come il Papa, se non di più. Era un laico celebrato con messe popolari di entusiasmo e amore. Di aneddoti ce ne sarebbero un’infinità, come quando, di ritorno da un Giro d’Italia, passò nella Marsica a bordo di un’auto con un corteo lungo 14 chilometri. Sembrava la parata di un presidente statunitense. Dal balcone di un paesetto si affacciò un uomo che, per dimostrargli riconoscenza e affetto, gli lanciò un prosciutto intero. Se lo avesse colpito in testa, di certo lo avrebbe ucciso”, continua l’autore del libro.

“Ma la forza di Vito Taccone è stata quella di andare oltre il ruolo sportivo per farsi alfiere del riscatto di tutto il Meridione italiano. Quando correva veniva spinto da tutto il centro sud Italia che in lui vedeva un simbolo di riscatto dalle oppressioni della fame e della disparità sociale. Chi è stato Vito Taccone? Un uomo in missione, senza ombra di dubbio. Un pazzo scatenato? Probabile? Un sognatore indomabile? Certamente. Un abruzzese, fiero di esserlo”.

Disponibile in preorder a questo link: https://bit.ly/3qZqKmR

Biografia Federico Falcone

Nato ad Avezzano il 23/12/1986, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Teramo con tesi in Storia del diritto italiano. É giornalista pubblicista. Ha lavorato con numerose testate giornalistiche online italiane. Nel 2019 ha fondato The Walk of Fame magazine, quotidiano di approfondimento culturale.

Con lo stesso ha pubblicato il libro di coautori “Black Out, dietro le quinte del lockdown” e dato vita al progetto “Ritorno al Passato”, serie di video documentaristici all’interno dei quali vengono trattati argomenti come archeologia, antropologia, scienza, storia e letteratura. “Vito Taccone. Il Camoscio d’Abruzzo” è il suo primo libro.

Si occupa di copywriting e consulenze su strategie di comunicazione. Lega la passione per la musica, per il cinema e per il teatro a quella per il rugby.

“L’assassinio della Storia. Il tramonto del pensiero giudaico-cristiano” di Maurizio Agostini

L’assassinio della Storia. Il tramonto del pensiero giudaico-cristiano” di Maurizio Agostini è un’opera molto attuale, in quanto vi è una sezione dedicata al periodo di pandemia che stiamo vivendo, e in cui si ipotizzano scenari post coronavirus.

“Il mondo in cui siamo entrati, dal Covid-19 in poi, sarà un mondo del tutto diverso da quello che abbiamo conosciuto perché il 2020 è stato l’anno in cui la Storia è entrata in coma irreversibile”.

L’autore, volutamente provocatorio, utilizza il linguaggio della filosofia, della letteratura e della profezia per esporre le sue tesi sulla crisi dell’uomo contemporaneo e sulla caduta dei valori che ci hanno contraddistinti per secoli.

Dalla premessa all’opera: “Questo saggio propone le seguenti tre tesi: 1) Il pensiero giudaico-cristiano che ha plasmato l’Occidente negli ultimi duemila anni è al tramonto, anche nelle sue declinazioni laiche, e ciò comporterà la morte della Storia, che fu invenzione giudaica. 2) Il tramonto del pensiero giudaico-cristiano e la morte della Storia non sono fenomeni casuali né inevitabili ma sono dovuti a forze potenti che operano in lassi temporali ‘lunghi’. La loro scomparsa non è quindi un accidente, o un’evoluzione inevitabile, ma un Assassinio. 3) Quello che succederà ‘dopo’ non è dato sapere ma sono note le speranze sia degli assassini che delle vittime”.

Agostini fa un salto indietro nel tempo e ci racconta come è nato il concetto di Storia così come noi lo conosciamo: quello di un tempo in cui esiste un Passato, tendenzialmente primitivo, un Presente, tendenzialmente costruttivo, e un Futuro, tendenzialmente ottimistico.

Tale concezione è nata con la scrittura della Bibbia, anche se le sue caratteristiche sono state plasmate nell’ambito della cultura cristiana.

“Per la prima volta il popolo di Jahvè pensò al ‘Tempo’ come composto da un ‘Passato’, difficile e tormentoso a causa del peccato dei progenitori, da un ‘Presente’, di sofferenza ma di redenzione, e da un ‘Futuro’, luminoso perché, alla ‘Fine dei Giorni’, gli ebrei torneranno dalla diaspora, arriverà il Messia che ricostruirà il Tempio di Gerusalemme e il Tempo finirà”.

Ora che il pensiero giudaico-cristiano è al tramonto, anche la Storia e il suo protagonista, l’Uomo, sono entrati in crisi – “Dopo la fine della Storia è altrettanto probabile che vi sia un Sottouomo, o un cyborg, un guazzabuglio uomo-macchina. Molti membri dell’élite mondiale, da Elon Musk in giù, sono infatti convinti che, presto, l’uomo dovrà scomparire, sostituito da qualcosa di diverso. Oggi questa mostruosità ha anche un nome: transumanesimo”.

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Francesco Anselmo presenta “Pluriball”: l’intervista al cantautore siciliano

Da poco pubblicato, “Pluriball” è il secondo disco del cantautore siciliano Francesco Anselmo, che segue il fortunato esordio del 2018, “Il gioco della sorte”. Un lavoro selezionato fra i finalisti delle Targhe Tenco 2018 nella categoria “Miglior opera prima”. 

Profondamente legato alla sua terra natia e alla musica popolare, Francesco Anselmo nel 2012 fonda l’orchestra siciliana Treis Akria, di cui è voce e chitarra. Parallelamente inizia a lavorare a una sua produzione discografica da solista, ottenendo diversi riconoscimenti, tra cui la vittoria del “Festival della Canzone Popolare D’autore” – Premio Giorgio Nataletti 2017, e realizzando diversi tour in giro per l’Italia, durante i quali ha avuto anche l’occasione di aprire le date di Nino Frassica al Teatro di Verdura di Palermo e i concerti di artisti come Max Gazzè e Bandabardò. 

Nel 2019 è vincitore insieme al collettivo artistico Adoriza della Targa Tenco per il ‘Miglior album a progetto’ dell’anno con il lavoro “Viaggio in Italia. Cantando le nostre radici”.

A distanza di tre anni dal lavoro precedente, esce “Pluriball”, tuo secondo studio album. Ti va di presentarlo ai nostri lettori?

Pluriball è un disco che racchiude i miei ultimi due anni. Mi piace definirlo “generazionale” perché racconta  di come l’incertezza sia diventata parte integrante della vita dei “figli degli anni ’90” (e non solo).  Ma c’è un elemento molto importante, mi verrebbe da dire un’arma, che questa generazione ha per affrontare queste incertezze nel lavoro, nell’amore, nei domicili: la duttilità. Penso che la capacità di adattamento, la reattività sia la chiave per affrontare tutti gli ostacoli del tempo.

Quali sono le principali differenze rispetto a “Il gioco della sorte” del 2018?

Di differenze ce ne sono diverse. Sono un forte sostenitore della ricerca musicale, infatti la prima differenza che salta all’orecchio rispetto al mio primo disco è il sound. Credo che sia fondamentale per un artista rinnovarsi e sperimentare in materia di suono. È quello che ho fatto nella fase creativa di “Pluriball”: cercare un sound che fosse accattivante, fresco e diverso. Ci sono però anche delle cose molto vicine a “Il gioco della sorte”, come ad esempio il linguaggio che utilizzo per i testi e il fatto che anche questo è un album con un argomento che lega tutte le canzoni che ne fanno parte. 

Come sei cresciuto artisticamente in questo lasso di tempo? Dove hai lavorato per sviluppare ancora di più la tua vocazione musicale?

In questo ultimo lasso di tempo ho lavorato tanto sulla mia voce, sul suono della mia voce. Nella fase precedente alle registrazioni delle voci del disco ho fatti innumerevoli tentativi, cercando di essere il più naturale possibile, per arrotondare uno stile che fosse mio personale. Probabilmente è una delle cose più difficili per chi canta le proprie canzoni, ma sono soddisfatto del risultato ottenuto.

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Cosa ricerchi nel tuo songwriting? Quanto sei ancora influenzato dalla tua terra d’origine, la Sicilia?

Mi piace trovare soluzioni testuali che esprimano immagini particolari. Penso che riuscire a far costruire un’immagine nella mente di chi ascolta un brano sia la cosa più giusta e più bella da fare. La mia terra di origine poi influenza tantissimo la mia scrittura, ci sono immagini nelle mie canzoni che riesco raccontare con estrema naturalezza perché in effetti le ho vissute in Sicilia. Faccio un esempio dal testo del brano “Pluriball”: “…nei vicoli c’è il mercato, da una finestra si sente pregare…”; questa è un’immagine che a Palermo potrebbe succedere senza tanta difficoltà.

Canti della tua generazione, quella degli anni ’90. Credi davvero che sia di fronte a un’epoca “oscura”?

La mia generazione e quelle “limitrofe” si trovano in un’epoca molto particolare e difficile. Ne costituisce una prova il fatto che alla domanda: “dove sarai o cosa farai tra due anni?”, quasi nessuno saprebbe rispondere. Però sono molto fiducioso perché da una parte c’è la grandissima forza e resistenza di questa generazione, dall’altra c’è il pluriball che “ci protegge” diventando l’oggetto indispensabile per custodire i ricordi.

Il cantautorato italiano è spesso accusato di essere troppo statico e di non ricercare soluzioni alternative a quelle più tradizionali? Pensi sia realmente così?

No. Ultimamente secondo me abbiamo ascoltato dischi di “cantautorato moderno” con soluzioni musicali e di sound ricercate e alternative. Poi il trascorrere del tempo fa tutto il resto: il linguaggio si evolve continuamente e ci sono tantissimi artisti che riescono ad utilizzarlo intelligentemente nelle loro canzoni. Concludo dicendo che per fortuna comunque esistono le soluzioni tradizionali che hanno segnato la storia della nostra canzone d’autore e che per fortuna riescono a vivere al di fuori di ogni tendenza

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Paola Minaccioni sul palco del TSA: la comicità è una cosa seria

La comicità è una cosa seria per Paola Minaccioni che ha calcato il palco della stagione teatrale aquilana del Tsa Ridotto del Teatro comunale, con “Dal Vivo Sono Molto Meglio” nella due giorni di giovedì 27 e venerdì 28 gennaio. Lo spettacolo è stato prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo, in collaborazione con la Stefano Francioni Produzioni e diretto da Paola Rota.

Un fiume in piena che esonda travolgendo, come un flusso di coscienza senza freni, anche gli angoli più reconditi di una società liquida, trasformista e apparentemente mai stanca di correre.

Personaggi come Loredana Bertè, Sabrina Ferilli, Donna Fugata e tanti altri cavalli di battaglia condensati nell’ilare poliedricità di Paola Minaccioni. Il One Woman Show torna più attuale che mai, alleggerendo i volti coperti dalle mascherine di un pubblico oppresso dalla pandemia.

La fantastica nonchalance con cui Paola coinvolge gli spettatori rimanda a tempi non sospetti in cui una stretta di mano non implicava l’urgenza di ricorrere al gel sanificante. “Dal vivo sono molto meglio” è una fotografia nitida e poco stucchevole della società odierna, quasi distopica ma al contempo così reale. Paola racconta e si racconta ricorrendo a riflessioni travestite da battute sull’amore al tempo dei social network, su relazioni finite e su spaccati di vita quotidiana che calzano perfettamente ogni essere umano.

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Una comica che prende sul serio l’atto del ridere. Una donna che crede nella genuina diversità dei sessi e nel loro intreccio relazionale, che sa cogliere le sfumature di ogni individuo estrapolandone il succo umoristico senza risultare pesante o prevedibile.

C’è da dire che il vero genio di Paola Minaccioni sta nel sotteso invito all’acuta osservazione dell’assurdità dell’assurdo – come direbbe Camus –  cioè alla mera convinzione che un post su Instagram descriva la nostra vita o che una mancata condivisione su Facebook implichi la fine di una vita sociale. L’estrema attualità e rilevanza di certi temi viene dipinta egregiamente attraverso le interpretazioni di personaggi dai tratti quotidiani come il razzista inconsapevole, la plurilaureata assistente telefonica e il poeta da tastiera.

La Minaccioni esprime sul palco una versatilità originale che non lascia spazio a predizioni. Una maschera che non nasconde nulla, un’attrice che fa della risata il fulcro della vita, perché, in fondo, la comicità altro non è che pura coscienza senza veli.

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Di Chiara Del Signore

“Down to Earth”, la mostra di Denis Piel arriva alla Galleria Gracis di Milano

Dal 3 febbraio al 4 marzo 2022 Galleria Gracis ospita “Down to Earth” la prima grande mostra in Italia del fotografo e regista internazionale Denis Piel.

Il titolo evoca una caduta, un ritorno all’essenziale, al realismo, al mito dell’origine: il progetto di Piel è, infatti, una celebrazione della natura e della fertilità, che mette in correlazione corpi e terra, crescita e morte, rurale e urbano, natura e cultura, apparenti opposti che si compenetrano negli scatti da lui realizzati in digitale con una Hasselblad H4D a Chateau de Padiès.

È qui, nel sud-ovest della Francia, che Piel si trasferì con la moglie e il figlio dopo l’11 settembre, in una sorta di ritiro dal mondo, che aveva perso la sua innocenza, per vivere a più stretto contatto con la natura, riscoprendo i cicli della vita e la necessità di fare il proprio per salvaguardare la madre terra dalla crisi indotta dai cambiamenti climatici.

Le opere, che si ispirano all’agricoltura biologica sostenibile e rigenerativa praticata ne Les Jardins du Château de Padiès, ritraggono il mondo naturale, rivisitando la mitologia classica e creando echi con la storia dell’arte occidentale di fine Ottocento e inizio Novecento. Terreni coltivati, boschi, prodotti del raccolto, corpi maschili e femminili a riposo e al lavoro intessono parallelismi con opere iconiche e miti: nudi, come ninfe e satiri, respirano e pulsano all’interno delle immagini, abitando un paesaggio quasi onirico, aldilà dello spazio e del tempo, ma, allo stesso modo, impregnato di vita.

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La predominanza del bianco e nero esalta texture e forme, creando un forte contrasto con le quattro immagini che chiudono l’esposizione in una esplosione di colori, che restituisce la concretezza e la sensualità della materia, esaltandola nella bellezza della sua perfezione.

Accanto alle immagini di “Down to Earth”, la mostra presenta anche “Everyday Reality”, una serie di ritratti di lavoratori che hanno contribuito alla manutenzione e alla produzione di Les Jardins du Chàteau de Padiès attraverso l’organizzazione WWOOF: questi rappresentano sia un aspetto di Down to Earth messo a nudo, sia il respiro animatore del progetto.

Un’edizione speciale di “Down to Earth”, contenente una stampa in tiratura limitata, sarà disponibile per la vendita all’interno della mostra.

La mostra è organizzata da Luca Gracis in collaborazione con Valerio Tazzetti, la cui galleria d’arte contemporanea a Torino, Photo&Contemporary, ospiterà l’esposizione da martedì 8 marzo al 3 aprile 2022.

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Denis Piel nasce in Francia il 1° marzo 1944, cresciuto in Australia, studia negli Stati Uniti. Attualmente vive nel sud-ovest della Francia. È un fotografo e regista pluripremiato a livello internazionale, riconosciuto principalmente per il suo apporto alla fotografia di moda negli anni ’80, quando lavora come fotografo di Condé Nast, scattando in un decennio più di 1000 servizi editoriali per Vogue americano, tedesco, italiano, francese, inglese, Vanity Fair, Self e Gentlemen’s Quarterly e realizzando anche molti ritratti di celebrità.

Con il progredire della carriera di Piel, il suo metodo di lavoro come fotografo-regista si trasforma in un interesse impegnato per la regia cinematografica: nel 1985 fonda e dirige la Jupiter Films, società di produzione cinematografica di successo internazionale, con cui realizza molti spot pubblicitari per clienti internazionali.

Dopo l’11 settembre, Piel e la sua famiglia si trasferiscono definitivamente a Lempaut nel sud-ovest della Francia per vivere e lavorare al Château de Padiès, un castello medievale e rinascimentale che stanno restaurando dal 1992: la proprietà comprende il castello e Les Jardin du Château de Padiès, esperimento di agroecologia e sviluppato secondo i principi della permacultura e dello sviluppo sostenibile. Padiès e l’ambiente locale sono diventati fonte di ispirazione per Piel e centro della sua attuale pratica fotografica.

Le foto di Piel si trovano nella collezione permanente del Victoria and Albert Museum di Londra e del The Museum of Fine Art di Boston, nonché in numerose collezioni private, tra cui la collezione fotografica BES e le collezioni Antonio Champalimaud.

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Restauro Cappella Brancacci: i visitatori potranno salire sui ponteggi

Nel mese di febbraio inizierà il restauro della Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze. 

Un evento unico perché la chiesa rimarrà aperta e i visitatori potranno salire sui ponteggi ad ammirare il meraviglioso ciclo di affreschi di Masaccio e Masolino.

Il genio artistico di Masaccio e Masolino a distanza ravvicinata

Mancano pochi giorni all’avvio dei lavori di restauro della Cappella Brancacci nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze.

Il prestigioso ciclo di affreschi dipinto da Masaccio e Masolino nel XV secolo, tornerà finalmente all’antico splendore regalando una doppia gioia ai visitatori. Il pubblico infatti non dovrà attendere la conclusione dei lavori, ma avrà l’eccezionale opportunità di seguirli in itinere.

Dal mese di febbraio la chiesa aprirà i suoi battenti per permettere agli interessati di ammirare i restauratori al lavoro e di osservare i dettagli degli affreschi a una distanza inferiore a un metro. Basterà infatti salire sopra il grande ponteggio a due piani per “guardare negli occhi” Adamo ed Eva, L’Arcangelo Gabriele, oppure San Pietro.

Sostiene il sindaco e assessore alla cultura Dario Nardella: “Poter quasi toccare gli affreschi, di solito visti solamente dal basso verso l’alto, è davvero emozionante e nei prossimi mesi visitatori e turisti potranno approfittare di questa opportunità davvero unica. L’alternativa, ovvero chiudere la Cappella Brancacci per tutto il tempo del restauro ci pareva un danno davvero grande, soprattutto dopo il prolungato periodo di lockdown per i nostri musei a causa del Covid”.

Il restauro durerà un anno e non sarà invasivo

L’opera di restauro durerà circa un anno e nasce dalla fruttuosa cooperazione tra il Comune, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, l’Istituto Cnr-Ispc di Firenze, l’Opificio delle Pietre Dure e la fondazione statunitense Friends of Florence in collaborazione con la Jay Prizker Foundation.

Nel novembre 2020 un primo monitoraggio ha evidenziato alcune problematiche dal punto di vista conservativo come alcuni distacchi dell’intonaco, vari depositi superficiali incoerenti, localizzate perdite di coesione.

L’attuale intervento prevede un’iniziale campagna diagnostica per studiare a fondo i materiali e le tecniche pittoriche utilizzate, nonché i dettagli delle alterazioni sulle quali intervenire; in seconda battuta si passerà alla fase operativa, che tramite moderne tecniche non invasive di pulitura e rimozione, restituirà agli affreschi l’antica stabilità e l’originaria leggibilità.

I restauri precedenti

Nel 1771 un vasto incendio distrusse la chiesa di Santa Maria del Carmine. Gli affreschi della Cappella Brancacci ne uscirono tutto sommato intatti, a parte alcuni inevitabili danni all’intonaco e alla cromia.

Soltanto nel 1940 si scelse di attuare alcuni interventi conservativi sui dipinti utilizzando una mistura a base di uovo e caseina che ravvivava parzialmente i colori.  L’intervento di restauro vero e proprio avvenne tuttavia dopo più di quarant’anni, per la precisione tra il 1983 e il 1990.  

Durante un’accurata analisi preliminare dell’intero ciclo, sulla parete dietro l’altare, vennero ritrovate le sinopie riferibili alle scene distrutte del Pentimento di san Pietro, probabilmente di Masaccio, e della Chiamata di san Pietro, attribuibile a Masolino.

Le operazioni di nettatura rivelarono una cromia originaria estremamente brillante, tanto da lasciare a bocca aperta critici e studiosi del periodo. Sino ad allora, infatti, Masaccio era stato definito a più riprese “pittore dai colori petrosi”, proprio per la prevalenza nei suoi lavori di tinte opache e terrose.

La straordinaria varietà cromatica indusse l’ambiente accademico a rivalutare Masaccio, non solo quale antesignano della plasticità e della prospettiva rinascimentali, ma anche come sapiente maestro del colore.

Cenni storico-artistici sulla Cappella Brancacci

La cappella venne costruita per la famiglia fiorentina dei Brancacci alla fine del XIV secolo. Nel 1423 il facoltoso mercante Felice Brancacci commissionò alla bottega di Masolino da Panicale un ciclo di affreschi con Storie di San Pietro, il protettore della sua discendenza.

Masolino accettò il prestigioso incarico in prima persona, portando con sé il suo più valido collaboratore, Tommaso di Ser Giovanni di Mone di Andreuccio Cassai, detto Masaccio.

Il ciclo pittorico originariamente si estendeva su tre registri, coperti da una volta a crociera decorata con i Quattro Evangelisti (oggi sostituita dalla cupola con gli affreschi di Vincenzo Meucci).

Nel 1427, tuttavia, i lavori si interruppero poiché Masolino partì alla volta dell’Ungheria e Masaccio si diresse nella promettente Roma. Inoltre, nel 1436, Felice Brancacci entrò in contrasto con i Medici e dovette abbandonare la città sotto la pena dell’esilio e la cappella passò in gestione ai carmelitani.

I frati provvidero immediatamente a far cancellare tutti i ritratti della “famiglia traditrice” e intitolarono l’ambiente sacro alla Madonna del Popolo.

Nel 1480 fu Filippino Lippi, figlio di Fra Filippo allievo di Masaccio, a riprendere e completare gli affreschi con le Storie di San Pietro più due episodi della Genesi. Filippino cercò di adeguare la sua tavolozza alla cromia delle raffigurazioni più antiche e mantenne la solenne impostazione delle figure per non rompere l’omogeneità dell’insieme; tuttavia le differenze stilistiche tra i tre grandi pittori sono oggi facilmente rintracciabili.

I visitatori potranno accedere alla Cappella Brancacci dal mese di febbraio nelle seguenti fasce giornaliere: lunedì, venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 17.00, e la domenica dalle ore 13.00 alle ore 17. La prenotazione è obbligatoria. Per ulteriori informazioni è possibile collegarsi al sito del comune di Firenze all’indirizzo cultura.comune.fi.it .

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Natalia Moskal speranza e malinconia a tempo di jazz, blues e r’n’b

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“One Wish Only” edÈ Natale” (Fame Art, distribuiti da Agora Digital Music), declinano sugli store digitali l’evoluzione del percorso artistico della giovane artista Natalia Moskal, cantante, autrice di testi e traduttrice. Nata e cresciuta in Polonia, si è trasferita in Italia per  poter proseguire il suo percorso musicale. 

Il videoclip di “One Wish Only”, diretto da David Ziemba e prodotto da Fame Art e Mind Productions, mostra un’esibizione dell’artista davanti a una platea senza pubblico e circondata da foto della sua infanzia. Così come il brano, anche il video è velatamente malinconico, l’assenza del pubblico, infatti, rappresenta una dolorosa solitudine e le foto ricordano i momenti felici del passato con le persone care.  

Scritta dalla stessa Natalia Moskal e composta dal produttore Jan Stoklosa, è una canzone che rievoca l’atmosfera natalizia grazie alle sonorità raffinate del pianoforte e alla voce avvolgente e cristallina dell’artista. Il brano parla dell’importanza degli affetti familiari e degli amici, che rappresentano i regali più importanti che si possano desiderare non solo a Natale, ma tutti i giorni.

L’artista, inoltre, ha voluto omaggiare la musica italiana con la cover del brano di Mina del 1988 “È Natale” (testo di Valentino Alfano e Massimiliano Pani), una canzone dal testo particolare che affronta l’argomento del Natale in modo cinico e meno convenzionale. Entrambi i brani sono stati registrati con strumenti dal vivo senza utilizzare alcun sample elettronico.

“I due brani che ho messo negli store digitali hanno due testi molto diversi tra loro”, afferma la cantante, “‘One wish only’ ha un testo malinconico che vuole dare un senso di speranza. Questo periodo mi ha insegnato che dovremmo celebrare i momenti che trascorriamo con i nostri amici e con le nostre famiglie tutti i giorni e non solo a Natale. Il messaggio che vorrei trasmettere con questa canzone è che dovremmo essere felici con ciò che abbiamo e apprezzare tutti i giorni le persone che ci circondano. Invece, la cover di Mina ‘È Natale’ è un brano un po’ cinico, ma secondo me, nello stesso momento molto speciale”.

Natalia, i suoi omaggi in musica nascondono una sfida impegnativa sia dal punto di vista musicale, sia dal punto di vista linguistico. Quali sono le sue influenze di base? 

Sono felice che si noti questa sfida, grazie. Sì, le canzoni erano particolarmente impegnative perché ho iniziato a studiare italiano solo 4 anni fa e il mio livello è tutt’altro che perfetto. Inoltre avrò sempre problemi con la pronuncia (ad esempio, il suono “gli” – per me suona come “li” ma in realtà non è così). Così ho avuto un’insegnante che mi ha aiutato a preparare tutte le canzoni italiane, sia dal punto di vista musicale che linguistico. Paola Candeo mi ha aiutato molto, abbiamo lavorato per settimane. In generale, sono molto ispirata dalla musica italiana degli anni ’50 e ’60 così come dal jazz, blues, r’n’b. 

Le sue attenzioni verso la cultura italiana mettono davanti alcune icone della musica e del cinema, come Mina e Sofia Loren. Quale è il suo rapporto con il mito di queste due stelle internazionali? 

Sto ancora scoprendo Mina, la sua storia di vita, quindi non posso dire molto su di lei. Ho interpretato la sua canzone, perché mi piaceva e lei è un’icona. Posso dire molto di più su Sophia. Ho letto la sua autobiografia e ho subito capito quanto sia eccezionale. Sapevo che dovevo creare un progetto su di lei e quell’idea è cresciuta in me per 5 anni fino a quando ho finalmente registrato l’album “There is a star”. 

Perché definisce Natale di Mina un brano “cinico”? 

Lo interpreto come qualcosa di cinico. Non sta cantando la solita canzone di Natale: felice, gioiosa, sulla neve e sui regali. Mostra anche la parte brutta del Natale e della gente. 

Cosa rappresenta per lei One Wish Only? 

Che l’unico dono di cui tutti dovremmo preoccuparci è il tempo che possiamo trascorrere con i nostri cari. Io amo il Natale ma quest’anno non ho sentito la solita felicità ed eccitazione. Quest’anno sento un po’ di malinconia e nostalgia. La pandemia che dura già due anni ci ha rubato la possibilità di stare insieme con i nostri cari. Ho anche realizzato il video in un teatro vuoto che simboleggia questo momento difficile iniziato due anni fa. 

Ci parli dell’album There is a star

“There is a star” è un album che vale come dichiarazione d’amore all’Italia. Ho lavorato con un produttore polacco e insieme abbiamo scelto quattordici canzoni di Sophia Loren. Sono brani degli anni ’50 – ’60 con qualche omaggio al cinema italiano. Il mio produttore, Jan Stoklosa, mi ha fatto capire che usare suoni elettronici sarebbe un errore perché quelle canzoni sono troppo belle per cambiarle così tanto. Abbiamo deciso di registrare nuovi arrangiamenti con gli strumenti dal vivo, un po’ più moderni ma non molto diversi. Quindi abbiamo registrato questo album con un’intera orchestra e ne sono estremamente felice, gli strumenti dal vivo sono the best! 

In generale, come si riconosce nell’impronta artistica del produttore Jan Stoklosa? 

È puro genio. Suona più strumenti, fa arrangiamenti, è compositore, direttore d’orchestra, produttore. È sempre un piacere lavorare con lui perché oltre a creare opere d’arte straordinarie, è molto ben organizzato e consegna i progetti in tempo. Non potevo pensare a un partner di lavoro migliore.

Rex Orange County torna con il nuovo singolo Keep It Up

Il nouovo album di Rex Orange County

È disponibile in digitale “Keep It Up”, il nuovo singolo del giovane e talentuoso cantautore britannico Rex Orange County, che ha incantato il mondo con il suo sound tra jazz, hip hop e bedroom pop. Il singolo anticipa “Who Cares?”, il suo nuovo album in uscita l’11 marzo 2022 (Rca/Sony Music), da oggi disponibile in pre-save e pre-order, a questo link.

“Keep It Up” è accompagnato da un video in cui Rex corre e danza libero per le affollate strade del centro di Amsterdam, mentre si esibisce accompagnato da Benny Sings, musicista con cui ha dato vita al suo prossimo album “Who Cares?” nel suo studio di registrazione di Amsterdam.

L’uscita di “Keep It Up” segna il ritorno in grande stile di Rex Orange County, dopo la pubblicazione dell’Ep “Live at Radio City Music Hall”, registrato durante i suoi due show sold out al Radio City Music Hall di New York (2020), prima dell’inizio del tour internazionale “Pony”, interrotto a Berlino a causa delle restrizioni legate al contenimento del Covid-19.

La pandemia e la conseguente interruzione del tour hanno fatto parte del processo creativo di Rex Orange County e hanno reso possibile la genesi del nuovo album. Dopo aver trascorso il 2020 in quarantena in Gran Bretagna, Rex si è recato ad Amsterdam durante l’autunno per registrare il disco con Benny Stings, con cui aveva già realizzato il singolo certificato Platino “Loving is Easy”.

Quelle che erano iniziate come semplici session senza aspettative, si sono trasformate in 48 ore di registrazione che avrebbero messo le basi per il nuovo progetto discografico. Dieci giorni di collaborazione fianco a fianco con Stings nel suo studio di registrazione, hanno dato vita al quarto album di Rex Orange County, un lavoro da cui traspaiono la gioia e l’entusiasmo del giovane artista, pronto a mettersi di nuovo in gioco.

L’album è arricchito dal prezioso contributo di Tyler, The Creator nel brano “Open a Window”. I due artisti tornano così a collaborare insieme dopo i feat del 2017 contenuti nell’album di Tyler, The Creator “Flower Boy”.

Questa la tracklist di “Who Cares?”:

  1. “KEEP IT UP”,
  2. “OPEN A WINDOW” (Feat. Tyler, The Creator),
  3. “WORTH IT”,
  4. “AMAZING”,
  5. “ONE IN A MILLION”,
  6. “IF YOU WANT IT”,
  7. “7 AM”,
  8. “THE SHADE”,
  9. “MAKING TIME”,
  10. “SHOOT ME DOWN”
  11. “WHO CARES?”

Classe 1998, il cantautore britannico Rex Orange County ha pubblicato un mixtape, “Bcos U Will Never B Free” (2015) e due album in studio, “Apricot Princess” (2017) e “Pony“ (2019), oltre a un album dal vivo intitolato “Live at Radio City Music Hall” (2020).

Schindler, la vera storia: il racconto dei testimoni

Era un bon viveur, un contrabbandiere e un giocatore d’azzardo, un bevitore e un donnaiolo. Per i tedeschi era un fidato agente dei Servizi Segreti Militari. Il suo nome era Oskar Schindler, l’uomo che durante il nazismo salvò migliaia di ebrei.

Sotto Adolf Hitler, diventò un uomo di successo, accumulando una grande ricchezza. Fu una spia al servizio dell’esercito tedesco in Cecoslovacchia e in Polonia e la sua fabbrica di munizioni contribuì allo sforzo bellico dei nazisti. Ma fu lui, costruendo un proprio campo di concentramento e correndo molti rischi, l’unico tedesco nella storia della guerra a salvare più di mille ebrei dai campi di sterminio.

Un personaggio, raccontato anche dalla voce dei testimoni, al centro del documentario “Schindler. La vera storia”, che Rai Cultura propone questa sera, giovedì 27 gennaio alle 22.10 su Rai Storia.

Pubblicato nella versione rimasterizzata, il documentario – del 1983 – ha vinto il British Academy Award e ha preceduto di dieci anni il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg. 

Nulla del passato del trentunenne Schindler lo aveva preparato in qualche modo a interpretare il ruolo dell’eroe: nato nella piccola città industriale di Zwittau, in Boemia, ai confini con la Cecoslovacchia, viene cresciuto secondo una rigida educazione cattolica, nonostante ci siano ebrei nella sua classe e il suo vicino di casa sia un rabbino con due figli.

Il giovane Oskar è un ragazzo estroverso, studia poco e ama stare al centro dell’attenzione. Fin da ragazzo sviluppa una passione per le automobili da corsa e le motociclette, assecondato dal padre. Nel 1928 sposa Emilie, una ragazza molto religiosa di un paese vicino. Durante gli anni ’30, da mediocre venditore diventa una spia nazista. I cecoslovacchi lo arrestano nell’agosto del 1938, ma viene rilasciato dopo che Hitler annette il Territorio dei Sudeti. 

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Sulla storia e sulle vicende di Schindler, Steven Spielberg ne fece un film di successo nel 1993. Nel cast furono coinvolti Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagall, Embeth Davidtz, Malgoscha Gebel, Shmuel Levy.

Liberamente ispirato al libro di Thomas Keneally, il film ottenne 12 candidature e vinto 7 Premi Oscar, 6 candidature e vinto 2 Golden Globes.

Spotify sfratta la musica di Neil Young dopo il suo veto ai contenuti antivaccinisti

Foto Per Ole Hagen - Per Ole Hagen, CC BY-SA 1.0

Spotify “sfratterà” Neil Young facendo seguito alle riserve del cantautore a condividere la stessa piattaforma che ospita i podcast di Joe Rogan, dai contenuti antivaccinisti. Lo scrivono il “Wall Street Journal” e L’“Hollywood Reporter”.

Young aveva nei giorni scorso scritto una lettera aperta minacciando di rimuovere tutte le sue canzoni da Spotify – un’azione che avrebbe comportato per lui una perdita secca del 60% dei suoi proventi da streaming – se Rogan avesse continuato ad avere diritto di cittadinanza sulla piattaforma: “Possono avere Young o Rogan, non tutti e due”.

Il cantautore canadese aveva postato la lettera sul suo sito, anche se il messaggio è apparso solo per due giorni. Nonostante questo Spotify ha cominciato a rimuovere le canzoni di Young dal sito, ha detto un portavoce all'”Hollywood Reporter”. Spotify ha concluso due anni fa un accordo da oltre cento milioni di dollari per avere l’esclusiva del podcast di Rogan.

“Vogliamo che tutta la musica e i contenuti audio del mondo siano a disposizione dei nostri clienti. Con questo viene la grande responsabilità di bilanciare la sicurezza degli ascoltatori e la libertà dei creatori”, ha detto un portavoce di Spotify pur auspicando che Young “torni presto tra noi”.

Foto: Per Ole Hagen, CC BY-SA 1.0,

Parole & Suoni, i Modena City Ramblers tra Irlanda e Sud America

Modena City Ramblers marquez

Se ogni città irlandese aveva i suoi City Ramblers, l’Italia trovò il modo di unire musicalmente i due tricolori attraverso le melodie emiliane dei Modena City Ramblers.

Nato nel 1991, il gruppo in questi primi 30 anni è stato un mix di punk, folk, rock. Nei loro brani ispirati dalle tradizioni popolari si scorgono sicuramente i Pogues. Ma è nei loro testi che si ritrovano le esperienze di vita di chi li ha scritti. E soprattutto di chi li ha ispirati.

Testi pregni di amore, di lotte, di vita. Donne, vagabondi, pub, alcol, viaggi. Venti dell’Ovest e schiuma del mare. Soprattutto quello che bagna la loro amata Irlanda.

La terra in perenne lotta con la corona inglese però, nel terzo album “Terra e libertà”, ha lasciato relativamente il passo ad un’altra parte del mondo. Quei luoghi caldi, così diversi dall’isola nel Mare del Nord ma in fondo molto simili.

Dove la gente, davanti ad un buon bicchiere, si apre. Magari non sempre whisky. Non una birra scura. Probabilmente un mezcal. Ma il fine è lo stesso.

É il Sud America. Quello narrato da Gabriel García Marquez. Quello vissuto da alcuni componenti dei Modena City Ramblers nei loro viaggi in Argentina, in Messico e a Cuba.

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In questo album del 1997 si parla di Ernesto Guevara. Il futuro “Che” e il suo viaggio in moto nel Sud America sono i protagonisti di “Transamerika”. Una presa di coscienza della situazione degli indigeni. Ciò che alimentò la sua fiamma di rivolta. E qui le melodie dei MCR sono introdotte dalle parole di Luis Sepulveda. Lo scrittore cileno famoso soprattutto per “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”.

La rivoluzione sognata e cercata da Guevara ha note folk con i Modena City Ramblers.

In “Terra e libertà” la musica d’Irlanda incontra il Sud America anche e soprattutto nell’ispirazione tratta da “Cent’anni di solitudine” di Marquez. In particolare nel brano “Remedios la bella”.

Il personaggio che fece perdere la testa ad Aureliano Buendìa è proprio una di quelle donne che si incontrano nelle strade polverose del Centro e Sud America. Con una capacità di attrarre pur senza ghirigori, senza atteggiamenti provocatori. Qualcosa che agli uomini fa perdere la testa. Bella e misteriosa. E poi scomparsa. Come un angelo.

“E i suoi occhi di brace e i capelli d’argento
Illuminavano la notte antillante
L’ indovino diceva che Remedios la bella
Era un dono mandato dal cielo”.

Il tutto con melodie che richiamano qualche cerimonia celtica. Qualcosa inerente sempre alle isole britanniche. Parole sudamericane. Musiche nordeuropee.

Ma tutto l’album dei Modena City Ramblers è così. Un continuo legame tra queste due terre così lontane ma in fondo così simili. Alla continua ricerca della propria autonomia. Della rivoluzione. Da Bobby Sands a Zapata passando per il subcomandante Marcos.

“Cent’anni di solitudine” è il centro di “Terra e libertà”. Gran parte dei personaggi di cui parlano i brani hanno i nomi del romanzo di Marquez.

Come in “Macondo express” con riferimento ai Buendìa protagonisti dell’opera e soprattutto alla città immaginaria di Macondo fondata proprio da questa famiglia. Per non contare i richiami ai treni e al ghiaccio rintracciabili nel romanzo del 1967.

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Il disco ha anche riferimenti all’Africa e al popolo dei Saharawi così come all’est europeo con “Marcia Balcanica”.

E ancora il brano omonimo del romanzo marqueziano. Dove tutto il tema di fondo, quello dell’essenza dell’America latina, viene a galla in tutta la sua forza. Quella dei suoi abitanti che ogni giorno lottano per migliorare la loro terra.

E hai già perso troppi amici
In questa guerra
Hai preso parte a trentadue rivoluzioni
E trentadue rivoluzioni le hai perdute
Tienes que esperar”.

L’album si chiude con “L’amore ai tempi del caos”. Un chiaro riferimento al romanzo di Marquez “L’amore ai tempi del colera”. Canzone romantica dalle melodie tipiche della patchanka celtica.

“Pioveva forte la fuori,
lei mi ha raccolto e mi ha presa per mano.
“E’ arrivato il tempo” mi ha detto dolce,
mi ha asciugato e mi ha offerto riparo”
.

Qui è una donna a prendere per mano i Modena City Ramblers. A differenza di quanto accade ne “In un giorno di pioggia”. Qui è l’Irlanda ad essere l’amata. É lei che “in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
Mi hai preso per mano portandomi via”
.

Insomma un continuo viaggio tra Irlanda e Sud America. A cavallo di scrittori come Marquez, Sepulveda e Paco Ignatio Taibo II.

Biancaneve, il politicamente corretto censura i 7 nani

Biancaneve e i 7 nani al centro delle polemiche. Questa volta la battaglia a favore di una cosiddetta minoranza è portata avanti dall’attore Peter Dinklage.

Affetto da nanismo ha conquistato la fama grazie alla saga “Games Of Thrones”. La star americana si è scagliato contro la Disney e il live action che si baserà sull’omonima fiaba dei fratelli Grimm e ripresa dallo stesso studio d’animazione nel 1937.

“Sono orgogliosi di aver preso un’attrice latino-americana per il ruolo di Biancaneve (l’attrice Rachel Zegler), ma hanno lasciato che il film raccontasse ancora una volta la storia di Biancaneve e dei sette nani. Continuate con quella storia del c… su sette nani che vivono insieme in una caverna? Significa che la mia battaglia è stata inutile? Forse non mi sono fatto sentire abbastanza. Cosa state facendo”.

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Con queste parole Dinklage, che da tempo si batte per i diritti degli affetti da nanismo a Hollywood, ha sottolineato come per lui sia tempo di cambiare. Anche a costo di stravolgere una fiaba per bambini, la quale ad una prima occhiata è sempre sembrata una storia romantica. Dove il ruolo dei 7 nani è sempre apparso come quello di eroi, più che di una macchietta fatta per denigrare chi è affetto da questa situazione.

La Disney è corsa ai ripari e ha subito risposto all’attore. “Per evitare di rinforzare gli stereotipi dell’animazione originale, ci siamo approcciati in modo diverso ai sette personaggi e abbiamo consultato persone affette da nanismo. Non vediamo l’ora di condividere maggiori informazioni non appena il film entrerà nella fase di produzione, dopo un lungo periodo di sviluppo”.

Questo è quanto si legge sul comunicato apparso sul “The Hollywood Reporter”. Dopo Dumbo e gli Aristogatti anche Biancaneve cede sotto i colpi del politicamente corretto.

Pino Ammendola porta in scena magia e tormenti di Yves Saint Laurent

Debutta stasera all’OFF/OFF Theatre di via Giulia 20 e sarà in cartellone fino al 30 gennaio “Lettere a Yves”, tratto dall’omonimo libro di Pierre Bergé e dedicato alla relazione ultracinquantennale tra l’autore e la leggenda della moda Yves Saint Laurent. Ne abbiamo parlato un po’ con il protagonista, l’attore, doppiatore e regista napoletano Pino Ammendola.

Per preparare questo spettacolo, oltre al libro di Bergé, si è servito anche di altri fonti? Più in generale, quando struttura una parte è solito affidarsi ad una fase di studio molto dettagliata o procede a costruire il ruolo in altro modo?

Per abitudine personale, sono solito fare molta ricerca prima degli spettacoli. In questo caso specifico, oltre al libro di Bergé, ho letto diversi articoli e visto entrambi i film dedicati al grande stilista francese, sia il biopic di Lespert del 2014, alla realizzazione della quale partecipò lo stesso Bergé, sia il documentario del 2018 di Meyrou, che invece venne aspramente criticato dall’autore di “Lettere a Yves”. Avevo bisogno di studiare il personaggio che interpreto da tutte le prospettive possibili. Tra l’altro, man mano che mi documentavo, ho scoperto di avere una certa somiglianza fisica con Bergé, un aspetto che mi ha ulteriormente stimolato nel lavoro.

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Anche alla luce della sua interpretazione (ricordiamo che lo spettacolo è già andato in scena al Torlonia nel 2020, ndr), che idea si è fatto di Yves Saint Laurent come uomo e come artista?

Ho imparato a conoscerlo molto meglio, chiaramente. Prima per me, come per la maggior parte delle persone, credo, era soltanto il grande stilista o poco più. Invece, dovendolo approfondire ho scoperto molto su questa figura così straordinaria nonostante le sue fragilità, le sue debolezze e i suoi eccessi. Non è facile approcciarsi alla vita di una persona così particolare, credo sia un processo molto diverso rispetto a quello che può avvenire, che so, con quella di un uomo comune. È stata una esperienza molto, molto stimolante.

Qual è la peculiarità dell’adattamento scenico di Roberto Piana (il regista dello spettacolo, ndr) che l’ha messa più a suo agio rispetto alla dimensione di partenza così intima e privata del testo di Bergé?

Non è semplice creare uno spettacolo teatrale partendo da un epistolario, innanzitutto. In questo caso, poi, c’è la particolarità che detto epistolario è in realtà un soliloquio, visto che le lettere vengono indirizzate dal solo Bergé a Saint Laurent, che quindi viene continuamente evocato senza mai essere realmente presente. Io credo che sia stato fatto un ottimo lavoro nel trasformarlo in un reading e che abbia giocato un ruolo fondamentale la musica composta ad hoc dal maestro Giovanni Monti, che non ha niente della mera “cornice” sonora, ma contribuisce enormemente ad aumentare l’emotività del pubblico in sala e si lega benissimo anche ad alcune immagini del grande stilista che utilizziamo. In questo senso, ha anche una valenza molto forte la canzone che alla fine dello spettacolo viene cantata da Eva Robin’s. Mi piace molto l’idea di una “comunicazione totale” con il pubblico come avviene in questo caso.

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Dovesse evidenziare il messaggio più importante trasmesso da questa pièce quale sceglierebbe e perché?

Secondo me l’amore, ma non inteso in senso convenzionale: infatti, al di là che si parli di un amore omosessuale e non etero come nella stragrande maggioranza dei casi, ciò che stupisce è la capacità di accettare che la felicità di uno dei due innamorati (Saint Laurent) possa passare anche attraverso cambiamenti e tradimenti. È un punto di vista che sfida in modo diretto molte convenzioni e dimostra come l’accettazione completa di un altro essere possa percorrere strade davvero non comuni.

Stasera torna in scena dopo l’esperienza del suo “Uomini da marciapiede” a Lo Spazio. Che clima si aspetta di trovare rispetto a dicembre? Ritiene che il perdurare della pandemia stia scoraggiando il pubblico?

Non è la pandemia a scoraggiare il pubblico, ma la massiva informazione sull’argomento a farlo. Siamo bombardati, in un modo che francamente reputo eccessivo, anzi assurdo. Sembra che non viviamo più, che ad ogni nostro passo possa corrispondere una catastrofe. Io penso che sia un terrorismo psicologico ingiustificato, che aumenta e di molto la virulenza del virus. In ogni caso, spero comunque che la gente non abbia paura e venga a teatro. Il teatro è un arricchimento interiore al quale non si dovrebbe mai rinunciare. Non dimentico mai quando mio padre mi raccontava che, anche sotto le bombe durante la Seconda Guerra Mondiale, la gente di Napoli, della mia amata città, andava sempre a teatro. Non si vive senza teatro!

Dalla recitazione al doppiaggio, passando per la drammaturgia e la regia (teatrale e cinematografica), lei è da tanti anni un uomo di spettacolo a trecentosessanta gradi. Ci dice come è nata questa sua vocazione e in quale delle tante sue vesti si sente più a suo agio?

L’idea che avrei fatto questo nella vita è nata molto presto: avevo nove anni e studiavo in un collegio estivo per imparare il francese. Una compagnia venne a fare uno spettacolo all’interno della struttura e aveva bisogno di un bambino per una breve comparsata. Quel bambino, naturalmente, fui io, che rimasi stregato dalle luci e dalle sensazioni regalate dal palcoscenico, tanto da decidere già in quel momento di voler fare quel mestiere nella vita. E con tanta applicazione e un po’ di fortuna ci sono riuscito. Per quanto riguarda la veste nella quale mi sento più a mio agio, io credo che il compito fondamentale di chi lavora nello spettacolo sia quello di raccontare, a prescindere dal mezzo che si utilizza per farlo. Quindi non è tanto una questione “strumentale”, quanto di attitudine e di curiosità. Io sono sempre stimolato dal nuovo, penso che la prossima cosa che farò sarà sempre la migliore che io abbia mai fatto.

Cosa farà nel 2022 dopo questo “Lettere a Yves”?

A maggio sarò di nuovo in teatro, a Chieti, con “L’ultima notte di Liborio Bonfiglio”, uno spettacolo tratto dal bellissimo libro di Remo Rapino “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” e voluto da Davide Cavuti del Teatro Marrucino. Mi sono conosciuto casualmente con Rapino ad un premio letterario e sempre casualmente mi è capitato di leggere in pubblico qualche brano del suo libro. Lui è rimasto incantato dalla mia voce e, piano piano, il progetto si è messo in moto.

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Da Broadway a Roma: “Completamente Esaurito” arriva al Teatro Lo Spazio

Dal al 6 febbraio approda al Teatro Lo Spazio, direttamente da Broadway, “Completamente Esaurito“, una divertente commedia unica nel suo genere, con la regia di Antonia Di Francesco. Davide Nebbia impersona un giovane impiegato alle prese con il centralino di un rinomato ristorante stellato, frequentato da Vip, Star e aspiranti tali.

Seduto al desk delle prenotazioni ricavato da un seminterrato umido e freddo, il protagonista di questa storia è in realtà un giovane attore in attesa di scritture in un panorama teatrale italiano tutt’altro che confortante.

Così, in attesa del colpo di fortuna, tra un provino e l’altro, il giovane talentuoso si mantiene con un lavoro che lungi dal procurargli soddisfazioni, lo precipita in uno stato di stress sempre più difficile da gestire.

Tormentato da clienti di vecchia data che telefonano in continuazione insieme ai nuovi adepti e ai curiosi di questa “cucina molecolare”; maltrattato dal capocameriere e vessato dallo chef, il povero ragazzo è pressato anche dai familiari che pretendono la sua presenza durante le imminenti festività natalizie senza capire che a Natale il ristorante sarà aperto.

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Ma la situazione è aggravata dal fatto che oggi si trova da solo a rispondere al telefono: i suoi colleghi pare siano bloccati nel traffico.

E così, ad un ritmo incalzante si alternano sulla scena ben quaranta personaggi: tra vecchie signore dell’alta borghesia, agenti teatrali inaffidabili, segretari di celebrità televisive, individui poco raccomandabili; ma anche gente comune (seppure un po’ fuori del comune): tutti desiderosi di assaggiare le specialità dello chef stellato.

La genialità del testo consiste nel fatto che tutti i quaranta personaggi saranno interpretati da un solo attore; la genialità dell’attore in questione consiste nel tentativo di uscirne vivo e sano di mente.

Un’ora e mezza di vigorose risate attendono gli spettatori che vorranno entrare nel nostro seminterrato per assaggiare, insieme alla cucina del rinomato chef, un po’ di autentica ironia; unica cosa che possa salvarci dalla nostra frenetica vita metropolitana.

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“Ricordo Storia Futuro”, voci e suoni della Giornata della Memoria

Photo by Christophe Maertens on Unsplash

“Ricordo Storia Futuro” è il titolo dell’appuntamento in programma all’Aquila, in occasione della Giornata della Memoria, per commemorare le vittime della Shoah ed offrire un momento di riflessione e approfondimento storico-culturale agli studenti.

L’appuntamento è proprio giovedì 27 gennaio, all’Auditorium del Parco, all’Aquila, con inizio ore 10. Interverranno tra gli altri Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma e Alberto Di Castro, della Fondazione beni culturali ebraici in Italia.

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Un’iniziativa, organizzata dalla Regione Abruzzo, in collaborazione con il Comune dell’Aquila, che coinvolge le scuole abruzzesi per approfondire la conoscenza delle tematiche che riconducono al fenomeno della Shoah, per non dimenticare le atrocità del passato ed educare al rispetto della diversità e della dignità di ogni individuo, contro ogni forma di violenza e di discriminazione.

L’associazione culturale “Ricordo” dell’Aquila porterà sul palco letture e interpretazioni tratte da opere riguardanti il tema della Memoria con gli attori Roberto Ianni, Luca Centi, Luca Serani e Giuseppe Tomei.

L’accompagnamento musicale sarà della violoncellista Flavia Massimo. L’evento sarà aperto dalla lettura del brano “Auschwitz” di Francesco Guccini da parte di una giovanissima attrice e studentessa aquilana, Mariafrancesca Tomassetti.

Diffusione in streaming, sui canali Youtube “Regione Abruzzo Web tv” e “Web tv del Comune dell’Aquila”.

Foto: Christophe Maertens on Unsplash

David Gilmour e il “Live at Pompei” 45 anni dopo i Pink Floyd

Luglio 2016: David Gilmour si esibisce nel leggendario anfiteatro di Pompei, all’ombra del Vesuvio, 45 anni dopo avervi suonato per la prima volta durante le registrazioni della storica esibizione “Pink Floyd Live at Pompei”, ripresa da Adrien Maben. Un evento che ha segnato la storia della musica, capace di esibire un palcoscenico denso di suggestioni e atmosfere all’interno di una tra le cornici storiche più celebrate al mondo.

Il nuovo concerto “David Gilmour Live at Pompei” – in onda in prima visione questa sera, martedì 25 gennaio alle 23.20 su Rai5 – include canzoni di una selezione di brani da solista e alcune perle del repertorio dei Pink Floyd, tra cui “One Of These Days”, l’unica canzone che è stata anche eseguita al concerto del gruppo nel 1971. Non avrebbe senso, però, cercare parallelismi tra i due concerti, e non solo per la distanza temporale.

Gilmour, in questo concerto, si fa carico, sì, della responsabilità di tornare sul luogo dello straordinario evento che fu, ma lo fa con rinnovato entusiasmo e voglia di mettersi in gioco. Accetta di farsi carico della pressione derivante dalle altissime aspettative dei fan e degli addetti ai lavori e dà vita a uno show dalle tinte nostalgiche e magiche, marchio di fabbrica del sound della sua chitarra.

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Entrambi i concerti hanno visto anche le performance molto speciali di “The Great Gig In The Sky” da “The Dark Side Of The Moon”, che David Gilmour interpreta raramente come solista. Questo straordinario ritorno a Pompei è stato documentato in 4K dal regista Gavin Elder.

“David ha detto all’inizio che si trattava principalmente di catturare la musica nel miglior modo possibile. Stavo davvero lavorando a un’idea di dove eravamo, così come al senso del luogo, perché il luogo è davvero legato al divertimento delle esibizioni. David voleva che la gente conservasse un ricordo di quella notte, di quell’evento. Non si tratta solo di vedere una band in un’arena, si tratta anche di suonare in questi luoghi incredibili che si aggiungono alla memoria”, ha spiegato il regista al sito Crypticrock.

“Penso al fatto che David fosse all’Anfiteatro di Pompei nel 1971 con i Pink Floyd, e poi, 45 anni dopo, sia tornato lì per suonare alla presenza di un pubblico. Quella era la prima volta che c’era stato un pubblico in duemila anni in quell’arena da quando anche il vulcano Vesuvio aveva eruttato. Per capire il concetto di duemila anni che passano, gli spettacoli precedenti sarebbero stati per i romani“, ha spiegato Elder.

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TRACKLIST

01. 5 A.M.  
02. Rattle That Lock
03. Faces of Stone
04. What Do You Want From Me
05. The Blue
06. The Great Gig in the Sky
07. A Boat Lies Waiting
08. Wish You Were Here
09. Money
10. In Any Tongue
11. High Hopes
12. One of These Days
13. Shine On You Crazy Diamond (Pts. 1-5)
14. Fat Old Sun
15. Coming Back to Life
16. On an Island
17. Today
18. Sorrow
19. Run Like Hell
20. Time / Breathe (In The Air) (reprise)
21. Comfortably Numb

In arrivo la seconda stagione di Central Park, l’acclamata serie nominata agli Emmy

Apple TV+ ha annunciato che “Central Park“, l’acclamata commedia musicale d’animazione, tornerà con otto nuovi episodi il 4 marzo. Dai creatori, scrittori e produttori esecutivi Loren Bouchard, Josh Gad e Nora Smith, la seconda stagione della serie torna con tre nuovi episodi, seguiti da un nuovo appuntamento settimanale ogni venerdì, fino all’8 aprile.

“Central Park” vanta un famoso cast di “voci” tra cui Josh Gad, Leslie Odom Jr., Daveed Diggs, Emmy Raver-Lampman, Kathryn Hahn, Tituss Burgess e Stanley Tucci. Tra le nuove guest star presenti in questa stagione troviamo Aparna Nancherla, Billy Porter, Catherine O’Hara, Ellie Kemper e Naomi Ekperigin.

Nella clip, che mostra le prime immagini di questa seconda metà di stagione, Josh Gad e Rory O’Malley si riuniscono per una performance musicale accattivante, dal titolo “You are the Music”. La canzone è scritta da Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez con il featuring di Tituss Burgess ed Emmy Raver-Lampman.

Nella seconda stagione di “Central Park”, la famiglia Tillerman continua a prendersi cura del parco più famoso del mondo. Molly vive le prove e le tribolazioni dell’adolescenza, Cole è sfidato da un momento davvero imbarazzante a scuola, Paige continua a inseguire la storia di corruzione del sindaco e Owen si destreggia nella gestione del parco, del suo staff e della sua famiglia, il tutto sempre col sorriso sulle labbra. Nel frattempo, Bitsy si avvicina sempre più al suo obiettivo sinistro di reclamare la proprietà di Central Park, con Helen al suo fianco che continua sempre a chiedersi se Bitsy l’abbia inserita o meno nel suo testamento. Ad accompagnarci sarà il buffo e goffo violinista e narratore Birdie.

La prima stagione completa di “Central Park” è disponibile in streaming su Apple TV+. Sin dal suo debutto la serie ha ricevuto una nomination agli Emmy Award per Leslie Odom Jr., Tituss Burgess e Stanley Tucci e una nomination ai NAACP Image Awards nella categoria Outstanding Animated Series.

“Central Park” è scritto e prodotto da Loren Bouchard, insieme a Josh Gad e Nora Smith. Steven Davis e Kelvin Yu sono showrunner e anche produttori esecutivi. La serie è prodotta per Apple da 20th Television.

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Terra Sacra, il nuovo disco di Menestro. L’intervista

E’ da poco uscito “Terra Sacra”, il nuovo studio album di Luigi Fiore composto da sei tracce.

Prima di passare a descriverle nel dettaglio, come presenteresti il disco ai nostri lettori?

Terra Sacra è un disco di canzoni rock che rivendicano libertà, sia collettiva che individuale, dagli schemi sociali. Nel disco c’è una piccola parentesi dedicata ad una storia, quella di Kurt Cobain.

Adesso parliamo dei singoli brani…

Premetto che sono tutte canzoni nate molto prima del marzo 2020.

1.Ci privano del mare.

Testo: quando il contesto sociale (parenti, insegnanti, amici) è molto diverso dal nostro sentire, esso può condizionare negativamente le emozioni e l’approccio alla vita di ognuno. In pochi riescono a divincolarsi dalle influenze esterne e a mantenere integra la propria anima. La canzone è un invito a farlo.

Musica: la struttura della canzone è nata in più momenti, c’è voluto qualche anno per raggiungere la versione definitiva.

2. Terra sacra.

Testo: è il canto di dolore di un essere umano “costretto” a vivere in una realtà deturpata dall’urbanizzazione selvaggia e caratterizzata da un allontanamento dalla natura e dai suoi ritmi.

Musica: tutto è partito dal riff di chitarra principale, il resto della canzone si è poi sviluppata abbastanza di getto.

3.Fuori tutto dentro niente.

Testo: l’idea mi è venuta in auto guardando un cartello pubblicitario di sconti di fine stagione, i famosi “fuori tutto”. Quello “spot” mi ha fatto riflettere sul paradosso che vive la società moderna, caratterizzata da un’abbondanza di beni materiali (fuori tutto) e da una carenza di valori e di spiritualità (dentro niente).

Musica: La melodia e le parole del ritornello le ho composte in auto dopo aver visto quel cartello, il resto del pezzo è nato successivamente con la chitarra.

4.Il recupero.

Testo: È  un monito verso chi perde spesso il focus sui propri obiettivi e dà importanza a ciò che pensano gli altri.

Musica: Un pezzo nato di getto sia per la musica che per le parole, quest’ultime sono state però limate nel tempo.

5. Com’era Kurt Cobain.

Testo: Ovviamente parla del leader dei Nirvana, di come la sua storia appare ai miei occhi.

Musica: Come a volte mi accade, questa canzone l’ho sognata. Mi sono svegliato con la melodia e parole in mente della strofa e del ritornello, poi l’ho completata in pochi giorni.

6.Semi di libertà

Testo: Scritta più di dieci anni fa, il suo messaggio è abbastanza esplicito: chi gestisce il potere ci vuole chiusi in un recinto non solo fisico ma anche mentale, mentre l’uomo nasce libero e soffre di questi vincoli.

Musica: Anche questa melodia l’ho sognata. L’episodio è simpatico per questo voglio raccontarlo. Diversi anni fa sognai di suonare in concerto con Brian May (il chitarrista dei Queen) davanti a un grandissimo pubblico e la canzone che cantavo era proprio il ritornello di Semi di libertà.

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Le influenze che la tua musica propone svariano dal grunge all’alternative rock, passando per l’indie e il rock italiano. Quali sono gli artisti che hanno influenzato il tuo percorso artistico?

Sono principalmente artisti americani tra cui Nirvana, White Stripes, Kings of Leon, Creedence Clearwater Revival, Neil Young, Ben Harper, Ryan Adams.

Come nasce un tuo brano?

Di solito imbraccio la chitarra e suono senza pensarci, quando mi accorgo che il giro di accordi che sto suonando è interessante, provo a cantarci sopra. La melodia sta lì per un po’ fino quando non sento l’esigenza di comunicare qualche mio pensiero o qualche emozione forte. E solo allora che scrivo il testo. Raramente succede l’opposto, cioè di scrivere un testo e poi di ricamarci sopra una melodia. Poi, come già ho detto prima, a volte le canzoni le sogno.

La sensazione è che dopo questa primavera si potrà tornare a suonare dal vivo con maggiore costanza. Stai pianificando qualcosa per il futuro? Quali programmi hai?

Sto cercando di mettere su un gruppo per portare queste canzoni in giro, perché sono fermo dal marzo di due anni fa. Vediamo come evolverà la situazione.

Lascio a te le ultime parole famose per salutare i lettori di The Walk of Fame magazine…

Spero che il mio disco vi doni delle buone sensazioni e vi sproni positivamente, vi abbraccio tutti.

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Dal “Gigante” sumero a Ganimede: le origini mitologiche dell’Acquario o “portatore d’acqua”|ArcheoFame

Ratto di Ganimede - Correggio

L’Acquario è un bel giovane che regge un’anfora da cui fuoriesce acqua che si riversa nella bocca del vicino Pesce Australe. La sua posizione nel cielo è, infatti, tra la costellazione del Capricorno e quella dei Pesci. E le sue origini sono antichissime.

Mesopotamia

Tutti i segni caratterizzati da una relazione con la sfera acquea vengono spesso associati al dio Enki/Ea. Nume tutelare delle acque dolci sotterranee, della saggezza e della magia, Enki/Ea è una delle principali divinità del pantheon sumerico. Figlio dei “primordiali” (Titani) Tiamat (acque salate) e Apsû (acque dolci).

Da questo dio sono regolate le piene dei fiumi, a lui è noto il numero di tutti gli astri. potenza creatrice per eccellenza, plasma l’uomo dall’argilla. Risiede negli abissi più profondi e viene spesso rappresentato mentre è a riposo o dorme, come gigante steso circondato dalle acque. Un’ iconografia più frequente rappresenta il dio con in mano un proprio un vaso zampillante da cui esce un fiume. Proprio come nella raffigurazione dell’Acquario, che in sumerico era detta appunto, il Gigante (MULGU.LA): un uomo con un vaso in mano da cui sgorgano le acque.

Un’altra coincidenza è che simbolo del dio Enki/Ea è il pesce-capra, o carpa-capra che unisce in sé le due principali sfere d’influenza del dio, la conoscenza (capra) e le acque (carpa) che rappresentava anche il fiume Tigri. Lo stesso pesce-capra diventerà poi per i greci il simbolo della costellazione del Capricorno, anche questa, come l’Aquario, legata al modo delle acque.

Grecia

Ganimede era un principe, figlio del re Troo che diede il suo nome alla città di Troia e alla stirpe dei troiani. Considerato il più bel giovane del mondo, fu corteggiato da numerosissime divinità come Eos, la dea dell’Aurora, e Zeus in persona, il cui desiderio di possedere il giovinetto, anche fisicamente, lo portò a rapirlo. Assumendo le sembianze di un’enorme aquila afferra il giovane mandriano che badava alle greggi, e lo porta sull’Olimpo. Gli dona l’immortalità e ne fa il coppiere degli dei: dall’anfora che sorregge infatti, sgorgherebbe Ambrosia, il nettare degli dei.

Il mito di Ganimede ci è arrivato da numerose fonti come Omero, Pindaro, Ovidio, era molto popolare in Grecia e lo divenne in seguito anche a Roma. Questa storia offriva infatti una giustificazione mitica alla pederastia, il rapporto amoroso tra uomo adulto e un ragazzo ancora in tenera età, tanto diffusa tra i greci. Proprio per questo particolare aspetto dei racconti che ruotano intorno alla figura di Ganimede, si è ipotizzato che il mito sia nato a Creta, le forme arcaiche più note di pederastia arrivano proprio dal regno minoico e sono conosciute come “pederastia cretese”.

Con la definizione di pederastia cretese, ce ne parla Strabone, si intende un rapimento “rituale” da parte di un uomo adulto facente parte dell’elite guerriera, nei confronti di un ragazzino di nobili origini con il consenso del padre del ragazzo.

L’uomo più grande, qui chiamato “philetor”, portava con sé il giovinetto, “kleinos” (vuol dire “glorioso”, perché era stato capace di distinguersi e farsi riconoscere dall’amante) in posti nascosti e lontani dove vivono cacciando e condividendo il “letto”. Se il giovinetto, al termine del periodo di convivenza, si dimostrava soddisfatto di come l’adulto lo aveva trattato diventava “parastates”, a questo punto quel rapporto intimo poteva continuare anche pubblicamente.

Lo scopo di tale tradizione era quello di iniziare i giovani all’età adulta, insegnando loro le competenze “base” di un vero uomo”. Inoltre si dava prova al proprio compagno di valore e nobiltà d’animo, l’ ”amato” che era di norma un uomo rispettabile, veniva emulato: si riconoscevano così gli uomini “migliori” della comunità. Forse era nato come un modo per tenere sotto controllo l’aumento demografico, poi la situazione sembra essere decisamente sfuggita di mano!

Gigi D’Agostino, “l’amour toujurs” dei fans

Gigi D'Agostino gigi dag

Gigi D’Agostino è stato, è e molto probabilmente continuerà a essere uno dei re della musica dance italiana. Le sue canzoni da oltre 20 anni fanno ballare e cantare generazioni diverse.

I suoi fans sono legati al Capitano tanto da organizzare un flashmob nel quartiere di Mirafiori a Torino. Il raduno sotto la casa dei genitori di Gigi D’Agostino è stato un modo per far sentire al dj l’affetto in un momento per lui duro. Circa un mese fa ha infatti annunciato sui social di star combattendo da tempo con una malattia debilitante.

L‘evento organizzato dai suoi amici di infanzia ha visto la partecipazione di centinaia di persone. Al ritmo di successi indimenticabili come “L’amour toujurs”, la folla ha abbracciato idealmente l’uomo che dagli anni ’90 fa ballare le discoteche italiane e non solo.

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Con lo psuedonimo Gigi Dag la sua musica è facilissima ascoltarla in molti club in giro per il mondo. E proprio un disc jockey che organizza serate in suo tributo, con consolle e abiti tipici del Capitano di Torino, ha acceso la serata in onore di Gigi D’Agostino. Un modo per fargli vedere di nuovo il modo in cui in fans aspettano di rivederlo.

La grande partecipazione, i messaggi che dal 17 dicembre arrivano da ogni dove esprimendogli affetto e vicinanza, sono esempi di come il dj sia ancora oggi un simbolo della musica dance italiana. Le sue melodie accendono ancora oggi tanti ricordi di tante generazioni diverse tra loro.

“Another way”, “La passion”, “The riddle”, “Bla bla bla”, “Passo dub”, sono solo alcuni dei titoli più famosi dei suoi brani che ancora oggi dominano le classifiche di gradimento in quel genere musicale. Prova ne sono le tantissime serate organizzate a tema anni ’90, dove le canzoni del Maestro sono tra i momenti di maggiore entusiasmo. Prova ne sono le oltre 300 persone che hanno raggiunto il cortile sotto casa sua per dargli un messaggio di vicinanza e forza. Con la speranza di rivederlo presto dietro la consolle.

Roma a Teatro: gli spettacoli dal 24 al 30 gennaio

A teatro, una settimana ricca di appuntamenti per gli appassionati romani. Ecco qualche piccolo suggerimento. Un indimenticabile e sempre attualissimo ritratto delle nevrosi che attanagliano l’esistenza dell’uomo contemporaneo torna in scena al Quirino, dove, dal 25 al 30 gennaio, Pippo Patavina e Marianella Bargilli, diretti da Antonello Capodici, sono i protagonisti di “Uno, nessuno e centomila” di Luigi Pirandello.

Stesse date all’Ambra Jovinelli per “Le signorine”, in cui Isa Danieli e Giuliana De Sio sono due sorelle zitelle napoletane che trascinano avanti la loro esistenza simbiotica fatta di continui litigi e tenere riappacificazioni in una città partenopea che sembra essere cambiata troppo in fretta.

Premio Ubu 2020-2021 come miglior spettacolo straniero presentato in Italia, dal 28 al 30 gennaio arriva all’Argentina Transverse Orientation” ideato e diretto da Dimitris Papaioannou, un lungo atto di “magia artistica” dove la danza e la mitologia greca si intrecciano in una continua evocazione lirica fatta apposta per riflettere sui grandi temi della vita.

Dal 25 al 30 gennaio al Teatro India, l’acclamata compagnia Babilonia Teatri è in cartellone con “Mulinobianco, back to the green future”, uno spettacolo nel quale due bambini che parlano ad una platea di adulti, danno vita ad una toccante, a volte inquietante riflessione sulla relazione che noi uomini abbiamo instaurato con il pianeta in cui abitiamo.

Sempre dal 25 al 30 gennaio, alla Sala Umberto, Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini saranno gli interpreti principali del classico di Agatha Christie “E non rimase più nessuno”. Suspence e colpi di scena assicurati!

Un appassionante viaggio nella vita privata di uno dei principali creativi che il mondo della moda abbia mai prodotto: dal 26 al 30 gennaio all’OFF/OFF Theatre, “Lettere a Yves Saint Laurent”, tratto dal testo omonimo scritto da Pierre Bergé, suo storico compagno e collaboratore. Sul palco, Pino Ammendola, con la partecipazione straordinaria di Eva Robin’s.

L’avventuroso universo letterario di Stevenson “filtrato” dalla drammatica esperienza del lockdown che stiamo vivendo è al centro di “L’isole del tesoro”, uno spettacolo di Giuseppe Cederna, scritto a quattro mani con Sergio Maifredi. Al Vittoria dal 25 al 30 gennaio.

Ultima segnalazione per “Etty Hillesum – una cartolina dal treno”, un reading performato della Compagnia dei Masnadieri e ispirato alla vita e alle opere della scrittrice olandese ebrea morta a 29 anni nel campo di concentramento di Auschwitz. Dal 27 al 30 gennaio a Lo Spazio18b.

Cyrano, la storia che ha cambiato le storie d’amore!

C_00481_R Haley Bennett stars as Roxanne and Peter Dinklage as Cyrano in Joe Wright’s CYRANO A Metro Goldwyn Mayer Pictures film Photo credit: Peter Mountain © 2021 Metro-Goldwyn-Mayer Pictures Inc. All Rights Reserved.

Arriverà al cinema il 3 marzo Cyrano, l’attesissimo film di Joe Wright (L’ora più buia, Anna Karenina, Orgoglio e Pregiudizio) che trae ispirazione dal celebre testo teatrale di fine ‘800 scritto da Edmond Rostand.

In questa versione sorprendente e inedita, il protagonista ha il volto di Peter Dinklage – pluripremiato attore, vincitore di quattro Emmy e un Golden Globe per Il Trono di Spade – mentre Haley Bennett (I magnifici 7, Le strade del male) veste i panni del suo amore inarrivabile, Rossana. Da oggi disponibile il trailer italiano della pellicola.

Dopo il successo ottenuto alla Festa del Cinema di Roma ed in seguito alle quaranta nomination ricevute dai più prestigiosi premi cinematografici mondiali, Cyrano è pronto ad incantare il pubblico grazie alla magistrale prova attoriale dei suoi protagonisti; all’emozionante colonna sonora curata dalla band indie-rock americana The National; all’incanto di scenografie ricostruite alla perfezione ed infine all’ambientazione tutta italiana, più precisamente siciliana. 

“Avevo le idee chiare su come realizzare il film – spiega Wright – Bisognava creare la nostra ‘bolla’ sull’isola di Sicilia, girare i primi tre atti in una città barocca del tardo XVII secolo chiamata Noto, e sfruttare ogni angolo di quel posto incredibile”.

Tra gli italiani che hanno preso parte alla lavorazione di Cyrano anche Massimo Cantini Parrini (nominato agli Oscar per il suo lavoro nel film Pinocchio), costume designer fiorentino in grado di dare “identità” e “voce” ad ogni singola veste, indumento o uniforme attraverso una selezione attenta, appassionata e minuziosa di ogni singolo tessuto”.

Completano il cast, Kelvin Harrison Jr. (LuceWaves) nella parte di Christian, Bashir Salahuddin (Top Gun: Maverick) nel ruolo di Le Bret e Ben Mendelsohn (L’ora più buia) che presta il volto a De Guiche. Prodotto da MGM e Working Title Films, Cyrano arriverà nelle sale italiane distribuito da Eagle Pictures.

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SINOSSI

In Cyrano il pluripremiato regista Joe Wright (Anna KareninaPan – Viaggio sull’isola che non c’èL’ora più buia) trascina gli spettatori in una sinfonia di emozioni attraverso la musica, il romanticismo e la bellezza, rileggendo in chiave cinematografica la storia senza tempo di uno dei più celebri e travolgenti triangoli amorosi di sempre.

Un uomo all’avanguardia rispetto alla sua epoca, Cyrano de Bergerac (Peter Dinklage), incanta il pubblico sia con brillanti giochi di parole nelle sfide verbali che con la sua abilità con la spada nei duelli.

Cyrano non ha avuto il coraggio di dichiarare i suoi sentimenti alla splendida Roxanne (Haley Bennet), convinto che il suo aspetto fisico non lo renda degno dell’amore della sua più cara amica. Lei, però, si è innamorata a prima vista di Christian (Kelvin Harrison)… 

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“Il senso di Hitler”: nei cinema, il fascino discreto del male

Il senso di Hitler

Klaus Heyne, esperto dalla fama internazionale delle tecnologie di amplificazione e registrazione della voce, mette sul tavolo un microfono CMV3 e si dispone come se volesse parlarvi attraverso. “Tutto è iniziato da lì, alla fine degli anni Venti”, non da atti di guerra, né da parate militari, neanche da segregazioni, campi di concentramento o campi di morte. 

Tutto è iniziato attraverso uno strumento tecnologico che ha permesso ad Hitler – nel parlare alle folle – di avere movimento e libertà sul palco. di avere efficacia attraverso il linguaggio del suo corpo e la sua voce, di arrivare al pubblico con la giusta consegna emotiva. 

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Quelli furono i primi suoni emessi dalla macchina della propaganda. Quell’intuizione segnò l’avvio di un percorso comunicativo i cui messaggi, vengono replicati ancora oggi, anche attraverso i media e i social network, come Facebook, Youtube, Tik Tok e Twitch.  Un percorso la cui influenza continua a segnare l’esperienza politica di tantissime persone. Gli stessi media tradizionali hanno fatto per decenni da cassa di risonanza:

“Chiamatelo il canale Hitler: abbiamo visto i suoi cani, le donne, le macchine il cibo, i generali, le segretarie, le armi segrete, il suo consumo di droga”

L’indagine di queste dinamiche arriva nelle sale italiane dal 27 gennaio, Giorno della Memoria, con il documentario “Il senso di Hitler” (Wanted Cinema), un film diretto da Petra Epperlein e Michael Tucker.

Un’analisi alternativa e rivoluzionaria sull’influenza che Adolf Hitler continua ad esercitare sulla società: da immagini dell’epoca nazista e documenti storici ai riverberi nella società attuale, nelle manifestazioni spontanee in strada o nelle reti virtuali. Fenomeni i cui confini sono sempre più difficili da definire. 

A partire dal libro, mai pubblicato in Italia, The Meaning of Hitler di Sebastian Haffner (1978), volto a smantellare i miti e le idee comuni su Hitler e la sua ascesa al potere, critici e storici rispondono a una domanda fortemente attuale: Hitler continuerà ad essere sempre più influente per le nuove generazioni?

Girato in nove Paesi, il docu-film ripercorre i movimenti di Hitler, la sua ascesa al potere e le scene dei suoi crimini dal punto di vista di storici e scrittori che esaminano l’impatto che ha avuto e che continua ad avere oggi l’ideologia violenta di Hitler sulla società. Il documentario, analizzando diversi aspetti, esplora i vari modi in cui la tossicità di Hitler ha continuato a diffondersi dopo la sua morte attraverso le pagine di storia, i social media, il cinema, l’arte e la politica contemporanea.

Il film è impreziosito da interviste e testimonianze tra cui quelle della scrittrice Deborah Lipstadt, dello storico britannico sir Richard J. Evans, dell’autore di romanzi sull’Olocausto Martin Amis, dello storico israeliano Saul Friedlander, dello storico e studioso dell’Olocausto Yehuda Bauer e degli attivisti e “cacciatori nazisti” Beate e Serge Klarsfeld. 

Non solo, il film svela particolari importanti sui campi di sterminio a partire dalla tragica pagina di Sobibor, in Polonia. Gli internati, qui deportati tramite convogli ferroviari, erano in gran parte ebrei, prigionieri di guerra sovietici e zingari. All’arrivo al campo, i prigionieri erano immediatamente separati: alcuni erano destinati al lavoro forzato, altri, la maggior parte, alle camere a gas.

Alle testimonianze storiche si alternano prospettive spiazzanti, come quella dello storico inglese  David Irving che nel film, parlando dal campo di Treblinka, in Polonia non esita a deridere gli ebrei “erano costretti a scavare la terra con dei cucchiaini da tè”. Non accorgendosi dei microfoni ancora accesi dice ridendo: “Gli ebrei non sono abituati ai lavori manuali ma solo a timbrare ricevute e robe fiscali”. Quasi a fingere di non sapere che sta camminando su centinaia di migliaia di morti.

“Questi luoghi isolati erano stati scelti, con l’approvazione del Reichsführer delle SS Heinrich Himmler”, si legge nella prefazione di Treblinka 1942-1943 – Io sono l’ultimo ebreo, “per farne un enorme carnaio, quale l’umanità non aveva ancora mai conosciuto prima dei nostri giorni crudeli, neanche al tempo della barbarie primitiva”.

Poco più avanti, Irving cerca di minimizzare i numeri dello sterminio. Si sente anche mentre dice ad alta voce: “Lasciamo perdere Auschwitz”. Lo stesso Irving trascinò in tribunale la scrittrice Deborah Lipstadt, dopo essere stato da lei definito “negazionista”. Ma il contenzioso fu una specie di boomerang. La stima degli ebrei uccisi dall’Olocausto è di sei milioni di persone.

Tante le contraddizioni che si alternano sullo schermo, come le immagini di un uomo che aveva messo davanti l’amore per i cani, salvo poi usare i suoi come cavie per provare il cianuro.

Scandito da numerosi ciak, battuti davanti la telecamera e lasciati nel montaggio, “Il senso di Hitler” si apre e si chiude a New York e non solo perché il docufilm indugia a lungo sui fenomeni attuali, dilaganti negli Usa, si pensi alle fiaccolate notturne anti-immigrazione o a personaggi come la game streamer Brittany Venti, convinta sostenitrice della destra estrema.

Il racconto, parte e arriva a New York per far riferimento più o meno esplicito alla seduzione esercitata da messaggi di leader contemporanei, abilissimi a usare gli strumenti attuali. Viene ricordata a tal proposito la frase di Donald Trump: “Qualcuno ha detto che sono l’Ernest Hemingway dei 140 caratteri”, rimasta valida ed efficace almeno fino a quando l’ex presidente Usa non è stato bannato da Twitter. D’accordo, Trump è tutto fuorché un folle, ma siamo sicuri che Hitler lo fosse?

E come definire i rispettivi seguaci? La versione originale del documentario “Il senso di Hitler” è uscita nell’agosto del 2020, tre mesi prima dell’assalto a Capitol Hill.

Dante, il viaggio all’Inferno alle Scuderie del Quirinale

Dante scuderie del quirinale

In occasione del 700esimo anniversario dalla nascita di Dante Alighieri, Roma ha deciso di celebrarlo con una mostra a cura di Jean Clair e Laura Bossi alle Scuderie del Quirinale.

Un viaggio nel poema dantesco attraverso le immagini di circa ottanta artisti di cui sono stati esposte 235 opere arrivate in prestito da musei di tutta Europa.

Un percorso, tra allegoria e teologia, che porta verso la salvezza. Quella che Dante nell’ultimo verso dell’Inferno sublimò con “e quindi uscimmo a riveder le stelle” (XXXIV, 139).

Da “La voragine infernale” (concessa in prestito da  Biblioteca Apostolica Vaticana solo per le prime due settimane della mostra iniziata a metà ottobre 2021), che Sandro Botticelli realizzò su pergamena, si passa a opere di Beato Angelico (il Giudizio Finale), Delacroix, Cezanne, Balla (protagonista della sezione dedicata all’inferno che a volte può essere la mente umana), Von Stuck. L’apertura è però di Auguste Rodin con la “Porta dell’Inferno” nella versione in gesso.

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I manufatti artistici, provenienti da musei come Gallerie degli Uffizi, il Musée d’Orsay ma anche la Royal Academy di Londra, la Bibliothèque Nationale de France, il Museo Nacional de Escultura di Valladolid, il Museu Nacional de Arte Antiga di Lisbona, conducono attraverso l’immaginario dantesco.

Un mondo di penitenze, contrappasso, dolore, storia, leggende, miti, credenze popolari. Tutte magistralmente riproposte in immagini che ben rappresentano lo stile di epoche diverse.

La mostra è stata accompagnata anche da un catalogo contenente tutte le opere esposte, contributi dei curatori e le parole di pezzi da 90 della letteratura quali Giacomo Leopardi, Charles Baudelaire, Italo Calvino, James Joyce e Victor Hugo.

Un cammino attraverso pezzi di storia dell’arte che ancora oggi riescono a impressionare per la loro capacità di esplicitare in immagini le parole di Dante.

“Per celebrare degnamente con una mostra d’arte il settimo centenario della morte di Dante Alighieri – hanno spiegato i curatori Jean Clair e Laura Bossi–  il tema dell’Inferno si è imposto come un’evidenza. Non solo perché rispetto alle altre cantiche è senza dubbio la straordinaria iconografia infernale ad aver maggiormente ispirato gli artisti, con un duraturo impatto sulla cultura visiva europea; ma anche per la sua attualità, in un mondo in cui la distruzione della natura, la crisi sociale e culturale ci inducono a riflettere sul destino dell’umanità e sulle cose ultime”.

L’Inferno di Dante da sempre ispira artisti di ogni corrente. Dai rinascimentali come Botticelli al più moderno, nonché pioniere della scultura moderna, Rodin. Passando per il simbolista espressionista Franz von Stuck e il suo “Lucifero”. Senza dimenticare i romantici ottocenteschi come Thomas Lawrence. In questi quadri, come il suo Satana nella seconda sala, unisce malvagi ed eroi. I corpi statuari come quelli degli antichi greci, uniti alle espressioni volte a un altro universo, sono qualcosa di completamente nuovo nell’arte di rappresentare personaggi dannati.

Oltre 200 opere per scendere attraverso i 9 cerchi verso il centro della Terra. In quella cavità formata sotto Gerusalemme in cui Dante sognò di viaggiare insieme alla sua guida Virgilio. Un’esposizione su tutti i capitoli della prima cantica. Dalla dannazione alla porta della salvezza. Si arriva così all’ultima sala delle Scuderie del Quirinale in cui la mostra è dedicata agli astri. Qui spicca l’opera di Anselm Kiefer, “Sternenfall“. Le stelle cadenti attenuano la sensazione di inquietudine di Dante e lo preparano, in un certo senso, all’ascesa e ad allontanarsi dal peccato.

“Ennio: The Maestro”: la nostra recensione in anteprima

Come si può raccontare un’intera esistenza in poco più di 157 minuti? Giuseppe Tornatore ha accolto una sfida a ostacoli superandola a pieni voti. Il regista nel cine documentario “Ennio: The Maestro” che uscirà nelle sale in anteprima il 29 e 30 gennaio 2022 e ufficialmente il 17 febbraio, racconta la vita di un genio della musica: Ennio Morricone. Abbiamo avuto la possibilità di vederlo in anteprima stampa a Roma.

C’è chi penserà che sia il solito tributo a un colosso della cultura italiana, la tipica opera celebrativa che di originale non ha neanche il titolo, ma questo film ha dimostrato fin dal primo minuto di avere una scintilla capace di far letteralmente esplodere i sensi degli spettatori. La vita raccontata da colui che l’ha vissuta, un perfetto connubio di passato e presente, di musica e parole, lacrime e sorrisi, empatia allo stato puro. Un turbinio di emozioni sapientemente indirizzate nel canale artistico.

La pellicola è un profondo intreccio di racconti e testimonianze dirette di artisti che spaziano da Gianni Morandi a Boris Porena. Giuseppe Tornatore rende omaggio a un Maestro che lo ha visto nascere in “Cinema Paradiso” (1988), crescere ed arrivare a “La Corrispondenza” (2016). Un rapporto che è andato consolidandosi negli anni di collaborazione, un trentennio di grandi successi, di una conoscenza artistica e ancor di più di formazione.

Quando il Maestro parla alle telecamere si ha come l’impressione che stia aprendo le porte del suo cuore al mondo intero, i suoi occhi raccontano una vita di successo conquistato con il sudore della fronte, accettando delusioni, rialzandosi ad ogni caduta causata dal malcontento accademico.

Testimonianza autocritica di una carriera travolgente da “Il federale” (1961) all’unico Oscar vinto per una colonna sonora, “The Hateful Eight” nel 2016, a 87 anni. Una vita raccontata da un bambino con il sogno di diventare medico, che intraprende senza riserve un percorso al conservatorio capitolino di Santa Cecilia semplicemente per compiacere il padre trombettista.

Di sera, durante la Seconda Guerra Mondiale, si trova a vestire i panni del genitore suonando nei locali frequentati da tedeschi e americani in cambio di una cena. Al mattino, invece, siede in aula assaporando le composizioni di Bach e Mozart. Quest’altalena musicale e questa coesistenza di registri antitetici contribuiscono alla creazione di un artista a tutto tondo che ammette sfumature di un’unica disciplina.

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La tromba accompagnerà per sempre il suo cammino, in special modo dal 1961 quando la sua avventura cinematografica ha inizio. Le interviste proseguono seguendo l’ordine cronologico degli eventi. Il pubblico si fa trasportare dalle colonne sonore più famose raccontate dall’autore stesso che ne descrive il concepimento e la nascita. così come nei suoi concerti d’orchestra, Morricone è accompagnato da una schiera immensa di altri artisti di scena che non mancano di ricordare con estremo orgoglio aneddoti scevri del sapere comune.

L’andatura modesta del minutaggio cinematografico esula da confusione cognitiva e distorsione della realtà. Un racconto cristallino, pulito, che si muove senza forzature sul pentagramma filologico di Ennio Morricone che, come tutti i veri artisti ignora di essere un gigante eterno.

Un imperituro volteggiare tra le grammatiche di Bach e Stravinskij, influenza del Maestro in Accademia Goffredo Petrassi, la musica pop de Il Barattolo (ancora di salvezza di RCA), la fusione del classico e contemporaneo di Beethoven in Voce ‘e notte, il forte accento rosa delle voci femminili fino ad arrivare agli esperimenti della musica sperimentale consolidata anche nel cinema tra fischi, scricchiolii e tasti delle macchine da scrivere.

Ennio Morricone insegna alla società il concetto di sfumatura secondo la quale non esistono linee di confine. Il mondo altro non è che un continuo fornitore di risorse. Il Maestro ha abbattuto le barriere architettoniche della cultura musicale classica precedentemente erte da una società rigida e conformista.

Spartito dalle infinite curiosità artistiche e cinefile, l’opera d’arte di Giuseppe Tornatore sa di magia, di pesante spessore che dona leggerezza all’anima. Una proiezione che sprigiona energia positiva e speranza in un mondo senza muri, libero di esprimersi. Un film che parla di vita, di presente, che legittima l’eternità di un maestro Come Ennio Morricone.

Di Chiara Del Signore

Soggetto, sceneggiatura, regia di Giuseppe Tornatore, musiche di Ennio Morricone, fotografia Fabio Zamarion, Giancarlo Leggeri, montaggio Massimo Quaglia e Annalisa Schillaci, suono Gilberto Martinelli, Fabio Venturi. Una coproduzione Italia-Belgio-Cina-Giappone, prodotto da Gianni Russo e Gabriele Costa per piano B Produzioni Srl. Distribuzione internazionale Block 2 Distribution. Distribuzione italiana Lucky Red in collaborazione con timvision.

Il primo gruppo di artisti a essere introdotto nella R’n’R Hall of Fame – 23/1/1986

Chiunque ami la musica, non può prescindere da eventi e ricorrenze. La curiosità degli appassionati è costantemente stuzzicata da date, ricordi, celebrazioni, appuntamenti con la storia che tengono a rievocare i fasti di un tale artista o di una determinata band.

L’uscita del disco preferito, l’anno di pubblicazione di una canzone o l’esordio di un cantante, sono tutte facce della stessa medaglia, quella che solo a guardarla evoca passione sconfinata per le sette note e per coloro i quali riversano talento e creatività nell’eseguirle. Senza contare, poi, i tour nelle location richiamate da album o brani.

E poi ci sono i musei, non tanti quanti dovrebbero essercene per appagare la sete di cAnoscenza di noi altri, e non così diffusi per democratica accessibilità, ma comunque centri salienti per la tenere viva la memoria sul passato e perdersi tra cimeli e memorabilia varie. Tutto ciò che manda in estati un fan, insomma.

Per fortuna che c’è anche il Rock’n’Roll Hall of Fame Museum di Cleveland, in Ohio. Fu progettato dall’architetto IM Pei e la sua forma esterna, richiamante una piramide di vetro (no, non come al Louvre), è tra gli edifici più singolari della città. Grande circa 15mila piedi, aprì nel 1995 e si articola in sette piani di mostre, esposizioni e aree colme di collezioni. Da allora non ha smesso di dare il proprio contributo all’universo rock’n’roll. Il museo, invece, si estende su una superficie di 65mila piedi.

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Secondo le stime che, chiaramente sono aggiornate al pre pandemia, veicolerebbe cu Cleveland circa cento milioni di dollari all’anno.

L’artista che ambisce a essere annoverato all’interno della prestigiosa rassegna, sa già che dovrà attendere almeno venticinque anni dall’uscita del primo disco e che dovrà, ma appare superfluo specificarlo, avere anche un importante successo. Ma non è neanche così scontato che ci riesca. Ogni anno, infatti, desta più clamore la mancata introduzione di un artista o una band che non l’ammissione di qualcun altro. Il caso più eclatante è forse quello degli Iron Maiden. Non si riesce ancora a capire come mai non siano stati ancora insigniti della gloriosa onorificenza che tanto meriterebbero.

Il primo gruppo di artisti a essere introdotto nella Rock’n’Roll Hall of Fame fu, però, qualcosa di stellare.

Parliamo, probabilmente, dalla corrente musicale statunitense più influente di sempre, quella capace di creare stili e dettare mode, di rivoluzionare l’approccio alla quotidianità e di sovvertire tutto ciò che di “moralmente giusto” era considerato da alcuni illustri esponenti governati, oltremodo bigotti e censori.

Solo a leggere la lista vengono i brividi.

Era il 23 gennaio del 1986 e a New York si svolse la cerimonia per omaggiare Evis Presley, Sam Cooke, Ray Charles, Buddy Holly, Chuck Berry, James Brown, Fats Domino, The Everly Brothers, Jerry Lee Lewis, Alan Freed, John Hammond, Robert Johnson, Little Richard, Jimmie Rodgers e Jimmy Yancey.

Il R’n’R, come la musica più generale, progredisce e si reinventa, muta pelle e, con ciclica frequenza, pone dei cambiamenti per innovarsi e rinnovarsi. Per sopravvivere e andare avanti non c’è alternativa. L’evoluzione implica la necessità di trovare nuove strade, ma la memoria va coltivata con dedizione e cura, oltre che difesa strenuamente.

Il Rock’n’Roll Hall of Fame Museum adempie a questo compito, in effetti, al pari di numerosi altri. Su tutti verrebbe da citare l’Hard Rock Cafè che vanta numerosi store in tutto il mondo, anche in città non cosiddette metropolitane, disseminando il verbo in lungo e in largo. E dovrebbe essere cosa buona al giusta, al di là dell’aspetto squisitamente commerciale o ludico, quello di avere un luogo di richiamo del genere.

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“Nemmeno una virgola”, il nuovo romanzo di Guido Domingo

Guido Domingo nemmeno una virgola

“Nemmeno una virgola” è il primo, appassionante romanzo di Guido Domingo, pubblicato dalla giovane casa editrice Pathos Edizioni, da sempre vicina a chi è in difficoltà, in particolar modo ai bambini, agli anziani e agli animali.

Con il proprio contributo la casa editrice offre una mano concreta a chi è indifeso, convinta che non ci possa essere cultura senza impegno sociale. Per questo motivo, parte del ricavato delle loro pubblicazioni è destinato a tre Associazioni Onlus: Gli Amici del Mondo di Bea, Kirua Children Tanzania ed ENPA – Canile Chieri, Torino.

Guido Domingo, scrittore e musicista, narra una storia delicata e poetica, con protagonista un’anziana donna, chiamata la Vecchia, che scopre un segreto del suo passato che le fa rivalutare le sue prospettive. Da trent’anni l’amato Marito non c’è più e lei, lentamente, ha scelto di staccarsi dalla vita e di rintanarsi nella sua casa, in compagnia dei ricordi. Sua Figlia la va a trovare ogni tanto, ma non lenisce la sua solitudine.

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«Non che le due donne fossero mai state molto legate, come a volte accade tra genitori e figli; il loro comunicare era per lo più fatto di convenevoli sociali».

Ha invece un rapporto più intenso con il suo giovane Vicino, che l’aiuta sempre quando c’è qualcosa da riparare in casa; un giorno, egli le aggiusta la maniglia del frigo rotta e scopre incastrato nel pannello esterno dello sportello una busta da lettere ingiallita dagli anni.

«La prese in mano e nel voltarla si accorse di un numero di telefono scritto a penna sul lato. Riconobbe subito la scrittura. La precisione del tratto e l’inclinazione, che faceva sembrare tutte le elle delle vele di una barca in pieno vento, erano un marchio caratteristico del defunto marito. Aprì allora la busta e vi trovò varie pezzature delle vecchie lire, per un totale di trecentomila».

Non riconosce il numero telefonico, ma ha paura di digitarlo e scoprire chissà quale segreto del defunto marito; ogni novità ormai la turba e decide di dimenticare l’accaduto. Quel numero di telefono e quei soldi però la ossessionano, e alla fine decide di chiamare, aprendosi alla possibilità di provare ancora un brivido di eccitazione in una vita ormai priva di emozioni. L’autore ci conduce quindi nella storia della Vecchia, alle prese con il suo passato; un’avventura, che mai si sarebbe aspettata, la riporta al mondo e le permette di realizzare un desiderio che la morte aveva stroncato, e di sentirsi finalmente viva.

La bambina che salvava i libri: “il potere della parola” nel film di Brian Percival

Il film di Brian Percival è liberamente tratto dal best-seller “La bambina che salvava i libri” dello scrittore australiano Markus Zusak, rimasto per otto anni nella classifica dei libri più venduti del New York Times e tradotto in più di trenta lingue. La pellicola, datata 2013, ricevette anche una candidatura agli Oscar nel 2014 e ai Golden Globe dello stesso anno, nella categoria “Miglior colonna sonora”. Le musiche, infatti, furono realizzate dal grande John Williams e rappresentano uno dei punti di forza del film.

Alcune tra le riprese principali del film si sono tenute allo Studio Babelsberg di Berlino, a Görlitz, e nella celebre Himmel Strasse. Nel cast troviamo Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Nico Liersch, Joachim Paul Assböck, Ben Schnetzer, Kirsten Block, Sandra Nedeleff.

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Sinossi

Liesel è una ragazzina analfabeta che viene affidata dalla madre, incapace di accudirla, ad Hans e Rosa. La giovane, segnata profondamente dalla morte del fratello minore, fatica ad ambientarsi sia a casa, dove vive con difficoltà il rapporto con la dura Rose, sia a scuola, dove tutti i compagni di classe la prendono in giro perché non sa leggere.

Aiutata da Hans, Liesel trascorre le sue notti a imparare a leggere il suo amore per la lettura si fa più forte anche grazie a Max, ebreo che i suoi genitori nascondono nello scantinato di casa, e Rudy, suo vicino di casa segretamente innamorato di lei. 

“E’ sbagliato etichettare questa storia come incentrata sull’Olocausto. Parla della Germania di quegli anni, ma in realtà parla del potere delle parole, dell’abilità di padroneggiarle e della capacità di prendere in mano la propria vita”, affermò il regista ai microfoni di ComingSoon.

Questa sera, sabato 22 gennaio, in prima serata su Retequattro.

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Alessandro Baricco, l’annuncio sui social dello scrittore: “Ho la leucemia”

Lo scrittore Alessandro Baricco ha la leucemia mielomonocitica cronica e fra pochi giorni si sottoporrà al trapianto di cellule staminali. E’ lo stesso autore torinese ad annunciarlo attraverso un post sui social media.

“C’è una notizia da dare e questa volta la devo proprio dare io, personalmente. Non è un granché, vi avverto”, così ha esordito lo scrittore che fra pochi giorni compirà 64 anni e lo ha fatto postando una foto direttamente dall’ospedale, con un’agenda, un computer acceso su una pagina di Spotify e un libro “Il Circolo Pickwick”, di Dickens, titolo anche della sua prima trasmissione televisiva.

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“Quel che è successo è che cinque mesi fa mi hanno diagnosticato una leucemia mielomonocitica cronica. Ci sono rimasto male, ma nemmeno poi tanto, dai. Quando hai una malattia del genere la cosa migliore che puoi fare è sottoporti a un trapianto di cellule staminali del sangue, cosa che farò tra un paio di giorni (be’, non è così semplice, ci stiamo lavorando da mesi, è un lavoro di pazienza) – continua l’autore di capolavori letterari come “Novecento” o ” Castelli di rabbia” – A donarmi le cellule staminali sarà mia sorella Enrica, donna che ai miei occhi era già piuttosto speciale prima di questa avventura, figuriamoci adesso. Molto altro non mi verrebbe da aggiungere. Forse, ecco, mi va ancora di dire che percepisco ogni momento la fortuna di vivere tutto questo con tanti amici veri intorno, dei figli in gamba, una compagna di vita irresistibile, e il miglior Toro dai tempi dello Scudetto. Sono cose, le prime tre, che ti cambiano la vita. La quarta certo non te la guasta. Insomma, la vedo bene. Per un po’ non contate su di me, ma d’altra parte non abituatevi troppo alla cosa perché i medici che si sono ficcati in testa di guarirmi hanno tutta l’aria di essere in grado di riuscirci abbastanza in fretta.Abbracci, AB”.

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L’affondo di Trotta sul super green pass: misura umiliante che sta distruggendo il Paese

Claudio Trotta, patron della Barley Arts, non ci sta e alza la voce. Lo fa con una dichiarazione che difficilmente passerà inosservata, visto lo spessore del personaggio, e che certamente farà discutere. Il che non sarebbe un male poiché, a quanto pare, in alcuni ambienti il dissentire viene equiparato alla “lesa maestà“.

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In disaccordo con le ultime misure governative per contrastare il diffondersi del Covid-19, si scaglia contro la richiesta del super green pass anche per faccende di ordinaria amministrazione, ritenute inconciliabili con il rispetto della persona. “Prima che venisse deciso mi ero già espresso chiaramente a sfavore del green pass con motivazioni precise e dettagliate relativamente al mondo dello ‘stare insieme’. Quando è stato imposto ho continuato a evidenziarne le criticità”.

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“Le ultime comunicazioni relative alle ulteriori restrizioni e limitazioni hanno aggiunto il ridicolo all’inutile, per non parlare della cattiveria e il cinismo di impedire a chi non ha il green pass di ritirare la pensione, soprattutto riferendosi ai numeri che ci vengono dati e al quadro generale europeo”.

“Mi chiedo fino a quando continueremo a subire decisioni scellerate, punitive, discriminanti e che stanno distruggendo l’economia, la socialità, la cultura, l’equilibrio di questo disgraziato Paese. Dobbiamo tornare subito a vivere, tornare a circolare liberamente, senza discriminazioni, divieti e limitazioni insensate e inutili”, conclude Trotta.

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Heath Ledger: 14 anni fa la scomparsa dell’indimenticato Joker

Il 22 gennaio 2008, il corpo di Heath Ledger venne ritrovato all’interno del suo appartamento di New York. L’attore, a quel tempo 28enne, stava attraversando un momento cruciale della propria carriera: in poco meno di dieci anni era riuscito a dimostrare il suo grande talento e ad imporsi nel mondo cinematografico grazie a una serie di interpretazioni magistrali.

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Come quella del cowboy Ennis Del Mar ne Il Segreto di Brokeback Mountain (Ang Lee) o quella di Robbie Clark, parte della biografia di Bob Dylan, Io Non Sono Qui (Todd Haynes), fino ad arrivare al ruolo che lo portò a vincere l’Oscar postumo come Miglior attore non protagonista, quello del Joker ne Il Cavaliere Oscuro, secondo capitolo della trilogia dedicata a Batman di Christopher Nolan.

Per anni si sono rincorsi numerosi rumors sul fatto che il grande coinvolgimento dell’attore nei panni del personaggio lo avesse, in qualche modo, instradato verso i gravi problemi emotivi che lo hanno afflitto nell’ultimo periodo della sua vita. Erano ormai mesi che l’insonnia turbava le sue notti, tanto da chiedere un aiuto medico per farsi prescrivere sonniferi e ansiolitici che però, a detta dei suoi amici più intimi, non lo aiutavano, anzi peggioravano la sua condizione di agitazione e che furono, poi, la causa della sua morte.

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Ad aggravare la situazione c’era sicuramente la complicata situazione con la compagna Michelle Williams, da cui si stava separando dopo una relazione durata più di tre anni. I due si erano conosciuti sul set di Brokeback Mountain, nel 2004, e fin da subito fu chiaro il sentimento che li univa. Unione consolidata dalla nascita della loro figlia Matilda, neanche un anno dopo il loro primo incontro.

Durante i mesi che precedettero la sua scomparsa, Heath lamentava spesso la mancanza della bimba, che al tempo aveva tre anni. “Voleva disperatamente vederla, tenerla stretta e giocare con lei” raccontò in un intervista a Vanity Fair, Terry Gilliam, regista con cui stava lavorando Ledger al tempo. Il regista fu colpito dalla notizia come un fulmine a ciel sereno:

“Eravamo tutti entusiasti, ci eravamo salutati ridendo. Poi, il giorno dopo, al computer, mentre stavo guardando le notizie sul web, ho letto che era morto. Pensavo fosse uno scherzo, a una trovata della pubblicità di cui non fossi al corrente. Poi ho capito che era vero. È come se avesse spento un interruttore: Heath c’è, Heath non c’è più. Eravamo tutti sul set, come bambini che vedono il mago al lavoro. Quando ho letto la notizia il mio mondo è crollato.”

Questo spinse Gilliam a rendere Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo un omaggio a Heath, imponendosi per portare a termine la produzione e finire le riprese del film.

Per farlo chiamò a sostituire l’attore, tre dei suoi colleghi più apprezzati, Johhny Deep, Jude Law e Colin Farrel, che diedero vita ad un vero e proprio tributo. “Nulla è per sempre – dice Depp, non a caso, in una scena – neanche la morte.”

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Donne nell’arte: riapre la mostra a Palazzo Martinengo

Dal 22 gennaio al 12 giugno 2022, Palazzo Martinengo a Brescia torna a ospitare “Donne nell’arte. Da Tiziano a Boldini”, esposizione che si propone di indagare la rappresentazione dell’universo femminile nella storia dell’arte, dal Rinascimento alla Belle Époque.

La mostra, inaugurata nel 2020 e costretta a chiudere dopo appena un mese a causa dell’emergenza Covid-19, torna in grande spolvero, offrendo al visitatore un affascinante viaggio colmo di bellezza ma anche di profondi spunti di riflessione.

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Novanta capolavori attraversano quattro secoli di storia

Divinità mitologiche, regine di antichi regni, sante bibliche ma anche madri di famiglia, sensuali modelle e instancabili lavoratrici. L’esposizione “Donne nell’arte. Da Tiziano a Boldini” non offre soltanto un excursus di bellezza, virtù e grazia muliebri, ma pone l’attenzione sull’evoluzione della figura femminile nel corso della storia, dal XVI al XIX secolo.

Da domani, 22 gennaio, novanta splendide opere accoglieranno gli spettatori nelle eleganti sale di Palazzo Martinengo a Brescia e racconteranno come i più grandi pittori italiani hanno interpretato e trasferito su tela evocative donne del passato nelle loro molteplici sfaccettature. Non solo incantevoli ritratti ma anche scene di vita quotidiana per capire usi, costumi e differenti collocazioni storico-geografiche.

Si parte dal Cinquecento con Tiziano, Pitocchetto, Guercino,Artemisia Gentileschi, per arrivare all’Ottocento di Francesco Hayez, Giuseppe de Nittis, Federico Zandomeneghi, Giovanni Boldini.

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Preziosi spunti di riflessioni su problematiche sociali contemporanee

L’esposizione a cura di Davide Dotti, è organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio della Provincia e del Comune di Brescia, della Fondazione Provincia di Brescia Eventi e con la collaborazione della Fondazione Marcegaglia onlus.

Proprio a quest’ultima si deve l’installazione di appositi pannelli di sala che collegano i diversi dipinti a grandi tematiche attuali come le violenze domestiche, gli stereotipi di genere, le disparità tra uomo e donna in ambito lavorativo, le nuove forme di povertà. Si tratta di preziosi spunti per indurre il pubblico, specialmente le generazioni più giovani, a riflettere su problematiche sociali importanti che condizionano fortemente il panorama contemporaneo.

Per un approccio più fluido e una maggiore comprensione espositiva, il percorso artistico si suddivide in otto sezioni: Sante ed eroine bibliche, Mitologia in rosa e storia antica, Ritratti di donne, Natura morta al femminile, Maternità, Lavoro, Vita quotidiana, Nudo e sensualità.

Riprendendo le parole del curatore Davide Dotti: “[…] Per il visitatore è l’occasione di compiere un emozionante viaggio ricco di sorprese, impreziosito da dipinti inediti scoperti di recente in prestigiose collezioni private, opere mai esposte prima d’ora e incontri ravvicinati con celebri donne del passato […]”.

L’inedita Maddalena penitente di Tiziano

Tra i prestigiosi dipinti inediti spicca la Maddalena penitente di Tiziano, opera mai esposta prima in Italia, proveniente da una collezione privata tedesca. Il suggestivo olio su tela rappresenta una delle numerose varianti del famoso modello conservato presso la Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze.

La postura di Maria Maddalena ritratta a mezzo busto con lo sguardo implorante verso il cielo, è un’invenzione del grande pittore veneto che verrà ripresa per decenni a partire dalla prima redazione del 1531. Le versioni successive vengono richieste a gran voce tra i più illustri committenti, tra i quali Filippo II, Isabella D’Este, Federico Gonzaga, Pietro Aretino, Alessandro Farnese.

Il contrasto tra la prorompente fisicità del corpo e l’eterea delicatezza del volto, simbolo di pentimento e dolore l’hanno resa un soggetto perfetto per avere una duplice funzione, sia devozionale che politica: sacro oggetto di culto per i religiosi e pregevole pegno di intercessione politica presso i regnanti.

Maddalena penitente

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La struggente Cleopatra di Artemisia Gentileschi

All’interno di una mostra dedicata alle donne, non poteva mancare il talento di Artemisia Gentileschi. Simbolo indiscusso di emancipazione nel panorama artistico del XVII secolo (di stampo prettamente maschile), la pittrice romana è certamente una delle più prolifiche seguaci di Caravaggio. Ne è prova superlativa la tela Cleopatra morsa dall’aspide, realizzata nel 1620 circa e in esposizione direttamente dalla Collezione Cavallini-Sgarbi.

A colpire subito lo spettatore è la pelle eburnea della regina, in netto contrasto con lo sfondo scuro. Un unico fascio di luce proveniente dall’esterno illumina il braccio che stringe l’aspide, acme emotiva dell’intera scena e fulgido esempio della lezione caravaggesca.

Tuttavia è un altro l’elemento strabiliante e rivoluzionario dell’opera. Artemisia ribalta i canoni classici e priva Cleopatra di qualsiasi idealizzazione e attributo regale. Le forme morbide del corpo, la postura scomposta, l’espressione struggente, le labbra gonfie per il morso del serpente, la rendono una persona comune. Cleopatra prima di essere una regina, sembra dirci l’artista, è una donna mortale, nel pieno diritto della sua identità.

Cleopatra morsa dall’aspide

La coppia di amanti in piedi di Gustav Klimt

Punta di diamante internazionale dell’intero percorso espositivo è lo studio a matita Coppia di amanti in piedi di Gustav Klimt. Il disegno, realizzato dall’artista austriaco tra il 1907 e il 1908, anticipa le soluzioni stilistiche dei suoi capolavori più noti, Il Bacio e L’Abbraccio del Fregio Stoclet.

Nello specifico, Klimt qui ricorre alla combinazione/attrazione fra un uomo in kimono e una donna svestita, in cui la chiarezza della parte inferiore del corpo del soggetto femminile genera un elegante contrasto con le ampie pieghe del kimono indossato dall’uomo.

L’opera indaga con straordinaria delicatezza le dinamiche del rapporto amoroso e le traduce in segni grafici. Con l’inconfondibile leggerezza del suo tratto Klimt tiene magistralmente in equilibrio sensualità, emotività e rigore formale.

Coppia di amanti in piedi

A livello temporale la rassegna si chiude con le opere vivaci di Giovanni Boldini. Il pittore ferrarese della Belle Époque ha saputo eternare, con pennellate sottili e allo stesso tempo energiche, tutte le sfumature dell’animo femminile: leggiadria, sensualità, amorevolezza e concretezza.

L’esposizione apre al pubblico mercoledì, giovedì e venerdì, dalle ore 9 alle ore 17, mentre nei giorni festivi è visitabile dalle ore 10 alle ore 20.

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Addio a Meat Loaf, musicista e attore di film cult

Foto: Egghead06 - Own work, CC BY-SA 3.0

Addio al cantante e attore Meat Loaf, pseudonimo di Michael Lee Aday, morto a 74 anni. La notizia arriva da un post della sua pagina Facebook ufficiale: “I nostri cuori sono spezzati nell’annunciare che l’incomparabile Meat Loaf è morto stasera con sua moglie Deborah al suo fianco”.

Ha venduto oltre 100 milioni di album in tutto il mondo e ha recitato in oltre 65 film, tra cui “Fight Club”, “The Rocky Horror Picture Show” e “Fusi di testa”.

Foto: Egghead06 – Own work, CC BY-SA 3.0

MUMEx Trio in un viaggio sperimentale jazz e metafisico, pensando a John Coltrane

Un Ulisse della musica che fa della ricerca la sua stessa ragion d’essere. Un viaggio sperimentale per un caleidoscopio di influenze e sonorità, pensando a John Coltrane e a quella musica che regola l’universo, tra passaggi onirici e metafisici, astratti, malinconici e ritmici: è questo Folds of Time, il primo video-album di MUMEx Trio che vede il pluripremato compositore e musicista di fama internazionale Louis Siciliano (al pianoforte), insieme a Roberto Bellatalla e Mauro Salvatore, due eccellenze assolute del jazz, rispettivamente al contrabbasso e alle percussioni.

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È un viaggio lungo 43 anni – intenso, travagliato e profondamente interiore – quello che ha portato Louis Siciliano e il suo MUMEx Trio alla realizzazione di un progetto unico come Folds Of Time, in uscita per Musica Presente Records, etichetta diretta dal celebre Renzo Cresti.

Louis Siciliano incontra il bassista Roberto Bellatalla – che lui stesso definisce “protagonista dell’avant-garde music a Londra per più di 30 anni” – e il batterista Mauro Salvatore per portare a livello pratico le parole contenute nel suo libro Music Multiverse Exploration (MUMEx, appunto) ispirato a John Coltrane e basato sul concetto che la musica sia mossa da ciò che regola l’universo, tra simmetrie e l’opera didattica di George Garzone.

Folds of Time rappresenta, in quest’ottica, il primo vero stadio di un moderno “Ulisse della Musica”.

“Tutto ciò che è stato prodotto in precedenza è solo un Prologo. – spiega Louis Siciliano – Da Folds Of Time inizia un periodo in cui lavoro, ricerca, pratica spirituale e musicale coincidono perfettamente”.

Ma Folds Of Time è più di una somma di concetti che trovano una realizzazione pratica nelle note. È un intenso caleidoscopio di sentimenti e influssi, in cui il ritmo varia regalando talvolta suggestioni malinconiche – come nella title track Folds Of Time – o, all’occasione, spiccata energia (è il caso di Roue de la Fortune).

“Ho dovuto aspettare 43 anni per ottenere il mio linguaggio. – commenta Louis Siciliano – Anni di studio, di quasi disperata ricerca, persino anni drammatici. Ma, alla fine, sono felice di aver raggiunto il punto di partenza. Un punto di partenza che non so dove mi porterà, ma sono innegabilmente entusiasta di potermi concentrare sul suono di MUMEx. Non mi sono mai fermato da quando avevo 7 anni”.

L’album è dedicato ai popoli pigmei e a tutte le minoranze che lottano strenuamente per la loro sopravvivenza.

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Sanremo 2022: Ariston al 100% e niente tampone per il pubblico

Capienza del teatro Ariston al 100% con spettatori muniti di super green pass e mascherina Ffp2, ma niente tampone. Questa la decisione assunta dal Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica che ha stabilito le regole anti covid in vista del Festival di Sanremo, in programma dall’1 al 5 febbraio.

Con i vaccini e rispettando le regole si può fare un evento come il Festival, con la capienza del teatro al 100%”, ha detto il sindaco di Sanremo Alberto Biancheri.

“Gli addetti ai lavori, ha precisato, il prefetto Armando Nanei, accederanno al red carpet per poi entrare all’Ariston con super green pass, mascherina Ffp2”. In questi giorni sono sottoposti a tampone e sarà così fino al Festival e durante la rassegna.

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“Danny the dog”: Jet Li e Morgan Freeman nel film scritto da Luc Besson

Interpretato dal beniamino del cinema di arti marziali Jet Li e diretto dal regista di “The Transporter” e “L’incredibile Hulk”, Louis Leterrier, il cult Danny the Dog” viene proposto questa sera, giovedì 20 gennaio, alle 21.20 su Rai4 (canale 21). La sceneggiatura e la produzione del film sono di Luc Besson

Sinossi (da ComingSoon.it)

Da quando Bart ha sottratto Danny alla strada quando questi aveva 4 anni, l’ha sempre trattato come un cane, addestrandolo letteralmente ad attaccare. Danny oggi è la sua arma per eccellenza, capace al primo ordine di gettarsi su chiunque senza lasciargli il minimo scampo.

Tagliato fuori dal mondo, Danny non ha altra scelta che accettare questa esistenza da bestia sino a che, per caso, non incontra Sam, un cieco che si guadagna da vivere accordando pianoforti.

Sam e sua nipote Victoria faranno scoprire a Danny un’umanità che sino ad allora gli era sconosciuta, o meglio vietata. In seguito a questo incontro il suo modo di vedere la vita subirà un cambiamento irreversibile. A partire da quel momento, Bart e la sua banda preferirebbero vederlo morto piuttosto che libero e Danny cercherà di divenire finalmente se stesso e scoprire i segreti e le circostanze che riguardano il suo passato.

Per sfuggire alla sua condizione, Danny dovrà rompere le sue catene continuando a proteggere quella che ormai è diventata la sua famiglia. Sarà il suo ultimo combattimento, il più pericoloso di tutti…

Il cast è composto da: Jet Li, Morgan Freeman, Bob Hoskins, Kerry Condon, Vincent Regan, Dylan Brown, Tamer Hassan, Michael Jenn, Carole Ann Wilson, Michael Ian Lambert, Jaclyn Lee, Andy Beckwith, Tony Theng

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Valerio Lundini è un genio perculante e tiene a ribadircelo

Cosa sia il “Il Mansplaining spiegato a mia figlia” nessuno lo sa e, francamente, a pochi interessa. Perché i titoli sono importanti, ma non sono l’unica cosa che conta, come sosterrebbero gli appassionati tifosi juventini. Tolta l’apparenza, ciò che resta è la sostanza, e se anche “Le Parole” di Gramellini non destano curiosità con riferimento al nome del programma, perché tanto lo si guarda prescindere dal titolo, allora a noi, cosa potrà mai fregarcene di come quel geniaccio perculante di Valerio Lundini intitola i propri spettacoli?

Niente, appunto. Quanto sopra descritto è figlio delle convinzioni del comico capitolino che noi ci limitiamo a segnalare e, perché no, a condividere. Anche lui la pensa come noi, lo dice apertamente. Tolta la patina che avvolge e confeziona la creativa espressione linguistica a latere del concetto, resta l’attenzione su cosa abbia da dire questo contenitore.

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Il Mansplaining è un’essenza di dissacrazione e ironia, di satira pungente e di trovate spassose.

Fin qui ci siamo ma, per chi non lo avesse ancora compreso, basteranno le prime battute del sopra citato spettacolo per capirlo in maniera più netta. Nei due appuntamenti al Ridotto comunale dell’Aquila, andati in scena martedì 18 e mercoledì 19 gennaio, Lundini ha esibito un repertorio ampio e colmo di sketch surreali, canzoni, giochi satirici di parole ed effetti speciali multimediali.

Nelle circa due ore di divertimento e comicità, che di questi tempi servono come l’ossigeno, si sono alternate battute al fulmicotone e provocazioni esilaranti, sempre giocate nel perfetto equilibrio tra il sacro e profano, tra il detto e il non detto, tra il “lo penso, ma lo dico?”.

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La satira è scorretta, lo sappiamo bene. E’ la sua natura, deve esserlo. Ma è anche un’arma a doppio taglio difficile da dosare.

Ed è lì che si attanaglia la bravura di Lundini nel saperla maneggiare con maestria, distribuendola nelle giuste proporzioni e con la dovuta irriverenza, dosandola quando serve e facendola strabordare quando il piede sull’acceleratore è ormai pigiato.

Mattatore del suo one man show, ne ha per tutti, compresi gli stand up comedian che vogliono fare i “tosti” a suon di parolacce e frasi incazzate ma che poi si rivelano essere tutto fuorché originali o pungenti. Anzi, esprimono una tale impersonalità da fare impallidire anche gli stereotipi più sofisticati.

Da Roma a Napoli, da “quella cosa che viene fatta tipo focaccia dove mettono sopra una cosa chiamata passata di pomodoro, stendono una mozzarella e la fanno cuocere in una fornace” a quelle espressioni gergali romanesche tipo “Biboje” (“mia moglie”) passando per l’incredibile superficialità delle locandine preconfezionate per vendere fumo. O anche ghiaccio agli eschimesi.

C’è la giusta e inevitabile miscela di sesso e cliché annessi che viene coniugata con le nevrosi tipiche e paradigmatiche degli italiani (quindi una quantità industriale) che spiana la strada al finale dove descrive – letteralmente – la scena più famosa del musical Grease, quella nella quale John Travolta e Olivia Newton John cantano e ballano sulle note di “You’re the one that i want“.

La comicità italiana non dorme mai, è parte dell’essenza del nostro popolo.

Forse pecca di autoreferenzialità ed è stantia, vocata all’ordinario e alla tradizione. Ma va anche bene così, finché piace non si discute e niente esclude il resto.

Ma Valerio Lundini non si omologa, va avanti per la propria strada e non ci sarà da stupirsi se lui, assieme a pochi altri che stanno rapidamente scalando le classifiche di gradimento del pubblico tricolore, rappresenteranno il futuro comico del Bel Paese.

La società civile evolve. Il modo di ridere anche.

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E non rimase nessuno, il giallo di Agatha Christie arriva alla Sala Umberto

Dal 25 al 30 gennaio alla Sala Umberto di Roma il capolavoro assoluto di Agatha Christie (meglio conosciuto come Dieci piccoli indiani) terrà il pubblico col fiato sospeso dall’inizio alla fine: E non rimase nessuno..

Lo spettacolo vedrà la partecipazione di due grandi nomi del Teatro italiano, il Maestro Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, affiancati da veri e propri veterani del Teatro Stabile del Giallo: Massimo Reale, Linda Manganelli, Mario Scaletta, Ruben Rigillo, Fabrizio BordignonEnrico OttavianoFrancesco Maccarinelli, Giuditta Cambieri. La Regia è di Anna Masullo.

“C’era qualcosa di magico in un’isola: bastava quella parola ad eccitare la fantasia. Si perdeva contatto col resto del mondo, perché un’isola era un piccolo mondo a sé. Un mondo, forse, dal quale non si poteva tornare indietro.”

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Agatha Christie – spiega la regista Anna Masullo – ha considerato questo capolavoro (meglio conosciuto come Dieci piccoli indiani) la più ardua delle sue opere. E a giusta ragione! Un thriller di tale perfezione non poteva non richiedere una totale dedizione e fatica da parte dell’autrice. Il giallo più venduto in assoluto: più di centodieci milioni di copie!

La Christie – continua la regista – si diverte ad applicare il virtuosismo logico “dell’enigma della camera chiusa” che consiste nella costruzione di un crimine apparentemente irrisolvibile commesso in un luogo impenetrabile e senza possibilità di fuga per l’assassino.

Sono lì, sulla riva di Indian Island, provenienti ognuno dalle proprie vite senza essersi mai conosciuti prima. Con delle piccole valigie che contengono poco più di un cambio, come a voler lasciare sulla terraferma il peso di un bagaglio molto più grosso. Ma quel pesante fardello, che non ha desistito dall’accompagnarli, si è accomodato in quelle piccole valigie ed è approdato sull’isola con loro, perché il senso di colpa non ti abbandona mai.

Dieci persone hanno unito i loro destini prima ancora di conoscersi, macchiandosi di crimini che nessuna giustizia ha mai potuto punire. Sarà su quell’isola, che ben presto si rivelerà una trappola claustrofobica e letale, che i dieci sviscereranno il loro più profondo essere mettendosi definitivamente a nudo difronte a quel “guardiano della soglia” che li ha attesi per giustiziarli.

Una vecchia filastrocca accompagnerà per mano la sorte di ognuno di loro annunciata da un enigma che si svelerà solo dopo che il cerchio si sarà chiuso intorno alla vittima di turno fino a quando… “E non rimase nessuno”.

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NOTE DI REGIA

La prima rappresentazione teatrale del romanzo di Agatha Christie risale al 1943 solo quattro anni dopo la pubblicazione dell’omonimo romanzo e curata dalla stessa autrice. Fu quella l’occasione per un cambio nel finale, ritenuto troppo tragico per il momento storico e che invece qui viene recuperato perché più aderente alle atmosfere di una fiaba noir che si evincono nell’opera letteraria della Christie. La struttura positivistica del giallo classico in cui la figura di un investigatore o di un eroe ripristina l’ordine delle cose portando alla luce la verità, qui viene sostituita da una crudele e ossessiva litania di una filastrocca che detta le regole di un gioco perverso, anticipando il modo in cui i personaggi dovranno far fronte al loro destino.

Ad impreziosire il cast, formato da Linda Manganelli nel ruolo di Vera Claythorn, Massimo Reale nel ruolo di Philip Lombard, Fabrizio Bordignon nel ruolo di Henry Blore, Ruben Rigillo nel ruolo del dottor Armstrong, Mario Scaletta nel ruolo del generale Mackenzie, Francesco Maccarinelli nel ruolo di Anthony Marston ed Enrico Ottaviano e Giuditta Cambieri nei ruoli dei coniugi Rogers, due pilastri del teatro italiano: Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini.

Mariano Rigillo ricopre il ruolo di Lawrence Wargrave, un giudice in pensione sospettato di aver condannato a morte ingiustamente un uomo, Edward Seton; ma il senso di giustizia vige invece ossessivamente in Wargrave. Come egli stesso dice “Mi ha sempre fatto orrore l’idea che una creatura innocente dovesse soffrire o morire per un mio atto. Ho sempre auspicato il trionfo della giustizia.” Uomo molto riflessivo e dal sangue freddo, risalta tra il resto della strana compagnia invitata sull’isola per la sua spiccata acutezza.

Anna Teresa Rossini veste i panni di Emily Brent, una signorina puritana e bigotta, dal comportamento ossessivamente religioso. La sua condotta, dovuta anche ad una educazione di stampo militare impartitale dalla famiglia, è rigida e severa. Non mostra mai compassione verso gli altri, tant’è che è accusata dalla voce misteriosa di aver provocato il suicidio della sua giovane governante perché incinta e per questo da lei licenziata. La sua ossessione per la separazione tra le classi sociali è ben raccontata dal cercare di rapportarsi solo con il giudice Wargrave.

TRAMA

Otto persone vengono invitate da un certo signor Owen ad un incontro in una piccola isola deserta, Indian Island, al largo delle coste del Devon.

Non si conoscono tra di loro. Sull’isola troviamo ad accoglierli due domestici assunti per l’occasione. Il padrone di casa non c’è.

Durante la cena una misteriosa voce proveniente da un grammofono, accusa tutti loro, compresi i domestici, di crimini di cui si sono macchiati in passato. Crimini mai perseguiti dalla legge.

Tutti si difenderanno con vigore dalle imputazioni della voce, ma poco dopo, il giovane Marston accuserà un malore e morirà per avvelenamento da cianuro di potassio.

Da quel momento, le morti si susseguiranno seguendo le rime di una inquietante filastrocca che troneggia sul camino. Ad ogni morte, delle statuine (inizialmente dieci) che sono in bella vista sulla mensola del camino, cominceranno a sparire. La mano assassina chiuderà il cerchio con l’ultimo omicidio. L’unica statuina rimasta, sarà testimone del segreto di quelle morti e del loro carnefice.

Parole & Suoni: voltarsi per guardare avanti, la lezione di Euridice

Alexandre Séon, Il lamento di Orfeo, 1896, Museo d’Orsay, Parigi, Francia

Your past is just a story. And once you realize this, it has no power over you – Il tuo passato è solo una storia. E una volta che te ne rendi conto, ascoltarla non ha alcun potere su di te”.

In Invisible Monsters, Chuck Palahniuk sembra avere le idee chiare sul lasciare alle spalle, sul lasciare andare.

Dal contesto biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra, apprendiamo che che Lot e la sua famiglia furono invitati a uscire dalla città senza guardarsi indietro. La moglie di Lot si volse e diventò una statua di sale. La discografia di Roberto Vecchioni invece dà un senso originale al gesto di voltarsi. Per farlo, utilizza il mito di Orfeo e Euridice e la sua rilettura nella poesia contemporanea, da Cesare Pavese a Gesualdo Bufalino.

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La storia è quella dell’amore tra Orfeo e Euridice. Tutto bene fino a quando il giovane Aristeo, un figlio del dio Apollo, non si innamora perdutamente della donna. Euridice, però, non ricambia l’amore di Aristeo ed è quasi spaventata dalle attenzioni che lui le rivolge continuamente. Un giorno, nel tentativo di sfuggire ad Aristeo, inciampa in un serpente velenoso, che la uccide mordendola.

Orfeo, disperato, decide di scendere agli inferi per andare a riprendersi la sua amata. Sarà costretto ad affrontare quindi numerose prove per raggiungere Ade e Persefone, il re e la regina degli inferi, gli unici in grado di restituirgli la bella moglie. Persefone, intenerita dall’amore di Orfeo che lo aveva spinto in un luogo tetro come quello, permette poi all’innamorato di riavere la moglie soltanto se, durante il tragitto che li avrebbe condotti fuori dall’Ade, egli non si sarebbe mai voltato a guardarla.

Ad accompagnarli c’è Ermes, il messaggero degli dei. Proprio sulla soglia Orfeo si volta, forse perché convinto di essere ormai del tutto fuori. Euridice, che però non era ancora uscita, scompare per sempre. La canzone parte dalla missione di Orfeo nell’Ade:

Morirò di paura a venire là in fondo
Maledetto padrone del tempo che fugge
Del buio e del freddo
Ma lei aveva vent’anni e faceva l’amore
E nei campi di maggio, da quando è partita
Non cresce più un fiore

E canterò, stasera canterò
Tutte le mie canzoni canterò
Con il cuore in gola canterò

L’analisi della canzone, nel volume edito da Bompiani con il commento di Massimo Ghermini e Paolo Jachia, ci ricorda che Orfeo è prima di tutto un poeta, figlio di Calliope, musa ispiratrice della poesia epica, e seguace – malgrado le vicissitudini coniugali di cui sopra – di Apollo. Un poeta che suona e canta, che fa il suo insomma. E lo fa anche bene da ottenere tutto quello che vuole. “Canterò finché avrò fiato, / finché avrò voce di dolcezza e rabbia / gli uomini, segni dimenticati, / gli uomini, lacrime nella pioggia” si sente nella canzone che in questa strofa fa un riferimento neanche troppo velato a Blade Runner di Ridley Scott.

“I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched C-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die”.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”.

Ma mentre suona davanti a demoni, all’apparenza invincibili e inconvincibili, ecco che piano piano Orfeo, nel vederli smuovere e poi davvero commuovere, e perfino piangere (i demoni!), davanti al meraviglioso squasso del suo dolore e dei suoi versi, comincia a intuire come stanno le cose davvero dentro di sé. Ghermini – Jachia decrivono la canzone come “una lenta ma progressiva epifania, una lenta ma progressiva comprensione di se stessi. Un’epifania che Orfeo vive nella sua pienezza solo dopo aver vinto, dopo che i demoni hanno promesso di restituirgli la sposa. Arriva cioè il momento in cui comprende alcune cose straordinarie su di è sulla natura profonda degli esseri umani”.

Quanto alla sua vicenda personale, capisce che quella che sta provando a riportare nel mondo non è più la “sua” Euridice, che “lei”, e loro due, e lui, non saranno più queli di prima, che “quella” Euridice è morta davvero. “Il tuo passato te lo devi dimenticare, perché è morto”, si è trovato a scrivere Vecchioni in Trovarti, amarti, giocare il tempo. “Devi guardare al futuro, alla sua luce. Dalla tristezza del mio passato, la propensione per un futuro aperto, più bello”.

All’Aquila per un incontro nella sede del Dipartimento di Scienze umane (si veda l’estratto dell’intervista in basso), ha sottolineato a tal proposito: “Bisogna avere il coraggio di oltrepassare, vale per un amore finito, così come una fase da archiviare. Ricorderemo sempre le persone e le cose che abbiamo amato, sono sempre lì, per carità, in una dimensione ‘verticale’ del tempo. Ma la strada prosegue. La nostalgia del passato serve a poco”. Magari la nostralgia del futuro? “Beh questa è una contraddizione in termini, ma ci può stare”, ha replicato. “La chiamerei, però, più che altro attesa spasmodica del futuro, perché, fino a quando continuiamo a respirare, un futuro c’è sempre”.

Ma, ecco che arriva il paradosso. per guardare al futuro c’è bisogno prima di voltarsi. Orfeo nella canzone lo fa apposta, non per sbaglio e neanche perché non resiste più, come nelle visioni di Ovidio, Virgilio, Monteverdi, Gluck e Rilke. “Orfeo si volta”, scrivono ancora Ghermini e Jachia, “perché dietro c’è il buio, davanti la luce e un uomo è nella luce che deve vivere. Questo è quello che Orfeo Scopre ed è per questo che è sceso agli inferi, non solo per sconfiggere i demoni e riprendersi Euridice, ma per scoprire l’essenza più profonda dell’uomo, del suo coraggio, il suo umanesimo, la sua umanità”. Insomma, Orfeo risalendo dagli inferi rinuncia a salvare Euridice, ma sceglie di ritrovare se stesso e di predisposrsi a cantare nuovi amori.

E mi volterò (le carezze sue di ieri)
Mi volterò (non saranno mai più quelle)
Mi volterò (e nel mondo, su, là fuori)
Mi volterò (s’intravedono le stelle)

Mi volterò perché l’ho visto il gelo
Che le ha preso la vita
E io, io adesso, nessun altro
Dico che è finita

E ragazze sognanti mi aspettano
A danzarmi il cuore
Perché tutto quello
Che si piange non è amore

Enrico Carlo Augusto Scuri, Euridice ritorna negli Inferi, 1842, olio su tela

“È andata così”, dice Orfeo a Bacca in L’Inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò. “Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva”.

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Lo stesso Vecchioni, esplicitando la sua canzone forse più famosa ha aggiunto un tassello importante: “E se tu fossi rimasta?”, si legge in La vita che si ama, “Se tu non mi avessi lasciato non avrei scritto Luci a San Siro, se fossi tornata a dirmi: ‘Ho sbagliato, scusa, ti amo’, quella canzone non sarebbe mai nata. Quella specie di amore sarebbe durato forse anni, poi sarebbe finito. E non ci sarebbe più stato l’amore. E nemmeno lo strazio. E invece lo strazio, quel pugnale nel cuore, l’addio di quella sera è svanito, svaporato, non fa più male, ma la commozione che mi prende ogni volta per quella canzone è viva e lo sarà per sempre. Si maschera da dolore a volte, la felicità”.

ROBERTO VECCHIONI E LA NOSTALGIA DEL FUTURO

Green Pass scaduto? Niente suite, neanche se sei John Malkovich

Foto sentidos humanos on Unsplash

L’app di verifica C-19 non guarda in faccia nessuno. Ne sa qualcosa il personale dell’Hotel Danieli costretto a rifiutare una suite a John Malkovich perché il suo Green Pass era scaduto.

L’attore americano, a Venezia per girare la serie “Il talento di Mr. Ripley” di Steven Zaillian, in uscita su Sky, ha dovuto cercare una casa privata. La notizia è stata riportata dal Gazzettino.

Foto sentidos humanos on Unsplash

Bono: With or Without U2

By U2start - U2 in Tokyo, CC BY 2.0

Bono Vox, nonostante il successo planetario e la longevità del gruppo, ha raccontato di aver sentito una delle sue canzoni alla radio e di essere terribilmente arrossito in particolare per la sua voce. Per non parlare poi del nome, U2, ispirato all’aereo spia americano: “Nella nostra mente ricordava l’aereo spia, era futuristico. Poi è diventato una sorta di accettazione implicita di quello che quell’aereo significava. Non mi piace quel nome”.

Riascoltando I primi album della band, tra cui “Boy”, Bono ha detto che il suono è incredibile ma non la sua voce, che sente come “tesa” e non molto “macho”.

“Ero in auto – ha spiegato – e hanno suonato alla radio una delle nostre canzoni. Sono diventato di colore scarlatto. Sono così imbarazzato”. Bono ha anche confessato che solo di recente è diventato un cantante, riferendosi alla sua voce. Ma il rocker non va neanche fiero del nome U2. La pensa allo stesso modo David Howell Evans in arte The Edge (chitarrista) il quale non apprezza il gioco di parole che ne viene fuori. Allo stesso modo del nome “Beatles” che in inglese fa assonanza con beetle, ossia scarabeo.

Foto: U2start – U2 in Tokyo, CC BY 2.0

Morto l’attore francesce Gaspard Ulliel: aveva 37 anni

Giunge direttamente dall’agenzia France Press la notizia della scomparsa dell’attore francese 37enne Gaspard Ulliel. Il decesso si è verificato a seguito delle gravi ferite riportate ieri in un incidente sugli sci a La Rosière in Savoia.

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Nel pomeriggio di ieri Gaspard Ulliel, noto, tra l’altro, per la sua interpretazione di Yves Saint Laurent nonché premio César per ‘Juste la fin du monde’, era stato trasportato d’urgenza in elicottero al policlinico universitario di Grenoble dopo una violenta collisione con un altro sciatore sulle piste della località sciistica. Le condizioni dell’attore fin da subito erano sembrate gravissime.

Intervista ad Andrea Van Cleef e Diego DeadMan Potron

Nato da una famiglia di stilisti il 25 novembre 1984, Ulliel compie la sua prima comparsa come attore durante gli studi liceali, nella serie televisiva “Une femme en blanc”. Ha studiato cinematografia presso l’Università di Saint-Denis. Dopo aver recitato in vari telefilm come Juliette e Julien L’apprenti, entra nel cast del lungometraggio Alias (1999), il suo primo film.

Nominato nel 2003 per Embrassez qui vous voudrez e nel 2004 per Anime erranti, nel 2005 ha infine vinto il Premio César per la migliore promessa maschile con Una lunga domenica di passioni di Jean-Pierre Jeunet, dove recita a fianco di Audrey Tautou. In seguito ha indossato i panni del celebre criminologo cannibale Hannibal Lecter nel film Hannibal Lecter – Le origini del male, tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris.

Protagonista della campagna pubblicitaria del nuovo profumo maschile Bleu de Chanel, il videoclip propagandistico, della durata di circa due minuti, è diretto da Martin Scorsese.

Castore e Polluce, legati oltre la morte tra le stelle

Castore e Polluce gemelli

Figli di Zeus e Leda, regina di Sparta, Castore e Polluce sono due fulgidi esempi di fratellanza. Nel bene e nel male.

Noti come i Dioscuri (appunto “figli di Zeus”), il loro mito nasce a Sparta, per essere poi trasmesso dai Greci fino ad arrivare a Roma. Proprio nell’Urbe nel mese di gennaio a loro era dedicata una rievocazione presso il loro tempio nel Foro Romano.

Al loro culto era legata la classe degli equites, in quanto considerati loro protettori nei campi di battaglia.

Partoriti da Leda, secondo una versione del mito, dopo che il re degli dei sotto forma di cigno la ingravidò passandole accanto in un lago, Castore e Polluce vennero alla luce insieme a due femmine: Elena e Clitennestra.

Tradizione vuole, in questo caso, che Polluce ed Elena fossero figli di Zeus e quindi immortali, mentre gli altri due, figli di Tindaro il re di Sparta, era mortali.

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Nati da uova, ricordate dai copricapi con cui vengono rappresentati, Castore e Polluce furono superiori a molti per bellezza, forza, abilità nel domare i cavalli (il primo) e nel pugilato (il secondo). Il racconto tramandato dai greci li vuole come Argonauti, nella missione alla ricerca del Vello d’oro. Qui divennero famosi per le loro imprese nella Colchide, dove aiutarono Giasone a sconfiggere lo zio Pelia usurpatore del trono di Iolco.

Le loro gesta però furono venerati non solo nella cultura greca e romana. Anche gli Etruschi, come è possibile ammirare nei dipinti della tomba del Triclinio, portavano avanti un culto per i figli di Tinia, lo Zeus etrusco. Si entra nel campo dell’interpretatio, di cui parlava anche Tacito. a proposito di due divinità appartenenti al popolo dei Naharvali, gli Alci. Nella “Germania” spiega che, essendo le due divinità due giovani fratelli, nell’interpretatione romana gli Alci venivano chiamati Castore e Polluce.

I due fratelli furono sempre uniti in vita. E soprattutto vengono sempre ricordati insieme. Ogni storia a loro legati li vede protagonisti inseparabili. Se si cita uno si cita l’altro.

Neanche la morte difatti li separò. Il loro scontro con Ida e Linceo rimane uno dei momenti più emblematici del mito greco. Il matrimonio dei due spartani con Ilaria e Febe, figlie di Leucippo, provocò l’ira dei due cugini di Messene. Da qui la diatriba andò avanti per anni finché durante un banchetto a Sparta per l’arrivo di Enea e Paride, le due coppie non si ritrovarono. Lo scontro, dapprima verbale, giunse in seguito alle armi.

Castore fu il primo a cadere mentre Polluce, anche con l’aiuto di Zeus, riuscì ad avere la meglio sui nemici.

Non poteva però sopportare la morte del gemello mortale riuscì ad ottenere di continuare a vivere con lui. Da qui il mito presenta un’altra duplice versione. Secondo taluni il padre concesse loro di vivere un giorno nella luce e un giorno nel regno dei morti. Secondo Euripide, invece, continuarono a rimanere inseparabili tra le stelle. Zeus infatti concesse loro di divenire una costellazione. Quella simbolo di fratellanza. Di inseparabilità. La costellazione dei Gemelli. Quella dove una delle stelle principali sembra nascondersi quando appare l’altra.

La loro vita e i culti ad essi dedicati sono giunti fino ai giorni nostri. Anche grazie ai templi che si trovano a Roma e ad Agrigento nella nota valle.

Kevin Costner compie 67 anni: con Yellowstone è di nuovo sulla cresta dell’onda

Kevin Costner spegne 67 candeline. Grande protagonista del cinema degli anni ’80 e ’90, ancora oggi è tra gli attori più apprezzati di Hollywood. L’attore e regista californiano ha iniziato la sua carriera nel 1983 con la partecipazione in Testament, pellicola post apocalittica diretta da Lynne Littman.

Il vero successo arriva però con Fandango (1985) e Gli intoccabili (1987), che fanno conoscere la sua bravura a pubblico e critica.

Nel 1990 si mette alla prova per la prima volta dietro la macchina da presa e dirige Balla coi lupi, da lui anche interpretato, per cui vince l’Oscar come Miglior Regista alla premiazione tenutasi nel 1991.

Da qui la strada è tutta in discesa: impersona Robin Hood (1991) nella pellicola di Kevin Reynolds, recita accanto a Whitney Houston in Guardia del corpo (1992), film diventato cult grazie ai due protagonisti e alla colonna sonora interpretata dalla Houston, fino ad arrivare a Waterworld (1995), da lui prodotto ed interpretato, che fu il film più costoso girato sino ad allora.

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Negli anni 2000 i suoi ruoli cambiano, mette da parte le pellicole impegnate per dedicarsi per lo più a commedie, come Litigi D’amore (2005) e Vizi di Famiglia (2005) senza però riuscire a raggiungere il successo dei decenni precedenti.

Nel 2007 intraprende anche una carriera musicale alla guida di un gruppo rock dove suona la chitarra folk e con cui pubblica l’album Turn It On (2010), che viene proposto in un tour mondiale, toccando diversi paesi europei, e che fa entrare l’album nella Top Ten dei dischi più venduti in Germania.

La rinascita cinematografica arriva con Yellowstone (2018), dove ha il ruolo di produttore ed interprete e che, ad oggi, è uno degli show di maggior successo del palinsesto statunitense.

La serie, arrivata alla quarta stagione, è un western ambientato nei paesaggi mozzafiato del Montana. Trasmessa dalla piattaforma  Paramount Network, segue le vicende della famiglia Dutton, proprietaria del più grande ranch del paese, confinante con il parco nazionale.

La conferma della qualità della serie è stata data direttamente dai suoi colleghi, che hanno nominato il cast di Yellowstone nella categoria Miglior cast in una serie drammatica ai Screen Actors Guild Award, che si terranno il prossimo 27 febbraio a Los Angeles.

Complice la scrittura del candidato al premio Oscar Taylor Sheridan, e del ritmo incessante creato proprio dal talentuoso cast, composto oltre che da Costner, da Luke Grimes (Brothers anda Sisters), Kelly Reilly (True Detective), Wes Bentley (American Horror Story)e Cole Hauser (Rogue), ogni episodio mostra allo spettatore un aspetto della vita americana poco conosciuto.

Il mondo dell’allevamento, segnato da sudore e fatica, viene incessantemente attaccato da “forestieri” che vedono quello stile di vita come inadatto al progresso moderno e che cercano in tutti i modi di appropriarsi dei terreni per avere il controllo di petrolio e legname.

Un compleanno da ricordare, quello dell’attore che, a 67 anni, vede la sua carriera con un futuro più che roseo e che, grazie alla sua interpretazione di John Dutton, ha potuto dimostrare che il talento non ha età.

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Sanremo, il Festival – dall’ Italia del boom al rock dei Måneskin nel libro di Nico Donvito

Dal 25 gennaio sarà disponibile, su tutti i digital store (già in pre order su Amazon),“Sanremo il Festival – dall’Italia del boom al rock dei Måneskin”, edito da D’idee, il primo libro del giornalista Nico Donvito, profondo estimatore, studioso e osservatore della kermesse canora che, quest’anno, spegnerà le sue 72 candeline.

Il volume è impreziosito dalla prefazione firmata da Amadeus, che si appresta a condurre la sua terza edizione consecutiva, e dalla copertina disegnata da Riccardo Mazzoli, che ha realizzato le caricature di alcuni dei protagonisti della storica rassegna. 

Da Domenico Modugno a Claudio Villa, passando per Nilla PizziGigliola CinquettiIva ZanicchiGianni MorandiMassimo RanieriFausto LealiEros RamazzottiLaura PausiniAl BanoOrietta Berti e i Måneskin, indiscussi vincitori della passata edizione.

Non poteva mancare la fitta schiera di conduttori che hanno reso grande la manifestazione, rappresentata in primo piano dallo stesso Amadeus e da Pippo Baudo, mentre nella quarta di copertina trovano spazio gli omaggi a Mike BongiornoRaffaella CarràLoretta GoggiCarlo ContiFiorelloPaolo BonolisPiero Chiambretti e Nunzio Filogamo, voce che ha inaugurato le prime edizioni radiofoniche con il suo inconfondibile “Cari amici vicini e lontani”.

Uno slogan che ha ispirato lo stesso autore: “Ho riflettuto su quanto sia cambiato il Festival negli anni e su quanto, per certi versi, sia rimasto socialmente uguale e irrimediabilmente fedele a se stesso. Dalla ricostruzione post bellica alla ricostruzione post-Covid, per intenderci. Nel corso dei decenni, Sanremo ha raccontato il nostro Paese, in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Seppur con una liturgia tutta sua, la rassegna ha saputo rinnovarsi pur mantenendo intatta la propria natura. In fondo, come potremmo definirla se non una ruspante rappresentazione allegorica, in note e paillettes, di un’Italia che cambia e che, per certi aspetti, non vuole mai cambiare?”.

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Sinossi

Per molti il Festival è quell’evento televisivo che ci catalizza davanti allo schermo per una settimana all’anno, uno spettacolo colorato, uno psicodramma tragicomico collettivo, un carrozzone fiorito stracolmo di cantanti, presentatori e vallette.

La verità è che Sanremo è un vero e proprio fenomeno di costume, la favola musicale più bella di sempre, lo specchio canterino del nostro Paese. L’obiettivo di questo volume è quello di cercare di raccontare questi settantuno anni di vita e di storia italiana, perché il Festival non è soltanto Domenico Modugno che allarga le braccia, il finto pancione di Loredana Bertè o Bugo che lascia Morgan da solo sul palco, ma tanto altro ancora da scoprire, custodire e tramandare.

Sanremo è Sanremo si suol dire, anche se nessuno di noi è mai riuscito a spiegarne veramente il perché. Questo libro non vuole essere altro che un ulteriore determinato e appassionato tentativo.

L’autore

Nato a Milano nel 1986, Nico Donvito è un giornalista attivo in ambito musicale. Collaboratore per diverse realtà del settore, decide di realizzare il suo primo libro dedicato al Festival di Sanremo, una passione che lo accompagna da sempre.

Il suo primo ricordo, non a caso, è legato proprio alla popolare kermesse canora, quando all’età di tre anni e mezzo rimase folgorato da “Vattene amore”, il celebre brano portato alla ribalta da Amedeo Minghi e Mietta.

Il suo sogno? Assistere in platea alla centesima edizione della manifestazione, continuando fino a quel giorno a realizzare interviste per approfondire e sviluppare l’arte del racconto.

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“Lincoln’s Dilemma”: la docuserie sul viaggio di Abraham Lincoln per abolire la schiavitù

Apple TV+ ha annunciato “Lincoln’s Dilemma“, la docuserie in quattro parti che offre una nuova visione sul viaggio intrapreso dal presidente Lincoln verso la fine della schiavitù. Narrata da Jeffrey Wright e con le voci di Bill Camp nei panni di Abraham Lincoln e Leslie Odom Jr. nei panni di Frederick Douglass, la serie prende in esame, dalla prospettiva del XXI secolo, la vita di un uomo complicato e le persone e gli eventi che hanno plasmato la sua posizione sulla schiavitù.

Tutte e quattro le parti di “Lincoln’s Dilemma” saranno presentate in anteprima mondiale il 18 febbraio su Apple TV+.

Basata sul pluripremiato libro dello storico David S. Reynolds, “Abe: Abraham Lincoln in His Times“, la serie presenta approfondimenti di numerosi giornalisti, insegnanti e studiosi di Lincoln, oltre a rari materiali d’archivio che offrono un uno sguardo più sfumato sull’uomo soprannominato il Grande Emancipatore.

Ambientato sullo sfondo della guerra civile, “Lincoln’s Dilemma” dà voce anche ai racconti di persone ridotte in schiavitù, dando forma a una visione più completa di un’America divisa su questioni come economia, razza e umanità e sottolineando la battaglia portata avanti da Lincoln per salvare il paese a ogni costo.

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“Lincoln’s Dilemma” è prodotto da Eden Productions e Kunhardt Films. I produttori esecutivi sono Peter Kunhardt, Teddy Kunhardt, George Kunhardt, Josh Tyrangiel, Richard Plepler, Jacqueline Olive, Barak Goodman e Jelani Cobb. Jacqueline Olive e Barak Goodman dirigono la serie.

La nuova serie si unisce alla rosa in espansione di pluripremiati documentari e docuserie su Apple TV+, tra cui “Boys State” vincitore dell’Emmy Award; “The Velvet Underground”, l’acclamato documentario del regista Todd Haynes; “Beastie Boys Story”, vincitore del Critics Choice Award e nominato agli Emmy e ai Grammy; il documentario di successo mondiale “Billie Eilish: The World’s A Little Blurry”; “Fireball: messaggeri dalle stelle” di Werner Herzog, candidato al premio per il documentario Critics Choice; così come le prossime docuserie su Magic Johnson, “The Supermodels” e “Number One on the Call Sheet“, narrati da Jamie Foxx, Kevin Hart, Datari Turner e Dan Cogan.

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Marquica l’incantautrice e Sheila, “La sposa bambina”

Foto Allisson Marks

“Qualcuno ha detto che in Afghanistan ci sono molti bambini, ma manca l’infanzia”, scrive a un certo punto Khaled Hosseini nel Cacciatore di aquiloni. “La sposa bambina”, il nuovo singolo di Nicoletta Marchica, in arte Marquica, parte da qui. Da un’infanzia negata, quella di Sheila, una bambina di 10 anni, che vive a Milano, salvata non senza fatica da un matrimonio combinato con un uomo più grande. 

La cantautrice – o meglio “l’incantautrice” (si veda più avanti per maggiori dettagli a tal proposito) – di Tirano (Sondrio) mette in musica la realtà delicata che ancora molte bambine vivono nel mondo. Il brano, disponibile nei principali store digitali, è prodotto e arrangiato da Giovanni Ghioldi (basso e chitarra) ed eseguita insieme ai musicisti Elia Micheletto (batteria) e Gianluca Guidetti (mix e master), e si propone come un invito a prendersi cura degli altri e a proteggere gli abitanti del futuro. 

Una canzone pop dalle sonorità delicate e travolgenti, con un testo crudo e diretto, scritto dalla stessa Marquica che ha firmato il suo primo singolo nel 2001, “Sol Amor y Mar” (Warner), diventato poi lo spot della Lipton.  A questo ha fatto seguito il singolo “Easy” (Sony Music). Nel 2018, il suo primo album “La teoria della ghianda”, composto da 12 tracce in cui sonorità black-soul si mescolano al cantautorato italiano.  Il disco è stsato anticipato dal singolo “La mia Escort”. Nel 2019 è uscito il singolo “Quanti cadaveri”, un brano electro-pop che parla del rapporto odierno tra l’uomo e i social network, registrato e prodotto da Lorenzo Avanzi e Matteo Bassi (bassista di Elisa). Dello stesso anno “Ansia”, brano pop ironico. Nel maggio 2020 è arrivato “Catarifrangenti”, una canzone dal sound elettronico e seventies, sul tempo che dedichiamo a soffermarci sui pensieri e alle nostre azioni quotidiane.

“La sposa bambina”, spiega Marquica, “racconta una storia vera che riguarda l’infanzia negata e la voglia di poter riuscire a vivere una vita autentica e semplice, la mancanza di confronto con gli altri bambini e la gioia di avere una nuova occasione per crescere libere da un marchio deciso da altri. Attraverso queste storie parliamo del mondo e di ciò che ci tocca profondamente, come la storia di Sheila e di sua madre che, andando contro tutti e denunciando il padre della bambina, le ha permesso di cominciare a giocare e respirare”.

Una parte dei proventi del brano sarà devoluta a Emergency a sostegno del Centro di Maternità di Anabah nella Valle del Panshir, proprio in Afghanistan. Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, nata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà.

Come nasce la collaborazione con Emergency?

“La sposa bambina” racconta una storia vera, dopo averla incisa ho subito iniziato a pensare ad organizzazioni o associazioni che potessero aiutare realmente gli altri, Emergency mi ha proposto il centro di Anabah di maternità chirurgico pediatrico, vedendone i video non ho avuto dubbi. 

La storia raccontata ha un valore intrinseco importante, ma rappresenta anche uno spaccato di riferimento con l’Afghanistan, Paese che vive da anni in enormi difficoltà sociali ed economiche. Quale è la sua visione, anche in relazione a quello che è successo la scorsa estate?

Il mondo ha totalmente abbandonato l’Afghanistan, soprattutto dopo questa estate, il punto è che chi realmente ci va di mezzo sono le donne e i bambini, da sempre e ovunque. Sono chiaramente lontana dalla loro politica e dall’estremismo di qualsiasi genere, comprendo bene quante colpe abbiano anche gli stati che negli anni hanno cercato di imporre il loro dominio e punto di vista, ma sono convinta che se le nazioni unite non interverranno a breve, andrà sempre peggio la situazione e in questo momento vedo solo grande abbandono e poca concretezza da parte del mondo vicino. 

Le note di presentazione la definiscono autrice, produttrice e “incantautrice”. Quanto si ritrova nelle etichette, specie in quest’ultima?

In quest’ultima mi ritrovo totalmente perché ha un bel suono, mi rallenta il pensiero e porta ad immaginarmi assorta mentre canto con e per gli altri.  In generale non le amo affatto perché sono un limite alle possibilità, un bisogno superfluo dell’uomo e del nostro ambiente, finalizzato solo alla vendita, quindi molto lontano dal mio vivermi la musica. Capisco perfettamente che a volte sia necessario differenziare artisticamente le proposte, ma credo sia più una moda che una reale bisogno. Incantautrice mischia scrivere, cantare, interpretare e incantare, mi fa sorridere e divertire quindi lo terrò a lungo.

La storia di Sheila è la storia di un’infanzia negata. In che modo, se lo fa, parla alla sua storia personale?

Ho avuto un’infanzia molto bella, sicuramente forte da altri punti di vista perché ho perso molti amici in modi troppo violenti per la mia allora giovane età e quando questo accade, resti segnato sempre. Nel mio caso ho reagito con l’impervia, il fare, creare, viaggiare molto, suonare, come se il ricordo fosse da rielaborare creativamente e in vitalità.  Adoro il mondo dei più piccoli, non solo perché madre, ma soprattutto per la capacità che questi nuovi umani hanno da viversi il presente senza filtri, almeno fino all’adolescenza.  Non ho vissuto questa storia vedendoci anche me o una mia parte, ho proprio voluto essere il mezzo e la voce di Sheila, come se lei fosse entrata in me per raccontarsi, per esprimere i suoi dubbi, il suo stato, alla vigilia di un evento di certo lontano dalla sua età. 

La collaborazione con Giovanni Ghioldi segna un pezzo importante della tua storia artistica recente. Arrangiamenti solidi che aprono alla presenza di strumenti ritmici e solisti. Ti ritrovi nelle sue scelte?

Giovanni è praticamente mio fratello, abbiamo un feeling naturale così forte e sincero, che mi lascia spesso stupita avere un amico capace di tradurre in suono qualsiasi fissa navighi nel mio cervello. Amo le sue scelte e non ho alcuna paura di limarne altre, così come lui si sente totalmente libero di dirmi se una nota o una frase suona meglio in altri modi, perché il fine è la musica non il nostro ego, è rendere migliore e poetico un brano, non far sentire che siamo fuoriclasse. È un rapporto autentico che nei live esplode in energia ed emotività bella. 

Correggio, l’eccelso pittore delle illusioni

Stasera, alle 19.20, va in onda su Rai5 il documentario prodotto da Rai Cultura, “Correggio, dall’ombra alla luce”, di Emanuela Avallone e Linda Tugnoli. Un’ottima occasione per riscoprire un pittore di cui si parla oggettivamente poco ma che seppe convogliare la morbidezza dei volti raffaelleschi, le prospettive leonardesche e le illusioni prospettiche del Mantegna in una pittura assolutamente rivoluzionaria, a cavallo tra Rinascimento e Barocco.

Una vita e un apprendistato avvolti nel mistero

Della vita di Antonio Allegri, detto Correggio, si hanno notizie scarne. Il nome col quale è universalmente conosciuto deriva da quello del borgo natio, in provincia di Reggio Emilia, dove vede la luce nell’agosto del 1489.

Dal 1503 al 1505 alcuni storici lo pongono a bottega da Francesco Bianchi Ferrara di Modena, altri lo inseriscono nella bottega del grande pittore Andrea Mantegna, del quale sicuramente contribuisce a decorare la cappella funebre.

Dopo la morte del Mantegna si sposta a Ferrara, dove subisce le influenze classiciste degli artisti Lorenzo Costa e Francesco Francia.

Gli ambienti accademici hanno a lungo dibattuto su un suo ipotetico viaggio a Roma nel 1518, evento ormai dato quasi per certo, dati i potenti rimandi leonardeschi e raffaelleschi che permeano le sue opere.

Le prime opere

In assenza di precisi dettagli biografici, a parlare per Correggio sono le sue opere. Le prime, databili tra il 1510 e il 1514 si concentrano su episodi biblici come la Natività e L’adorazione del bambino con Santa Elisabetta (entrambi alla Pinacoteca di Brera) e su numerose pale d’altare.

La prima databile con certezza è La Madonna di San Francesco (1514) realizzata per l’altare della chiesa di San Francesco a Correggio, sua città natale e ora conservata a Desdra.

Nella Sacra conversazione si vede al centro la figura di Maria seduta in trono con in braccio il piccolo Gesù. Ai suoi piedi vi sono San Francesco e dietro di lui Sant’Antonio da Padova. A destra Giovanni Battista guarda verso l’osservatore indicando il Bambino, mentre dietro vi è Santa Caterina d’Alessandria.

Immediate sono le analogie con le eteree fattezze della Madonna Sistina di Raffaello.

La Madonna di San Francesco

La camera della Badessa

L’opera che consacra Correggio tra i più abili pittori del Cinquecento e lo eleva a fama imperitura, è senza dubbio la decorazione della Camera della Badessa detta anche Camera di San Paolo.

Commissionata nel 1519 dalla colta e volitiva badessa Giovanna Piacenza presso il convento benedettino di San Paolo, la raffinata camera da letto, è considerata un capolavoro assoluto della tecnica a fresco e delle illusioni prospettiche.

Dalle lunette affrescate con le effigi degli antichi si innalza una sofisticata volta divisa in sedici spicchi, una sorta di ombrello con stecche dorate che converge al centro verso lo stemma araldico della badessa; in ogni spicchio che simula le foglie verdeggianti di un pergolato, è situato un ovale dal quale si affacciano putti giocosi che mostrano trofei di caccia.

La stanza, che si offre allo spettatore come una sorta di giardino illusorio pieno di frutti e delizie ma anche di rimandi mitologici alla dea Diana, sembra volesse essere un invito per le giovani monache a riflettere sui vizi e le virtù.

Il prestigioso ambiente tenuto nascosta per oltre due secoli dopo la realizzazione, viene riscoperta dal pittore e critico d’arte Anton Raphael Mengs che ne rimane strabiliato.

Volta della Camera della Badessa

Le importanti commissioni a Parma

La fase matura di Correggio si concentra a Parma dove è chiamato ad affrescare la Cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista e poi la Cupola del Duomo.

La Cupola di San Giovanni Evangelista viene dipinta tra il 1520 e il 1524 e mostra la visione che S. Giovanni ebbe nell’isola di Patmos dove gli apparve Gesù. Anche per quest’opera, la sensazione è quella di una finestra aperta, con gli apostoli sospesi tra le nubi intorno alla figura del Cristo dell’Apocalisse che si erge nella luce. Un’illusione ottica che sorprende ancora oggi; grazie infatti al restauro, guidato da Marcello Castrichini, si scorgono figure mai viste in precedenza e una capacità di catturare la luce davvero straordinaria.

Concluso questo primo lavoro, Correggio si dedica ad affrescare la Cupola del Duomo terminando con risultati eccezionali nel 1530. L’Assunzione della Vergine dipinta al suo interno porta ai massimi livelli l’intento del pittore di trasformare la prospettiva bidimensionale e terrestre dei fiorentini in una prospettiva tridimensionale e celeste. In questa stupefacente scena corale una moltitudine di angeli con movimento centripeto, accompagna l’ascesa della Madonna al cielo.

Il risultato suscita una tale ammirazione tra i contemporanei, che Tiziano osservandola, pare abbia esclamato: “Se capovolgeste la cupola per riempirla d’oro non fareste il valore di questi affreschi”.

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Assunzione della Vergine, Duomo di Parma

Il ciclo degli amori di Giove

Nella fase finale della sua carriera, tra il 1530 e il 1533, Correggio si focalizza sui soggetti mitologici e realizza il Ciclo degli amori di Giove. Un totale di quattro tele commissionato da Federico II Gonzaga, duca di Mantova e destinato, secondo il Vasari, all’imperatore Carlo V.

I dipinti raffigurano rispettivamente: il Ratto di Ganimede, Leda, Danae e Giove e Io; episodi nei quali il re degli dei possiede le sue amanti sotto forma di animale o di agente atmosferico.

Danae è l’unica tela oggi conservata in Italia, presso la Galleria Borghese a Roma e rappresenta l’eroina adagiata su un letto nell’atto di essere fecondata da Giove tramutatosi per l’occasione in una sottile pioggia d’oro. Una mirabile prova del Maestro, intento a riprodurre la bellezza femminile con eterea leggiadria senza per questo rinunciare alla sensualità.

Poco dopo questo pregevole ciclo, nel marzo 1534, Correggio muore e viene sepolto nella chiesa di San Francesco della sua città natale, accanto al suo capolavoro giovanile, la Madonna di San Francesco.

Danae

Il Nord Italia è così grato al mirabile lavoro del Correggio che il Complesso Monumentale della Pillotta a Parma ha allestito in suo onore una mostra permanente intitolata “L’Ottocento e il mito di Correggio”. L’esposizione comprende quattro capolavori: la Madonna con la Scodella e la Madonna di San Gerolamo, ai quali si aggiungono altri due dipinti provenienti dalla Cappella del Bono e le mirabili incisioni correggesche di Paolo Toschi.

Susanna Petruni, la vocazione di essere madre e giornalista

Photo by Aneta Pawlik on Unsplash

Elena, una garbata e gentile signora, parla con la bambina per un’oretta. Sono  colloqui riservati, tra lei e Stella. Deve capire se tutto va bene, se noi siamo due bravi genitori. La domanda che mi è stata fatta dal tribunale e dalla tutrice è : “Signora come mai  ancora non ha preso il congedo per la maternità?”. Vivo sulla mia pelle le difficoltà di coniugare il ruolo di neomamma con quello di giornalista e soprattutto di dirigente giornalista. Perché essere vicedirettore di un’importante testata radiotelevisiva non è cosa semplice. Non è un impegno che prevede qualche definizione. Anche se prevista perfino dalla Carta Costituzionale. Avere responsabilità, seguire trasmissioni quotidiane in diretta, insomma essere in prima linea nella produzione delle news prevede sacrifici. E io lo so bene. Chiedere sei mesi, oppure anche solo due di maternità vorrebbe dire uscire dal circuito. 

Sono le parole di Susanna Petruni  (attualmente conduttrice di alcuni spazi di Rai Parlamento), autrice del romanzo, fortemente autobiografico “Volevo una mamma bionda”. La giornalista ha presentato il suo volume nella trasmissione pomeridiana di Rai UnoOggi è un altro giorno”

Quella che racconta è la storia di come lei, insieme a suo marito Massimo, hanno deciso di adottare una bambina. Una piccola rom appartenente ad una casa famiglia. Susanna Petruni, attraverso un linguaggio semplice e lineare, condivide il  suo desiderio di diventare madre. Una voglia così grande da portare questa signora a scrivere perfino al Papa. Si può, però, diventare madre quando le lancette dell’orologio biologico sono già po’ in avanti  si fa un lavoro che impegna sul campo a 360 gradi? 

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Questa donna, grazie alla sua forza di volontà, a tanta attesa e speranze,  che sembrano non arrivare mai a decollare, ma anche tanti compromessi, racconta che tutto questo è possibile. 

Le paure, le gioie , le ansie sono proprio quelle di una mamma biologica. Le sente tutte come se la sua Stella – questo il nome che dà alla bimba – la avesse davvero partorita lei. E la piccola sente di essere diventa davvero loro figlia quando ha il suo codice fiscale:

Stella arriva, di corsa, è stupita e insieme curiosa e felice. Chi mai le scrive? È l’Agenzia delle entrate  che le invia il codice fiscale. Non so quanti italiani sarebbero così felici di ricevere un plico dal fisco. Un atto dovuto, un adempimento burocratico, insomma, routine. Per noi quel giorno, una gioia infinita: la fine dell’incubo.

Il libro è stato pubblicato da Piemme nella collana Saggi.

di Alessia Del Re

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Renzo Arbore nominato Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana

Un Renzo Arbore visibilmente emozionato ha ricevuto ieri, dalle mani del presidente della Repubblica Sergio Matterella, la prestigiosa onorificenza di Cavaliere di Gran Croce. Un riconoscimento che sa tanto di celebrazione nei confronti di una carriera straordinaria avviata da giovanissimo e che lo ha spinto a cimentarsi nei vari campi dell’intrattenimento, da quello musicale a quello radiofonico, da quello televisivo a quello cinematografico.

Renzo Arbore, foggiano classe 1937, è stato regista e attore, compositore e sceneggiatore, lasciando indelebile la sua impronta di entusiasmo e vitalità. “In tutta la mia vita ho venduto parole, per questa benemerenza per la prima volta non ne ho avute. Non avere haters di questi tempi è una benedizione, siamo in un mondo così diviso che mettere d’accordo tutti è un po’ un miracolo. Questo mi sprona ad andare avanti”, ha detto all’ANSA.

Foto presa dal profilo Twitter del Quirinale

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“The Illusionist”: Edward Norton nel thriller di Neil Burger

La vita e la morte. Lo spazio e il tempo. Il destino e il caso… queste sono le forze dell’universo“, Eisenheim (Edward Norton). Mistero e magia in un classico del cinema contemporaneo, “The illusionist – L’illusionista”, thriller diretto da Neil Burger e interpretato da Edward Norton, Jessica Biel e Paul Giamatti. Il film è ispirato al racconto “Eisenheim the Illusionist“, scritto dal premio Pulitzer Steven Millhauser.

Stasera, 16 gennaio, su Rai4 (canale 21 del digitale terrestre) a partire dalle 21.10.

Siamo in Austria, all’inizio del XX secolo: il giovane Eisenheim è innamorato della bella Sophie, ma lei è promessa sposa all’erede al trono d’Austria. Dopo essersi persi di vista per quindici anni, Eisenheim e Sophie si rincontrano e si accende nuovamente la scintilla: ora Eisenheim è un celebre illusionista che riempie i teatri di Vienna, mentre Sophie è moglie del Principe Leopoldo.

Quando il Principe intuisce l’affinità tra i due, farà di tutto per incastrare l’illusionista. Un film avvincente che utilizza l’ambientazione storica e gli elementi del melò per dar vita a una vicenda intrisa di mistero che gioca in maniera molto originale le carte del soprannaturale.

Oltre ai sopra citati, nel cast troviamo anche Rufus Sewell, Erich Erich Redman, Eddie Marsan, Ellen Savaria, Jake Wood, Aaron Taylor-Johnson, Brian Caspe, James Babson, Tom Fisher, Dusan Fager, Ryan James, Eleanor Tomlinson, Alistair Macnaughtan

Il 2006, per una simpatica coincidenza, fu un anno “magico”. Oltre a The Illusionist furono pubblicati altri due film a tema: “The Prestige“, di Christopher Nolan con Christian Bale, Hugh Jackman, Michael Cane e Scarlett Johansson, e “Scoop“, di Woody Allen, sempre con la coppia Hugh Jackman – Scarlett Johansson.

La pellicola di Neil Burger si contraddistinse anche per la fotografia di Dick Pope, che ricevette una nomination agli Oscar. Un lavoro in cui le atmosfere tipiche fine Ottocento furono consacrate dalla bellissima colonna sonora a firma Philip Glass e dai costumi di Ngila Dickson. Elementi, questi, tutt’altro che secondari nel contesto della narrazione visiva che trova nell’immagine uno dei suoi punti di forza.

Anche se Norton è perfettamente calato nei panni del personaggio che è chiamato a interpretare, la critica, pur riconoscendone il prezioso lavoro svolto, non è stata unanime di consensi positivi. La sua performance, infatti, non viene annoverata tra le migliori e, anche facendo un rapido giro dei blog e dei forum online, l’opinione sembra per lo più condivisa.

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I film più attesi del 2022: da The Batman ai nuovi capitoli Marvel

Secondo il sito IMDB, portavoce ufficiale del mondo cinematografico e seriale, sono dieci i film più attesi di questo nuovo anno. The Batman, Scream, Thor: Love and Thunder, Top Gun: Maverick, Killers of the Moon, Jurassic World: Dominion, Doctor Strange in the Multiverse of Madness, Mission Impossible 7, Uncharted e The Flash.

Vediamo i più importanti nel dettaglio:

Primo fra tutti il The Batman di Robert Pattinson e Zoe Kravitz.

Sotto la regia di Matt Reeves si prospetta una nuova e inedita avventura dell’uomo pipistrello.

Molto si è già detto e scritto riguardo questa nuova trasposizione, e molto alte sono le aspettative del pubblico che, dopo le prime immagini ufficiali rilasciate, incoronano già Zoe Kravitz come la miglior Catwoman cinematografica, battendo addirittura quella di Michelle Pfeiffer.

Per non parlare del Pinguino interpretato da Colin Farrell di cui, si vocifera, possa essere prodotto un film spin-off a lui dedicato. L’uscita è prevista per il 4 marzo.

Non mancheranno i nuovi capitoli Marvel che animeranno la fase quattro con due nuove pellicole in uscita nel 2022. Stiamo parlando di Thor: Love and Thunder e Doctor Strange in the Multiverse of Madness.

Il Marvel Cinematic Universe è ormai inarrestabile, una delle colonne portanti della Disney, grazie anche alle serie tv uscite sulla piattaforma streaming nel corso del 2021. Il primo ad arrivare nei cinema sarà Doctor Strange, in programma per il 4 maggio, che narrerà i fatti partendo da dove era concluso Spider-Man: No Way Home.

La realtà sta collassando e un nemico potente è sulle tracce di Stephen Strange (Benedict Cumberbatch), ancora alla ricerca di informazioni sulla Time Stone. Un film imponente che vuole approfondire il concetto di multiverso, già affrontato in Spider-Man e WandaVision, dove Sam Raimi mette alla prova le sue doti di regia dopo il grande successo dei primi Spider-Man.

Ci spostiamo in estate, per l’esattezza all’8 luglio, giorno in cui farà il suo debutto in sala Thor: Love and Thunder. Il quarto film che segue il filone di Thor, il Dio del Tuono interpretato da Chris Hemsworth, sarà diretto da Taika Waititi, già alla regia di Thor: Ragnarok.

La pellicola è ispirata all’albo The Mighty Thor e vuole introdurre nel MCU questo nuovo personaggio, evoluzione di Jane Foster, sempre interpretata da Natalie Portman.  

Non ha ancora una data d’uscita il nuovo film di Martin Scorsese, con protagonista Leonardo DiCaprio.

Il regista torna a dirigere il suo attore prediletto in Killers of the Moon, dove sarà presente anche Robert De Niro. Scritta da Eric Roth, la sceneggiatura si basa sull’omonimo saggio del 2017 di David Grann.

La trama si concentra sui fatti accaduti nella contea di Osage, in Oklaoma, agli inizi degli anni 20’. In questo decennio sono stati scoperti molti giacimenti di petrolio in quella zona e parallelamente si sono verificati una serie di omicidi, aventi come vittime alcuni membri facoltosi della tribù indiana di Osage.

Morti a dir poco sospette, visto che tutte le vittime erano proprietari di terreni in cui era stato trovato il famoso “oro nero”. Visto questo legame, l’FBI decide di aprire un indagine e scoprire se gli avvenimenti sono collegati.

Un crime movie ambientato nel profondo West, che mira a far conoscere allo spettatore la verità dietro i massacri del popolo indiano e alla conquista del potere da parte dell’uomo bianco. Una pellicola di tutto rispetto per un regista del calibro di Scorsese, molto legato alla storia delle origini americane.

Questo è molto altro ci aspetta in un 2022 ricco di novità e attesi ritorni, che si spera possano aiutare il mondo delle sale cinematografiche e tutti i lavoratori dell’ambiente, colpiti duramente dalle conseguenze dell’epidemia che ancora ci tiene in pugno.

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Prim, è “When monday comes” l’album d’esordio

Prim when monday comes

C’è un filo sottile che collega passato e futuro, e che collega a sua volta tra loro le canzoni di Prim, nome d’arte nonché progetto-con-band della songwriter Irene Pignatti, all’album d’esordio con“When monday comes”, in uscita in CD, vinile e digitale oggi 14 gennaio 2022 per We Were Never Being Boring Collective.

“L’album è stato scritto in in questo periodo di pandemia, che ci ha privato di contatti fisici e sociali, lasciandoci in attesa di un futuro migliore. E il filo conduttore delle canzoni è proprio l’attesa: aspettare qualcuno, aspettare qualcosa, aspettare un momento. Il titolo dell’album è simbolico e sottolinea il fatto che, dopo la domenica, ci sarà un’altra settimana e quindi un altro giorno, un altro domani. Le canzoni si dividono tra esperienze passate, che vengono lasciate alle spalle, ed esperienze appena intraprese, davanti alle quali c’è un destino ancora ignoto”.

L’attesa, intanto, è terminata per Prim. Un’importante svolta del primo album, con una vecchia foto trovata in cantina scelta come immagine di copertina, a ribadire il cortocircuito virtuoso tra ieri e oggi.

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La formazione di Modena, completata da Matteo MugoniDavide Severi e Diego Davolio, è nata nel 2019 con l’obiettivo di realizzare le canzoni nel cassetto di Pignatti, autrice infatti di tutte le musiche, salvo rare eccezioni, e dei testi. “When monday comes” arriva a seguire l’EP Before You Leave del 2020. Pignatti racconta: “Il processo creativo parte da me, che scrivo le parole, compongo le melodie e appronto una prima traccia di chitarra o ukulele. Gli altri ragazzi, successivamente, contribuiscono con le loro idee. Ci confrontiamo tutti e quattro sulla direzione dei brani, cercando i suoni più adatti al loro mood”.

Le nove canzoni in programma fondono intimismo di matrice alt folk e vivacità indie pop, il calore delle timbriche acustiche e sbarazzine linee di synth, tradizione analogica e sound moderno. La band emiliana, infatti, si è lasciata andare come mai prima d’ora alla sperimentazione, toccando vari generi musicali e soluzioni atipiche (avviene per esempio con i loop e vocals in reverse della title track), e di pari passo ha lavorato a lungo sugli arrangiamenti.

Dalla timidezza della loro genesi chitarra-e-voce, i brani presentano così adesso una grana preziosa eppure solida, attraverso la quale godere di innumerevoli dettagli. Pignatti, già forte di una spiccata personalità nonostante la giovane età, appassionata di musica sin da bambina, ha tratto stavolta ispirazione da nomi eclettici come Clairo, Daughter, Fenne Lily, Maggie Rogers, Taylor Swift – in particolare, quella di Folklore ed Evermore – e The 1975.

La voce, cristallina, si intreccia spesso in cori che volgono invece l’orecchio tanto a Tom Odell quanto alla lezione intramontabile dei Beatles. Cristallini lo sono anche i testi, che riflettono con grande immediatezza vicende ed emozioni personali, che si tratti di fobie e solitudine, di fede e scetticismo, del rapporto con gli amici o della sfera romantica: “I testi sono una raccolta di storie che compongono la mia quotidianità. Per me, è importante che riescano a lasciare un messaggio chiaro e diretto”.

Un esempio perfetto è in tal senso il primo, intenso singolo “Bathtub: “Si tratta di una canzone nata dopo due settimane di songwriting, alla quale ho sempre lavorato al calar del sole, non so perché, e l’aspetto più divertente è che l’ho conclusa alle tre di notte dentro la doccia, il punto più isolato di casa mia. bathtub è la canzone d’amore del disco, quella più sincera. Parla della paura di essere abbandonati e dimenticati”.

Il più recente singolo synthpop “Citylights, dall’orecchiabilità contagiosa, è accompagnato da un videoclip diretto da Federico Sigillo: “Le ‘luci della città’, da cui prende il titolo la canzone, riportano allo scenario di Londra, dove ho trascorso un paio di estati. In due differenti occasioni sono stata a Soho con alcuni amici ed entrambe le serate si sono rivelate indimenticabili, ed è esattamente il ‘non volere che qualcosa di bello termini’ che caratterizza questa canzone – «the night won’t last for long but I don’t wanna see the dawn»”.

L’album è stato registrato al Monolith Studio di Brescia da Alessandro Paderno e Michele Marelli, prodotto da Paderno, mixato da Lorenzo Caperchi e Paderno, masterizzato da Giovanni Versari presso La Maestà. Da una parte ci sono schiette canzoni d’addio (“Ireland“), introspezioni esistenziali (“Roots”) e pure e semplici riflessioni “Tthank you for the flowers“).

Dall’altra troviamo flash di ironica allegria (“She, she, she“), brio catchy applicato alla piaga universale del catcalling (“I love cats”) e spensieratezza in contrapposizione al terrore della morte (“Thanatophobia”, con riferimento alla poesia “I Wandered Lonely as a Cloud” di William Wordsworth). “When monday comes” è “ora”, è finalmente arrivato.

“Il cielo è ovunque”, in arrivo l’anteprima su Apple TV+

Il cielo è ovunque apple tv

Apple Original Films presenta “Il cielo è ovunque”, prodotto da A24, diretto da Josephine Decker (“Madeline’s Madeline”, “Shirley”) e con la una sceneggiatura di Jandy Nelson, autrice dell’omonimo romanzo. Il film è interpretato da Grace Kaufman, Pico Alexander, Jacques Colimon, Julia Schlaeper, Ji-young Yoo, Havana Rose Liu, Cherry Jones e Jason Segel.

I produttori sono Denise Di Novi (“Piccole donne”) e Margaret French Isaac (“Stepmom”) per Di Novi Pictures, insieme a Decker e Allison Rose Carter (“Shirley”). Nelson e Joshua Bachove (“Minari”) sono i produttori esecutivi. La fotografia è a cura di Ava Berkofsky (“Insecure”), la scenografia è di Grace Yun (“Hereditary”), il montaggio di Laura Zempel (“Euphoria”), i costumi di Christopher Peterson (“The Irishman”) e le musiche di Caroline Shaw (“Madeline’s Madeline”).

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Nascosta tra le magiche sequoie della California settentrionale e circondata dalle rose gigantesche di sua nonna, la diciassettenne Lennie Walker, un vero prodigio musicale, lotta con la sofferenza atroce che l’ha travolta a seguito dell’improvvisa perdita della sorella maggiore, Bailey.

Quando Joe Fontaine, il carismatico nuovo ragazzo della scuola, entra nella vita di Lennie, lei ne resta subito attratta. Ma la complicata relazione di Lennie con Toby, il devastato fidanzato di sua sorella, condiziona la nascente storia d’amore tra lei e Joe. Attraverso la sua vivida immaginazione e i suoi sentimenti, onesti e conflittuali, Lennie naviga tra il primo amore e la prima perdita per creare una canzone tutta sua. L’acclamata regista Josephine Decker dirige “Il cielo è ovunque”, nuovo commovente adattamento dell’omonimo romanzo.

La lente di Pompei sul teatro di Grassi, Strehler e De Bosio

Fabrizio Pompei, docente e regista, ha realizzato una serie di contributi per raccontare il lavoro di alcuni grandi nomi del teatro italiano. Di recente, per Rai Cultura, ha firmato uno speciale dedicato a Gianfranco De Bosio, regista, sceneggiatore, impresario teatrale, docente ed ex partigiano, è una figura decisamente importante nella storia del teatro italiano degli ultimi decenni.

La biografia di De Bosio è ricca ed articolata, impossibile da racchiudere in poche righe. Basti qui ricordare che ha  diretto il Teatro Stabile di Torino dal 1957 al 1968 ed è  stato Sovrintendente dell’Ente Lirico Arena di Verona dal 1968 al 1970 e dal 1992 al 1998.

Forse però la figura di questo “grande vecchio” del teatro italiano, che alla sua veneranda età (è nato nel 1924) continua con lucidità e passione a studiare ed approfondire autori ed opere a lui cari, è legata, tra gli anni ’50 e gli anni’ 60.

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Ed è dunque meritoria l’opera intrapresa da Pompei, che insegna Storia dello Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Firenze e che sta lavorando per riportare all’attenzione due grandi protagonisti del teatro italiano come il drammaturgo attore Angelo Beolco detto Ruzante e lo stesso regista De Bosio, protagonista della Resistenza e ultimo testimone ancora in vita di quella “generazione in fermento” alla quale va riconosciuto il merito d’aver fondato in Italia la moderna regia teatrale.

Nel video di Rai Cultura è proprio De Bosio a raccontare del suo rapporto con Ruzante, mentre il professor Pompei aiuta lo spettatore a capire meglio il rapporto tra drammaturgo e regista ed ad inquadrare storicamente entrambi nel loro tempo.

LINK AL VIDEO

Un percorso culturale interconnesso al libro “Teatro al Centro” dello stesso Pompei. Il volume, imperniato sulle maiuscole figure di Paolo Grassi, Giorgio Strehler e, ancora, lo stesso Gianfranco De Bosio, fa parte della rinnovata Collana di Studi storici dello Iasric, l’Istituto abruzzese per la Storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea, e appare per i tipi delle Edizioni Menabò di Ortona.

Pompei racconta la rinascita vissuta dalla scena italiana negli entusiasmanti decenni della seconda metà del Novecento. La generazione degli anni Venti aveva maturato una profonda esigenza di rinnovamento che del teatro seppe fare il luogo fisico e mentale in cui interrogarsi sul senso della propria funzione socio-culturale e sul destino dell’intera società.

Fu in quel contesto che la regia s’affermò nel teatro italiano grazie ai nuovi teatranti cresciuti negli anni del fascismo e poi, nel dopoguerra, diventati punto di riferimento per la rinascita teatrale.

Anche grazie a un’estesa ricerca di fonti storiche inedite, come lettere, interviste e testimonianze dei protagonisti del volume, Pompei ripercorre gli anni di formazione e prima attività dei giovani registi, i quali, tra momenti esaltanti e crisi profonde, tra successi e cadute, animarono un momento particolarmente denso nella storia del teatro e del Paese. Ulteriori contributi sono costituiti dall’introduzione di Gabriele Lavia e da un saggio di Errico Centofanti sull’esperienza dei Carri di Tespi.

Guarda il video di “Rock Believer”, nuovo singolo degli Scorpions

Si chiama “Rock Believer” il nuovo singolo degli Scorpions, la title track del diciannovesimo studio album che uscirà il 25 febbraio.

“Puoi aspettarti un album dedicato a tutti i credenti del rock nel mondo. E siamo molto entusiasti dopo tutti questi anni. Se pensiamo a tutti i tour intrapresi negli ultimi dieci anni, dopo l’uscita di “Return To Forever” nel 2015, era giunto il momento di tornare in studio, di scrivere nuovo materiale, nuove canzoni e controllare se la creatività funziona ancora. Il grande obiettivo era fare un album rock con molta attitudine, potenza e concentrazione sui bei vecchi tempi. E questo è davvero bello”, ha detto Klaus Meine durante un’intervista alla radio cilena Radio Futuro.

“Nel corso degli anni abbiamo sentito persone dire molte volte che il rock è morto. Ma ci sono ancora milioni di credenti del rock là fuori in tutto il mondo che dimostrano che si sbagliano. I nostri fan sono i migliori al mondo. Ci vedremo un giorno da qualche parte là fuori, perché siamo credenti nel rock, proprio come te”, ha concluso Meine.

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“Rock Believer” è stato registrato ai Peppermint Park Studios di Hannover, in Germania, ed è stato mixato ai leggendari Hansa Studios di Berlino con l’ingegnere Michael Ilbert che ha ottenuto diverse nomination ai Grammy per il suo lavoro di mixaggio con il produttore Max Martin sugli album di Taylor Swift e Katy Perry .

Tracklist di “Rock Believer” :

01. Gas In The Tank
02. Roots In My Boots
03. Knock ‘Em Dead
04. Rock Believer
05. Shining Of Your Soul
06. Seventh Sun
07. Hot And Cold
08. When I Lay My Bones To Rest
09. Peacemaker
10. Call Of The Wild
11. When You Know (Where You Come From)
12. Shoot For Your Heart
13. When Tomorrow Comes
14. Unleash The Beast
15. Crossing Borders

Parole & Suoni, Vinicio Capossela non fu più lo stesso dopo Cèline

Sag Awards 2022: le nomination dell’associazione attori di Hollywood

A pochi giorni dall’assegnazione dei Golden Globe, sono state rivelate le nomination per i Screen Actors Guild Award, gli ambiti premi assegnati dall’associazione degli attori di Hollywood. Anticamera degli Oscar, i Sag Awards sono ritenuti una preview di quello che potrebbe accadere alla più importante cerimonia cinematografica.

Questo perché, molti dei membri della giuria sono i medesimi degli Academy Awads. La premiazione è programmata per il prossimo 27 febbraio, restrizioni premettendo, viste le grosse difficoltà che stanno affrontando le cerimonie programmate in questi difficili mesi.

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Come si può notare dalle nomination, si confermano come protagonisti assoluti Succession e Ted Lasso che, con cinque nomination ciascuno, dominano la categoria delle serie tv.

Tra i grandi successi dell’anno, troviamo molto apprezzati anche Squid Game e Omicidio ad Easttown, entrambi con 4 nomination all’attivo. Importante riconoscimento quello per la serie evento degli ultimi due anni, Yellowstone, che riceve la nomination come Miglior Cast in una Serie Drammatica.

Per quanto riguarda i film, invece, sembra che la tendenza sia leggermente diversa rispetto ai Golden Globe. Vediamo infatti meno nominate pellicole come West Side Story e Belfast, che durante i Golden Globe sono state premiate in diverse categorie e un scopriamo un’esclusione a dir poco inaspettata, quella di Spencer di Pablo Larrain.

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Continuano ad essere oggetto di discussione, da parte dell’Academy, due grandi successi di Netflix, Il Potere del Cane e Don’t Look Up e il biopic sulla famiglia Gucci, House of Gucci.

Ecco tutte le candidature:

Miglior Cast in un Film

Belfast

CODA

Don’t look up

House of Gucci

King Richard

Miglior Attore Protagonista in un Film

Javier Bardem (Being the Ricardos)

Benedict Cumberbatch (Il Potere del Cane)

Andrew Garflield (Tick, Tick… Boom!)

Will Smith (King Richard)

Denzel Washington (The Tragedy of Macbeth)

Miglior Attrice Protagonista in un Film

Jessica Chastain (The Eyes of Tammy Faye)

Olivia Colman (The Lost Daughter)

Lady Gaga (House of Gucci)

Jennifer Hudson (Respect)

Nicole Kidman (Being the Ricardos)

Miglior Attore non Protagonista in un Film

Ben Affleck (The Tender Bar)

Bradley Cooper (Licorice Pizza)

Troy Kotsur (CODA)

Jared Leto (House of Gucci)

Kodi Smith – McPhee (Il Potere del Cane)

Miglior Attrice non Protagonista in un Film

Caitriona Balfe (Belfast)

Cate Blanchett (La fiera delle illusioni)

Ariana DeBose (West Side Story)

Kristen Dust (Il Potere del Cane)

Ruth Negga (Passing)

Miglior Cast di Stunt in un Film

Black Widow

Dune

The Matrix Resurrection

No time to die

Shang – Chi e la leggenda dei dieci anelli

Miglior Cast in una Serie Drammatica

The Handmaid’s Tale

The Morning Show

Squid Game

Succession

Yellowstone

Miglior Cast in una Serie Comica

The Great

Hacks

The Kominsky Method

Only Murders In the Building

Ted Lasso

Miglior Attore in una Miniserie o Film tv

Murray Bartlett (The White Lotus)

Oscar Isaac (Scene da un matrimonio)

Michael Keaton (Dopestick)

Ewan McGregor (Halston)

Evan Peters (Omicidio a Easttown)

Miglior Attrice in una Miniserie o Film tv

Jennifer Coolidge (The White Lotus)

Cynthia Erivo (Genius)

Margareth Qualley (Maid)

Jean Smart (Omicidio a Easttown)

Kate Winslet (Omicidio a easttown)

Miglior Attore in una Serie Drammatica

Brian Cox (Succession)

Billy Crudup (The Morning Show)

Kieran Culkin (Succession)

Lee Jung-jae (Squid Game)

Jeremy Strong (Succession)

Miglior Attrice in una Serie Drammatica

Jennifer Aniston (The Morning Show)

Elisabeth Moss (The Handmaid’s Tale)

Sarah Snook (Succession)

HoYeon Jung (Squid Game)

Reese Witherspoon (The Morning Show)

Miglior Attore in una Serie Comica

Michael Douglas (The Kominsky Methond)

Brett Goldstein (Ted Lasso)

Steve Martin (Only Murders in the Building)

Martin Short (Only Murders in the Building)

Jason Sudeikis (Ted Lasso)

Miglior Attrice in una Serie Comica

Elle Fanning (The Great)

Sandra Oh (The Chair)

Jean Smart (Hacks)

Juno Temple (Ted Lasso)

Hannah Waddinghan (Ted Lasso)

Miglior Cast di Stunt in un Serie

Cobra Kai

The Falcon and the Winter Soldier

Loki

Omicidio a Easttown

Squid Game

Daniele Salvo porta in scena “Il Grande Inquisitore”: la nostra intervista

“Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte”, frase partorita dal genio di Fëdor Michailovic Dostoevskij; un sentimento letterario che continua a far vibrare le corde dell’anima di chiunque abbia letto una sua opera. la letteratura russa è come un buco nero dal quale è difficile risalire.

Leggere Dostoevskij equivale alla messa in discussione di ogni atomo del nostra coscienza; come uno sgretolamento lento e sequenziale di un muro di certezze costruito anno dopo anno, mattone dopo mattone. Ci si ritrova a dover fare i conti con un dialogo interiore e con la volontà di dover risalire in superficie perché intrappolati dalle sabbie mobili della verità.

In occasione del bicentenario dalla nascita dell’illustre autore il Teatro Maria Caniglia co-produce insieme all’Istituto Ivanov Roma con il contributo di Gazprombank, Fahrenheit 451 Teatro e Mulino ad Arte uno spettacolo di grande prestigio.

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L’8 e il 9 gennaio 2022 ha avuto luogo il debutto de “Il Grande Inquisitore” tratto dal romanzo dostoevskiano “I fratelli Karamazov” presso l’Off/Off Theatre di Roma. Lo spettacolo, nato dalla cura e l’interpretazione attiva del regista Daniele Salvo, allievo di una delle stelle più luminose del firmamento teatrale Luca Ronconi, vanta un cast d’eccezione con la straordinaria presenza di Melania Giglio e Daniele Ronco.

La pièce calcherà i palchi abruzzesi del Teatro Maria Caniglia di Sulmona stasera, sabato 15 gennaio 2022, e del Teatro “Talia” di Tagliacozzo domenica 16 gennaio 2022.

The Walk of Fame Magazine ha incontrato il regista Daniele Salvo.

Come nasce il progetto di co-produzione con il Teatro Maria Caniglia di Sulmona?

Questo è un lavoro a cui tengo particolarmente, sia per le tematiche che per l’altezza drammaturgica di Dostoevskij. Questo progetto è nato dal Centro Studi Ivanov di Roma che ha ottenuto un finanziamento dalla Gazprombank, dal Mulino ad Arte e Fahrenheit 451 (Associazione che dirigo). Nasce anche dall’idea, insieme a Patrizio Maria D’Artista, direttore artistico della stagione di prosa del Teatro Maria Caniglia di Sulmona, di realizzare a Sulmona un lavoro di grande prestigio. 

Per i cultori della letteratura di Dostoevskij, il peso della parola porta a tremori esistenziali. Veri e propri fardelli intrisi del dubbio contradditorio, DNA del genere umano. L’adattamento de “Il Grande Inquisitore” su cosa sarà improntato? Manterrà una chiave di lettura tradizionale oppure dobbiamo aspettarci delle novità sul palco?

Nel momento in cui si attua un’operazione registica sul testo ci si scontra inevitabilmente con la novità. Nonostante ciò, io amo molto eviscerare dal testo le idee. Ci tengo a far capire al pubblico che tutto quello che si vede in scena provenga dal testo, che non sia una distorsione o sovrapposizione del regista. Tutto quello che si vedrà viene dall’opera.

L’unico elemento inedito è la presenza di una figura, lo “Spirito Nero” interpretato da Melania Giglio, che incarna le ossessioni di Ivan, uno dei fratelli Karamazov. “Lo Spirito Nero” della famiglia Karamazov parla e canta soltanto in latino e appare nei momenti di snodo dello spettacolo. Quindi, il testo dell’opera è rispettato in modo scientifico e pedissequo però è presente questo fil rouge che attraversa tutto lo spettacolo.

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Tornando all’importanza del peso del Verbo, citando proprio la leggenda del Grande Inquisitore, le parole che si trovano all’interno del capitolo graffiano la coscienza e fanno vacillare le certezze che in realtà sono sempre state contraddizioni travestite da assiomi. Stiamo Parlando della volontà di un libero arbitrio e il profondo bisogno di sollievo dal peso decisionale. Contrapposizioni connaturate all’io più profondo di ogni uomo. Lei pensa che ci siano dei caratteri affini alla società contemporanea? In quale misura?

Assolutamente sì. Il focus è proprio questo: i confini della libertà dell’uomo. Noi viviamo continuamente divisi da questa contraddizione; tra il bisogno di una tutela che ci sollevi dal peso di decidere e l’aspirazione ad una libertà individuale. La contraddizione del libero arbitrio la incontriamo anche nel periodo storico che stiamo vivendo, di pandemia. Dostoevskij è un architetto di emozioni, uno scienziato dell’animo umano, fotografa molto bene questa contraddizione.

È un autore che non ha paura di affrontare gli angoli più oscuri dell’animo umano. Proprio come Shakespeare, Dostoevskij presenta l’uomo in tutte le sue sfaccettature, anche nei suoi lati più scomodi e rimossi. È come se davanti a noi ci fosse uno specchio.

Nei primi anni del ‘900 a New York c’era un cartello con scritto “l’animale più pericoloso al mondo” ed era uno specchio: il nostro riflesso, l’uomo. oltre a presentarci i nostri istinti più bassi, Fëdor Dostoevskij mostra la nostra aspirazione alla purezza, al nitore umano e al nostro desiderio di relazionarci a livello spirituale.

Di Chiara Del Signore

Autumn in New York: l’amore indissolubile tra Richard Gere e Winona Ryder

Con Autumn in New York mettete il delicato fascino e l’eleganza di Richard Gere. Mettete le dolci smorfie di una stravagante Winona Ryder. Aggiungete le più calde sfumature autunnali di Central Park e la magia della pista di pattinaggio davanti al Rockefeller Center. Mescolate il tutto con romanticismo q.b. Così otterrete un dolceamaro film drammatico-sentimentale che, dopo quasi 22 anni, non manca al suo appuntamento annuale in tv. Questa sera, alle 21.20, su Rai Movie.

LA TRAMA

Will Keane, 48 anni, è un affermato ristoratore di New York e playboy di successo. Cinico sui sentimenti duraturi ed amante delle donne, si troverà a ricredersi quando conosce l’appena 22enne Charlotte Fielding. Figlia di una delle tante conquiste del passato di Will, Charlotte è una briosa ragazza un po’ naive appassionata di poesia antica e creatrice di stravaganti cappellini.

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La sua vivacità e tenerezza conquisteranno Will e faranno nascere la passione. Ma quando la cosa sembra farsi seria, lui tenta di svincolare con la solita frase “Tutto ciò che posso offrirti è questo, quello che abbiamo ora, nient’altro finché non finisce.

Significa che non abbiamo futuro.” Questa volta però sarà lei a spiazzarlo, spiegandogli perché anche lei sa che non ci sarà nessuna storia duratura…

SPOILER ALERT

Charlotte soffre di un neuroblastoma che massimo entro un anno impedirà al suo cuore un normale funzionamento. Conscia del poco tempo che le resta, la giovane ha rifiutato ogni eroico quanto rischioso tentativo scegliendo di godersi ogni attimo.

Così sequestra l’orologio di Will con la promessa di restituirlo “quando dimenticherai che ce l’ho io“. I due vivono la storia d’amore che porterà il cinico Will a dire quel famoso “Ti amo” sulle note dei canti natalizi a Central Park e tentare il tutto per tutto quando durante le feste il tumore si espande e il cuore di Charlotte cede. Ma purtroppo neanche il miglior chirurgo trovato da Will riuscirà ad effettuare un miracolo.

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Una storia d’amore dolce e maledetta che supera la differenza d’età ed altri ostacoli più dolorosi, la lotta contro il tempo, la redenzione di un playboy, un ritrovato rapporto tra padre e figlia.. tutti ingredienti di un film (dalla trama forse prevedibile e già vista) che continua a intenerire e far sussultare i cuori più romantici.

Non solo, “Autumn in New York” colpisce anche per l’eleganza della fotografia, per il dolceamaro contrasto tra la storia d’amore d’altri tempi e la frenesia di una New York del 2000 (in cui possiamo vedere ancora le Twin Towers) colta nelle sue migliori sfumature autunnali.

Per non parlare della piacevole alchimia tra il sempre affascinante Richard Gere e la pura bellezza (dentro e fuori) di Winona Ryder. Dell’attenzione ai particolari e della delicatezza con cui la Chen ci invita a godere dell’amore senza pregiudizi e del fuggevole tempo. Non a caso il film fu lanciato con lo slogan:

“Lui si innamora per la prima volta… e lei per l’eternità”

Foto: cinématographe.it

Ascolta Brother the Cloud, il terzo estratto del nuovo album di Eddie Vedder

Eddie Vedder lancia Brother the Cloud, il terzo estratto dell’album Earthling, in uscita a febbraio. La canzone, che segue Long Way e The Haves recupera quell’energia propria del cantautore di Chicago pronto a partire per una tournee negli Usa insieme alla sua band, gli Earthlings (Glen Hansard, Chad Smith, Josh Klinghoffer, Chris Chanet, Andrew Watt).

Il tour toccherà New York, Newark (nel New Jersey), Chicago, San Diego, Los Angeles e Seattle, tutti luoghi molto significativi per la vita e la carriera di Vedder.

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Nel nuovo album ci sono delle collaborazioni importanti Stevie Wonder, Ringo Starr, Elton John. E ancora: gli stessi Andrew Watt, Chad Smith e Josh Klinghoffer. Inoltre, per un caso fortuito Eddie Vedder è riuscito a recuperare (e poi inserire verso la fine dell’album) delle registrazioni della voce di suo padre, la cui storia ha ispirato tante sue canzoni.

“Il complotto contro l’America”: in chiaro la serie con Winona Ryder

Prende il via su Rai3 “Il complotto contro l’America”, la miniserie dalle tinte fantapolitiche tratta dall’omonimo romanzo di Philip Roth (2004) con Zoe Kazan, Anthony Boyle, John Turturro e Winona Ryder. La serie verrà trasmessa in tre prime serate, venerdì 14, giovedì 20 e venerdì 28 gennaio alle 21.20. Il debutto è avvenuto il 16 marzo del 2020 su HBO e solo a luglio è arrivata in Italia, su Sky Box Sets e poi su Sky Atlantic.

Sinossi

New Jersey, 1940. La Seconda guerra mondiale, che è ancora una guerra solamente europea, è al centro della campagna elettorale degli Stati Uniti. Da una parte c’è il democratico Franklin Delano Roosevelt, il presidente in carica, dall’altra il repubblicano Charles Lindbergh, l’aviatore che per primo ha attraversato l’Atlantico in solitaria.

Lindbergh è un eroe nazionale, un simbolo degli Stati Uniti in patria e all’estero. Ha però un piccolo difetto: guarda con simpatia a ciò che sta facendo in Europa Adolf Hitler.

La famiglia ebrea dei Levin è testimone della crescente ascesa al potere dell’aviatore, che trasforma gli Stati Uniti d’America in un paese antisemita alleato con i nazisti. Il piccolo Philip sarà testimone, suo malgrado, dei violenti cambiamenti politici e sociali che ne derivano

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É uscito “Oh my God”: il nuovo singolo di Adele

Esce oggi “Oh my God”, il nuovo singolo di Adele, la superstar vincitrice di 15 Grammy Awards, estratto dal suo album di inediti “30” (Columbia Records/Sony Music), recentemente certificato oro in Italia.

È online anche il videoclip ufficiale del brano diretto da Sam Brown, già alla regia della sua super hit del 2010 “Rolling in the Deep”. L’energia e i movimenti al suo interno sottolineano perfettamente il tono immediato e seducente di Adele che afferma “I know that it’s wrong, but I want to have fun”.

Dal 21 gennaio, inoltre, Adele sarà impegnata della sua residency a Las Vegas, “Weekends with Adele”, che si terrà al The Colosseum of Caesars Palace Hotel.

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Questa la tracklist di “30”: Strangers by Nature, Easy On Me, My Little Love, Cry Your Heart Out, Oh My God, Can I Get It, I Drink Wine, All Night Parking (with Erroll Garner) Interlude, Woman Like Me, Hold On, To Be Loved, Love Is A Game.

30” sta continuando a dominare le classifiche di tutto il mondo e attualmente è certificato: 3X platino negli Stati Uniti e 2X platino nel Regno Unito, Irlanda, Francia e Sud Corea. Il disco, uscito a novembre 2021, è l’album più venduto nel 2021 negli Stati Uniti dove è rimasto per 7 settimane al #1 degli album più venduti della settimana. “30” è anche l’unico album del 2021 ad aver venduto, senza considerare gli streaming, oltre 1 milione di copie.

Il primo singolo estratto dall’album “Easy on me”, certificato platino in Italia e arrivato alla #1 dell’Airplay radiofonico, ha anche debuttato al #1 della classifica dei singoli più venduti della settimana (FIMI/GfK) ed è entrato subito nei record, registrando il maggior numero di stream di sempre in 24 ore su Spotify e Amazon Music e il maggior numero di pre-add di sempre su Apple Music.

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Negli Stati Uniti, “Easy On Me” è rimasto per 8 settimane alla posizione #1 della classifica Billboard Hot 100 ed è attualmente al #1 della Top 40 radio per la sesta settimana, superando il precedente record di Adele di “Rolling In The Deep”, rimasta 5 settimane, nel 2011.

Il brano, nominato anche ai Brit Awards 2022 nella categoria “Song Of The Year”, conta più di più di mezzo miliardo di stream totali e ha conquistato in una sola settimana la #1 dellaclassifica globale di Spotify, la #1 della classifica globale e italiana di Apple Music, la #1 della classifica FIMI/GfK dei singoli più venduti, la #2 della classifica italiana di Spotify, e la #2 della classifica globale e italiana di Shazam.

Notre Dame de Paris, il cast originale torna in scena 20 anni dopo

“Notre Dame de Paris”, forse l’opera popolare moderna più famosa al mondo e spettacolo tra i più imponenti mai realizzati, celebra quest’anno il ventennale dall’esordio sulle scene italiane, avvenuto per la prima volta in italiano il 14 marzo del 2002 al GranTeatro di Roma, costruito appositamente per l’occasione per volontà di David Zard. 

In occasione di un anniversario così importante, solo ed esclusivamente per il 2022 lo show avrà come protagonista l’intero cast originale del debutto, con il grande ritorno di Lola Ponce nei panni di Esmeralda. Insieme a lei, sul palco ci saranno Giò Di Tonno – Quasimodo, Vittorio Matteucci – Frollo, Leonardo Di Minno – Clopin, Matteo Setti – Gringoire, Graziano Galatone – Febo, Tania Tuccinardi – Fiordaliso. 

Per l’occasione, special guest d’eccezione di alcune delle date speciali del tour saranno Claudia D’Ottavi e Marco Guerzoni rispettivamente nelle vesti di Fiordaliso e Clopin, di cui sono stati i primi interpreti nel 2002. 

Per la prima volta dopo vent’anni, quindi, tutti gli attori del cast originale dell’opera si riuniranno sul palco

In occasione dei vent’anni dal debutto, le musiche e le canzoni di Notre Dame de Paris nella sua versione italiana sono disponibili su tutte le piattaforme digitali, per permettere agli amanti dello show di riascoltare in ogni momento i propri brani preferiti. Saranno disponibili la versione studio “Notre Dame De Paris (Platinum Edition)” e “Notre Dame De Paris – Live Arena Di Verona (2002)” cantante dagli interpreti originali.

IL TEMPO DELLE CATTEDRALI. Tratta dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, la versione italiana dello spettacolo, curato da Pasquale Pannella con le musiche eterne di Riccardo Cocciante, ha appassionato in questi anni più di quattro milioni di persone. L’opera è pronta a emozionare ancora il pubblico attraverso un tour che celebri l’intramontabilità della propria storia. 

La tournée, prodotta da Clemente Zard con la collaborazione con Enzo Product Ltd, è interamente curata e distribuita da Vivo Concerti e partirà il 3 marzo 2022 da Milano, con l’aggiunta di ulteriori nuovi appuntamenti, per poi spostarsi ad Ancona, Jesolo (Venezia), Firenze, Roma, Reggio Calabria, Lugano, Lanciano, Ferrara, San Pancrazio Salentino, Pula (Cagliari), Palermo, Torre del Lago (Lucca), Napoli, Bari, Catania, Eboli, Casalecchio di Reno (Bologna), Torino e si concluderà a dicembre 2022 a Trieste. 

Notre Dame de Paris” spiega Clemente Zard, “è l’opera popolare che ha segnato un enorme cambiamento nell’intrattenimento e nel teatro italiano, soprattutto anche in quello mondiale. Racconta una storia senza tempo, che può essere apprezzata da generazioni molto diverse tra loro e ha un fascino incredibile ancora dopo vent’anni. La considero la più grande eredità di mio padre, David Zard, che l’ha fortemente voluta e che non si è fermato superando qualunque ostacolo pur di portarlo in scena in Italia, arrivando addirittura a far costruire un teatro ad hoc a Roma”.

Il maestro Cocciante è il cuore pulsante di questo spettacolo“, aggiunge, “che quest’anno andrà in scena per l’ultima volta con il cast originale: sono artisti incredibili che hanno lasciato un segno in tutti i personaggi dell’opera e vederli tutti insieme sul palco ogni volta è come se fosse la prima. È un’emozione poter far parte di questa avventura, e lo è ancora di più in un periodo come questo, in cui il settore dello spettacolo è messo a durissima prova. Sarà un inno di rinascita per tutti”.

L’ADATTAMENTO. “Notre Dame de Paris” racchiude un’alchimia unica e irripetibile, la firma inconfondibile di Riccardo Cocciante rende le musiche sublimi, regalando allo spettacolo un carattere europeo e tuttora attuale. Una squadra di artisti di primo livello ha reso quest’opera un assoluto capolavoro che ancora emoziona a ogni replica, a partire dal magistrale adattamento del romanzo ad opera di Luc Plamondon e di Pasquale Panella, con la direzione del regista Gilles Maheu, le straordinarie coreografie e i movimenti di scena ideati da Martino Müller, fino ai costumi curati nei minimi dettagli da Fred Sathal e le scene di Christian Ratz. 

“Sono trascorsi vent’anni dalla prima rappresentazione italiana ma la forza, la maestosità e la grandezza di quest’opera popolare sono quelle del primo giorno”, spiega Riccardo Cocciante. “Notre Dame de Paris parla dell’anima umana, che è eterna e soffre, ieri come oggi, per amore e per le ingiustizie. Racconta dell’incapacità di accettare l’altro, il diverso da noi. L’essere umano si evolve ma i sentimenti e le dinamiche di cui è vittima e carnefice allo stesso tempo restano i medesimi perché appartengono alla sua natura fallibile. La forza di Notre Dame de Paris proviene anche dal pubblico che continua ad appassionarsi alla storia di Esmeralda e Quasimodo, due diversi che lottano per essere amati e amare“.

Foto: Attilio Cusani

Vent’anni di musiche, danze, acrobazie ed emozioni hanno reso Notre Dame de Paris un cult dello spettacolo dal vivo, che ha dominato la classifica dei titoli teatrali e superato le presenze dei più grandi live della musica rock e pop. Nel 2016, l’opera è stata insignita del BigliettOne d’Oro TicketOne ai Rockol Awards 2016. Nello stesso anno, la versione italiana ha collezionato prestigiosi riconoscimenti: tre Premi agli IMA (Italian Musical Awards): Migliore Spettacolo Social, Migliori Musiche (Riccardo Cocciante) e Migliore Spettacolo Classico.

In due decadi di storia italiana dello show, sono state visitate 47 città per un totale di 159 appuntamenti e 1.346 repliche complessive. L’opera popolare moderna, inoltre, è stata tradotta e adattata in 9 lingue diverse (francese, inglese, italiano, spagnolo, russo, coreano, fiammingo, polacco e kazako) e ha attraversato 20 Paesi in tutto il mondo con più di 5.400 spettacoli, capaci di stupire e far sognare 13 milioni di spettatori internazionali.

La capacità di raggiungere questi sorprendenti risultati risiede nell’intuizione primaria di David Zard, impresario e produttore visionario, che nel 2017 descrisse così lo spettacolo: “Dopo 15 anni lo spettacolo ha continuato a tenere la scena con un successo strepitoso, che non conosce paragoni. Questo progetto è entrato nel Dna degli italiani. Il nostro paese non aveva mai visto così tanti spettatori e repliche per un musical prima. “Notre Dame de Paris” non solo ha detenuto ogni record di pubblico in Italia, ma ha rivoluzionato la scena dello spettacolo nel nostro paese.”

LA VERSIONE ORIGINALE. debuttava nella sua versione originale francese il 16 settembre 1998, al Palais des Congrès di Parigi, dove fu subito trionfo. La versione è arrivata 4 anni dopo. Il 14 marzo 2002, al Gran Teatro di Roma, costruito per l’occasione, si teneva la “prima” di quello che sarebbe stato l’opera dei record, un’emozione che, da allora, ha “contagiato” milioni di spettatori. Un successo travolgente che ha raggiunto non solo il pubblico di Francia e Italia, ma quello di tutto il mondo: Inghilterra, Svizzera, Russia, Canada, fino a Cina, Giappone, Corea del Sud, Libano, Turchia, insieme a decine di altri paesi, riscuotendo ovunque un numero di presenze senza precedenti.

LA STORIA. È il racconto di Quasimodo, il campanaro gobbo della cattedrale di Notre Dame de Paris e del suo amore tragico e impossibile per Esmeralda, la bella gitana. Un amore condannato dall’ingiustizia e dall’ipocrisia. Esmeralda è innamorata di Febo, il bel capitano delle guardie del Re, a sua volta fidanzato con Fiordaliso, una giovane e ricca borghese, ma la bellezza esotica e sensuale della zingara non lascia indifferente l’uomo che da subito se ne invaghisce. Anche Frollo, l’arcidiacono della cattedrale, è segretamente attratto da Esmeralda e in un raptus di gelosia e desiderio pugnala Febo alle spalle. Esmeralda viene arrestata con l’accusa di aver tentato di uccidere il capitano delle guardie e gettata in prigione. Frollo, approfittando della situazione, offre libertà alla donna in cambio del suo corpo. La bella gitana inorridita rifiuta l’offerta, minacciandolo di vendetta. Quasimodo libera Esmeralda e la nasconde nella sua torre, ma Clopin, amico della donna e suo protettore, fraintendendo le intenzioni del gobbo attacca la cattedrale, mettendosi a capo di una rivolta per liberare l’affascinante zingara. Nel tentativo di sedare la rivolta, Febo ed i suoi uomini mettono a ferro e fuoco Notre Dame ed uccidono Clopin. Il povero campanaro, credendo che Febo voglia liberare Esmeralda, consegna la donna a Frollo che a sua volta, la consegna alle guardie. Per Esmeralda è la fine. In realtà, Febo vuole la morte della gitana, perché solo così potrà sposarsi con la sua ricca fidanzata. Quasimodo, dopo aver assistito all’impiccagione della sua amata, resosi conto del tradimento dell’arcidiacono, folle di rabbia, getta Frollo dalla torre. Distrutto dal dolore, il gobbo conduce il corpo dell’amata alla tomba su cui si lascerà morire.

IL COMPOSITORE. Molto prima che “Notre Dame de Paris” diventasse un successo internazionale, Riccardo Cocciante si era già affermato come uno dei più prolifici artisti e compositori europei di successo. Cocciante rappresenta un fenomeno unico nell’industria musicale internazionale, cantando non solo in italiano, spagnolo e francese, ma realizzando per ognuna di queste tre lingue, produzioni diverse. In molti paesi, alcuni dei suoi più grandi successi sono ormai diventati classici. Con più di 40 album al suo attivo, innumerevoli concerti, una ricca lista di collaboratori musicali di prestigio, esplorando tutti i campi e i processi creativi, dalla composizione di canzoni destinate alla sua interpretazione, alla composizione con e per altri artisti, passando per il casting e la direzione di giovani interpreti per le sue “Opere Popolari”, confrontandosi con una grande quantità di espressioni musicali: dalle canzoni alle opere musicali, dalle colonne sonore per il cinema fino alle rigorose musiche per il teatro. Cresciuto in una realtà multilingue – nato a Saigon (Vietnam) da madre francese e padre italiano, vissuto a Roma dall’età di undici anni – ha conosciuto varie culture e assorbito molteplice influenze riuscendo a esplorare esperienze artistiche anche molto diverse tra loro. La sua è un’educazione musicale da autodidatta, che presuppone quindi una forte volontà e una tensione al perfezionismo uniti a un forte spirito indipendente e cosmopolita. Dall’incontro con Luc Plamondon nasce l’idea di “Notre Dame de Paris”. Un autentico successo planetario. Si apre per Riccardo Cocciante la sua seconda carriera da compositore di opere popolari. Dal Piccolo Principe a Giulietta e Romeo.

Lola Ponce – Esmeralda Foto: Attilio Cusani

L’AUTORE. Nato in Québec, Luc Plamondon è oggi uno degli autori più stimati in Francia e in Canada, tanto da aver ricevuto le più alte onorificenze artistiche sia in Québec che in Francia. Dopo una laurea in pedagogia all’università di Laval e gli studi in lettere presso l’università di Montreal, storia dell’arte a Parigi, Madrid e Roma, lingue moderne a Londra (dove viene conquistato dai Rolling Stones e dai Beatles), scopre l’opera a Berlino. Seguirà un anno errante negli Stati Uniti. A New York assiste a tutti i musical in scena a Broadway e a San Francisco. Rimane incantato da “Hair”, il primo musical rock che sarà la scintilla che lo porterà, dieci anni dopo, a scrivere “Starmania”, il cui allestimento, a Parigi, sarà diretto proprio da Tom O’Horgan, il celebre regista di “Hair”. Tornando a Montreal negli anni 70, collabora con Diane Dufresne per la quale scriverà 75 canzoni. Considerato il primo cantautore rock in lingua francese, viene chiamato negli anni 80 a lavorare per artisti del calibro di Julien Clerc, Catherine Lara, Johnny Hallyday, Riccardo Cocciante e altri artisti. La sua carriera raggiunge l’apice nel 1992, con “Dion canta Plamondon”, un album tributo dedicatogli da Céline Dion. Distribuito in tutto il mondo, vende due milioni di copie. A poco a poco, la carriera di paroliere di Luc Plamondon cede il passo a quella di autore di opere musicali come “Starmania” con le musiche di Michel Berger che viene messo in scena tra il’78 e ’79. Lo spettacolo è stato rappresentato in diversi paesi del mondo con oltre 6 milioni di spettatori. Oltre a questo spettacolo, Plamondon ha scritto altri cinque musical: “Lily Passion”, “La Légende de Jimmy” (1990), “Sand et les Romantiques” (1992), “Cindy” (2002) e naturalmente, nel 1998.

Alcune foto sono di Attilio Cusani

Teatro Fenaroli, ripresa in sicurezza con Gassman

Fenaroli teatro fenaroli

Al teatro Fenaroli di Lanciano sono aumentati i parametri di sicurezza anti-covid con l’installazione di quattro arieggiatori/sanificatori che lavorano 24 ore al giorno; sono dispositivi certificati dal Ministero della Salute.

Questi apparati vanno oltre i tradizionali sistemi di purificazione dell’aria, combinando tecnologie all’avanguardia come la generazione di ioni, il filtro sigillato, superiore agli standard Hepa, e l’ossidazione fotocatalitica. Si tratta di un sistema che purifica e sanifica l’aria e le superfici degli spazi interni grazie a una combinazione esclusiva di tecnologie all’avanguardia.

Tutto pronto quindi, per Venerdì 14 gennaio alle 21.00 per il secondo appuntamento con il cartellone di prosa della Stagione 2021/2022 del teatro Fenaroli di Lanciano.

Massimiliano Gallo e Stefania Rocca interpreti de “Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni per la regia di Alessandro Gassman.

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Torna in teatro lo spettacolo scritto da Maurizio de Giovanni diventato anche un film di successo presentato all’ultimo Festival di Venezia. Scrittore napoletano di fama internazionale, Maurizio De Giovanni è autore di numerosi libri di successo diventati poi note serie televisive da “I bastardi di Pizzofalcone”, “Il Commissario Ricciardi” fino a “Mina settembre”. Questa bellissima commedia in due atti, prodotta dal Teatro Diana di Napoli, arriva al Fenaroli di Lanciano vede come protagonisti Massimiliano Gallo, Stefania Rocca e Antonella Morea guidati dall’intensa e originale regia di Alessandro Gassmann.

“L’incontro con Maurizio De Giovanni è stato nella mia carriera recente- ha dichiarato Alessandro Gassman– portatore di novità importanti e di progetti che mi hanno appassionato. In “Qualcuno volo sul nido del cuculo” l’adattamento di Maurizio mi ha permesso di portare quella storia che trasuda umanità, in Italia nel 1982, conferendole una immediatezza ed una riconoscibilità ancora più efficaci per il nostro pubblico, regalando allo spettacolo un successo straordinario”.

“Ho poi approfondito- ha continuato il figlio del celebre attore– la mia conoscenza delle umanità raccontate da De Giovanni, interpretando l’ispettore Lojacono nella fortunatissima serie televisiva, giunta alla seconda stagione, “I bastardi di Pizzofalcone”. Quando in una pausa a pranzo con Maurizio parlammo de “Il silenzio grande” vidi l’idea nascere lì in pochi minuti. Ebbi subito la sensazione che, nelle sue mani, un tema importante come quello dei rapporti familiari, del tempo che scorre, del luogo dove le nostre vite scorrono e mutano negli anni, ovvero la casa, avrebbe avuto una evoluzione emozionante e sorprendente”.

“Immagino uno spettacolo- ha concluso il regista romano– dove le verità che i protagonisti si dicono, a volte si urlano o si sussurrano, possano farvi riconoscere, dove, come sempre accade anche nei momenti più drammatici, possano esplodere risate, divertimento, insomma la vita. Questa è una delle funzioni che il teatro può avere, quella di raccontarci come siamo, potremmo essere o anche quello che avremmo potuto essere. Questa storia ha poi al suo interno grandissime sorprese, misteri che solo un grande scrittore di gialli come Maurizio De Giovanni avrebbe saputo maneggiare con questa abilità e che la rendono davvero un piccolo classico contemporaneo. Per rendere al meglio, il teatro necessita di attori che aderiscano in modo moderno ai personaggi e penso che Massimiliano Gallo, con il quale ho condiviso set e avventure cinematografiche, sia oggi uno degli attori italiani più efficaci e completi. Sarà per me una grande gioia dirigerlo in un personaggio per lui ideale. Questo facciamo a teatro, o almeno ci sforziamo di fare, cerchiamo disperatamente la verità, e confidiamo nella vostra voglia di crederci”.

“Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey”: la serie Apple Original con Samuel L. Jackson

Apple TV+ ha svelato oggi le prime immagini di “Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey“, la serie limitata prodotta e interpretata dal candidato all’Oscar Samuel L. Jackson e basata sull’acclamato romanzo dell’autore di best-seller Walter Mosley, che ha curato l’adattamento per lo schermo ed è anche produttore esecutivo.

L’avvincente serie di sei episodi su famiglia, memoria ed eredità uscirà in tutto il mondo venerdì 11 marzo su Apple TV+ con i primi due episodi, seguiti da un nuovo episodio settimanale, ogni venerdì.

Ideato da Apple Studios, “Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey” vede Samuel L. Jackson nei panni di Tolomeo Grey, un uomo malato dimenticato dalla sua famiglia, dai suoi amici e persino da se stesso.

Improvvisamente lasciato senza il suo fidato custode e sull’orlo di sprofondare ancora di più in una demenza solitaria, Tolomeo viene assegnato alle cure dell’adolescente orfana Robyn, interpretata dalla candidata al BAFTA Dominique Fishback (“Judas and the Black Messiah”).

Quando vengono a conoscenza di un trattamento in grado di ripristinare i ricordi confusi dalla demenza di Tolomeo, inizia un viaggio verso verità scioccanti sul passato, presente e futuro. Oltre a Samuel L. Jackson e Dominique Fishback, nel cast della serie Apple Original troviamo anche Cynthia Kaye McWilliams (“Coyote”, “Real Husbands of Hollywood”), Damon Gupton (“Black Lightning”, “Bates Motel”), Marsha Stephanie Blake (“Sono la tua donna”, “When They See Us”), Walton Goggins (“Justified,” “The Unicorn”) e Omar Miller (“The Unicorn,” “Ballers”).

Insieme a Mosley e Jackson, sono produttori di “Gli ultimi giorni di Tolomeo Grey” Diane Houslin, partner di produzione di Mosley, Ramin Bahrani, Eli Selden e David Levine per Anonymous Content e LaTanya Richardson.

Parole & Suoni, Vinicio Capossela non fu più lo stesso dopo Cèline

Addio a Ronnie Spector, icona degli anni ’60 con il trio The Ronettes

É morta Ronnie Spector, cantante del trio The Ronettes. Aveva 78 anni e negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si sono aggravate a causa di un male incurabile. Lo ha annunciato la famiglia che non ha diffuso ulteriori dettagli. Negli anni Sessanta aveva raggiunto il successo grazie a brani come “Sleigh Ride”, “Walk in the rain” e, soprattutto “Be my Baby”, tra le canzoni più ascoltate della decade.

“Il nostro amato angelo terreno, Ronnie, ha lasciato pacificamente questo mondo oggi dopo una breve battaglia col cancro. Ronnie ha vissuto la sua vita con il luccichio negli occhi, una attitudine coraggiosa, uno spettacolare senso dello humor e un sorriso sulla faccia”, si legge nel messaggio.

Negli anni Sessanta aveva raggiunto il successo grazie a brani come “Sleigh Ride”, “Walk in the rain”, “(The Best Part of) Breakin’ Upe”, soprattutto “Be my Baby”, tra le canzoni più ascoltate della decade.

Nata a New York il 10 agosto del 1943 come Veronica Yvette Bennett, da madre afroamericana-cherokee e padre di origini irlandesi, sposò il famoso produttore discografico Phil Spector dal quale prese il cognome. Aveva formato nel 1957 con la sorella maggiore Estelle Bennett e la cugina Nedra Talley

Parole & Suoni, Vinicio Capossela non fu più lo stesso dopo Cèline

Il successo commerciale portò il trio ad affermarsi come icona degli anni Sessanta, periodo nel quale le battaglie per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani trovarono, forse, la fase più calda grazie anche a figure come Malcolm X e Martin Luther King.

The Ronettes contribuirono a rompere barriere e a diffondere la musica r&b anche lontano dai confini natali, sconfinando nell’accezione di popolare della musica commerciale. Il trio fu il primo gruppo femminile ad aprire i concerti dei Beatles (era la tournée del 1966). Nel 1999 l’inserimento nella Grammy Hall of Fame. Nel 2007 furono introdotte nella Rock’n’Roll Hall of Fame.

A Keith Richards dei Rolling Stones il compito di introdurle con un discorso. “Ronnie Spector e le Ronettes potevano cantare all’infinito, non avevano bisogno di niente”, affermò il chitarrista. Il gruppo si sciolse nel 1967 e Ronnie Spector proseguì la sua carriera musicale come solista. Le loro hit, oltre ad aver segnato un’epoca, sono state utilizzate all’interno di numerosi film come, ad esempio, “Dirty Dancing” e “Mean Streets” di Martin Scorsese.

“Ho appena sentito la notizia su Ronnie Spector e non so cosa dire. Ho amato così tanto la sua voce, ed era una persona molto speciale e una cara amica. Questo mi spezza il cuore. La musica e lo spirito di Ronnie vivranno per sempre”, ha commentato Brian Wilson dei Beach Boys.

Chateau Gaillard, il castello di Riccardo Cuor di Leone

Chateau Gaillard riccardo cuor di leone

Sarà il professor Alessandro Barbero a introdurre la puntata del programma di Rai Storia “a.C.d.C” intitolata “Chateau Gaillard. La fortezza di Cuor di Leone”.

Il noto divulgatore storico ci accompagnerà inizialmente in Normandia, dove resistono ancora i resti dell’antica fortezza che il re inglese Riccardo Cuor di Leone fece costruire nel 1196 per proteggere il suo ducato dal re francese Filippo Augusto. Un appuntamento con la storia, alle 21.10.

La guerra intorno a Chateau Gaillard

Nel 1190 i due sovrani partirono per la III crociata prendendo il comando della spedizione. I rapporti non erano comunque pacifici. Nonostante ciò, dopo la morte di Federico Barbarossa, presero in mano la missione.

Impiegarono i loro eserciti e le loro risorse per conquistare la Terra Santa, ma anche e soprattutto per espandere i propri regni. Tanto che dopo la presa di Acri, Filippo II tornò in patria cercando di approfittare della cattività di Riccardo che durerà fino al 1194.

Il re inglese infatti prima sconfisse Saladino, poi conquistò Cipro ma sulla via del ritorno una tempesta lo fece naufragare a Corfù. Qui fu fatto prigioniero dal duca d’Austria Leopoldo V e lasciato in mano dell’acerrimo nemico l’imperatore Enrico VI.

La prigionia durò due anni. Durante questa assenza Filippo Augusto strinse rapporti con Giovanni Senza Terra, fratello di Riccardo e intenzionato a succedergli al trono.

Nonostante i rapporti, la Francia attaccò gli inglesi conquistando la Normandia orientale. Nel 1194 però fu pagato parte del riscatto chiesto per la liberazione del “cuor di leone” che tornò immediatamente per ristabilire le vecchie egemonie.

Iniziarono così 5 anni di battaglie in Normandia, durante i quali, proprio a difesa di questi territori Riccardo fece costruire la fortezza di Chateau Gaillard. Un esempio di costruzione militare medievale sulla Senna. Un fortino dal quale vegliare su quello che oggi è il comune di Les Andelys.

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L’idea dell’edificio gli venne dall’esperienza orientale, durante l’assedio della Palestina. Un castello dove era quasi impossibile accedere. Le alte mura fatte di roccia calcarea e ciottoli legati con malta erano difese anche da un fossato.

Fu costruito in due anni e da qui Riccardo Cuor di Leone comandò parte della sua guerra a Filippo II. Dopo la sua morte però, nel 1204, il re francese approfittando dell’incapacità militare del nuovo re Giovanni Senza Terra riuscì ad abbattere le difese. Senza il re a guidare personalmente le manovre difensive, come avrebbe fatto Riccardo, Chateau Gaillard cadde in mano francese.

A nulla servirono le guardie all’interno e i numerosi arcieri. Roger de Lacy, delegato al comando, non riuscì a resistere all’assedio che terminò con l’ingresso delle truppe francesi attraverso una breccia aperta nelle fondamenta.

Il castello tornò poi in mano inglese durante la guerra dei Cent’anni per essere poi riconquistata definitivamente nel 1449 dai francesi. In seguito fu abbandonata progressivamente e oggi ne rimangono i resti che stasera, su Rai Storia, sarà possibile apprezzare per fare un salto tra storia e architettura.

Parole & Suoni, Vinicio Capossela non fu più lo stesso dopo Cèline

Capossela Vinicio Capossela

Fu lo stesso Vinicio Capossela a dire che “Non sono più la stessa persona da quando l’ho scritta”, riferendosi a “Bardamù”.

La canzone, ispirata e dedicata a Louis Fernand Cèline, è un testo poetico, un viaggio che porta l’ascoltatore tra le schiume del Baltico.

Il cantautore italiano la inserì nell’album “Canzoni a manovella” del 2000, un disco in cui rovesciò tutto il suo sapere. La sua cultura. Il suo amore per la letteratura e per i poeti come Bukowsy, Tom Waits e appunto lo scrittore francese.

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E proprio dal primo romanzo di quest’ultimo, “Viaggio al termine della notte”, nasce il titolo per la canzone di Capossela. Il protagonista, Ferdinand Bardamu, è ispirato allo stesso Cèline e il suo cognome deriva dalle parole francesi “barda” e “mu”. La prima indicante l’equipaggiamento militare in lingua criptica. La seconda è il verbo “muovere” al participio passato.

In pratica lo scrittore volle sottintendere il passaggio che il protagonista fece dall’ottimismo, dalle convinzioni ad un pessimismo verso la società. Bardamù partì infatti come militare francese in Africa durante la prima guerra mondiale con tante certezze. Salvo poi rendersi conto che l’idea di colonialismo era ben differente da quella che pensava.

Un viaggio etico. Quasi come quello di Cèline che per le sue convinzioni politiche scelse la via dell’esilio in Danimarca per non rimanere vittima delle ritorsioni degli Alleati che occuparono la Francia nel 1944.

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Vinicio e Louis Ferdinand Auguste Destouches, vero nome dell’autore di Courbevoie, si incontrano dunque sul Baltico.

“La notte è passata e le nuvole
Gonfiano schiuma di Baltico e cenere
E cenere avrò..”.

Quella notte che è passata è un altro richiamo letterario. A uno degli scrittori della beat generation che tanto amarono Cèline. Quel Charles Bukowsky che definì lo stesso scrittore di “Viaggio al termine della notte” come “il più grande scrittore degli ultimi duemila anni”. La cenere, la birra, l’addio chissà di una donna. Chinasky avrebbe probabilmente apprezzato.

Luois-Ferdinand, comunque, fu irritante, scontroso, sfuggente, litigioso, sporco, polemico, adorabile. Ebbe milioni di nemici. Forse anche se stesso. Ma anche tanti ammiratori. Molti soprattutto tra i reprobi.

Capossela non è certo uno di questi ultimi. Ma è uno che Cèline l’ha letto e amato. Uno che come lui mette molto di quello che gli succede in ciò che scrive. Con riferimenti poetici, cinematografici, letterari. Sembra scorgere un po’ di Futurismo. Soprattutto quando utilizza le onomatopeiche. Come in “Pryntyl”.

Il cantante nato ad Hannover ma di genitori italiani, ama gli pseudonimi, parlare di notti buie e insonni. Le sue canzoni sono infarcite di surrealismo, di melodie mediterranee.

Un amore per le iperboli, per il linguaggio criptico, per le figure retoriche, dell’humor. Tutto ciò che si ritrova nei romanzi di Louis-Ferdinad Cèline. Quei testi che lo hanno cambiato. Come uomo e come artista.

La vita è sempre una guerra, come insegna Cèline. Ma la si può rendere più leggera anche con le melodie di Capossela.

“Bum Bum Bum
Bardamù
Bum Bum Bum
Bardamù”.

“Biancaneve e il cacciatore”: la fiaba Disney dalle tinte dark

Stasera, in prima serata su Italia 1, va in onda “Biancaneve e il cacciatore“, film del 2012 diretto da Rupert Sanders. Il cast è composto da Kristen Stewart, Charlize Theron, Chris Hemsworth, Sam Claflin, Ian McShane

La pellicola si è aggiudicata due nomination ai Premi Oscar per i Migliori effetti speciali e i Migliori costumi, ed è un adattamento cinematografico della celebre fiaba Disney “Biancaneve”. Ha ottenuto un importante successo di pubblico, tale da spingere i produttori a programmarne un sequel, uscito nel 2014.

Il film segna l’ultima apparizione cinematografica dell’attore Bob Hoskins prima del ritiro dalle scene a causa del Parkinson. Per il ruolo di Biancaneve, poi andato a Kristen Stewart, erano state prese in considerazione le attrici Riley Keough, Felicity Jones, Bella Heathcote e Alicia Vikander. Per il ruolo della regina Ravenna furono invece inizialmente considerate Angelina Jolie e Winona Ryder. La pellicola è costata circa 170 milioni di dollari e ne ha incassati 396.592.829.

Ravenna è una bambina strappata precocemente all’abbraccio della madre da un re malvagio e affamato di bellezza. Battezzata da un incantesimo e determinata a vendicarsi degli uomini, Ravenna cresce in potere, magia e bellezza, disponendo eserciti di ombre, facendo innamorare sovrani e rovinando regni.

Incantato il padre di Biancaneve, vedovo dolente e sconsolato, ne diventa regina e padrona. Dopo averlo assassinato nel talamo durante la prima notte di nozze, spegne il suo reame e rinchiude la sua bambina nella torre più fredda del castello.

Gli anni passano e Biancaneve matura una bellezza che specchio e regina non possono davvero ignorare. Minaccia e insieme soluzione, il cuore di Biancaneve è una promessa di immortalità per Ravenna che ordina di condurla al suo cospetto. Ma la principessa trova una via di fuga nel folto del bosco, vendendosi care pelle e cuore. Assoldato un cacciatore la perfida Ravenna lo lancerà all’inseguimento della fuggitiva

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Doppio show per Valerio Lundini al TSA dell’Aquila

Riparte con uno spettacolo esilarante la Stagione Teatrale Aquilana del Teatro Stabile d’Abruzzo. Martedì 18 gennaio, ore 21.00, e mercoledì 19 gennaio, ore 17.30, al Ridotto del Teatro comunale, “Il Mansplaining spiegato a mia figlia” di e con Valerio Lundini, personaggio dell’anno, acclamato dalla critica e dagli addetti ai lavori dopo il tutto esaurito nelle 24 tappe del tour estivo.

Dopo aver convinto il grande pubblico con il suo rinnovato linguaggio di comicità televisiva e aver coinvolto nelle sue interviste nonsense dai Maneskin a Frank Matano, da Nino Frassica a J.Ax. – e tutti gli altri che si sono prestati al gioco degli improbabili interrogatori di Valerio – il comico e presentatore porta per la prima volta sui palcoscenici dei grandi teatri italiani sketch surreali, canzoni, giochi satirici di parole ed effetti speciali multimediali, il tutto presentato nel suo inconfondibile stile.

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Con “Una pezza di Lundini“, ha portato nella televisione italiana un inedito, rinnovato e originale late night comedy, con servizi surreali lontani dai luoghi comuni, dal buonismo e dai cliché.

Con “Il mansplaining spiegato a mia figlia” il pubblico avrà modo di scoprire dal vivo la versatilità ironica, sarcastica e giocosa di un nuovo fuoriclasse della risata inaspettata che vanta, lontano dalla tv, un decennio di gavetta sui più disparati palcoscenici, ma anche come fumettista, in radio come autore e non solo.

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L’accesso a teatro sarà consentito solo previo controllo del possesso di Super Green Pass valido, laddove l’utente ne fosse sprovvisto non potrà accedere a Teatro;

In attesa, all’esterno del Teatro, gli utenti dovranno comunque mantenere una distanza interpersonale di almeno 1 metro l’uno dall’altro ed evitare assembramenti;

Durante tutte le fasi di permanenza all’interno del Teatro, ciascun utente avrà l’obbligo di indossare costantemente e correttamente la mascherina protettiva per naso e bocca FFP2.

“Suspicion”, il trailer della nuova serie Apple TV+ con Uma Thurman

Suspicion uma thurman

Apple TV+ ha svelato oggi il trailer della serie thriller “Suspicion”, che farà il suo debutto mondiale il prossimo 4 febbraio. La prima stagione al cardiopalma, composta da otto episodi e con protagonista l’attrice nominata agli Oscar Uma Thurman (“Kill Bill”, “Pulp Fiction”), verrà lanciata su Apple TV+ con i primi due episodi, seguiti da un nuovo episodio settimanale, ogni venerdì.

Quando il figlio di un’importante donna d’affari americana (Uma Thurman) viene rapito da un hotel di New York, i sospetti cadono subito su quattro cittadini britannici, apparentemente normali, che si trovavano nello stesso hotel la notte del sequestro. Improvvisamente al centro di una corsa transatlantica per sfuggire alle forze combinate dell’Agenzia nazionale anticrimine e dell’FBI, ai quattro diventa evidente che per dimostrare la propria innocenza, non ci si possa fidare di tutti. Chi c’è veramente dietro il misterioso rapimento e chi è soltanto colpevole di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato?

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Oltre all’attrice di Boston, il cast di “Suspicion” comprende Kunal Nayyar (“The Big Bang Theory”), Noah Emmerich (“The Americans”), Georgina Campbell (“Black Mirror”), Elizabeth Henstridge (“Agents of SHIELD”), Tom Rhys-Harries (“White Lines”), Elyes Gabel (“Scorpion”) e Angel Coulby (“Dancing on the Edge”).

Con il candidato al BAFTA Award Rob Williams (“L’uomo nell’alto castello”) in qualità di showrunner e produttore esecutivo, “Suspicion” è basata sulla pluripremiata serie israeliana “False Flag” ed è prodotta fuori dal Regno Unito da Keshet Productions, Il braccio di produzione britannico di Keshet International. Oltre a Rob Williams, sono produttori esecutivi il candidato all’Emmy Award Chris Long (“The Americans”), che troviamo anche alla regia, Howard Burch per Keshet Productions, Avi Nir per Keshet Media Group e Anna Winger. La serie è prodotta da Darin McLeod (“Watchmen”).

Manfredo Manfredi, il decano degli animatori italiani si racconta su Wonderland

L’animazione nelle arti visive, attraverso la sua evoluzione negli anni, è al centro della nuova puntata di “Wonderland”, in onda questa sera, martedì 11 gennaio, alle 23.05 su Rai4. Protagonista, uno dei maggiori artisti italiani del settore: Manfredo Manfredi.

Autore della celebre sigla animata di Carosello, Manfredi si è diviso tra cinema e tv fino a ricevere una nomination agli Oscar nel 1977 con il cortometraggio Dedalo. “Wonderland” ha parlato con questo instancabile sperimentatore in occasione del festival dedicato all’animazione Animaphix di Bagheria, dove Manfredi è stato insignito del premio alla carriera. “Wonderland”, poi, si immerge ancora una volta nel mondo dei fumetti e dedica la copertina POP di questa puntata a “Bonelli Story. 80 anni a fumetti”, la mostra milanese sulla più celebre e longeva casa editrice italiana di fumetti, la Sergio Bonelli Editore.

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Attraverso tavole originali, oggetti di famiglia e memorabilia varie, la mostra ripercorre quasi un secolo di storia fumettistica italiana con i più importanti personaggi che hanno alimentato l’immaginario popolare del nostro panorama fumettistico, da Tex a Dragonero, passando per Zagor, Dylan Dog, Nathan Never e Dampyr.

Non manca neanche uno sguardo al futuro con i progetti di Casa Bonelli attualmente in cantiere di cui vengono fornite alcune anteprime. “Wonderland” parlerà della Bonelli di ieri, oggi e domani con il fumettista e direttore editoriale di Sergio Bonelli Editore Michele Masiero. Ci sarà come sempre la Wonder Parade, la classifica che chiude ogni puntata segnalando i dieci prodotti top della settimana.

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“Abruzzo”: tradizione e modernità nell’album dell’Orchestra Popolare del Saltarello

È uscito Abruzzo, album d’esordio dell’Orchestra Popolare del Saltarello. Il progetto discografico dell’Orchestra Popolare del Saltarello si propone di donare alla tradizione musicale abruzzese una veste inedita, moderna e innovativa. “Abruzzo” è un disco composto da otto brani facenti parte del repertorio tradizionale abruzzese, rielaborati in chiave inedita in maniera tale da potergli donare una veste fresca, capace di catturare l’attenzione di un pubblico sempre più eterogeneo e vasto.

I brani facenti parte del repertorio dell’Orchestra Popolare del Saltarello sono caratterizzati da contaminazioni di genere che si riflettono in ciascuna esecuzione, dando così vita a tracce che presentano influenze provenienti dal mondo jazz, funk, rap, balkan, pop ed elettronico.

I brani vengono eseguiti ed interpretati da un organico formato da undici musicisti d’eccezione e uno straordinario corpo di ballo che per l’ascoltatore fungono da compagni lungo il viaggio per le vie della tradizione musicale abruzzese.

Gli arrangiamenti, realizzati ad opera di Danilo Di Paolonicola, personalità di spicco tra i migliori fisarmonicisti e organettisti del panorama internazionale, sono eseguiti da: Danilo Di Paolonicola (fisarmonica, organetto), Alessandro Tarquini (violino), Manuel D’Armi (zampogna, ciaramella), Gionni Di Clemente (chitarra, bouzouki), Marco Di Natale (basso), Alex Paolini (batteria), Armando Rotilio (voce, percussioni), Antonella Gentile (voce), Alessandra Ventura (voce), Anissa Gouizi(voce), Federica Di Stefano (voce) e Alpha Sall (voce).

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L’album è impreziosito dai contributi musicali di Mauro Baiocco (flauto in “Vola Vola Vola”), Alessandro Nosenzo (chitarra in “Addije, Addije Amore”), Emanuela Donati (voce in “Vola Vola Vola”).

Questa la tracklist di “ABRUZZO”: “Vola Vola Vola” (Danilo Di Paolonicola), “Saltarello Rosetano -Spallata di Schiavi d’Abruzzo” (Popolare), “La Jerv’a lu Cannet” (Di Paolonicola), “Mare Maje” (Di Paolonicola), “Addije, Addije Amore” (Di Paolonicola), “Rama di Rose” (Di Paolonicola), “Diasill” (Di Paolonicola) e “Maria Nicola” (Di Paolonicola).

L’Orchestra Popolare del Saltarello nasce da un’operazione di ricerca e rivalutazione della musica popolare abruzzese.

Più nello specifico si occupa di tradurre in musica e suggestioni quello che fu il percorso degli antichi tratturi, lungo cui si è sviluppato e propagato il celebre “Saltarello”. L’Orchestra Popolare del Saltarello propone un repertorio di brani popolari abruzzesi eseguito ed interpretato da un organico formato da undici musicisti e un coinvolgente corpo di ballo. L’organico è formato da una sezione Vocale, Organetto, Fisarmonica, Chitarre, Mandolino, Zampogna, Ciaramella, Flauti, Tamburelli, Basso elettrico, Batteria e Percussioni.

Democratizzare l’arte attraverso l’acciaio: la rivoluzionaria mostra di Jeff Koons a Firenze

Fino al 30 gennaio Palazzo Strozzi a Firenze ospita “Jeff Koons. Shine”, la mostra dedicata a Jeff Koons, tra le figure più rilevanti e discusse dell’arte contemporanea a livello mondiale, esponendo prestiti provenienti dalle più importanti collezioni e dai maggiori musei internazionali, legate da una unica chiave di lettura della sua arte, quella del concetto di shine (lucentezza) inteso come gioco di ambiguità tra splendore e bagliore, essere e apparire.

A cura di Arturo Galansino e Joachim Pissarro, la mostra porta a Firenze una selezione delle più celebri opere di un artista che, dalla metà degli anni Settanta a oggi, ha rivoluzionato il sistema dell’arte internazionale.

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Protagoniste sono produzioni che raccontano oltre 40 anni di carriera, dalle celebri sculture in metallo perfettamente lucido che replicano oggetti di lusso, come il Baccarat Crystal Set (1986) o gli iconici giocattoli gonfiabili quali i celebri Rabbit (1986) e Balloon Dog (Red) (1994-2000), fino alla re-interpretazione di personaggi della cultura pop come Hulk (Tubas) (2004-2018), o alla re-invenzione dell’idea di ready-made con l’utilizzo di oggetti di uso comune come One Ball Total Equilibrium Tank (Spalding Dr. JK 241 Series) (1985).

Autore di lavori entrati nell’immaginario collettivo grazie alla capacità di unire cultura alta e popolare, dai raffinati riferimenti alla storia dell’arte alle citazioni del mondo del consumismo, Koons trova nell’idea di shine (lucentezza) un principio chiave delle sue innovative sculture e installazioni che mirano a mettere in discussione il nostro rapporto con la realtà ma anche il concetto stesso di opera d’arte. Per Koons il significato del termine shine è qualcosa che va oltre una mera idea di decorazione o abbellimento e diviene elemento intrinseco della sua arte.

Dotate di una proprietà riflettente, le sue opere accrescono la nostra percezione metafisica del tempo e dello spazio, della superficie e della profondità, della materialità e dell’immateriale. Le opere dell’artista americano pongono lo spettatore davanti a uno specchio in cui riflettersi e lo collocano al centro dell’ambiente che lo circonda.

Come afferma lo stesso Koons: “Il lavoro dell’artista consiste in un gesto con l’obiettivo di mostrare alle persone qual è il loro potenziale. Non si tratta di creare un oggetto o un’immagine; tutto avviene nella relazione con lo spettatore. È qui che avviene l’arte“. Con Marcel Duchamp ed Andy Warhol come primaria fonte di ispirazione, Koons realizza opere che hanno suscitato un ampio dibattito critico e innescato polemiche, ottenendo però allo stesso tempo uno straordinario successo.

La sua arte unisce pop, concettuale e postmoderno dimostrando come l’opera d’arte agisca quale metafora più ampia della società e della comunità.

Dalla seconda metà degli anni ’70 a oggi, Koons è celebre per l’utilizzo di materiali lucidi, luminosi e riflettenti. Quella fiorentina è la prima esposizione che esplora una caratteristica importante dell’arte di Koons: la lucentezza (shine), il bagliore, il riflesso o la luce emessa da un oggetto.

Le opere della mostra si concentrano sull’estetica dello splendore e attraverso il riflesso Koons dimostra come l’arte sia un’esperienza viscerale che coinvolge i sensi. Il brillante acciaio inossidabile e i colori vibranti portati a una finitura a specchio elevano gli stati d’animo, creano sentimenti di euforia e producono esperienze intensificate della realtà. Le sue superfici luminose forniscono un segnale visivo, che attesta la presenza dello spettatore nello spazio, ricordando loro che fanno parte di una comunità e di un dialogo più ampio.

Partendo proprio dal cortile di Palazzo Strozzi, si potrà restare abbagliati, ad esempio, dal Balloon Monkey (Blue) (2006-2013) che con le sue 5 tonnellate di peso e 6 metri di lunghezza riproduce in scala una scimmia fatta di palloncini, oggetto che suscita ricordi di feste e liete ricorrenze.

Le prime sculture in acciaio inossidabile prodotte risalgono al 1986, per la serie Luxury and Degradation, in cui, attraverso l’utilizzo dell’alcol come metafora, l’artista americano vuole dimostrare come inseguire immagini astratte di ricchezza e desiderio conduca alla disperazione. Le superfici dei beni di lusso e degli oggetti decorativi sono spesso riflettenti, e questo implica un senso di eccesso e decadenza. Tuttavia, l’acciaio inossidabile è un materiale industriale e non un metallo prezioso o un medium artistico necessariamente associato al lusso.

E quindi lo spettatore è chiamato a riflettere sul significato che c’è dietro, ad esempio, la creazione di Jim Beam – J.B. Turner Train – le cui sette carrozze contengono ciascuna del comune bourbon – in acciaio inossidabile anziché in un materiale tradizionale come il bronzo o l’argento, per mostrare come le apparenze possano ingannare. Mentre l’esterno dell’opera appare lussuosamente luccicante, il suo interno contiene un alcolico normale che si può trovare in qualsiasi negozio di liquori.

Per me l’acciaio inossidabile è il materiale del proletario, è ciò di cui sono fatte le pentole e le padelle… questi oggetti non ambiscono a essere in un materiale davvero lussuoso. Le opere comunicano potere ed evitano il degrado.”

Risale sempre al 1986 “Rabbit”, coniglietto da novantuno milioni di dollari, diventato una delle sculture più iconiche del secondo Novecento, di cui incarna pulsioni e contraddizioni. “Ho voluto realizzare un’opera che fosse visivamente intossicante e generosa. Perché l’arte è condivisione, accettazione della propria storia – qualsiasi sia il tuo passato, è perfetto! – ed “equilibrio sociale”, così commenta Koons una delle sue prime opere.

Per il “Balloon Dog” (immagine in evidenza), alto oltre tre metri, invece, Koons ha lavorato direttamente con una fonderia specializzata nel produrre e rifinire le numerose parti in acciaio inossidabile dell’opera. Desiderava che la scultura imitasse, sia internamente che esternamente, le strette torsioni e le curve di un palloncino gonfiato da un clown a una festa. Il contrasto tra l’esterno perfettamente levigato, e l’interno spazioso e vuoto, ricorda poeticamente anche il mitico cavallo di Troia. Si tratta di una delle cinque versioni uniche, con una verniciatura di colori puri e brillanti: blu, magenta, giallo, arancione o rosso.

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Trae origine dal mondo femminile e da quello maschille “Lobster“, la sua aragosta in acciaio inossidabile, anch’essa basata su un gonfiabile ready-made, che fa riferimento alle opere surrealiste di Salvador Dalí e ricorda persino i suoi famosi baffi. Questo gioco da piscina ha però anche una forma molto interessante che richiama elementi dell’anatomia sia maschile che femminile, consentendo all’opera di avere più livelli di significato.

Sono davvero molto, molto orgoglioso di come [in Lobster] si affronti il tema del maschile/femminile e di come venga comunicato – commenta Koons – Riguarda l’urgenza di comunicare, non solo con un pubblico maschile e non solo con un pubblico femminile. Quindi ha aspetti femminili e aspetti maschili: i tentacoli potrebbero essere baffi, la coda è molto femminile, come una conchiglia della Venere di Botticelli, ma allo stesso tempo il suo corpo potrebbe ricordare una forma fallica”.

Spazio anche ai riferimenti all’antichità, alla mitologia e alla cultura classica, che si esplicitano nella serie Antiquity, con la quale unisce il passato alla contemporaneità, e con la serie Gazing Ball che annovera “copie” di opere fondamentali per la storia dell’arte occidentale. Le sfere di vetro soffiato blu, le gazing balls – un ornamento diffuso nei giardini delle case della natale Pennsylvania – contrastano con il bianco dei gessi e i colori dei quadri, includendo in una perfetta bolla di respiro umano, lo spettatore, la sua realtà biologica e la sua storia personale, all’interno di una lunga storia culturale.

La mostra, quindi, rende omaggio all’artista americano con innumerevoli sue opere che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, lavori che sono il frutto di una concezione artistica diversa e innovativa. Jeff Koons, che con la sua tecnica ha rivoluzionato l’arte al fine di renderla più inclusiva, più aperta, più spirituale e più democratica.

Foto ad uso stampa ©photoElaBialkowskaOKNOstudio

Roma a Teatro: gli spettacoli dall’11 al 16 gennaio

Nonostante le apprensioni del periodo, il teatro non si ferma e nella prima settimana dopo le feste offre agli appassionati romani una possibilità di scelta davvero di prima qualità, tra classici moderni rivisitati con acume e commedie intelligenti che, tra causticità e sorrisi, aiutano a riflettere.

Autentica chicca per tutti coloro che dal 12 al 23 andranno all’Argentina, dove sarà in scena (per la prima volta in Italia) “Piazza degli eroi” di Thomas Bernhard, un testo estremamente politico dello scrittore austriaco che suona come una condanna senza appello per tutte le connivenze con le autorità dittatoriali e autoritarie di ogni tempo. Dirige Roberto Andò, con Renato Carpentieri, Imma Villa e Betti Pedrazzi.

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Il genio senza tempo di Gogol e la sua capacità di dar vita ad una satira corrosiva e dissacrante nei confronti del potere, dall’11 al 16 gennaio al Teatro Quirino incontrano l’inesauribile vena comica di Enrico Guarneri per una versione de “L’ispettore generale” che promette scintille.

Dall’11 al 23 al Vascello imperdibile appuntamento con la Carrozzeria Orfeo e il suo ultimo lavoro “Miracoli Metropolitani”, che riporterà in scena tutta la carica attoriale di Beatrice Schiros e dei suoi compagni in una feroce rappresentazione di un mondo contemporaneo attanagliato dalla spersonalizzazione indotta dai social network e dall’ossessione per il cibo.

Una commedia sentimentale ma piena di verve e brillantezza è “Alla stessa ora, il prossimo anno”, sempre dall’11 al 23 all’Ambra Jovinelli, nella quale due innamorati, portati in scena da Alberto Giusta e Alessia Giuliani, vivono la loro particolare storia d’amore incontrandosi un solo giorno l’anno per 24 anni. Regia di Antonio Zavatteri.

Ancora le stesse date per “Darwin inconsolabile. Un pezzo per anime in pena” al Teatro India, scritto e diretto da Lucia Calamaro, in cui le vicende di alcuni personaggi apparentemente molto strambi vanno a comporre un composito mosaico umano, caratterizzato da stili di vita frenetici e nevrosi descritti con illuminante ironia.

La reunion di un trio comico dopo una lunga separazione fornisce l’occasione di raccontare una bella parabola di amicizia e risate in “Non ci resta che ridere”, scritto e diretto da Antonio Grosso, dal 14 al 16 alla Sala Umberto.

Dal 13 e sempre fino al 16, a Lo Spazio, prima volta in Italia per “The Toxic Avenger”, tratto dal film cult di Lloyd Kaufman del 1984, un trascinante musical rock che invita il pubblico a riflettere sull’urgenza di alcune tematiche ambientali. La versione italiana è diretta da Nicholas Musicco.

Un simpatico omaggio all’ “arte del pettegolezzo” è quello che curato da Pino Strabioli in “La posta del cuore”, all’OFF/OFF Theatre dall’11 al 13, in cui si prendono di mira certe dinamiche amorose appartenenti ai mondi più patinati e, nello stesso tempo, si rende omaggio alla grande Franca Valeri. Con Santino Fiorillo.

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C’è tempo fino al 16 al Le Maschere per “Il folletto ciabattino, scritto e diretto da Gigi Palla, una pièce ispirata a tante celeberrime favole che hanno come protagoniste le scarpe e le loro proprietà magiche.

Uno spettacolo in bilico tra speranza e fede, attualità e riflessione, è quello che arriva sul palcoscenico del Cometa Off dall’11 al 23, “Il Miracolo”, con Anna Cianca e Galliano Mariani.

Ultima segnalazione per “In salvo!”, dal 14 al 16 all’Altrove Teatro Studio, la storia cruda e dura di due fratelli (interpretati da Anika Schluderbacher e Marco Marconi) che vivono la loro strana storia fatta di equivoci e disagi in una sorta di isolamento dal resto del mondo.

Junk food e alienazione nel nuovo spettacolo della Carrozzeria Orfeo: parla Gabriele Di Luca

Arriva finalmente anche a Roma, l’ultimo, attesissimo spettacolo della Carrozzeria Orfeo, Miracoli Metropolitani, in cartellone al Teatro Vascello dall’11 al 23 gennaio.

Ne abbiamo parlato con il drammaturgo e regista Gabriele Di Luca.

Dopo Cous Cous Klan, con Miracoli Metropolitani torni ad indagare una realtà apparentemente distopica. Da dove è nata stavolta l’idea, anzi, l’esigenza?

Mentre in Cous Cous Klan si parlava di una distopia pura, in questo nuovo lavoro il mio interesse si è focalizzato su qualcosa di molto più evidente, molto più contemporaneo. I problemi di cui si parla sono tutti di un’attualità sconcertante (l’ossessione della società occidentale per il cibo, il sovrabbondare della spazzatura, i cattivi rapporti con i social network, la solitudine delle persone, lo scaricare le colpe dei problemi del mondo su una singola fascia della popolazione- in questo caso i neri) e volevo far vedere come la risposta della politica sia inadeguata e si fomenti a ogni pie’ sospinto la strumentalizzazione delle cose. Attraverso Miracoli Metropolitani, vorrei far capire che il mondo in cui viviamo non è un “parco giochi” creato per i nostri egoismi e che un giorno si ribellerà, perché dovrà reagire di fronte a questo stato di cose. Non siamo invincibili come abbiamo imparato a credere.

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Anche in quest’opera i personaggi sembrano essere dei “reduci della vita” e, nonostante si rida, non si ha mai la sensazione di avere davanti dei bozzetti. Davvero non esiste salvezza per il genere umano? Qual è il messaggio che vorresti più di tutti far passare?

Che ogni atto di perdono e di speranza è insito nelle piccole cose, nelle piccole azioni individuali. Se si ha questa consapevolezza, si ha una consapevolezza della vera bellezza e una via di vera fuga da certo marciume interiore che ci attanaglia. In questo senso, è molto importante anche la risata, perché se nel nostro piccolo, nella nostra estrema finitezza impariamo a ridere dell’infinito pachidermico che ci circonda, abbiamo già fatto qualcosa per riuscire a salvarci.

Nonostante i vostri siano lavori eminentemente “teatrali”, si nota una costante influenza del linguaggio e di certa prassi cinematografica. L’idea è quella di creare un codice spettacolare privo di gabbie o si tratta di una semplice coincidenza?

No, è assolutamente un tratto peculiare della mia poetica autoriale quello di introdurre elementi linguistici differenti e, oltre a quello cinematografico, mi influenzano tantissimo le serie, il loro modo di concepire gli stacchi narrativi e figurativi, il loro vocabolario. Rientrano assolutamente nel mio gusto. Io mi ispiro in libertà a tutto ciò che mi piace e questo è evidente nei nostri spettacoli penso a qualsiasi livello. Oggi come oggi, il teatro ha bisogno di “rientrare in sé” anche attraverso codici linguistici differenti da quelli che si presumono standard. Solo così può risultare più credibile e più vicino alla gente, agli spettatori.

Uno degli elementi fondamentali di riflessione che viene sottolineato, e che hai già anticipato, è il rapporto malato che sembra legare la nostra società al cibo. In che modo hai trattato questo aspetto e per evidenziare di preciso cosa?

Era mia premura raccontare la tendenza alla sovralimentazione che caratterizza la società occidentale, che non si manifesta soltanto negli sprechi ma anche nella rincorsa parossistica al cibo più raffinato, più particolare. Non è soltanto una questione legata al fatto che ci sono miliardi di persone che muoiono di fame, quanto l’amara constatazione che il desiderio costante del “manicaretto” dia spesso origine anche a delle truffe sulle materie prime (come accade nel “Luxury Food” dove si svolge Miracoli Metropolitani) o a delle inaccettabili manie di grandeur come ci capita spesso di vedere nelle cucine di certi reality. Pensiamo poi anche a tutto quello che è stato letteralmente edificato intorno alla questione delle intolleranze alimentari: ci sono e ci continuano ad essere degli atteggiamenti disgustosi, delle strumentalizzazioni vergognose (un po’ come accade per il Covid). Insomma, trovavo giusto evidenziare tutta una serie di atteggiamenti che oggi come oggi costituiscono dei veri problemi sociali e non certo da prendere sottogamba.

Nelle vostre messe in scena, nonostante l’incontenibile verve attoriale, c’è sempre una cura estrema della scenografia e delle luci. Qual è il metodo di lavoro che adottate tu e Lucio Diana per metterle appunto e quanto solitamente impiegate?

Avendo avuto un budget a disposizione, questo Miracoli Metropolitani è stato realizzato con un’attenzione maniacale. Con Diana c’è stato un forte dialogo durante le prove, prima di mettere a punto tutto (la scenografia è stata costruita insieme ad Andrea Zenoni, il nostro direttore di scena) negli ultimi cinque o sei giorni. Per noi della Carrozzeria, la valenza della scenografia e delle luci è molto significativa, ha un valore diegetico assoluto. Ogni codice per noi è un personaggio.

Nel testo, si coglie anche un focus molto pronunciato sul rapporto tra l’uomo e il web. In che modo la rete determina il nostro comportamento e quali sono, secondo te, le trappole nelle quali ci fa cadere?

Il nostro rapporto malato con i social credo che sia spinto troppo oltre ormai per poter cambiare, la deriva è inesorabile. Molti di noi passano delle ore a spiare le vite degli altri e a vedere quanti followers hanno, senza magari riuscire a realizzare che le loro vite non sono davvero migliori delle nostre. Ormai l’alterazione della percezione del reale è completa. Dobbiamo prendere coscienza, come insegnano i corsi e i ricorsi storici, che ci sarà bisogno di un vero e proprio “crack” sociale affinché le cose tornino ad essere, se non “normali”, quantomeno sostenibili.

Una caratteristica spiccata dei vostri lavori è il ritmo serrato, inarrestabile dei vostri tempi sul palcoscenico. Come si sviluppa un meccanismo teatrale così perfetto?

Ci vogliono innanzitutto bravissimi attori, come quelli che costituiscono il cast di Miracoli Metropolitani, di cui non smetterò mai di essere orgoglioso. Ci vuole tecnica, concentrazione e molto lavoro di prove. Nulla deve essere lasciato al caso, solo così poi si può trasmettere vera naturalezza. Il ritmo fa parte della mia poetica da sempre, per me il pubblico deve “rincorrere” lo spettacolo e avere solo qualche momento di pausa per provare degli spaccati di grande emotività. Ma per arrivarci, e per goderseli appieno, lo spettacolo deve correre. C’è poi un altro fattore molto importante: in questo testo, in cui, come si è detto, c’è una sovrabbondanza di temi, la frenesia è un aspetto molto importante. Per questo un ritmo serrato è fondamentale.

A fine 2021, avete annunciato sui vostri canali social il debutto di un vostro nuovo spettacolo per l’estate di quest’anno, un monologo di stand up comedy interpretato da Beatrice Schiros. Un esperimento o una possibilità espressiva per il futuro?

Entrambi. Con Stupida Show, Capitolo I. Cattivi pensieri volevamo omaggiare le caratteristiche e le capacità di Beatrice, che sicuramente saprà incantare il pubblico in questa nuova avventura. E poi vogliamo avere in repertorio uno spettacolo che possa riportarci senza problemi di allestimento in spazi più piccoli, quelli dai quali abbiamo poi cominciato. Vogliamo avere la possibilità di fare un lavoro più agile, più minimale, buono anche per contesti senza particolari caratteristiche teatrali. Il fatto che ci sia poi nel titolo Capitolo I, sta a significare che non escludo, non escludiamo in futuro nuove sortite in questo ambito.

Concludendo: in questo clima di profonda incertezza che stiamo vivendo, come ci si sente ogni sera ad andare in scena sapendo dei rischi che si corrono (voi e gli spettatori)?

Come compagnia, stiamo vivendo un momento nello stesso tempo molto importante e molto difficile. Da una parte, riscontriamo il grande successo che stiamo riscuotendo nonostante la situazione, dall’altra facciamo i conti, come tutti, con gli imprevisti del Covid: nelle ultime repliche, per esempio, abbiamo dovuto sostituire un membro del cast risultato positivo e che tornerà in scena a Roma. Diciamo che c’è molta tensione, da parte nostra e da parte del pubblico. Ecco perché non giudicheremo mai tutti i nostri sostenitori che, impauriti dallo stato attuale delle cose, non vorranno venire a vederci. L’appuntamento con loro è solo rimandato.

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Cinema, crollano le presenze in sala nella prima settimana di gennaio

Crollano le presenze in sala nella prima settimana di gennaio e box office in affanno. In tutti i cinema italiani, complice anche l’aumento dei contagi da Covid-19 che sta creando più qualche difficoltà nella gestione delle quarantene e delle misure per fronteggiare l’emergenza sanitaria, le sale tricolori hanno faticato non poco rispetto all’ultima settimana del 2020.

Eppure, i film in programmazione sono per lo più titoli capaci di richiamare una fetta importante di pubblico, e di tutte le età. Il calo è netto e si attesa attorno al 21%. Un dato che dovrà essere rivisto quando usciranno i film candidati all’Oscar, periodo dell’anno tra i più attesi.

Alcuni, come “Spider-Man – No way home“, sono una garanzia, anche in tempi incerti come quelli che stiamo vivendo. Il supereroe Marvel guida la temporanea classifica dei visti più visti nel nostro Paese con 992mila euro (a fronte dei più di venti milioni incassati dalla sua uscita).

Al secondo posto troviamo Pio e Amedeo con il loro “Belli Ciao” che ha fruttato circa 757mila euro. Seguono “Me contro Te” e “Matrix Recurrections” da cui, forse, ci saremmo aspettati qualcosina in più.

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David Bowie, che della sua morte ha fatto un’opera d’arte

Era la primavera del 2016, quando il direttore del giornale per il quale al tempo lavoravo mi chiamò per dirmi che in città si trovava Enrico Ruggeri, reduce da un’ospitata in un centro commerciale. Mi vestii rapidamente, corsi in macchina e feci di tutto per intervistare colui che fu punk prima di noi. Alla vista della mia t-shirt degli Iron Maiden, mi accolse sorridendo. “Sai che ho giocato contro Steve Harris in una partita del cuore tra le nazionali cantanti?”, mi chiese. Parlammo liberamente dei suoi ultimi progetti musicali e dei principali fatti di quei giorni. La chiacchierata virò su David Bowie, scomparso il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il suo sessantanovesimo compleanno.

Ruggeri, di episodi sui protagonisti della musica internazionale, ne avrebbe da raccontare un’infinità, eppure rimasi colpito da come descrisse “Blackstar“, ultimo studio album dell’artista londinese, pubblicato solo due giorni prima della morte.

La musica, come la vita, è arte. Con ‘Blackstar’, Bowie, ha fatto della sua morte un’opera d’arte“.

Una frase rivelatrice. Nella sinteticità dell’espressione era racchiusa tutta l’essenza del David Bowie uomo e artista. Un’esistenza, quella del Duca Bianco, vissuta a stretto contatto con le stelle e lontano da orizzonti che noi, comuni mortali, possiamo anche solo concepire. Un’epopea onirica di andata e ritorno da Marte e da quegli oceani d’infinità nei quali perdersi per trovare, o ritrovare, una creatività mai sopita dal tempo e dalle mode che, di decade in decade, si sono alternate.

David Robert Jones ha fatto della sua vita un’opera d’arte.

Il trasformismo che ne ha caratterizzato la carriera è stato tra i più umorali che si ricordino, per lo meno con riferimento agli ultimi cinquant’anni di musica internazionale. Ha determinato e riscritto canoni e stili, rinnovando il concetto di avanguardia applicato alla composizione musicale. Impossibile quantificare l’influenza avuta su tutto ciò che si è palesato dopo la sua ascesa terrena. Camaleontico, multiforme, imprevedibile: difficile descrivere chi fu realmente Bowie, stella non appartenente a questa galassia, talmente luminosa da brillare anche nell’oscurità della morte.

David Robert Jones ha fatto della sua morte un’opera d’arte.

“Blackstar” è l’epitaffio di una carriera avviata nel 1967 e conclusasi solo con la dipartita terrena, lo stesso Tony Visconti, storico produttore e suo amico intimo, aveva confidato che il Duca Bianco considerasse l’album come una sorta di canto del cigno. Bowie, che aveva più volte ribadito di volersene andare in silenzio, senza troppo clamore e confusione, chiuse gli occhi consapevole che la sua stessa morte sarebbe stata comunque parte integrante dell’album.

Il testamento che Bowie ha consegnato all’umanità è stato concepito negli ultimi anni della sua vita, tra le sofferenze della malattia e un’ispirazione straordinaria. Un lavoro intenso e profondo, intimo e spietato, nato dalla sofferenza e messo in scena come una drammaturgia shakespeariana. Perché nel presagio della sua morte ha predisposto una scacchiera di trame e sottotrame svelate nei sette brani che compongono il disco, il venticinquesimo della sua carriera.

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Dall’album fu estratto il singolo “Lazarus“, accompagnato da un videoclip registrato nel novembre del 2015. In quei giorni fu chiara la situazione: il cancro stava divorando Bowie che sapeva di avere i giorni contati. Decise di interrompere le cure al fine di concentrarsi esclusivamente sulla sua musica, isolandosi anche dalle speculazioni circa il suo stato di salute. Nel video appare sdraiato su quello che potrebbe essere un letto d’ospedale, ma non ci vengono forniti altri dettagli se non alcuni oggetti presenti nella stanza buia e fredda, spoglia e inquietante.

É rimboccato sotto le coperte, con il lenzuolo tirato su fino al mento, quasi a volersi riparare dall’ombra che da lì a poco lo avrebbe avvolto.

Bendato, visibilmente scavato in volto, sembra recitare il brano come una laica messa in Requiem. Gli occhi hanno perso la loro funzione di orientare il corpo, proiettati ormai nell’assoluto celeste, persi nell’indissolubilità dell’addio terreno. Ma con David Bowie nulla è mai stato scontato e il viaggio verso l’altra dimensione, quella post mortem, appare ogni secondo più chiara.

La mente viaggia, esplora e sconfina, spinta da motivazioni extraterrene che pongono l’artista di fronte alla messa in scena della sua morte.

“Blackstar” è uno scrigno che custodisce le ultime volontà del Duca Bianco, ma anche segreti talmente articolati che, probabilmente, non verranno mai decriptati. Ammesso che ve ne sia un reale bisogno. Tra indizi e riferimenti, l’album è un mosaico da ricomporre con meticolosa attenzione prima di poter essere giudicato o, meglio ancora, compreso.

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Perché si, David Bowie, della sua morte, ha fatto un capolavoro.

LAZARUS

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Look up here, man, I’m in danger
I’ve got nothing left to lose
I’m so high it makes my brain whirl
Dropped my cell phone down below
Ain’t that just like me?

By the time I got to New York
I was living like a king
Then I used up all my money
I was looking for your ass
This way or no way
You know, I’ll be free
Just like that bluebird1
Now ain’t that just like me?
Oh I’ll be free
Just like that bluebird
Oh I’ll be free
Ain’t that just like me?

LAZARUS

Guarda qui, sono in paradiso
Ho cicatrici che non si vedono
Ho il mio dramma, nessuno me lo può togliere
Tutti mi conoscono, adesso

Guardami, sono in pericolo
Non ho più niente da perdere
Sono così sballato che il mio cervello turbina
Ho fatto cadere giù il cellulare
Non è proprio da me?

Quando arrivai a New York
Vivevo come un re
Poi ho bruciato tutto il denaro
per cercarti come un matto
In questo modo o in nessun’altro
Sai, sarò libero
Proprio come quell’uccellino azzurro1
Mi ci vedo proprio in tutto questo
Oh, io sarò libero
Proprio come quell’uccellino azzurro
Io sarò libero
Non è una cosa proprio da me?

1 Era il 10 gennaio 2016, come riporta il Fatto Quotidiano, e dopo la morte dell’uomo che amava, sua moglie Iman decise di fare una passeggiata all’aperto: “Si era fermato davanti a me un Sialia (Bluebird)“. Si tratta di un uccello azzurro della famiglia dei Turdidi. L’incredibile? David lo aveva citato nel suo album Black Star e precisamente nel bellissimo brano Lazarus. Un segno.

Golden Globe 2022: tutti i vincitori dell’edizione a luci spente

I Golden Globe 2022 verranno ricordati per l’assenza di feste esagerate e parterre composti da centinaia di persone, vip e ospiti speciali. Un evento sottotono, per lo meno nello sfarzo e nell’esibizione di tutti i cliché tipici delle serate di gala. O meglio, non è stato un evento.

Quest’anno, come lo scorso, la pandemia ha arrecato un duro colpo all’establishment hollywoodiano: la variante Omicron si sta diffondendo con incredibile rapidità (negli States, nell’ultima settimana, si registrano milioni di contagiati) e la cerimonia di uno dei premi più attesi dell’anno è praticamente passata sottotraccia. A luci spente, in assenza di pubblico, televisioni e clamore.

Niente pubblico, niente red carpet, niente presentatori, niente consegna a mano dei premi e niente diretta tv. Decisione, quest’ultima, che ha dello straordinario, ma che è legata alla volontà dell’emittente NBC di non mandarla in onda. La Hollywood Foreign Press Association ha infatti annunciato i vincitori sui propri canali social e sul proprio sito ufficiale.

Miglior film drammatico

“Il potere del cane”

“Belfast”

“CODA”

“Dune”

“King Richard”

Miglior film, musical o commedia

“West Side Story”

“Cyrano”

“Don’t Look Up”

“Licorice Pizza”

“Tick, Tick … Boom!”

Migliore attore protagonista in un film drammatico

Will Smith  

Mahershala Ali

Javier Bardem

Benedict Cumberbatch

Denzel Washington

Migliore attrice protagonista in un film drammatico

Nicole Kidman

Jessica Chastain

Olivia Colman

Lady Gaga

Kristen Stewart

Migliore attore protagonista in un film, musical o commedia

Andrew Garfield

Leonardo DiCaprio

Peter Dinklage

Cooper Hoffman

Anthony Ramos

Migliore attrice protagonista in un film, musical o commedia

Rachel Zegler

Marion Cotillard

Alana Haim

Jennifer Lawrence

Emma Stone

Miglior regista, film

Jane Campion  

Kenneth Branagh

Maggie Gyllenhaal

Steven Spielberg

Denis Villeneuve

Miglior attore non protagonista, film

Kodi Smit-McPhee

Ben Affleck

Jamie Dornan

Ciarán Hinds

Troy Kotsur

Miglior attrice non protagonista, film

Ariana DeBose

Caitríona Balfe

Kirsten Dunst

Aunjanue Ellis

Ruth Negga

Miglior serie televisiva, dramma

“Succession”

“Lupin”

“The Morning Show”

“Pose”

“Squid Game”

Miglior serie televisiva, musical o commedia

“Hacks”

“The Great”

“Only Murders in the Building”

“Reservation Dogs”

“Ted Lasso”

Miglior attore protagonista in una serie televisiva, dramma

Jeremy Strong 

Brian Cox

Lee Jung-jae

Billy Porter

Omar Sy

Miglior attrice protagonista in una serie televisiva, dramma

Michaela Jaé Rodriguez

Uzo Aduba

Jennifer Aniston

Christine Baranski

Elisabeth Moss

Miglior attore protagonista in una serie televisiva, musical o commedia

Jason Sudeikis

Anthony Anderson

Nicholas Hoult

Steve Martin

Martin Short

Miglior attrice protagonista in una serie televisiva, musical o commedia

Jean Smart

Hannah Einbinder

Elle Fanning

Issa Rae

Tracee Ellis Ross

Miglior miniserie, serie antologica o film per la tv

“La ferrovia sotterranea”

“Dopesick”

“Impeachment: American Crime Story”

“Maid”

“Omicidio a Easttown”

Miglior attore in una miniserie, serie antologica o film per la tv

Michael Keaton

Paul Bettany

Oscar Isaac

Ewan McGregor

Tahar Rahim

Miglior attrice in una miniserie, serie antologica o film per la tv

Kate Winslet

Jessica Chastain

Cynthia Erivo

Elizabeth Olsen

Margaret Qualley

Miglior attore non protagonista, tv

O Yeong-su

Billy Crudup

Kieran Culkin

Mark Duplass

Brett Goldstein

Miglior attrice non protagonista, tv

Sarah Snook

Jennifer Coolidge

Kaitlyn Dever

Andie MacDowell

Hannah Waddingham

Miglior colonna sonora originale, film

“Dune” (Warner Bros.) — Hans Zimmer

“The French Dispatch” (Searchlight Pictures) — Alexandre Desplat

“Encanto” (Walt Disney Pictures) — Germaine Franco

“Il potere del cane” (Netflix) — Jonny Greenwood

“Madres Paralelas” (Sony Pictures Classic) — Alberto Iglesias

Miglior film in lingua straniera

“Drive My Car”

“Compartment No. 6”

“È stata la mano di Dio”

“A Hero”

“Madres Paralelas”

Migliore sceneggiatura, film

Kenneth Branagh — “Belfast”

Paul Thomas Anderson — “Licorice Pizza”

Jane Campion — “Il potere del cane”

Adam McKay — “Don’t Look Up”

Aaron Sorkin — “Being the Ricardos”

Migliore canzone originale, film

“No Time to Die” da “No Time to Die” (MGM/United Artists Releasing) — Billie Eilish, Finneas O’Connell 

“Be Alive” da “King Richard” (Warner Bros.) — Beyoncé Knowles-Carter, Dixson

“Dos Oruguitas” da “Encanto” (Walt Disney Pictures) — Lin-Manuel Miranda

“Down to Joy” da “Belfast” (Focus Features) — Van Morrison

“Here I Am (Singing My Way Home)” da “Respect” (MGM/United Artists Releasing) — Jamie Hartman, Jennifer Hudson, Carole King

Miglior film d’animazione

“Encanto” (Walt Disney Studios Motion Pictures)

“Flee” (Neon)

“Luca” (Walt Disney Studios Motion Pictures)

“My Sunny Maad” (Totem Films)

“Raya e l’ultimo drago” (Walt Disney Studios)

Golden Globe 2022: il miglior attore di film commedia o musicale è Andrew Garfield

A vincere il Golden Globe 2022 per migliore attore di un film commedia o musicale è Andrew Garfield, protagonista di “Tick, Tick… BOOM!” di Lin-Manuel Miranda.

Il musical è tratto dall’omonimo spettacolo autobiografico scritto e composto da Jonathan Larson – interpretato da Andrew Garfield- in procinto di compiere trent’anni, con l’ansia di non aver concluso ancora nulla dal punto di vista artistico e professionale. Mentre cerca di ultimare il musical a cui lavora da ben otto anni, si manifestano in lui dubbi e insicurezze sulla sua vita, le sue capacità e le sue scelte.

Oggi Andrew Garfield vince il suo primo Golden Globe, avendo la meglio su Leonardo Di Caprio (“Don’t Look Up”), Peter Dincklage (“Cyrano”), Cooper Hoffman (“Licorice Pizza”) e Anthony Ramos (“Sognando a New York – In the Heights”).

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Golden Globe 2022, “Succession” premiata come miglior serie drammatica

Succession“, serie tv targata HBO vince l’ambita statuetta e conferma le opinioni entusiaste di pubblico e critica. Arrivato alla sua terza stagione, questo dramma famigliare, racconta le vicende della famiglia Roy e di tutti i segreti che si nascondono dietro alla successione del loro impero mediatico. Ricca di scandali, tentativi di scalate al potere e azioni senza scrupoli, che mirano a incrinare gli equilibri aziendali, già vacillanti a causa delle guerre interne, che i fratelli Roy continuano a provocare.

Jesse Armstrong e Adam McKay regalano al pubblico un prodotto reale, che ci mostra l’America moderna per quella che è, crudele e ambiziosa, controllata dai media e dal loro potere sulle masse. Ossessionata dal capitalismo e dal benessere che da questo ne derivano, che portano la serie a essere caratterizzata da una tensione continua, intervallata da momenti di comicità, a volte grotteschi, ma sempre efficaci.

Momenti resi possibili dal cast e dal suo magnifico lavoro, primo fra tutti Bryan Cox, interprete del capostipite della famiglia Logan Roy, colui che deve decidere il destino dell’azienda che ha fondato, Jeremy Strong, nei panni di Kendall, suo secondo genito ed erede designato e Kieran Culkyn, che impersona Roman, il più immaturo e irresponsabile della famiglia.

Grazie a queste interpretazioni, lo spettatore riesce ad immedesimarsi nelle loro emozioni e nel loro incessante bisogno di avere successo, l’unico modo di affermare se stessi.

Succession ha avuto la meglio su Lupin, serie originale targata Netflix, Squid Game, altro prodotto di grande impatto mediatico della piattaforma, The Morning Show, uno dei programmi più popolari di Apple Tv+ e Pose, serie molto apprezzata e amata dai fan.

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Golden Globe 2022, West Side Story trionfa come miglior musical o commedia

West Side Story” di Steven Spielberg ha vinto il Golden Globe come miglior film musical o commedia. Ha battuta la concorrenza di “Cyrano”, “Don’t Look Up”, “Licorice Pizza”e “Tick, Tick…Boom”.

“Mi sono sentito creativamente più libero facendo questo musical rispetto a tutti gli altri miei film precedenti in cui la strada sembrava già segnata, dice il regista. Ad esempio nella fantascienza sei libero di far entrare qualsiasi cosa perché non ci sono basi storiche necessarie e ovviamente nei film d’azione puoi mettere le telecamere ovunque per creare eccitazione e tensione o suspense”.

“Invece in un musical devi esprimere la tua identità attraverso il ballo e le canzoni e questa cosa non l’avevo realizzata finché non ne ho girato uno. Certo da spettatore li puoi vedere e apprezzare al cinema o in tv ma non avevo davvero capito quanto variegata fosse la gamma di creatività e quanti strumenti gli attori avessero a disposizione per esprimere sé stessi in un modo molto più profondo, conclude”, ha detto Spielberg ai microfoni di Denise Neri di SkyTg24

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Cast:

Ansel Elgort, Rachel Zegler, Maddie Ziegler, Rita Moreno, Corey Stoll, Brian d’Arcy James, Ana Isabelle, Reginald L. Barnes, Mike Faist, David Alvarez, Jamila Velazquez, Sean Jones, Patrick Higgins, Ben Cook, Ricardo Zayas

West Side Story – sinossi da ComingSoon.it

West Side Story, il film di Steven Spielberg, è la nuova versione del classico musical del 1957 con le musiche di Leonard Bernstein, libretto di Arthur Laurents e parole di Stephen Sondheim, che nel 1961 dette origine al film di Robert Wise e Jerome Robbins vincitore di 10 premi Oscar.

La storia, immortale, è quella di Romeo e Giulietta di Shakespeare, ambientata in una moderna metropoli divisa da razzismo e pregiudizi.
Due gang, i giovani immigrati portoricani Sharks, capeggiati da Bernardo, e gli americani bianchi Jets, con a capo Riff (Mike Faist), lottano per il controllo del territorio del West Side newyorkese e si scontrano ripetutamente per le strade.

Durante un ballo a cui partecipano entrambe le fazioni, Maria (Rachel Zegler), sorella di Bernardo, e Tony (Ansel Elgort), un bravo ragazzo ex membro dei Jets, si innamorano a prima vista. La loro storia, appena iniziata verrà infranta dal clima d’odio che divora le due comunità, fino ad un tragico finale di sangue, morte e dolore, che darà ai superstiti la consapevolezza dell’assurdità delle loro divisioni.

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Golden Globe 2022, Nicole Kidman Migliore attrice in un film drammatico

Nicole Kidman golden globes 2022

Grazie al ruolo di Lucille Ball in “Being the Ricardos”, Nicole Kidman si aggiudica il Golden Globes come Migliore attrice in un film drammatico.

Scritto e diretto da Aaron Sorkin il film è incentrato sui protagonisti della popolare sitcom statunitense degli anni ’50 “Lucy ed io”. La Kidman interpreta magistralmente il ruolo dell’attrice che nel 1952 fu accusata di avere simpatie comuniste. Il che poteva costarle caro in un periodo in cui negli Stati Uniti le simpatie filo-russe non erano ben viste.

L’attrice hawaiana si aggiudica il premio che va a sommarsi al premio Oscar come Migliore attrice ottenuto nel 2003 con il ruolo di Virginia Woolf in “The Hours”, ai 4 Golden Globes ricevuti nel 1996, 2002, 2003 e 2018, al premio BAFTA sempre nel 2003, a 2 premi Emmy e un Screen Actors Guild Award nel 2018 come Miglior attrice in una mini-serie o film TV per “Big Little Lies – Piccole grandi bugie“. Senza contare le innumerevoli volte in cui è stata candidata per vincere questi riconoscimenti.

Una lunga carriera quella di Nicole Kidman, che già da giovanissima dimostrò di avere la recitazione nel sangue. All’età di quattordici anni, debutta in tv nel ruolo di Petra nel film tv “Bush Christmas”. Ma ècon il ruolo di Megan Goddard, la protagonista del telefilm “Vietnam”, che arriva il successo.

A 20 anni è già una delle attrici più in vista negli Usa. Arriva così la chiamata di Tom Cruise per girare “Giorni di tuono”. Con l’attore si sposerà il 24 dicembre del 1990, non appena lui ottenne il divorzio dalla sua precedente moglie Mimi Rogers.

Da lì una serie di pietre miliari del cinema americano. “Batman forever”, “Da morire” nel 1996 con il quale ottiene il suo primo Golden Globes. Lo stesso anno gira “Ritratto di signora”, in cui si nota la sua puntigliosità nel preparare i personaggi che le vengono affidati.

Nella sua lunga carriera ha recitato con mostri sacri come, appunto, Tom Cruise, George Clooney, Dustin Hoffman, Jude Law, Renèe Zellweger, Natalie Portman,  Anthony Hopkins, Ed Harris.

Non basterebbero fiumi di parole per parlare dei suoi ruoli in “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick, in “Moulin Rouge” (con il quale ottiene il suo secondo Golden Globes nel 2002) o in “Grace di Monaco” dove interpreta la principessa Grace Kelly.

Il suo 5° Golden Globes è l’ennesima ciliegina sulla torta di una carriera colma di capolavori resi tali anche dalle sue performance. Nonostante la scelta per questo ruolo è stata largamente criticata anche dalla figlia della Ball, Lucie Arnaz.

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Golden Globe 2022: il miglior attore drammatico è Will Smith

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Golden Globe 2022: il miglior attore drammatico è Will Smith

A vincere il Golden Globe 2022 per migliore attore di un film drammatico è Will Smith, protagonista di “Una famiglia vincente – King Richard” di Reinaldo Marcus Green.

Il film – che sarà disponibile nelle sale italiane a partire da giovedì 13 gennaio – racconta la storia delle due superstar del tennis, Venus e Serena Williams, tramite la figura del padre Richard Williams (Will Smith), che sin dall’infanzia è stato il loro allenatore. Senza esperienze sportive ma guidato dal grande sogno di un padre, “King Richard” si è impegnato a formarle, convinto che un giorno le sue bambine sarebbero potute diventare due delle tenniste migliori della storia.

Oggi Will Smith vince il suo primo Golden Globe come miglior attore protagonista avendo la meglio su Mahershala Ali (“Swan Song”), Javier Bardem (“Being the Ricardos”), Benedict Cumberbatch (“Il potere del cane”) e Denzel Washington (“The Tragedy Of Macbeth”).

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Golden Globe 2022, “Il potere del cane”: miglior film drammatico e miglior regia

Il potere del cane“, film della regista Jane Campion, si è aggiudicato il Golden Globe 2022 come “Miglior film drammatico”. Ha battuto la concorrenza di “Belfast”, “CODA”, “Dune” e “Una famiglia vincente – King Richard”

Jane Campion si aggiudica il Golden Globe 2022 per la miglior regia. “Il potere del cane“, film da lei scritto e diretto ha sconfitto la concorrenza di Kenneth Branagh (“Belfast”), Maggie Gyllenhall (“The Lost Daughter”), Steven Spielberg (“West Side Story”) e Denis Villeneuve (“Dune”).

Il film porta a casa anche una terza statuetta con Kodi Smit-McPhee, vincitore nella categoria “miglior attore non protagonista”

“Il potere del cane è il titolo di un romanzo di Thomas Savage e la citazione di un salmo della Bibbia, si riferisce alla capacità dei ricchi e potenti di tormentare e sottomettere i deboli, e nel suo ultimo film, Leone d’argento a Venezia, Jane Campion si chiede: è un potere imbattibile o vulnerabile? Da un lato ci sono due fratelli diversissimi, uno carismatico e crudele e l’altro sottomesso e taciturno, poi una vedova fragile e suo figlio, un ragazzino strano e apparentemente debole; dall’altro laghi, colline e pianure del Montana, questi spazi sconfinati, suggestivi, ipnotici quasi”.

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“Una natura selvaggia e libera contro anime prigioniere e dolenti, incapaci di essere se stesse. Un film che in realtà non è un colpo di fulmine… anzi, una volta finito rimani lì a chiederti se ti è piaciuto o meno, eppure è come un veleno, entra dentro, si espande lentamente e si sedimenta, cominci a pensarci, ci rifletti per ore, non ne esci. E in fondo è proprio quello che vorrebbe chi racconta una storia: che rimanga come un chiodo conficcato in un fianco”, ha scritto la scrittrice Roberta Di Pascasio.

Cast:

Benedict Cumberbatch, Jesse Plemons, Kirsten Dunst, Kodi Smit-McPhee, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Adam Beach, Sean Keenan, Cohen Holloway, Stephen Lovatt, Alison Bruce

“Il potere del cane” – sinossi da CominSoon.it

Il potere del cane, il film diretto da Jane Campion, ambientato negli anni ’20, precisamente nel 1925, vede al centro della storia la coppia dei ricchi fratelli Burbank, Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons), proprietari di un enorme ranch in Montana che domina la vallata.

I due sono molto diversi tra loro: Phil è un uomo brillante ma crudele, con un atteggiamento prepotente e violento, mentre George è una persona testarda e puntigliosa, ma sempre gentile.

Quando George sposa in segreto la vedova Rose (Kirsten Dunst), Phil non accetta la cosa e inizia una guerra spietata contro la donna usando suo figlio Peter (Kodi Smit-McPhee) come pedina.

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É morto Michael Lang, ideatore del Festival di Woodstock

É morto Michael Lang, storico ideatore e organizzatore del Festival di Woodstock. Era in cura da tempo per il linfoma di Hodgkin che nelle ultime settimane si era aggravato. Il decesso è avvenuto stanotte all’ospedale Sloan Kettering di New York City. Aveva 77 anni.

Come riportato da Blabbermouth, “dopo essersi trasferito a Woodstock e aver incontrato Artie Kornfeld, un rispettato artista discografico e compositore, i due hanno sviluppato l’idea per un importante festival per celebrare i movimenti sociali degli anni ’60 e hanno pianificato di aprire uno studio di registrazione a Woodstock. Con Kornfeld, John P. Roberts e Joel RosenmanLang mise in moto Woodstock che si tenne nella fattoria di Max Yasgur a Bethel, New York, dal 15 al 18 agosto 1969″.

Il 15 suonarono: Richie Havens, Swami Satchidananda, Sweetwaterm, Country Joe McDonald, John Sebastian, The Incredible String Band, Bert Sommer, Tim Hardin, Ravi Shankar, Melanie Safka, Arlo Guthrie e Joan Baez.

Il 16 agosto suonarono: Quill, Keef Hartley Band, Santana, Canned Heat, Mountain, Janis Joplin & The Kozmic Blues Band, Sly & the Family Stone, Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, The Who e Jefferson Airplaine.

Il 17 e 18 agosto suonarono: The Grease Band, Joe Cocker, Country Joe and the Fish, Ten Years After, The Band, Blood Sweat & Tears, Johnny Winter e Crosby, Stills, Nash & Young, Paul Butterfield Blues Band, Sha-Na-Na e Jimi Hendrix. 

Foto: IMBD

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Kim Mi-soo muore a 29 anni, era famosa per il suo ruolo in Snowdrop

L’attrice Kim Mi-soo – famosa per il suo ruolo in Snowdrop – è morta improvvisamente all’età di 29 anni. Il popolare drama coreano è disponibile in Italia su Disney+ ed ha contribuito a rendere famosa l’attrice anche oltreoceano. Altri suoi ruoli conosciuti sono nelle pellicole Memories e Kyungmi’s World.

Foto credits

“Il governo intervenga sul caro bollette di teatri e cinema”, l’appello di Forte (Stage Entertainment)

Foto Paolo Chiabrando on Unsplash

“Rilancio, ancora una volta, in maniera forte e decisa l’appello al Governo perché intervenga in maniera urgente sul tema del rincaro delle bollette. Moltissimi teatri e cinema, se la situazione prospettata non dovesse cambiare, con il pesantissimo aumento dei costi dell’energia, saranno costretti a chiudere definitivamente”.

Lo dice Matteo Forte, amministratore delegato per l’Italia di Stage Entertainment, gruppo internazionale che nel nostro Paese gestisce i teatri Lirico Giorgio Gaber e Nazionale di Milano.

“Mentre stiamo ancora combattendo la durissima battaglia contro il Covid – spiega Forte, che le scorse settimane ha lanciato ‘heArt’, piattaforma social
dedicata agli amanti dell’arte e dello spettacolo
– ci troviamo di fronte a questa inaspettata e pesantissima stangata. È evidente e inevitabile che la maggior parte dei soggetti, gestori di teatri e cinema, non potranno sopportare questa ulteriore mazzata letale. Una situazione gravissima che comprometterebbe definitivamente l’occupazione di tantissimi lavoratori, migliaia di persone che vivono o, in questa fase storica, sarebbe meglio dire sopravvivono, grazie a questo settore”.

Foto Paolo Chiabrando on Unsplash

È il giorno dei Golden Globe: tutte le nomination dell’edizione 2022

Al via la cerimonia di premiazione per i Golden Globe 2022. Nessuna festa esagerata, però, e neanche un parterre composto da centinaia di persone, vip e ospiti speciali. Sarà un evento sottotono, per lo meno nello sfarzo e nell’esibizione di tutti i cliché tipici delle serate di gala.

Quest’anno, come lo scorso, la pandemia ha arrecato un duro colpo all’establishment hollywoodiano: la variante Omicron si diffonde con incredibile rapidità (negli States, nell’ultima settimana, si registrano milioni di contagiati) ed è notizia di pochi giorni fa che anche la cerimonia dei Grammy Awards è slittata a data da destinarsi.

Niente pubblico, niente red carpet, niente presentatori, niente consegna a mano dei premi e niente diretta tv. Decisione, quest’ultima, che ha dello straordinario, ma che è legata alla volontà dell’emittente NBC di non mandarla in onda.

MIGLIOR FILM DRAMMATICO

Belfast

CODA

Dune

Una famiglia vincente – King Richard

Il potere del cane

MIGLIOR ATTORE IN UN FILM DRAMMATICO

Mahershala Ali, Swan Song

Javier Bardem, Being the Ricardos

Benedict Cumberbatch, Il potere del cane

Will Smith, Una famiglia vincente – King Richard

Denzel Washington, The Tragedy of Macbeth

MIGLIOR ATTRICE IN UN FILM DRAMMATICO

Jessica Chastain, The Eyes of Tammy Faye

Olivia Colman, The Lost Daughter

Nicole Kidman, Being the Ricardos

Lady Gaga, House of Gucci

Kristen Stewart, Spencer

MIGLIOR FILM MUSICAL O COMMEDIA

Cyrano

Don’t Look Up

Licorice Pizza

Tick, Tick…Boom

West Side Story

MIGLIOR ATTORE IN UN MUSICAL O COMMEDIA

Leonardo DiCaprio, Don’t Look Up

Peter Dinklage, Cyrano

Andrew Garfield, Tick, Tick…Boom!

Cooper Hoffman, Licorice Pizza

Anthony Ramos, Sognando a New York – In the Heights

MIGLIOR ATTRICE IN UN MUSICAL O COMMEDIA

Marion Cotillard, Annette

Alana Haim, Licorice Pizza

Jennifer Lawrence, Don’t Look Up

Emma Stone, Crudelia

Rachel Zegler, West Side Story

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (qualsiasi genere)

Ben Affleck, The Tender Bar

Jamie Dornan, Belfast

Ciarán Hinds, Belfast

Troy Kotsur, Coda

Kodi Smit-McPhee, Il potere del cane

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MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (qualsiasi genere)

Caitriona Balfe, Belfast

Ariana Debose, West Side Story

Kristen Dunst, Il potere del cane

Aunjanue Ellis, Una famiglia vincente – King Richard

Ruth Negga, Due donne – Passin

MIGLIOR REGIA

Kenneth Branagh, Belfast

Jane Campion, Il potere del cane

Maggie Gyllenhall, The Lost Daughter

Steven Spielberg, West Side Story

Denis Villeneuve, Dune

MIGLIOR SERIE TV DRAMMATICA

Lupin (Netflix)

The Morning Show (Apple TV+)

Pose (FX)

Squid Game (Netflix)

Succession (HBO)

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA IN UNA SERIE TV DRAMMATICA

Brian Cox, Succession

Lee Jung-Jae, Squid Game

Billy Porter, Pose

Jeremy Strong, Succession

Omar Sy, Lupin

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA IN UNA SERIE TV DRAMMATICA

Uzo Aduba, In Treatment

Jennifer Aniston, The Morning Show

Christine Baranski, The Good Fight

Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale

Micheala Jaé Rodriguez, Pose

MIGLIOR SERIE MUSICAL O COMMEDIA

The Great (Hulu)

Hacks (HBO)

Only Murders in the Building (Disney+)

Reservation Dogs (FX)

Ted Lasso (Disney+)

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MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA IN UNA SERIE MUSICAL O COMMEDIA

Anthony Anderson, Black-ish

Nicholas Hoult, The Great

Steve Martin, Only Murders in the Building

Martin Short, Only Murders in the Building

Jason Sudeikis, Ted Lasso

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA IN UNA SERIE MUSICAL O COMMEDIA

Hannah Einbinder, Hacks

Elle Fanning, The Great

Issa Rae, Insecure

Tracee Ellis Ross, Black-ish

Jean Smart, Hacks

MIGLIOR MINISERIE O FILM TV

Dopesick (Disney+)

Impeachment: American Crime Story (FX)

Maid (Netflix)

Omicidio a Easttown (HBO)

The Underground Railroad (Amazon Prime Video)

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE O FILM TV

Paul Bettany, WandaVision

Oscar Isaac, Scene da un matrimonio

Michael Keaton, Dopesick

Ewan McGregor, Halston

Tahar Rahim, The Serpent

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA IN UNA MINISERIE O FILM TV

Jessica Chastain, Scene da un matrimonio

Cynthia Erivo, Genius: Aretha

Elizabeth Olsen, WandaVision

Margaret Qualley, Maid

Kate Winslet, Omicidio a Easttown

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA IN UNA SERIE, MINISERIE O FILM TV

Jennifer Coolidge, The White Lotus

Kaitlyn Dever, Dopesick

Andie Macdowell, Maid

Sarah Snook, Succession

Hannah Waddingham, Ted Lasso

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA IN UNA SERIE, MINISERIE O FILM TV

Billy Crudup, The Morning Show

Kieran Culkin, Succession

Mark Duplass, The Morning Show

Brett Goldstein, Ted Lasso

O Yeong-Su, Squid Game

Barbero, in arrivo il nuovo libro sulla nascita dell’editoria

Uscirà il 12 gennaio il nuovo libro del professor Alessandro Barbero “Inventare i libri. L’avventura di Filippo e Lucantonio Giunti, pionieri dell’editoria moderna”.

Edito da Giunti Editore, le 528 pagine ripercorrono le vicende di Filippo Giunti e di suo fratello Lucantonio, riguardo i quali fino a ora la storia presentava numerose lacune.

Proveniente da una famiglia fiorentina di pannaiuoli furono dei rivoluzionari nel mondo dei libri. Come Barbero sottolinea si apprende dal padre di Nicolò Machiavelli, ser Bernardo, che  «da Filippo di Giunta, librario del popolo di Santa Lucia d’Ognisanti» lui stesso comprò due volumi, uno di diritto e uno di storia.

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I fratelli Giunti individuarono nell’arte della stampa, che a metà del XV secolo rivoluzionò la storia europea culturale e non, un nuovo modo di inserirsi nel commercio. Furono anticipatori anche dell’editore Aldo Manuzio, le cui aldine stampate a Venezia introdussero il corsivo.

Barbero, ad oggi uno dei maggiori divulgatori storici italiani insieme a Piero e Alberto Angela, continua la sua opera di divulgazione attraverso i suoi libri che risultano sempre essere di agevole lettura e completi sotto tutti i punti di vista.

Sinead O’Connor annuncia la morte del figlio 17enne

Foto di copertina: Leah Pritchard da Den Haag, Netherlands

La cantante irlandese Sinead O’Connor ha annunciato su Twitter la morte del figlio Shane, aveva 17 anni. O’Connor, 55 anni, ha reso noto che il ragazzo è stato trovato dopo che la polizia lo aveva cercato per due giorni.

L’artista ha scritto che Nevi’im Nesta Ali Shane O’Connor, “la vera luce della mia vita”, ha “deciso di porre fine alla sua lotta ed è ora con Dio”.

Il teenager era stato visto per l’ultima volta venerdì 6 gennaio, a Tallaght, a sud di Dublino. Il corpo è stato ritrovato a Bray, una zona di Wicklow.

Sinead O’Connor, che ha cambiato il suo nome in Shuhada’ Davitt, ha anche twittato la canzone di Bob Marley  “Ride Natty Ride” dedicandola a Shane “la luce della mia vita”.

Foto di copertina: Leah Pritchard da Den Haag, Netherlands

Hugo Cabret: il Martin Scorsese tra illusione e realtà, fiaba e mistero

Hugo Cabret” è tra i film più affascinanti di Martin Scorsese. Una pellicola dalle tinte fiabesche dove illusione e realtà si mescolano dando vita a una storia dalle atmosfere dolci e nostalgiche, commoventi e intime. Siamo lontani dai canoni che hanno definito lo stile cinematografico del regista newyorkese: non ci sono storie di gang e mafie italoamericane, e neanche sparatorie, rapine e reduci dalla Guerra del Vietnam.

Siamo negli anni Trenta e l’orfano Hugo Cabret vive in un nascondiglio segreto all’interno della stazione di Parigi. Il ragazzo, oltre a coltivare il sogno di diventare un grande illusionista, è deciso anche a portare a termine un’importante missione: riparare il prodigioso automa trovato da suo padre prima di morire.

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Hugo sopravvive con vari espedienti che usa anche per recuperare i pezzi utili a completare la sua opera finché, un giorno, incontra Isabelle, nipote di un giocattolaio. Con lei affronterà un’affascinante e misteriosa avventura. Un elogio all’amicizia pura e incondizionata, assente da malizie e raggiri per interessi personali.

Un’avventura che, dal momento della sua uscita, ha saputo conquistare un pubblico trasversale e di tutte le età.

Verrebbe da citare a riferimento di Scorsese le storie tanto care a Charles Dickens ed a un certa letteratura di genere anglosassone, ma lui, con Hugo Cabret, ha dato vita a uno dei suoi lavori più personali. Un’opera che unisce la moderna tecnologia del 3D a quella dell’artigianalità, laddove il film svela omaggi dove dichiarati, dove nascosti, alla Settima Arte.

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Un atto d’amore che è facile riscontrare fin dalle prime battute, dove si vede un orologio con i suoi ingranaggi che si muovono e s’incastrano alla perfezione, quasi a volerci rimandare ai “ferri del mestiere” di inizio Novecento, quando il digitale non esisteva e per realizzare un film occorreva un sapiente tocco artigiano e una considerevole dose di fantasia.

L’ambientazione parigina, culla del cinema, alimenta questa suggestione. Di allegorie e riferimenti il film ne è pieno e, a volerli citare tutti, si perderebbe di vista il contesto nel quale si estrinsecano e si esplicano. L’impatto visivo del film, poi, è l’aspetto che rende reale una storia per grandi e piccini, che consente di materializzarla laddove, narrata, non sfigurerebbe di fronte a un camino acceso, quasi fosse un racconto da tramandare di generazione in generazione.

Un cast d’eccezione composto da Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Chloë Grace Moretz, Jude Law, Johnny Depp.

Con “Hugo Cabret”, Martin Scorsese ha vinto cinque premi Oscar (miglior fotografia, miglior scenografia, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliori effetti speciali) su un totale di undici nomination. Non solo, si è aggiudicato il premio come miglior regista ai Golden Globe.

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In onda questa sera, 9 gennaio, alle 21.10 su Rai Storia.

Dal Giffoni Film Festival l’appello: vaccinare i più giovani per tornare alla normalità

Dal Giffoni Film Festival parte l’appello alle famiglie italiane: “vaccinate i vostri ragazzi”. Il direttore, Claudio Gubitosi riserverà mille posti in giuria a chi attesterà la vaccinazione dei propri figli. “È da irresponsabili non farlo. Sono contrario alla riapertura delle scuole. Impieghiamo questo tempo per mettere in sicurezza i nostri giovani”.

“Ancora una volta viviamo un momento di estrema difficoltà. Siamo stretti nella morsa di questa emergenza sanitaria che non ci molla. Viviamo lo sgomento, quasi l’incredulità nel guardare i dati, leggere il numero dei contagi. Sono giorni che mi chiedo: da genitore dei Giffoner, perché così mi sento, cosa posso fare? Può Giffoni rimanere immobile di fronte a tutto questo? La risposta è ovviamente no, un no che è anche un grido di rabbia, un urlo di dolore”.

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“Sento, perciò, di dover fare un appello ai genitori perché mai come oggi la responsabilità è sulle loro spalle. Le scelte che oggi faranno determineranno il corso dei prossimi mesi, l’andamento della pandemia, la possibilità, più o meno concreta, di trovare una via d’uscita. Ai genitori dico: non abbiate paura, fate vaccinare i vostri figli”.

Lo dichiara Claudio Gubitosi, fondatore e direttore di Giffoni: “I ragazzi – aggiunge – sono la nostra essenza, il senso stesso della nostra esistenza ed è per questo che non posso rimanere con le mani in mano. Anzi, sento il dovere di intervenire con tutte le forze di cui dispongo, di dare un contributo concreto, utilizzando quell’energia che è il vero patrimonio di Giffoni, energia giovane, messa in circolo per i giovani, fatta dai giovani”. 

“In queste ore – aggiunge Gubitosi – davvero non comprendo l’accanirsi, che si registra a livello centrale, sulla riapertura delle scuole. Spero che il Ministro Bianchi, che stimo, possa rivedere con il Governo questa decisione. Apprendo, perciò, con favore la decisione di Antonio Giuliano, il sindaco di Giffoni Valle Piana, il mio paese, di chiudere tutti i plessi scolastici. Allo stesso modo accolgo con piacere la scelta che proprio in queste ore è stata comunicata dal Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca di fermare le lezioni in presenza per le elementari e le medie”. 

Certo la chiusura delle scuole non può essere fine a sé stessa: “Questo tempo – aggiunge Gubitosi – è prezioso. Perché dobbiamo sempre agire di repressione quando possiamo anche intervenire con la prevenzione? Al contrario, oggi abbiamo un’unica arma che si chiama vaccino. Ed è in questo senso che formulo il mio appello ai genitori: è arrivato il tempo di vaccinare i nostri bambini, i nostri ragazzi”.

“Non c’è alibi che tenga, non c’è timore che debba condizionarci. Faccio riferimento in particolare alla fascia d’età che va dai 5 ai 12 anni. I numeri delle vaccinazioni che si registrano per questa fetta di popolazione sono davvero troppo esigui se si considera che è ormai chiaro e lampante come in questa fase l’incidenza del virus sia fortissima proprio su questa fascia d’età. Non vaccinarli è sinceramente un gesto irresponsabile”.

Allora cosa può fare Giffoni? Gubitosi lancia quella che è più di una provocazione, è un’idea che esprime il senso vero e profondo della vicinanza di Giffoni alle famiglie italiane.

“Vogliamo tornare alla normalità – aggiunge il direttore – lo vogliamo in particolare per i nostri bambini, per i nostri giovani. Vogliamo che anche Giffoni torni ad essere quel luogo in cui al distanziamento sociale si preferisca la vicinanza dei cuori, la circolazione libera delle idee, senza restrizioni, senza limitazioni. Ecco perché ho deciso di riservare cinquecento posti in giuria a tutti i bambini ed i ragazzi campani, di età compresa tra i 5 ed i 12 anni, che mi faranno pervenire, tramite i loro genitori, le certificazioni delle avvenute vaccinazioni”.

“Altri cinquecento posti li riserverò ai ragazzi di età compresa tra i 13 ed i 16 anni, provenienti dalla Campania e da tutta Italia, che pure certificheranno di aver effettuato la vaccinazione anti Covid”.

“Non entro nel merito della discussione sull’istituzione dell’obbligo vaccinale, non ci penso nemmeno lontanamente, ma voglio essere un sostegno, un aiuto per le famiglie”.

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“Posso comprendere il tormento dei genitori che devono scegliere per i propri figli, ma molto più doloroso è doversi rassegnare ad una vita che non è vita se questa viene derubata della dimensione sociale, della condivisione, della possibilità di incontro, di scambio, di confronto. Il Green Pass diventa così un super pass per Giffoni, il lasciapassare perché il sogno della normalità possa finalmente essere esaudito. Sono certo che agendo responsabilmente, tutti insieme, con serietà e senso civico, riusciremo davvero a mettere la parola fine a questo incubo”.  

Grammy annullati e Golden Globe a porte chiuse: quali misure anti Covid a Sanremo?

La domanda è tanto lecita quanto, viste le circostanze, inevitabile: quali misure adotterà il Festival di Sanremo per provare a garantire la sicurezza degli spettatori presenti in sala, degli addetti ai lavori e degli artisti che si esibiranno sul palco dell’Ariston? Si tenta di blindare l’Ariston per renderlo impenetrabile alla variante Omicron. Una sfida complessa ma ambiziosa, che dovrà seguire protocolli rigidi e al passo con le necessità di queste ultime settimane.

Chiaramente è fatto obbligo di super green pass e mascherine ffp2 che dovrebbero essere indossate in qualsiasi luogo e attività inerente allo svolgimento della manifestazione. In aggiunto a ciò ci sarebbero tamponi (ogni due giorni) per chiunque lavori al Festival e aree contingentate. La capienza in sala, salvo stabilito diversamente, sarà comunque del 100%.

Come riportato dall’Ansa, il sindaco di Saremo, Alberto Bancheri, ha dichiarato di essere in costante contatto con la Rai al fine di valutare la situazione.

“Al momento non mi è stata comunicata alcuna intenzione di trovare soluzioni alternative. È stato valutato dagli organi competenti che il teatro Ariston è adatto a ospitare il Festival. Se invece si vuole parlare di soluzioni alternative tout court, l’unica possibile è una nuova struttura, ovvero il Palafestival. Sappiamo della volontà della Rai di trovare una nuova location e sono già avvenuti sopralluoghi in città, ma una cosa è certa: il Festival e la città di Sanremo sono due realtà indissolubili“.

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Ad alimentare le incertezze e i dubbi circa le modalità di svolgimento della prestigiosa kermesse musicale tricolare, arrivano le pessime notizie dagli Stati Uniti dove è slittata a data da destinarsi la cerimonia dei Grammy Awards prevista per il 31 gennaio.

Non solo, anche i Golden Globe, tra le rassegne cinematografiche più importanti al mondo, hanno subito l’ondata Omicron: niente pubblico, niente red carpet, niente presentatori, niente consegna a mano dei premi e niente diretta tv. Decisione, quest’ultima, che ha dello straordinario, ma che è legata alla volontà dell’emittente NBC di non mandarla in onda.

“Bowienext – Nascita di una galassia”: l’omaggio al Duca Bianco

Nei giorni in cui cadono l’anniversario della nascita (8 gennaio 1947) e quello della scomparsa di David Bowie (10 gennaio 2016), Rai Cultura dedica un film “corale”, unico nel suo genere, all’iconico artista britannico: “Bowienext Nascita di una galassia”, in onda questa sera, alle 22.20 su Rai5.

Ideato e realizzato dalla giornalista Rai Rita Rocca, Bowienext è un vero “labour of love” della regista, che ha raccolto video-tributi artistici da tutto il mondo: cortometraggi, animazioni, testimonianze di vita, spettacoli teatrali, performance, brani originali dedicati a Bowie e molto altro.

È un viaggio nel passato proiettato nel futuro, attraverso le testimonianze di chi ha collaborato con il Duca Bianco e degli artisti che sono stati influenzati dalla sua musica. È un Bowie “ritrovato” attraverso rari filmati di repertorio dalle Teche Rai, come il miniconcerto al Piper di Roma il 25 marzo del 1987 e l’intervista del 1977 realizzata da Fiorella Gentile per il programma “L’altra domenica”.

Nel corso dei due anni della sua lavorazione “Bowienext” è stato arricchito con una serie di interviste non solo ai fan, ma anche ai musicisti che hanno lavorato con l’artista come Rick Wakeman, Lindsay Kemp, Earl Slick, Mike Garson, Gail Ann Dorsey e Sterling Campbell, a personaggi che lo hanno conosciuto come Dario Argento e Sydne Rome, e a critici musicali che ne hanno approfondito la figura come Simon Reynolds e Francesco Donadio.

Il film è incentrato sull’artista David Bowie e sull’uomo David Jones, in un racconto che si snoda sull’onda delle emozioni, della musica e delle molteplici connessioni bowiane. Una galassia che ha preso forma dai primi anni della carriera del poliedrico artista britannico ma che si è consolidata attorno alla sua “Blackstar” nel momento della sua scomparsa e che rappresenta il lascito della sua arte per le generazioni che verranno.

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“In salvo!”, lo spettacolo di Lemmo inaugura l’anno dell’Altrove Teatro Studio

Danny Lemmo in salvo

Inaugura il nuovo anno all’Altrove Teatro Studio, dal 14 al 16 gennaio, “In Salvo!” spettacolo diretto da Danny Lemmo e interpretato da Anika Schluderbacher e Marco Marconi.

Crudo, duro, così semplicemente folle da lasciare senza fiato. Non può accadere davvero come vivono e quello che lasciano intendere questi due fratelli, disagiati dal resto del mondo. Due fratelli, ma anche due amanti, una vita in grembo, l’agorafobia, i giochi incestuosi, i teneri riti di due soli al mondo mai cresciuti, le patologie fisiche e mentali.

Tutto ciò si accumula in un unico rifugio, questa casa che anche se in pieno degrado, li mette in salvo dal resto del mondo, dal giudizio che farebbe di loro e dalla condanna certa che li aspetterebbe fuori. Resta da capire fino a quando, in questo modo, saranno in salvo per davvero.

Uno dei due protagonisti è interpretato da Anika Schluderbacher, la quale dopo essersi diplomata all’Accademia Antoniana di Arte Drammmatica di Bologna nel 2001, dopo 17 anni di danza alle spalle, decide di esplorare con le emozioni non solo il movimento corporeo ma anche i gesti, le parole, i toni, le intenzioni. Già sperimentato il teatro in giovane età, abbandona la danza e incomincia così un allenamento continuo con i coach americani quali Michael Margotta, Dominique De Fazio e Danny Lemmo, con cui da ormai anni è nato un legame artistico e formativo costante. Arrivata a Roma da giovanissima debutta al Teatro Colosseo con una sua produzione, calca poi i palcoscenici del Teatro Vascello, Teatro Piccolo Campo d’Arte, Teatro Tor di Nona, Carrozzerie N.O.T., Teatro di Labaro.

Vince il premio come Miglior Monologo Bando Passioni 2017 con un estratto di “Ammesso che la felicità esista”, monologo sulla vita di Natalìa Ginzburg, che la vede per anni in giro per l’Italia. Sperimenta il cinema sui set per lungometraggi e corti, doppiaggio e speakeraggio per Radio Rai. Direttrice artistica della Rassegna Teatro Aut di Bolzano da tre stagioni, con una visione artistica che unisce vari arti performative dalla drammaturgia, alle letture, alla musica, alla danza, allo stand up, commedia o clownerie. Mantiene forti i suoi legami con città in cui si è formata, ha lavorato e ha creato rapporti umani di ispirazione creativa, quali Bologna, Roma, la Maremma e il Trentino Alto Adige.

Marco Marconi, invece, è classe 1983. Inizia a 11 anni a sperimentare la recitazione al Teatro San Leonardo di Viterbo, proseguendo poi il percorso di formazione sempre nella sua città natale che lo porta ad un’esperienza di teatro integrato con i ragazzi disabili per circa quattro anno. Arriva a Roma e frequenta le formazioni di Beatrice Bracco e si diploma all’Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff. Con il coach Danny Lammo continua tutt’ora il suo allenamento artistico.Le esperienze lavorative lo vedono calcare le scene del Teatro San Leonardo di Viterbo, San Leone Magno a Roma, Teatro Moderno a Terni, Teatro Arvalia di Roma, Teatro Petrolini a Ronciglione. Sperimenta anche il cinema sul set con Asia Argento e altri cortometraggi e usa la sua voce come speaker per la Radio Tuscia Events e doppiaggio.

È morto Sidney Poitier, primo attore di colore a vincere l’Oscar

Il mondo del cinema piange Sidney Poitier, stella del cinema hollywoodiano, scomparso quest’oggi all’età di 94 anni. Era nato il 20 febbraio del 1927 a Miami prima di trasferirsi a New York all’età di 17 anni.

Fu il primo attore afroamericano a vincere l’Oscar (nel 1964, come migliore attore) assegnatogli per la sua interpretazione nel film “I gigli del campo”. La pellicola gli valse anche un Golden Globe. Nel 1958 aveva vinto un premio BAFTA (sempre come migliore attore) per il film “La parete di fango”.

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Nel 1967 Sidney Poitier prende parte a uno dei film simbolo degli anni Sessanta, “Indovina chi viene a cena”, al fianco di Katherine Hepburn e Spencer Tracy. Il film ottenne un incredibile successo internazionale e ottene dieci nomination agli Oscar del 1969, vincendone due: miglior attrice protagonista (Katherine Hepburn) e miglior sceneggiatura (William Rose).

Nel 2002 gli venne conferito l’Oscar alla carriera mentre nel 2009 l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lo tributò con la Medaglia Presidenziale della Libertà.

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“Il mistero della casa del tempo”: magia e divertimento con Jack Black

Il mistero della casa del tempo”. Lewis ha dieci anni quando perde entrambi i genitori in un incidente d’auto ed è costretto a trasferirsi dall’altra parte del Paese, a casa dello zio Jonathan, il fratello della madre che non ha mai incontrato prima.

L’eccentrico zio ha una vicina di casa altrettanto esuberante, Mrs. Zimmerman, e la sua casa nasconde qualcosa di misterioso. Tra oggetti animati, sinistri ticchettii e passaggi segreti, Lewis fa la conoscenza di un mondo magico e affascinante che nasconde, però, anche alcuni pericoli.

Per la prima volta alle prese con un film per ragazzi, Eli Roth traspone il classico letterario per l’infanzia “La pendola magica”, scritto nel 1973 da John Bellairs e illustrato da Edward Gorey. A comporre il cast troviamo Jack Black, Cate Blanchett, Owen Vaccaro, Kyle MacLachlan e Renée Elise Goldsberry.

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Così il regista nel descrivere il film: “Non è un horror perché non vuole terrorizzare il pubblico. Quando si fa un horror si cerca di essere davvero disturbanti. Quando invece un film è spaventoso ma magico e divertente, è come un’attrazione da luna park, una “casa stregata”, che certo è tenebrosa ma non ti vuole traumatizzare. Tra le influenze è stato molto importante il laboratorio di Sebastian in Blade Runner, oltre a Brazil di Terry Gilliam e il sogno del clown in Pee-wee’s Big Adventure, si può chiaramente sentire il debito verso Tim Burton”.

“Sono ossessionata dagli horror fin da ragazzina, quando ne vedevo anche quattro o cinque ogni fine settimana. Per cui ero molto eccitata per la scelta di un regista della paura come Eli Roth in un film per famiglie come questo. Sarà questa paura che mi ha spinto poi, come attrice, a scegliere spesso ruoli che non pensavo di saper fare”, dichiarò Cate Blanchett al momento dell’uscita del film.

“Crescendo sono stata formata dai gialli per ragazzi con Nancy Drew e da Sherlock Holmes. Non leggo romanzi o vado a una mostra con l’idea di trarne ispirazione per il mio lavoro, ci vado per interesse e amore. Penso che tutto quello che vivi, come la politica o la società intorno a te ti rimanga dentro, dormiente“.

“Per questo personaggio ho visto delle vecchie fotografie, considerato che si suggerisce con molta sensibilità che Mrs Zimmerman è sopravvissuta ai campi di concentramento, dove sono morti marito e figlio. Poi mi sono riletto il libro che avevo amato da bambina e tornare a quelle emozioni è stato fantastico, poi ho ricordato le mie reazioni a dieci anni, l’età del piccolo protagonista, per capire il pubblico di riferimento di bambini”.

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L’appello dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo: più aiuti al settore

Il crescente aumento dei contagi da Covid-19 in Italia, con le conseguenti criticità che da esso ne sono derivate, ha spinto una lunga serie di realtà a scrivere una lettera aperta al Consiglio dei Ministri con i quali chiedere sostegni e misure a supporto delle attività e del settore. Di seguito, la si riporta integralmente:

Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Al Ministero Del Lavoro E Delle Politiche Sociali
Al Ministero della Cultura
Al Ministero dello Sviluppo Economico

“Con il divieto di feste ed eventi e con la sospensione delle attività delle sale da ballo e locali assimilati, il cosiddetto Decreto Natale ha inflitto l’ennesimo durissimo colpo al settore dello spettacolo dal vivo. Dall’oggi al domani sono stati cancellati gli eventi legati alle festività che, per la gran parte dei lavoratori dello spettacolo, sono la più importante fonte di reddito durante la stagione invernale. Un momento su cui molti colleghi facevano affidamento per avere una boccata di ossigeno dopo quasi due anni di emergenza”.

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“Ventidue mesi di continua incertezza hanno messo a durissima prova la tenuta economica e psicologica dei lavoratori e degli operatori del settore, provocando sia un’emorragia di professionalità sia la chiusura di strutture e quindi la perdita di occasioni di lavoro”.

“Di fronte a questo ennesimo fermo di una così ampia parte degli eventi (le attività classificate come “ballo e concertini”, secondo l’Annuario dello Spettacolo 2019 di SIAE, rappresentano più di tre quarti degli spettacoli dal vivo) chiediamo al Governo un deciso cambio di passo, attraverso:

• il riconoscimento immediato di un’indennità, assegnata con gli stessi criteri previsti dal DL 137/2020, per cui siano previsti da subito un rinnovo mensile automatico in caso di prolungamento delle limitazioni delle attività di spettacolo dal vivo e un ripristino automatico in caso di nuove future limitazioni legate all’emergenza sanitaria. Non è più sostenibile vedere i propri ingaggi annullati da un giorno all’altro senza poter sapere se, come, quando e quanto si verrà indennizzati.

• sostegni agli operatori del settore anche attraverso misure come l’istituzione, alla fine del periodo di fermo, di un “bonus 110%” sulle retribuzioni dei lavoratori dello spettacolo, per incoraggiare aziende, associazioni ed enti a creare occasioni di lavoro e contribuire all’emersione delle situazioni di lavoro irregolare.

“Cogliamo l’occasione per segnalare che, a quanto ci riportano diversi lavoratori, molte produzioni si rifiutano di eseguire i tamponi di controllo previsti al punto 22 dell’allegato 26 del D.P.C.M. 2 Marzo 2021, secondo cui “Il controllo periodico dei lavoratori attraverso specifici test per la verifica del contagio va effettuato ogni 72 ore per tutta la durata della produzione stessa. I costi relativi a tali controlli restano a carico del datore di lavoro”. Chiediamo quindi che vengano messe in atto immediatamente le necessarie misure per riportare i datori di lavoro ad ottemperare alle disposizioni ministeriali”.

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Approdi. Lavoratrici e lavoratori della cultura e dello spettacolo Calabria
Art Niveau
Attori Indipendenti Associazione
A2U – Attrici Attori Uniti
Attrici Attori Danzatrici Danzatori Uniti dell’Umbria
Bauli In Piazza – We Make Events Italia
BULLS – Brescia Unita Lavoratrici e Lavoratori dello Spettacolo
Centro Studi Ateneo
CAM – Coordinamento Artisti della Scena Marchigiana
Coordinamento Spettacolo Lombardia
CUB Informazione e Spettacolo
Facciamolaconta attrici e attori per i diritti
Il Collettivo Teatro Animazione
L’Ultima Ruota
Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo Piemonte
Lavoratrici e Lavoratori Dello Spettacolo Novara
Lirica-Muta
M&N’s
OSA Operai dello Spettacolo Associati
Presìdi Culturali Permanenti
Professionist* Spettacolo e Cultura – Emergenza Continua
RAC – Regist_ a confronto
Registro Di Categoria “Attrici e Attori Campani”
RISP – Rete InterSindacale Professionistə Spettacolo e Cultura
Saltimbanchi senza frontiere
Sarte di scena
TUC – Teatranti Uniti Como e Provincia

Denzel Washington e Frances McDormand protagonisti del Macbeth di Joel Coen

Una coppia di protagonisti dell’eccellenza per il Macbeth di Joel Coen: Denzel Washington e Frances McDormand. L’adattamento dell’omonima opera teatrale di Wiliam Shakespeare è descritta come “audace e feroce”. Una storia di omicidio, follia, ambizione e astuzia rabbiosa. Un lavoro che strizza l’occhio al cinema d’autore.

Apple Original Films presenta una produzione A24 e IAC Films, “Macbeth“, basata sull’opera teatrale del drammaturgo inglese e adattata per lo schermo da Joel Coen, che cura anche la regia. Il film è interpretato da Denzel Washington, Frances McDormand, Bertie Carvel, Alex Hassell, Corey Hawkins, Harry Melling e Brendan Gleeson.

I produttori del Macbeth sono Joel Coen, Frances McDormand e Robert Graf. Il casting è di Ellen Chenoweth, le musiche di Carter Burwell, i costumi di Mary Zophres, il montaggio di Lucian Johnston e Reginald Jaynes, le scenografie di Stefan Dechant e la fotografia di Bruno Delbonnel. 

Il film, girato interamente in bianco e nero, sarà disponibile in tutto il mondo dal 14 gennaio 2022 su Apple TV+. La sua realizzazione, a causa della pandemia da Covid-19, è stata piuttosto travagliata. Le riprese, iniziate la prima settimana di febbraio 2020 sono state interrotte dal 26 marzo fino alla metà di luglio. Una volta tornati sul set, sono terminate il 31 luglio.

Ha ricevuto la candidatura come “Miglior attore in un film drammatico” (Denzel Washington) ai Golden Globe 2022, oltre a quattro candidature ai Satellite Awards e due ai Critics Choice Award. Si tratta del primo film del regista statunitense senza l’aiuto del fratello Ethan. Secondo svariati rumors si tratterebbe di uno split, quello tra i due, mai ufficializzato ma comunque avvenuto. E già ci si interroga quando e se mai li rivedremo mai assieme.

Lo stesso Joel Coen ha svelato qualcosa di più sulle circostante: “Molto strano. Mi è mancato, ovviamente mi è mancato. Lavoro con lui da oltre 35 anni e se mai ci fosse un problema sul set ci guarderemmo prima l’un l’altro e ne parleremmo tra di noi. Ma questo non è un film che avrebbe potuto interessarlo. Io avevo un interesse personale e lui no”.

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Volevo fare Shakespeare per le persone che non vogliono vedere Shakespeare, o che potrebbero persino esserne intimiditi. Ma volevo preservare il potere del testo, perché quella è la melodia della cosa – e volevo capire come ottenere il ritmo che attraversa inesorabilmente l’intera cosa come un film di omicidio. È incredibile come questa pièce prefiguri i tropi pulp noir del XX secolo”, ha dichiarato il regista al The Guardian.

É uscito “Dawn FM”, il nuovo album di The Weeknd

É uscito il nuovo attesissimo album di The Weeknd, “Dawn FM” (XO/Republic Records). La pubblicazione a sorpresa, annunciata solo pochissimi giorni fa, è stata anticipata da un trailer avvincente che ha lanciato l’intero progetto, insieme alla pubblicazione dell’originale cover dell’album e della tracklist.

Dawn FM”, che tra gli altri contiene il singolo di successo già disco d’oro “Take My Breath”, è descritto dall’artista come un’ “esperienza sonora“, che qui mette in mostra un cast unico di featuring di artisti della scena internazionale, come Tyler the Creator, Lil Wayne, Quincy Jones, Oneohtrix Point Never e Jim Carrey.

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Come parte del lancio, The Weeknd è apparso in “103.5 Dawn FM”, un’esperienza in live streaming trasmessa nelle prime ore di questa mattina esclusivamente sul canale Twitch di Amazon Music.

La pop star canadese con più di 70 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, nel 2021 è stata insignita del riconoscimento di “Most Streamed R&B Artist”. Con la pubblicazione di “After Hours”, The Weeknd è diventato il primo artista a guidare contemporaneamente la Billboard 200, la Billboard Hot 100, la Billboard Artist 100, la Hot 100 Songwriters e la Hot 100 Producers.

L’album, stabile a poco più di un anno e mezzo dalla pubblicazione in Top50 della classifica Fimi degli album più venduti, contiene hit come “Blinding Lights” (quadruplo disco di platino) con oltre 2 miliardi e mezzo di stream e “Save Your Tears” (triplo disco di platino) con più di 700 milioni di stream. “After Hours” ha inoltre raggiunto il primato di album R&B più ascoltato in streaming di tutto il 2020, ottenendo nel nostro Paese la certificazione di disco di platino.

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Dawn FM Tracklist:

Dawn FM


Gasoline

How Do I Make You Love Me?


Take My Breath


Sacrifice


A Tale By Quincy (feat. Quincy Jones)


Out of Time


Here We Go…Again (feat. Tyler, The Creator)


Best Friends
Is There Someone Else?


Starry Eyes


Every Angel is Terrifying


Don’t Break My Heart


I Heard You’re Married (feat. Lil Wayne)


Less Than Zero


Phantom Regret (feat. Jim Carrey)

Il 2022 delle serie tv: le uscite più attese

Il 2022 si prospetta come un anno ricco per le serie tv, sia per quanto riguarda le nuove produzioni che per le nuove stagioni delle serie più amate. Il genere predominante sembra essere il fantasy, grazie a serie originali come House of Dragon, spin-off de Il Trono di Spade e Il Signore degli Anelli, che mira a portare Amazon Prime Video al livello successivo della qualità seriale.

Entrambe sono adattamenti di saghe editoriali diventate ormai parte del patrimonio culturale mondiale, nonché seguito di prodotti cinematografici altrettanto amati dai fan. Questo mette loro una “pressione” mediatica non indifferente, visto che anche il più piccolo particolare potrebbe decretare il loro successo o il loro fallimento.

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House of the Dragon

Il vasto mondo creato da George R.R. Martin, con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ci ha già regalato uno delle novità più importanti degli ultimi anni, Il Trono di Spade. Ma, anche se il finale è andato in onda da qualche anno, molti degli spettatori ancora non sono riusciti a superare l’amaro epilogo e, quale miglior rimedio se non quello di regalar loro un nuovo capitolo della saga, raccontandogli la storia della fine del dominio dei Targaryen.

La HBO non ha quindi tardato la decisione di iniziare la produzione della storia, ambientata circa 200 anni prima gli eventi narrati nella serie madre. La trama si basa sul romanzo Fire & Blood, di cui sembra essere già in programma un secondo libro, che narrerà l’intera storyline, arrivando fino alla ribellione di Robert Baratheon e ricongiungendosi così alla serie originale.

Non sono molte le informazioni che sono trapelate fino ad ora, sappiamo che la prima stagione sarà di 10 episodi, mantenendo quindi il format vincente de Il Trono di Spade e che alla guida ritroveremo Miguel Sapochnik, premiato con l’Emmy per La Battaglia dei Bastardi nella sesta stagione della main serie e alla regia di altri episodi molto apprezzati, come La Lunga Notte.

Per quanto riguarda il cast, il primo nome ad essere annunciato è stato quello di Paddy Considine (Peaky Blinders) nel ruolo di Re Viserys Targaryen, uno dei personaggi principali della serie. Al suo fianco spiccano nomi come Matt Smith (Doctor Who) che sarà il principe Daemon Targaryen e Olivia Cooke (Bates Motel), che interpreterà Alicent Hightower, figlia del primo Cavaliere del Re Otto Hightower.

Non è ancora stato rilasciato un trailer ufficiale, solo alcune immagini del set allestito in Cornovaglia, ma la serie è attesa per il 2022, anche se non conosciamo una data precisa al momento, e sarà trasmessa su HBO, negli Stati Uniti e in contemporanea in Italia, su Sky e Now Tv.

Il Signore degli Anelli

Amazon Prime Video si è imbarcata in un viaggio degno della Compagnia dell’Anello, quando ha deciso di mettersi alla guida dell’imponente produzione di questa serie. E lo ha fatto giocando d’anticipo su tutti i suoi principali rivali quando, ad agosto, una volta terminate le riprese in Nuova Zelanda, ha svelato la prima foto e la data d’uscita dell’adattamento tv, senza però dare ancora un titolo ufficiale al tutto.

La data da segnare in rosso sul calendario è quella del 2 settembre 2022, giorno in cui inizieranno ad essere rilasciati, settimanalmente, i primi episodi su Prime Video.

I due creatori JD Payne e Patrick McKay hanno descritto la serie come un “dramma epico”, ambientato nella Seconda Era della Terra di Mezzo, quindi centinaia di anni prima degli eventi narrati ne Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. La trama racconta di un periodo di pace per la Terra di Mezzo e segue le vicende dei protagonisti, alcuni già conosciuti dal pubblico, alcuni nuovi, mentre affrontano il riemergere del male nelle loro terre.

Il resto è tenuto morbosamente nascosto ma, per chi ha letto il Simarillion di Tolkien, è risaputo che la Seconda Era fu un periodo di grande dolore, causato dalla presa di potere di Sauron, prima della creazione dell’Anello.

Quando si parla di “Imponente produzione” ci si riferisce ai circa 464 milioni di dollari che sono stati investiti nella prima stagione della serie, che sta già procedendo con la seconda e si è inoltre programmata la realizzazione di 5 stagioni, dal valore di circa 1 miliardo di dollari in totale. Questo sta portando la serie ad entrare nella storia come la più costosa di sempre.

Merito anche del vasto cast, composto da un numero notevole di interpreti, tra cui citiamo Cynthia Addai-Robinson (Arrow), Robert Aramayo (Il Trono di spade), Owain Arthur (Casualty) e Maxim Baldru (Strike Back).

Soffermiamoci ora sulla piattaforma più prolifica in campo di produzioni originali e vediamo cos’ha in serbo per gli abbonati nel 2022 Netflix. La programmazione spazia attraverso molti generi, dal fantascientifico Stranger Things, passando per il supereroistico Umbrella Academy, fino ad arrivare al vittoriano Bridgerton, senza tralasciare il dramma con Peaky Blinders, tutto sembra decretare un altro anno di grandi successi per il re dello streaming. Vediamo nel dettaglio le due più acclamate dai fan:

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Stranger Things

L’attesa è stata lunga e l’hype è arrivato alle stelle, ma questa estate il pubblico potrà finalmente scoprire il destino di Mike (Finn Wolfhard), Undici (Millie Bobby Brown), Dustin (Gaten Matarazzo), Lucas (Caleb McLaughlin) e Will (Noah Schnapp).

Non è stata ancora annunciata una data ufficiale ma, durante il Strager Things Day (Il 6 novembre, data in cui Will scompare nella prima stagione), sono stati annunciati i titoli dei 9 episodi che comporranno la quarta stagione: “Hellfire club”, “La maledizione di Vecna”, “Il mostro e la supereroina”, “Caro Billy”, “Il progetto Nina”, “Il tuffo”, “Il massacro al laboratorio di Hawkins”, “Papà” e ”Il Piano”.

Dal trailer possiamo inoltre intuire alcuni particolari che possono servire per farsi un’idea della trama, primo fra tutti, quello di una nuova vita per Undici che, dopo la “presunta” morte di Hopper si è trasferita in California con Joyce, Will e Jonathan. Vediamo una casa alquanto sinistra, che sembra essere il nuovo fulcro del male nella città di Hawkins, oltre ad agenti governativi, campi di lavoro russi e il famigerato Laboratorio, dove tutto ebbe inizio.

Per quanto riguarda il cast, tutti i protagonisti delle prime tre stagioni sono stati confermati e le new entry saranno d’eccezione. Vedremo Jamie Campbell Bower nei panni di Peter Ballard, un uomo premuroso che lavora come inserviente in un ospedale psichiatrico, Eduardo Franco sarà Argyle, il nuovo miglior amico di Jonathan e Joseph Quinn interpreterà Eddie Munson, capo dell’ Hellfire Club, il club ufficiale di Dungeon & Dragons della Hawkins High, uno dei personaggi cardine di questa stagione.

Umbrella Academy

Giocare con i viaggi nel tempo èqualcosa di altamente rischioso”, Numero 5 aveva provato ad avvisare i suoi fratelli ma, alla fine, si è ritrovato comunque a dover seguirli nel passato per evitare la fine del mondo, di nuovo. Questa volta sembrava esserci riuscito davvero, ma qualcosa è andato storto e la linea temporale è stata compromessa irrimediabilmente.

Anche qui non si ha una data precisa di uscita, sembra che il periodo designato sia marzo 2022, ma nulla è ancora certo.

La serie è tratta dai fumetti di Gerard Way (Fondatore e voce dei My Chemical Romance) e Garbriel Ba, ed è composta da tre albi, Apocalypse Suite, Dallas e Hotel Oblivion, con un quarto, intitolato Sparrow Academy, in lavorazione. Il materiale da cui attingere non sembra quindi scarseggiare, anzi, dal titolo del nuovo volume in arrivo nella librerie, sembra che le graphic novel vogliano collegarsi direttamente con la serie.

Infatti, il secondo ciclo di episodi finiva proprio con i “supereroi disfunzionali” che, una volta tornati nel 2019, trovano un presente completamente diverso da quello che avevano lasciato, dove Hargreeves ha si creato una squadra di supereroi, ma i membri sono del tutto diversi da quella attuale, a differenza di Ben, ancora in vita in questo futuro alternativo e la Umbrella Academy si è  trasformata in Sparrow Academy.

Anche qui il cast è tornato al completo, rivedremo Elliot Page nei panni di Vanya, Tom Hopper in quelli di Luther, Emmy Raver-Lampman in quelli di Allison, Robert Sheenan in quelli di Klaus, David Castaneda ad interpretare Diego, Aidan Gallagher nel ruolo di Numero Cinque e Justin H. Min in quello di Ben/Numero Sei.

Sono stati altresì svelati gli interpreti della Sparrow Academy: Justin Cornwell sarà Marcus/Numero Uno, Britney Oldford sarà Fei/Numero Tre. Jake Epstein vestirà i panni di Alphonso/Numero Quattro, Genesis Rodriguez quelli di Sloane/Numero Cinque e Cazzie David quelli di Jayme/Numero Sei). Ultimo ma non meno importante Il Cubo di Psykronium, che introduce terrore esistenziale, cioè Christopher/Numero Sette.

Queste sono solo alcune delle novità in arrivo quest’anno, restate sintonizzati, perché seguiremo tutte le nuove uscite sulle principali piattaforme streaming e aggiorneremo il magazine in modo da tenervi sempre informati.

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Francesco Guccini: la mia Thule: il docufilm sul cantautore emiliano

Un evento unico, in cui vita e musica si fanno una cosa sola: la registrazione che Francesco Guccini, con i musicisti di sempre, ha fatto – nel 2013, nel Mulino di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano – degli otto brani che compongono quello che Guccini dichiarò sarebbe stato il suo ultimo disco, “L’ultima Thule“. Stasera, su Rai5 alle 23.55.

Un addio alla canzone fatto cantando e raccontato dal film-documentario “Francesco Guccini. La Mia Thule” – ideato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto da Movie Movie con Limentra.

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Dopo aver raccontato nelle sue canzoni e nei suoi libri storie, vite, esistenze, Guccini, vuol condividere con chi lo ha sempre amato, nei brani del disco “L’ultima Thule” (mitica e remota isola dei mari del nord), una dimensione intima e personale come forse mai aveva fatto prima. E infatti la registrazione di questa sua avventura avviene in un luogo a lui molto caro, il Mulino di Pavana, sull’Appennino, dove Guccini ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza. 

Un luogo fisico, dunque, ma anche fortemente simbolico, un luogo “magico” in cui Guccini ritrova il calore, gli affetti e i legami di un tempo. Il Mulino è stato per lui il luogo delle scoperte e della formazione, il “microcosmo” dal quale ha potuto attingere il materiale per le sue canzoni e i suoi libri.

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Da qui è nata l’idea di convincere il suo storico gruppo di musicisti ad accettare la sfida: trasformare il vecchio Mulino in una sala di registrazione facendo convivere il vecchio e l’antico con la tecnologia moderna. Per quattro settimane Guccini con i suoi musicisti, all’interno del Mulino dei nonni a Pavana, con il “sottofondo” del suono del fiume Limentra, canta e registra le sue ultime canzoni.

Per la prima volta si vive insieme una esperienza di reale convivenza e partecipazione: si lavora, si scherza, si mangia e si brinda. Ogni tanto vecchi amici, come Luciano Ligabue e Leonardo Pieraccioni, vengono a trovarlo

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Anno nuovo, abitudini vecchie: su Mediaset torna la maratona di Harry Potter

Harry Potter harry potter e la pietra filosofale

Harry Potter torna sul piccolo schermo. Oggi, 6 gennaio, il primo capitolo della saga creata dalla Rowling, “Harry Potter e la pietra filosofale”, andrà in onda su Italia1 alle 21:20.

Gli ultimi due mesi hanno visto il maghetto più famoso del mondo al centro di numerosi eventi e discussioni. Dai festeggiamenti per il ventennale dell’uscita del primo film, con epicentro a Leicester Square a Londra, passando per la reunion del cast andata in onda su Sky e NOW il primo gennaio.

La stessa scrittrice, dopo le accuse di transfobia, è accusata ora di antisemitismo. Le sue idee socio-politiche hanno però generato una shitstorm nei suoi confronti con attacchi anche alle sue opere. Dichiarazioni di guerre e sabotaggi, in particolare per l’evento che a dicembre, sempre per festeggiarne i 20 anni, riportò nelle sale cinematografiche il film di Harry Potter diretto da Chris Columbus.

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Nonostante ciò il mondo di Hogwarts resiste spavaldamente in cima alle classifiche di apprezzamento e vendite di tutto ciò che gli è legato.

E proprio per questo, mentre lo spettro di nuove restrizioni si avvicina, la maratona degli 8 film risulta essere un appuntamento imperdibile. Sui social infatti sono stati in milioni a chiederne la messa in onda. E tra i tanti motivi c’era proprio il ricordo del lockdown, durante il quale la trasmissione di queste pellicole riuscì in qualche modo a lenire dolore e noia.

Il primo appuntamento è dunque questa sera sul canale Mediaset. Ma il mago cresciuto a Privet Drive n.4 terrà compagnia ai fans per quasi due mesi. Queste infatti le altre date previste dal palinsesto di Italia1:

  • Harry Potter e la camera dei segreti (giovedì 13 gennaio 2022)
  • Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (giovedì 20 gennaio 2022)
  • Harry Potter e il calice di fuoco (giovedì 27 gennaio 2022)
  • Harry Potter e l’Ordine della fenice (giovedì 3 febbraio 2022)
  • Harry Potter e il principe Mezzosangue (giovedì 10 febbraio 2022)
  • Harry Potter e i Doni della Morte – parte 1 (giovedì 17 febbraio 2022)
  • Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2 (giovedì 24 febbraio 2022)

Chi invece non avrà possibilità di sedersi sul divano in queste sere, l’intera saga sarà disponibile in streaming sulla piattaforma MediasetPlay. Per chi invece non riuscirà ad aspettare una settimana tra un film e l’altro, dal 1° dicembre 2021, Amazon Prime Video ha messo a disposizione tutti i capitoli nel proprio pacchetto.

Parole & Suoni, quando Modugno mise in musica Pasolini e Quasimodo

Modugno domenico modugno

Domenico Modugno non è solo “Nel blu dipinto di blu” e “Meraviglioso”. Così come Pier Paolo Pasolini non è solo “Teorema”, “Petrolio” e “Le ultime giornate di Sodoma”.

Se da una parte il pugliese di Polignano a Mare è considerato uno dei padri della musica leggera italiana, lo scrittore e regista bolognese è un punto di riferimento per la letteratura del secondo dopoguerra. Ma sopratutto per tutta la corrente neorealista. Sia in campo letterario che cinematografico.

I due artisti hanno incrociato le loro strade nel film a episodi “Capriccio all’italiana” del 1968. Nella puntata “Che cosa sono le nuvole?”, diretto proprio dal Maestro, vi è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare dove le marionette protagoniste sono Totò,  Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ninetto Davoli, Laura Betti e Adriana Asti.

Nel cast compariva anche Domenico Modugno nel ruolo del “monnezzaro” che raccoglieva le marionette buttate cantando la canzone omonima del film. Quella “Cosa sono le nuvole” scritta proprio da Pasolini.

Un brano apparentemente semplice, una metafora della vita e dell’amore. Tutto accompagnato dal più italiano degli strumenti musicali: il mandolino. Il quale si combinava con il contrabbasso, la chitarra, tastiere.

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”Ah, malerba soavemente delicata / di un profumo che dà gli spasimi / ah, tu non fossi mai nata!”.

Questa frase pasoliniana è una trasposizione delle parole di Otello a Desdemona, quando lui è ormai in preda all’amore che lo rende pazzo.

La poesia, che come sosteneva continuamente De André è diversa da una canzone, creava così suggestioni alle quali Modugno dovette ispirarsi per creare la musica che accompagnasse le parole di Pasolini. E la sua voce si accordò magnificamente. La sua abilità nel sottolineare alcune parole fondamentali divennero un’altra chiave del successo di questa canzone e dello stesso film. L’enfasi che mise in questa sua interpretazioni rimane una delle migliori della sua carriera. Sia di cantante che di attore.

Il film fu l’ultimo di Totò, quel “assurdo Totò, l’umano Totò, il matto Totò, il dolce Totò” che lo stesso cantante pugliese cantava nei titoli di testa.

Modugno è uno dei pochi a esser riuscito a combinare efficacemente poesia e musica. Quelle due arti da molti viste come arte superiore e arte popolare. Ne è un altro esempio il rapporto con Salvatore Quasimodo, il quale gli permise di utilizzare due sue poesie come testo per le sue canzoni “Ora che sale il giorno” e Morte chitarre.

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Quest’ultima è un inno alla nostalgia della Sicilia. L’isola alla quale molti credevano Modugno appartenesse. Qui Quasimodo innalza il ruolo del poeta che ha onere e onore di descrivere il mondo con immagini che accendono i cuori. Quei cuori che la guerra ha spento.

E il “rapsodo, un cantante di monodie o di architetture corali”, come il poeta di Modica descrisse il cantante italiano, grazie alla sua vitalità, alla sua prorompenza, ottenne questo ruolo. Quello di mettere in musica le parole di uno dei poeti più importanti del ‘900 italiano.

In Domenico Modugno, simbolo della musica italiana degli anni ’60 e ’70, trovarono sintesi le parole e i suoni. La poesia e la musica. I versi poetici e quelli ritmati delle canzoni.

Covid, posticipati i Grammy Awards

Che i Grammy Awards potessero saltare per via della crescente ondata di Covid-19 e della sua variante Omicron lo avevamo anticipato due giorni fa, ma ora è ufficiale: la cerimonia slitta a data da destinarsi. Prevista per il 31 gennaio a Los Angeles, alla Crypto.com Arena (ex Staples Center), dovrà trovare una data nella quale essere recuperata.

“La salute della nostra comunità musicale e del pubblico resta la nostra priorità – si legge in una nota di Recording Academy e Cbs -. A causa dell’incertezza sulla variante Omicron prevedere lo show il 31 gennaio comporta troppi rischi. Celebreremo la notte della musica in un’altra data che annunceremo a breve”. 

I contagi negli Stati Uniti, con riferimento agli ultimi tre giorni, sono stati quasi tre milioni. L’agenzia Blomberg ha spiegato che i numeri potrebbero essere persino sottostimati, poiché moltissimi americani si affidano ai test anti Covid fai da te utilizzati in casa. Dall’inizio della pandemia negli Usa i contagi sono oltre 56 milioni e le vittime del virus quasi 830 mila. In Florida, uno degli stati Usa meno restrittivi, i contagi sono cresciuti del 948% in due settimane.

Amicizia, amore e nevrosi: Diane Keaton e Woody Allen

É un sentimento lungo cinquant’anni, quello che lega Woody Allen e Diane Keaton, oggi splendida settantaseienne. Amici, colleghi, amanti, confidenti: ogni fase della loro esistenza, così come della rispettiva carriera, è stata attraversata da un rapporto sui generis e dalle emozioni più disparate. Espresse o tacite, genuine o indissolubili.

Una complicità straordinaria che ha resistito a fratture apparentemente insanabili e a trovate geniali e dolcemente folli, funzionali alla loro intimità e capaci di unirli all’interno di un’unica dimensione, talmente al di là della visione umana da risultare incomprensibile per chi abita fuori dalla sua orbita.

Lei, per il regista, è stata forse la musa più influente della sua opera cinematografica. Il loro sodalizio umano e artistico, costellato da nevrosi e vorticosi cambi di umore, ha portato alla scrittura di alcune tra le pellicole più amate di Allen, dove dialoghi e sketch messi in scena erano spesso riferiti a episodi di vita vissuta.

La Keaton coltivò la propria vocazione artistica a teatro, dapprima attraverso produzioni minori nei circuiti di Los Angeles, spesso autoprodotte o comunque low budget, per poi arrivare direttamente a Broadway sul finire degli anni Sessanta. A New York, appena ventiduenne, mise in mostra tutto il suo talento nel musical “Hair“.

Complice il successo dell’opera, che andò in replica per quasi un anno, non impiegò molto prima di tentare il grande salto nel mondo del cinema.

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Partecipò ad alcuni provini e audizioni, senza convincere gli addetti ai lavori incontrati sul suo cammino. Cosa, invece, riuscita con Woody Allen, all’inizio degli anni Settanta considerato l’astro nascente della comicità a stelle e strisce, che la scritturò per “Provaci ancora, Sam” (1972), film diretto da Herbert Ross e ispirato all’omonima pièce teatrale dello stesso Allen (andata in replica per più di 450 volte). I due interpretarono rispettivamente San Felix e Linda Christie, i protagonisti della storia.

Negli anni Settanta la collaborazione sfociò ne “Il Dormiglione” (1973), “Amore e Guerra” (1975) e “Interiors” (1978) ma, soprattutto, in “Io e Annie” (1977) e “Manhattan” (1979), pietre miliari dell’universo alleniano e del cinema statunitense.

“Io e Annie” consacrò la Keaton come una tra le attrici più autorevoli della sua generazioni, portandola a vincere un premio Oscar come migliore attrice, un Golden Globe e un premio Bafta ma, soprattutto, a conquistare l’esigente pubblico internazionale. Allen, dal canto suo, ottenne due premi Oscar, quello alla miglior regia e quello alla miglior sceneggiatura originale.

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L’affiatamento crebbe sul set e lontano da esso. I due iniziarono a frequentarsi, si fidanzarono e convissero. Non si sposarono mai e misero fine alla loro relazione sul finire degli anni Settanta. Rimasero amici e complici.

“Anche se ci eravamo lasciati due anni prima di girare ‘Io e Annie’, ero ancora la complice di Woody. Non so spiegare perché continuassimo a funzionare. Forse, come un vecchio divano, eravamo comodi l’uno per l’altra”, scrisse nella sua autobiografia, “Oggi come allora“, mettendo a nudo, una volta di più, la graziosa ironia della quale era in possesso.

Il rapporto tra i due conobbe alti e bassi negli anni Ottanta, anche a causa delle rispettive relazioni sentimentali. Nel 1987 tornò a recitare con Allen in “Radio Days“, così come nel 1994 nel divertente “Misterioso omicidio a Manhattan“. Da allora le loro strade sul set non si sono più incrociate.

Amicizia e nevrosi, fobie e amori, ironia e ipocondria, ansia e clamore: un ottovolante di discese ardite e di risalite, per dirla con la coppia Mogol – Battisti, che valse loro l’attenzione della stampa scandalistica.

Questa, da sempre focalizzata sul complesso rapporto di Allen con il concetto di amore coniugale, alimentò il caos attorno a una dichiarazione dello stesso all’indomani del matrimonio con Soon-Yi Previn: “Diane Keaton è il più grande amore della mia vita“.

Ma cosa piacque, in prima istanza, del buon Woody a Diane Keaton? Lo spiega lei stessa, sempre nella sua autobiografia: “La prima volta che l’ho incontrato, ho pensato subito che era basso. Ma volevo tanto piacergli”. Un legame sentimentale durato poco, ma un’amicizia che dura da cinquant’anni. Oggi, come allora, è quanto mai affascinante.

Lord Byron e Cicerone, nati sotto il segno del Capricorno

Capricorno lord byron cicerone

Cosa può unire uno dei rappresentanti del romanticismo europeo ottocentesco e forse l’oratore più famoso dell’antica Roma? Nel caso di Lord Byron e Cicerone ben poco.

L’uno fu un bel tenebroso, irresistibile e fatale, estraneo alla vita comune, attratto solo dalle sfide e dal rischio. L’altro al centro della vita politica e sociale e ben attento a difendere privilegi e tradizioni delle classi a cui faceva riferimento.

Capricorno: il carattere spiegato dal mito

Tra questi due personaggi i punti in comune sono molto pochi. Forse zero. Se non l’essere nati entrambi sotto il segno zodiacale del Capricorno. Il decimo segno avvia il duro inverno. La costellazione di riferimento si trova nell’emisfero australe tra l’Acquario e il Sagittario ed è una delle più antiche. Ma al contempo ha anche una luminosità debole.

Al Capricorno, figura chimerica con corpo di capra e coda di delfino, è legato anche parte del mito di Eracle. In particolare la sua sesta fatica. L’eroe greco deve cacciare via gli uccelli del lago di Sitnfalo. Questi animali in inverno migravano oscurando il sole. Questo volo viene messo in relazione al viaggio delle anime dei morti verso l’Ade.

Questi uccelli, allevati da Ares, si nutrivano di carne umana, e le loro ali acuminate ferivano le persone. Per stanarle e cacciarle Ercole usò delle nacchere di bronzo, costruite da Efesto, ma ricevute da Atena.

Gli uccelli si staccano da terra. Il Capricorno è il segno il cui governatore è Saturno, fortemente radicato alla terra, e vengono cacciati verso il tramonto. La morte vista come trasformazione. La fatica ercoliano sembra indicare al Capricorno che dovrebbe imparare a comprendere quando è il momento di godere dei piaceri della vita e spiccare il volo allontanandosi dalla voglia di difesa perenne.

Se le prime tracce di questa costellazione si rintracciano nei disegni dei babilonesi, furono i greci a identificarla con il dio Pan, che Zeus sistemò tra le stelle per ringraziarlo del suo aiuto contro il mostro Tifone durante la Titanomachia. Nonostante l’identificazione con questa divinità dedita al sesso e al piacere (D’Annunzio nell’Alcyone sottolineò un parallelismo tra lui e il dio. Da lì il “panismo”.) il carattere di un Capricorno dovrebbe essere riservato, introspettivo, addirittura pessimista.

Stesse stelle, vite diverse

Tra i due fu soprattutto Cicerone a rispecchiare maggiormente queste caratteristiche del segno zodiacale. Più freddo e meno passionale del poeta inglese, dedito sopratutto ai vizi e all’essere ciò che gli altri sognavano a malapena. Byron fu infatti anticonvenzionale, amante della vita, del gioco d’azzardo. Un modus vivendi che gli costò la cacciata dall’aristocrazia britannica. Ma che gli consentì di intraprendere il Grand Tour.

L’avvocato accusatore del ribelle Catilina è invece ricordato come esempio di vita morigerata, difensore del mos maiorum. Sebbene recenti studi e analisi del suo personaggio lo rappresentino più come un vecchio conservatore difensore dei propri privilegi e antagonista della rivoluzione catilinaria che avrebbe portato un vento nuovo a Roma.

Tralasciando i vari punti di vista è indubbio, leggendo i numerosi testi e discorsi di Cicerone è abbastanza palese il suo essere un uomo più sobrio del Lord d’oltremanica. Plutarco lo definì egocentrico. Massimo Fini più recentemente lo ha descritto come rappresentante e difensore dell’aristocrazia e dei latifondisti italici.

La stessa morte è un esempio della loro diversità. Cicerone morì dopo essere fuggito da Roma, inserito nelle liste di proscrizione per volontà di Antonio, avendo già abbandonato la difesa della Repubblica contro la possibilità della deriva di una tirannide. Lord Byron morì in Grecia dove era andato a combattere per l’indipendenza della Grecia dall’impero ottomano, sebbene ammirasse largamente i turchi.

Una vita di eccessi, di scandali, di avventure, la sua. Ma al tempo stesso coraggiosa. Vissuta a modo suo. Non curandosi del giudizio altrui e rischiando in prima persona. Amando donne e litigando con esse. Specialmente quelle, a suo dire, troppo emancipate («Io non parlo – non so adulare, e non sto ad ascoltare, a meno che non si tratti di una donna graziosa o sciocca»). La vita dell’oratore di Arpino, degno rappresentante del Capricorno, fu invece più monotona. Strenuo difensore dell’aristocrazia, per la quale mise a disposizione la sua grande capacità oratoria e la sua abilità da avvocato.

“J.K. Rowling antisemita”: nuova polemica sulla scrittrice inglese

Una nuova polemica investe J.K.Rowling, la scrittrice inglese creatrice della saga di Harry Potter. Dopo le accuse di transfobia dell’anno scorso che l’hanno proiettata in un calderone di boicottaggi e offese, tanto da parte di colleghi e addetti ai lavori, quanto da parte del web, un nuovo affondo arriva dal comico americano Jon Stewart.

Questi, durante l’ultima puntata del suo podcast “The problem with Jon Stewart“, l’ha apertamente definita antisemita. Nel mirino del conduttore radiofonico sono finiti i goblin presenti nei libri della saga, ritratti come “parodistici e caricaturali della cultura ebraica”.

Secondo Stewart, infatti, la loro descrizione e il loro ruolo sarebbero ispirati ai Protocolli dei Savi di Sion, opera letteraria d’inizio Novecento firmata dall’Ochrana, cioè la polizia segreta zarista, il cui intento era propagandare e diffondere l’odio verso gli ebrei all’interno dei confini dell’allora Impero russo.

Appurato come falso storico, lo scritto attribuiva alla comunità ebraica l’intento di impadronirsi del mondo. Un atto di accusa insolito ma indiscutibilmente grave, quello del comico statunitense che, per rimando, fa anche riferimento alla Banca dei Maghi di Gringott, innescando il parallelismo tra ebrei e potere economico.

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“Gli ebrei sono ancora dove sono. Voglio solo mostrarvi una caricatura. E loro dicono: ‘Oh, guarda, è di Harry Potter!’, e a te viene da dire: ‘No, quella è una caricatura di un ebreo proveniente da un libro antisemita’. E J.K. Rowling dice: ‘Perché non mettere questi tizi a gestire la nostra banca?’”, ha affermato Stewart che ha poi aggiunto:

“Nel mondo di Harry Potter la gente può cavalcare i draghi, e qualche volta può anche possedere un gufo domestico. Ma chi è che deve gestire le banche? Ovviamente gli ebrei. È una di quelle cose che ho visto subito nei film, e mi sarei aspettato che la gente dicesse: ‘Oh, merda, la Rowling non solo ha messo gli ebrei nel suo mondo magico, ma gli ha fatto anche gestire la sua fottuta banca sotterranea'”

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Nel frattempo, a vent’anni dall’uscita nelle sale cinematografiche di Harry Potter e La Pietra Filosofale, siamo stati di nuovo trasportati nel mondo magico creato da J.K. Rowling grazie a Harry Potter 20th Anniversary: Return to Hogwarts, l’evento cinematografico (su Sky e NOW) andato in onda per la prima volta il primo gennaio 2022.

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Salvador Dalì, scultore ed esteta, in mostra al Palazzo delle Papesse a Siena

Due tra i più grandi geni dell’umanità, dell’arte e della scienza, in un continuum spazio – temporale che trova sede in questi giorni nel Palazzo delle Papesse a Siena, nel cuore della storica città toscana. Parliamo di Salvador Dalì e Galileo Galilei, co- protagonisti della mostra “Dalì a Siena – da Galileo Galilei al Surrealismo”, inaugurata il 19 settembre 2020 con la riapertura di Palazzo Piccolomini e organizzata da The Dalí Universe, con il patrocinio del Comune di Siena, della Banca d’Italia e dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Siena.

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Nelle oltre 100 opere esposte del maestro indiscusso del Surrealismo è possibile percepire le più grandi scoperte del suo tempo. Concetti complessi vengono espressi in semplici immagini, surreali ed estremamente evocative come gli orologi molli che rappresentano il Tempo e la sua relatività oppure i cassetti, simbolo dell’inconscio, dove l’uomo nasconde i desideri più intimi, le passioni, le paure e le esperienze che spesso dimentica di avere e a cui è possibile avere accesso tramite un percorso di introspezione.

E ancora la lumaca, che occupa una posizione importante nell’universo Daliniano in quanto viene considerata un oggetto contraddittorio e razionale poiché conserva in sé due qualità opposte: il guscio duro e l’interno molle. Connessa alle teorie psicoanalitiche di Freud, la lumaca divenne particolarmente significativa dopo l’incontro che l’artista ebbe con lui nella sua casa a Londra.

L’elefante, invece, che compare in uno dei dipinti più famosi di Dalì del 1946, “La tentazione di Sant’Antonio”, viene raffigurato con lunghissime zampe di insetto, quasi invisibili e di solito portano sulla schiena il peso di enormi obelischi o imponenti strutture architettoniche come templi o torri. Ma significati reconditi li hanno anche le formiche, le uova, le stampelle e gli angeli.

Tra le stanze del Palazzo delle Papesse è possibile percepire il forte interesse di Salvador Dalì per la letteratura, per la matematica, oltre che per la fisica e la psicoanalisi. Un artista poliedrico che ha utilizzato ogni mezzo espressivo per dare sfogo alla sua creatività: non solo dipinti, ma anche sculture, arredi, scenografie o illustrazioni come quella commissionatagli nel 1968 di “Alice nel paese delle meraviglie”, libro in apparenza per bambini ma che cela in realtà una critica alla società vittoriana e presenta numerosi riferimenti matematici, indovinelli ed enigmi. Per Dalì Alice è l’eterna bambina, un’eroina che compie un viaggio nel suo inconscio e al suo risveglio si riscopre più matura e consapevole.

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Dalì, scultore e raffinato esteta, ma anche appassionato di scienza e delle teorie di Galileo Galilei, che influenzarono Einstein e Newton. Lì, tra quelle stanze, il padre della scienza moderna fu ospitato dall’Arcivescovo Ascanio II Piccolomini, dopo la condanna del Santo Uffizio, dal 9 luglio al 15 dicembre 1633 e proprio nel palazzo storico, voluto dalle sorelle di Papa Pio II, poté proseguire i suoi studi di meccanica. Nei suoi trattati fu il primo a intuire che lo spazio e il tempo non sono riferimenti assoluti e per questo è da ritenersi il primo scienziato a introdurre e spiegare il concetto di relatività.

Salvador Dalì ha utilizzato spesso le scienze, e in particolare la matematica, come valido supporto tecnico per la creazione delle sue opere ma anche come eccezionale impulso creativo. L’artista catalano ammirava profondamente i grandi scienziati tanto da dedicare una scultura in bronzo proprio ad Isaac Newton. Lo raffigura privo di sembianze umane, svuotato nella testa e nell’addome e mantiene con un braccio steso un pendolo, simbolo della sua scoperta più importante: la legge di gravitazione universale. Newton, nell’opera di Dalì, perde ogni caratteristica fisionomica lasciando il pendolo come unico elemento per cui possiamo riconoscerlo.

Accanto a questa scultura sono esposte anche cinque particolari opere grafiche: le anamorfosi. Dalì era affascinato moltissimo dalle illusioni ottiche come quelle derivanti dall’anamorfismo, per cui un’immagine viene proiettata sul piano in modo distorto rendendo il soggetto originale riconoscibile solo se viene osservato secondo condizioni definite, come ad esempio un preciso punto di vista o attraverso l’uso di strumenti deformanti come uno specchio ricurvo. A fronte di questo forte interesse e attraverso anche l’ausilio di calcoli matematici, l’artista sviluppava opere in cui rendeva visibile ciò che ad un primo sguardo risultava invisibile. Ecco che un giglio si trasforma in un fallo o un grande insetto prende le sembianze di un Dalì – Arlecchino.

“Dalì a Siena – da Galileo Galilei al Surrealismo” rappresenta, quindi, un incontro con la storia, quella raccontata dalle mura del Palazzo delle Papesse, che hanno osservato gli studi di Galileo Galilei e quella raccontata dalle opere di un Salvador Dalì scultore, in un ruolo meno conosciuto al grande pubblico. In un evidente omaggio allo scienziato pisano, la mostra approfondisce quindi il rapporto stretto e denso che Dalì ebbe con la scienza, nello specifico la Fisica del ‘900, le cui scoperte hanno modificato la percezione della vita stessa, colpendo l’immaginario onirico dell’artista, tanto da stimolare la sua creatività e dare vita a capolavori senza spazio e senza tempo.

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Foto in evidenza Roger Higgins, 1965

Umberto Eco fa 90: la Rai gli dedica parte della programmazione

Filosofo, accademico, scrittore, semiologo, saggista e intellettuale di fama mondiale. Umberto Eco, scomparso il 19 febbraio 2016, avrebbe compiuto oggi 90 anni, ricorrenza alla quale la Rai dedica una parte della propria programmazione.

Si comincia da Rai1, con Uno Mattina, in onda alle 7.10 e con Sottovoce, in chiusura di palinsesto giornaliero, all’1.15, con una puntata interamente imperniata sul ricordo di Eco, con la riproposizione di alcune interviste allo stesso scrittore, alle quali si aggiungeranno quelle dei personaggi a lui più vicini in vita, come Gianni Vattimo, Achille Bonito Oliva, Umberto Melotti e Lino Patruno.

La puntata de La Grande Storia – Anniversari, in onda su Rai3 alle 15.25, condotta da Paolo Mieli, dal titolo “Eco, unico e multiplo”, esplorerà le molteplici sfaccettature dell’intelletto di Eco, semiologo, filosofo, accademico, bibliofilo e medievista.

Umberto Eco è stato un uomo di cultura conosciuto in tutto il mondo: “Il nome della rosa“, il suo romanzo più celebre, è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto più di 50 milioni di copie. Ha scritto di filosofia medievale e di James Bond, di Mussolini e di Mike Bongiorno, di Dante Alighieri e di Charlie Brown.

La sua curiosità intellettuale è stata illimitata, ha mescolato la cultura “alta” e quella “bassa”, ha studiato i mass media analizzandone gli effetti nella cultura di massa. E’ stato anche un pioniere della televisione italiana, lavorando alla RAI degli inizi, negli anni Cinquanta, poi critico letterario e dirigente editoriale alla Bompiani, poi ancora docente universitario, tra i fondatori del DAMS di Bologna: una figura di intellettuale davvero “unico e multiplo”.

La figura di Eco sarà ricordata in tutti gli appuntamenti con l’informazione, televisiva e radiofonica, sia nazionale che regionale, e in particolare la Tgr Puglia realizzerà un servizio sul rapporto tra Eco e la casa editrice Laterza, mentre un rappresentante dell’Università di Bologna sarà ospite del TG regionale dell’Emilia Romagna, per ricordare il contributo di Umberto Eco per l’Ateneo della città.

Su Rai Storia Il giorno e la storia, in onda a mezzanotte e in replica alle 8.30, alle 11.30, alle 14.00 e alle 20.10 ricostruirà la grande carriera dello scrittore mentre La Rosa dei Nomi – Dietro il capolavoro di Eco, in onda alle 18.30, analizzerà i due processi creativi che hanno portato alla nascita del best-seller “Il nome della rosa” e del film omonimo.

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Firmato da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, il documentario ripercorre le varie fasi della realizzazione della pellicola cinematografica, penetrando nel cuore delle due opere, portando in superficie il loro segreto anche attraverso le testimonianze dello stesso Eco e del regista Jean Jacques Annaud. Un viaggio in cui rivive il lavoro di sceneggiatura e di preparazione e nel quale non mancano le interviste ai protagonisti, Sean Connery, Christian Slater, Murray Abraham, ai grandi collaboratori del regista, allo scenografo Dante Ferretti e al direttore della fotografia Tonino Delli Colli. 

Il portale di Rai Cultura pubblicherà il web doc “Umberto Eco”, un documento ricco di contenuti e approfondimenti sulla sua vita, le sue opere, e soprattutto sulla sua formidabile erudizione e versatilità intellettuale, mentre su RaiPlay saranno disponibili, in Home Page e nella sezione Teche, Collezione Umberto Eco, una raccolta di servizi da programmi Rai, con 7 interviste allo scrittore e 11 contenuti legati al romanzo “Il nome della rosa” e al suo adattamento cinematografico e Lezione di semiotica, una lezione televisiva di Eco, trasmessa dalla Rai il 16 giugno 1974 nell’ambito della rubrica culturale “Settimo giorno”.

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Morandi come Fedez: rischia l’esclusione da Sanremo, ma la Rai lo perdona

“Questa volta l’ho fatta grossa. Ho sbagliato a postare inavvertitamente su Facebook un video con dei frammenti della canzone che devo cantare a Sanremo. Mi ostino a fare da solo ma sono proprio un imbranato!”

Non è la prima volta che Gianni Morandi combina qualche guaio sui social, però stavolta ha rischiato addirittura l’esclusione dal Festival. Cosa è accaduto: un frammento del brano Apri tutte le porte, scritto da Jovanotti per lui, è stato pubblicato per errore sul suo profilo social (e poi subito rimosso). Morandi nel video stava parlando con il produttore dj Mousse T della canzone, con il brano in sottofondo.

Lo stesso cantautore ha spiegato la vicenda su un post di Facebook: “Appena mi sono accorto l’ho cancellato ma qualcuno lo aveva già visto. Sono affranto, dispiaciuto e mi scuso moltissimo con la Rai, con la Direzione artistica del Festival, con la mia casa discografica, con i musicisti, con il produttore Mousse T, con Jovanotti e con tutte le persone che stanno lavorando a questo progetto”.

Scuse accettate a quanto pare: “In merito alla diffusione involontaria del brano di Gianni Morandi, in gara a Sanremo”, si legge, “la direzione artistica in accordo con Rai1 non ritiene di dover escludere la suddetta canzone perché si è trattato di un puro inconveniente tecnico, dovuto alla necessità di Morandi di portare un tutore alla mano destra che ha subito diversi interventi a seguito dell’incidente occorsogli alcuni mesi fa. L’impedimento al movimento della mano ha determinato l’errore per cui Morandi ha messo in rete il back stage che stava vedendo privatamente”.

L’anno scorso, ricorda l’agenzia Ansa, accadde un episodio simile: Fedez rischiò la squalifica per aver postato per errore su Instagram alcuni secondi del brano con cui era in gara con Francesca Michielin. Il brano fu poi ammesso e arrivò al secondo posto. ”La durata dell’interpretazione nel video, postato e successivamente cancellato dall’artista, – scrisse la Rai nelle motivazioni – risulta infatti essere estremamente ridotta e tale da non svelare di per sé il brano, che non può considerarsi diffuso e che mantiene quindi la caratteristica di novità richiesta dal regolamento della manifestazione”.

La variante Omicron si abbatte sui Grammy Awards: a rischio la cerimonia

Com’era prevedibile, l’escalation di contagi da variante Omicron si abbatte anche sul mondo dell’intrattenimento culturale. Secondo quanto riportato da Billboard, la 64esima edizione dei Grammy Awards sarebbe a rischio svolgimento e la cerimonia, originariamente prevista per il 31 gennaio alla Crypto.com Arena di Los Angeles, potrebbe essere rinviata a data da destinarsi.

Ancora non vi sono prese di posizione ufficiali e gli organizzatori starebbero valutando tutte le ipotesi, diffidando coloro i quali farebbero trapelare notizie. Nell’eventualità di un rinvio, si tratterebbe di un duro colpo, soprattutto da un punto di vista economico e d’immagine, per il prestigioso premio.

Potrebbe, inoltre, essere il primo di una serie di appuntamenti previsti tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera. Fondamentale sarà il monitoraggio della curva epidemiologica e della diffusione su larga scala della terza dose del vaccino.

Destino analogo era taccato alla scorsa edizione, quando la seconda e la terza ondata della pandemia da Covid-19 avevano letteralmente messo in ginocchio il settore. L’evento slittò poi al 14 marzo 2021, sempre a Los Angeles.

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Come scritto dai principali rotocalchi a stelle e strisce, “la cerimonia del 2022 sarà la prima da quando The Recording Academy ha annunciato di aver apportato modifiche significative al suo processo di premiazione per garantire che le regole e le linee guida dei Grammy Awards siano trasparenti ed eque. Lo spettacolo non utilizza più comitati di revisione anonimi per determinare i suoi candidati. Ora, tutti i candidati si basano esclusivamente su migliaia di voti dei membri votanti dell’Accademia“.

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The Hateful Eight: quando cinema e teatro s’incontrano

Un western d’isolamento o di carpenteriana memoria. Così potremmo definire The Hateful Eight, ottavo film di Quentin Tarantino, uscito nel 2015. I paragoni reggono, non tanto per richiami stilistici a uno dei maestri del genere horror o dei futuri distopici, quanto, invece, per l’ambientazione degli eventi snocciolanti nell’arco dei centottantasette minuti che richiamano alla mente alcune pellicole cult del genere.

Da un punto di vista strettamente tecnico è probabilmente il film più ambizioso del regista autore di “Pulp Fiction” e “Le Iene”, girato in 70 mm in ambiente chiuso e con pochi esterni, tale, quindi, da ricordare una pièce teatrale. “Ho pensato che potesse rendere le inquadrature più intime, soprattutto nei primi piani”, affermò il regista all’alba dell’uscita nelle sale cinematografiche.

In alcune scene sono ben otto i personaggi filmati grazie al sapiente uso della ripresa in quadrangolare. Un esercizio di camera notevole, perfettamente riuscito nelle intenzioni e nella sostanza. Si passa da spazi stretti, quasi claustrofobici, a scene larghe dove la scenografia è composta da elementi minimali come la fiamma di un camino accesso o una coperta di lana posta su una poltrona di fronte a esso.

E poi ci sono i dialoghi, vero punto di forza della produzione cinematografica di Tarantino. Tre ore che oscillano tra dissacrazione e violenza, tra ironia e slang che, anche quando tradotto in italiano, preserva il suo linguaggio “a effetto”. A impreziosire il lavoro del regista vi sono poi la fotografia di Robert Richardson e i costumi di Courtney Hoffman.

Il cast stellare è composto da Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Michael Madsen e Bruce Dern.

E poi, c’è la ciliegina sulla torta, l’eccezionalità che rende il film ancora più pregevole e di spessore: la colonna sonora composta dal Maestro Ennio Morricone. Candidato a tre premi Oscar nell’edizione del 2016 (miglior fotografia, miglior colonna sonora, miglior attrice non protagonista) se ne è aggiudicato uno, quello, appunto, per la migliore colonna sonora.

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Il riconoscimento valse a Ennio Morricone, al tempo ottantottenne, il secondo Oscar in carriera dopo quello onorario del 2007. Non solo, grazie alla soundtrack della pellicola, l’autorevole compositore italiano vinse anche un Golden Globe e un premio BAFTA. Tarantino, che non ha mai nascosto l’ammirazione per il Maestro, arrivò a paragonò a Mozart, ammettendo di essere da sempre un suo fan.

“Quando mi sono messo a scriverlo non era un film politico, lo è diventato quando ho messo per la prima volta la penna su carta e ho cominciato a scrivere. Quando i personaggi hanno cominciato a dialogare e a discutere di com’era la vita dopo la Guerra Civile, mi sono reso conto che c’erano dei riferimenti alla situazione politica attuale fra democratici e repubblicani. Durante la lavorazione del film poi, sono accaduti eventi politici e sociali che hanno reso la storia sempre più pertinente all’attualità. Semplicemente a volte sei fortunato e riesci a trovare un legame con quello che accade nella realtà”, spiegò il regista in seguito alle connotazioni politiche che la stampa a stelle e strisce cercò di attribuire al film.

Tarantino racconta la sosta forzata in una locanda di legno e pietra di un manipolo di sconosciuti diretti alla città di Red Rock. E’ il 1867, la Guerra Civile è alle spalle e gli eventi si svolgono nel Wyoming. Fuori dal ricovero e lontani dal calore del camino presente al suo interno, impazzano una bufera di neve e atroci sferzate di vento ghiacciato.

Una diligenza è impossibilitata a proseguire il proprio viaggio e così è costretta a fermarsi alla locanda. Tra i diversi ospiti a bordo c’è il cacciatore di taglie John Ruth che deve scortare la sua prigioniera Daisy Domergue fino al patibolo, l’ex soldato Marquis Warren, il nuovo sceriffo Chris Mannix, un boia diretto nella stessa città, un misterioso cowboy e un anziano generale confederato.

Gira voce, però, che la banda di Daisy sia sulle sue tracce per liberarla, così ognuno degli ospiti della locanda è un potenziale sospettato criminale sotto copertura. La taglia sulla prigioniera è di diecimila dollari.

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“Non sto cercando di farne un film attuale, voglio solo raccontare la storia che ho in mente. Diventa tutto pesante quando cerchi l’attualità a ogni costo, quando provi a fare un western alternativo”, dichiarò Tarantino ai microfoni di Vanity Fair. The Hatefull Eight, insomma, il western d’isolamento dove ognuno può vedere i riferimenti politici che vuole.

La televisione italiana festeggia 68 anni

televisione televisione italiana

Le prime storiche parole della televisione italiana, dopo le fasi sperimentali, furono affidate a Fulvia Colombo il 3 gennaio del 1954.

«La RAI Radiotelevisione Italiana inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive».

La fase sperimentale della televisione italiana

Nel 1944 l’Eiar divenne Rai e già nel dopoguerra i suoi dipendenti ripresero gli studi e gli esperimenti che portarono alla prima trasmissione l’11 settembre del 1949 a Torino.

Dopo la decisione, presa dal Consiglio superiore delle telecomunicazioni, di adottare lo standard europeo delle 625 linee, nel 1952 a Milano fu installato un secondo trasmettitore. L’occasione per avvicinarsi al pubblico fu data dalla Fiera Campionaria durante la quale la Rai organizzò un ciclo di trasmissioni sperimentali dalla stazione del capoluogo lombardo.

Da quell’aprile furono trasmessi programmi di prosa, varietà, balletto, fino al 9 settembre quando fu trasmesso il primo telegiornale. Pochi servizi commentati da una voce fuori campo.

Nel 1953 l’attività sperimentale della televisione italiana venne incrementata, tenendo conto anche dei primi feedback degli utenti. L’autunno dello stesso anno vide l’apertura dello studio di Roma. La programmazione era quindi pronta per il lancio del servizio nazionale.

Furono così costruiti altri 4 trasmettitori (Portofino, Monte Serra, Firenze-Trespiano, Monte Peglia) che permisero il collegamento tra la Capitale e il Nord. La rete, il 1° gennaio del 1954, era pronta a servire 20 milioni di abitanti. Circa il 43% della popolazione italiana.

Il 3 gennaio, alle 11 di mattina, apre i battenti il “Programma Nazionale”, antesignano dell’odierno Rai1. Il programma inaugurale fu il finale del “Guglielmo Tell” di Gioacchino Rossini. Da lì la madre delle “signorine buonasera”, Fulvia Colombo cominciò a elencare i programmi della giornata.

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Il palinsesto era scarno, le trasmissioni andavano in onda dalle 12 alle 23, ma già comparivano alcune figure che faranno la storia della televisione italiana. Come Mike Bongiorno, con “Arrivi e partenze”. Ma anche alcuni programmi arrivati fino a oggi. “La domenica sportiva”, che fece il suo esordio già nel 1953 durante le giornate sperimentali.

La televisione, inizialmente guardata dagli italiani soprattutto nei bar, nei circoli, nelle associazioni, andò piano piano a sostituire la radio.

La sua funzione, la capacita di fidelizzare l’utente attraverso le immagini abbattendo ancora di più le barriere spazio-temporali, fecero sì che quell’oggetto piano piano divenne uno status symbol.

La Rai ne approfittò per diventare una fabbrica di merce di consumo ma anche una potente finanziaria in grado di determinare, con le commesse, con gli appalti, le scelte tecniche nelle installazioni, gli investimenti edilizi.

La nascita della tv avvenne dunque in un momento di forte espansione economica. Il capitalismo italiano trovò nel nuovo mezzo una possibilità di sviluppo. Abbandonò infatti altri settori dell’industria culturale per puntare sulla televisione, che ogni anno aumentava a dismisura l’audience.

La televisione (la visione collettiva soprattutto) cambiò le abitudini della massa. Molto più di quello che fece la radio negli anni ’30.

Il nuovo strumento di comunicazione ebbe un orientamento politico-culturale dell’industria del tempo libero nuovo. Ci fu, infatti, il tentativo di creare un pubblico unificato al quale proporre modelli d’informazione e di comportamento standardizzati. Ma la televisione ebbe, nella sua fase iniziale, anche un fine pedagogico. Il famoso programma “Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta” con il maestro Alberto Manzi, andò in onda dal 1960 al 1968. Forse l’appuntamento televisivo più importante per l’Italia. Ma la tv fu responsabile, come sottolineò Tullio De Mauro, del cambiamento linguistico italiano.

In questi primi 68 anni sono nati altri canali Rai. Sono nate tv private, la pay per view, le dirette di eventi storici (l’allunaggio su tutti). Si sono alternati e succeduti personaggi di ogni genere. Il modo di fare televisione è cambiato. Dalla giacca e cravatta al nudo. Dai programmi culturali, alle tribune elettorali fino a programmi demenziali e ai reality. Il piccolo schermo è tutto e il contrario di tutto. È lo specchio della società e artefice del cambiamento di essa.

A 68 anni di distanza, nonostante i social e gli smartphone, la televisione continua a rappresentare un qualcosa di quasi imprescindibile. Prova ne è stato il primo lockdown. Quando gli italiani, in trepidante e terrorizzata attesa, si sono riuniti più volte davanti lo schermo per guardare tutti lo stesso programma. Quasi come nel 1954.

Roma Capodarte 2022, la cultura per cominciare l’anno

Capodarte roma 2022

Il Palazzo delle Esposizioni inizia il nuovo anno con Roma Capodarte 2022, il Capodanno di Roma Capitale che unisce tanti protagonisti del mondo della cultura che incontreranno il pubblico nei musei, nei teatri, nei cinema, nelle biblioteche e in altri spazi della città, nel rispetto delle nuove norme anti Covid-19. Numerosi gli appuntamenti gratuiti e con prenotazione obbligatoria. 

All’Eur Tre stazioni per Arte-Scienza: Ti con zero, La Scienza di Roma e Incertezza, nonché alla sala cinema per due appuntamenti imperdibili.  

Il Palazzo delle Esposizioni diventa uno stargate da dove entrare nel nuovo anno con le immagini del meteorite di Tarkowsky e due guide straordinarie. Fabrizio Rufo, docente di bioetica e curatore della mostra La scienza di Roma, Mario Tozzi, geologo e conduttore televisivo, incontreranno il pubblico nella rotonda, la ”zona” dove si raccontano fenomeni strani e insieme scientifici. 

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Al Piano Zero, nella Sala Fontana, è aperta Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari, una mostra che offre l’occasione di conoscere due tra i più illustri protagonisti della cultura italiana contemporanea, riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo e presentati per la prima volta insieme in un’esposizione. In occasione di Roma Capodarte 2022, il Laboratorio d’arte propone Ora Tocca a me: una visita animata alla mostra e un laboratorio gratuito per osservare e manipolare insieme le opere dell’artista e i materiali sensoriali di sviluppo montessoriani.

In sala cinema in programma la proiezione di due pellicole della rassegna Andrej Tarkovskij. La libertà attraverso il cinemaL’Infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij (proiezione in pellicola 35 mm v.o. sott. ita). Vincitore del Leone d’oro a Venezia, questo lungometraggio ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale racconta la storia del dodicenne Ivan, impegnato ad aiutare l’Armata Rossa facendo da staffetta ed esploratore, a rischio della vita. 

Stalker di Andrej Tarkovskij (proiezione in pellicola 35 mm v.o. sott. ita). La caduta di un meteorite produce strani fenomeni nella cosiddetta Zona e per entrarci esistono solo delle guide clandestine, gli stalker, capaci di condurre fino alla “stanza dei desideri”. Con eccezionale capacità immaginifica, Tarkovskij mette in scena un viaggio negli spazi più reconditi della mente umana, guidando lo spettatore in un’esperienza estetica che ha pochi eguali nella storia del cinema. 

L’accesso alle proiezioni, fino alla cessazione dello stato di emergenza, è consentito solo ai soggetti in possesso di certificazione verde COVID-19 ottenuta da completamento del ciclo vaccinale o da guarigione (cd. Green Pass Rafforzato) e di mascherina FFP2. 

Maiorano, il video di “Golden Rags” tra pop e sound anni ’50

Maiorano alex maiorano

Sul balcone di una palazzina anonima di una Berlino rinchiusa, all’inizio del primo lockdown, avevano improvvisato un mini-set acustico per regalare la propria musica ai passanti e ai followers dei propri canali social. Così Alex Maiorano e Nicola Battistelli avevano catturato l’attenzione in modo tale da far parlare di loro anche a Sulmona.

Da lì Alex era partito, insieme al batterista Antonio D’Alessandro, alla volta della capitale tedesca, per provare a realizzare un sogno: quello di riuscire a vivere solamente di musica.

Dopo mesi di lavoro sottotraccia, è finalmente arrivato un contratto con l’etichetta svedese Something Beautiful, insieme con un progetto per la realizzazione di un nuovo album dal titolo Luna Nuova. Una serie di registrazioni ultimate in questi ultimi due anni e che hanno visto Nicola Battistelli e Alex Maiorano al timone della parte creativa, per poi consegnare il grezzo nelle mani del produttore Nene Baratto, che ha guidato il completamento del disco nel suo studio Big Snuff.

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Da questo album è stato estratto il singolo Golden Rags, un brano che segna un cambiamento a livello di suono della band, molto più pop e anni Cinquanta, in un arrangiamento che predilige l’uso di sintetizzatori. Proprio in questi giorni è stato divulgato il videoclip del brano, realizzato dall’artista catalano Victor Puigcerver nelle campagne berlinesi in estate.

«Aver attraversato lunghi mesi senza poter fare concerti», fa sapere la band, «ci ha messo in condizione di dedicarci alla scrittura e alla registrazione di nuovi brani. Certo, ci piacerebbe tornare a suonare dal vivo a pieno regime, adesso più che mai per gustare al meglio la magia del contatto con il pubblico».

I 5 migliori film del 2021

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Il 2021 è stato l’anno della ripartenza per il cinema dell’era covid, ma ad analizzare le pellicole uscite nelle sale in questi ultimi dodici mesi, non si trovano segnali di risonanza della pandemia ancora in corso. Bensì troviamo poesia e bellezza, una bellezza che non si vedeva da diverso tempo nella nostre sale cinematografiche. Un nuovo inizio da cui partire e da cui prendere ispirazione per gli anni a venire.

Tutti i lungometraggi sono degni di nota, ma alcuni si sono rivelati di un livello superiore, ecco quindi i titoli scelti dalla nostra redazione come migliori film dell’anno.

“West side story” di Steven Spielberg

Un nome e una garanzia. Quando si parla di Steven Spielberg il successo è assicurato. Questo perché ogni suo soggetto è un sogno che diventa realtà. È la prima volta che il regista si cimenta con un remake e per di più di un film della portata di “West Side Story“, un classico senza tempo, premio Oscar nel 1962 . La trasposizione cinematografica, ispirata al famoso musical omonimo di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Arthur Laurents, è un susseguirsi di duelli a suon di musica e danza che, nella versione rimodernata di Spielberg, ha come protagonista il talentuoso Ansel Elgort (“Tutta colpa delle stelle“) e la delicata Rachel Zegler, degna erede di Natalie Wood, al suo esordio cinematografico.

Nonostante siano passati quasi 60 anni, le tematiche affrontate da questo musical sono più attuali che mai. Infatti, anche se la storia d’amore è liberamente tratta dall’opera di William Shakespeare “Romeo e Giulietta”, qui le due bande rivali che si affrontano nella New York degli anni 50’, sono quella degli Sharks, composta da immigrati portoricani e gli Jets, una gang composta da ragazzi bianchi. Grazie a tematiche complesse, le musiche originali e l’interesse per le questioni sociali e razziali, “West Side Story” ha iniziato una rivoluzione nel teatro e nel cinema degli anni 60’, che ancora oggi si può riconoscere in produzioni moderne come “High School Musical” e “Glee“, prodotti che affrontano problemi importanti nella società odierna attraverso l’intrattenimento.

“Dune” di Denis Villeneuve

Parliamo ancora di un remake, quello diretto da Villeneuve dell’omonima pellicola del 1984, tratta dal romanzo di Frank Herbert, un classico della fantascienza.

“La storia del cinema è costellata da remake sostanzialmente di due tipi. Ci sono quelli che, a distanza di anni dall’originale, si limitano a sfruttare le nuove opportunità offerte dalla tecnologie riproponendo però nella sostanza ciò che era già stato detto e portato sullo schermo. Ci sono poi quelli che invece ridanno letteralmente nuova vita al plot, scavando nelle sue pieghe più intime trascurate in precedenza.”

Questo è il caso di “Dune” che, grazie alle scelte vincenti di Villeneuve ci trasporta nel pianeta desertico Arrakis, dove è in atto una guerra per avere il controllo di una droga molto potente, la Spezia. Il controllo del pianeta è stato affidato alla casata Atreides, capeggiata dal Duca Leto, il quale si trova in grave pericolo a causa di un complotto ingegnato per eliminarlo e di conseguenza eliminare suo figlio Paul, un ragazzo dotato straordinari poteri. Il più importante elemento che contraddistingue la pellicola è la scelta del cast, ogni attore sembra aver cucito addosso il ruolo prescelto per lui, a partire da Timothèe Chalamet e Zendaya, che con “Dune” confermano il loro incredibile talento e donano alla pellicola il giusto equilibrio, grazie alla loro somiglianza con i protagonisti letterari.

“Malcom & Marie” di Sam Levinson

“Malcom and Marie” è il film della pandemia 2021, concepito, girato e rilasciato nel periodo più intenso della crisi che ha portato il Covid -19. Rispecchia nel dettaglio la situazione in cui si sono trovate migliaia di coppie nel mondo, senza però citare mai le difficoltà del mondo esterno, parla della coppia nella società moderna, ma in un tempo fuori dal tempo metacinematografico.

Tutto si svolge nel giro di una nottata, una coppia torna a casa da una prima cinematografica e tutta la tensione che li ha accompagnati durante la serata scoppia improvvisamente, liberando il dolore e la

frustrazione tenuti dentro da molto tempo. Si ritrovano costretti a condividere lo stesso spazio, anche se in una lussuosa villa di Malibù, dove le emozioni si alternano e i ruoli si invertono molte volte nel corso della pellicola, giudice e imputato, vittima e carnefice, vengono continuamente rimbalzati da un interprete all’altro attraverso attacchi verbali e monologhi urlati con la voce spezzata.

Levinson continua a mostrarci, dopo il grande successo riscosso da Euphoria (di cui è autore), il vero volto umano e conferma Zendaya come sua musa. Il lungometraggio è stato infatti girato durato la pausa forzata delle riprese della serie dovuta alla pandemia. La troupe e il cast sono stati chiusi come in una bolla per poter portare a termine le riprese da consegnare a Netflix (sua piattaforma di distribuzione) e permetterci quindi di apprezzare il loro brillante lavoro.

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

L’Italia ha ritrovato il suo ambasciatore nel mondo cinematografico oltre oceano. Questo grazie al film di Paolo Sorrentino, “È stata la mano di Dio” e all’impatto emotivo che ha avuto su tutti gli spettatori e gli esperti del settore.

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Siamo nella Napoli degli anni 80’, Diego Armando Maradona è appena arrivato in città e nulla potrebbe impedire a Fabietto, un adolescente del posto, di andare a vedere il suo idolo allo stadio. Nemmeno la profonda crisi che attanaglia i suoi genitori, da quando Maria, madre del ragazzo, scopre che il marito l’ha tradita con una collega di lavoro e, dopo un furibondo litigio, lo sbatte fuori di casa. Dopo poco però la coppia sembra riuscire a riappacificarsi e decide di passare le vacanze insieme alla famiglia in una villetta a Roccaraso, dove propongono a Fabietto di raggiungerli per il fine settimana. Il ragazzo rifiuta categoricamente l’offerta dei genitori, infatti quella domenica si terrà la partita Napoli – Empoli, dove Maradona farà il suo esordio in campo.

“È stata la mano di Dio” è un racconto di formazione, che cerca di evitare le trappole dell’autobiografia, tipiche di questo tipo di impostazione. Tutto il contorno, dalle musiche alla fotografia sono neutre, con lo scopo di dare allo spettatore una messa in scena pulita, semplice ed essenziale, in modo che possa focalizzarsi a pieno sulla storia e sugli avvenimenti da essa raccontati. Per questo arduo compito, Sorrentino, ha chiamato a sé un cast d’eccezione, primo fra tutti il suo attore feticcio Toni Servillo, che ha già lavorato con lui ne “La grande Bellezza“, e gli ha affiancato Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Renato Carpentieri e Marlon Joubert.

“Don’t look up” di Adam McKay

Molto è stato detto e scritto riguardo la nuova pellicola interpretata da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence, definendolo come “”film definitivo sulla società della post- verità, sull’oscena bolla dei media e delle reti sociali, sulla gestione del potere che ormai è solo e soprattutto gestione della comunicazione”.

Tutto ha inizio quando la dottoranda Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) e il suo docente universitario Randall Mindy (Leonardo DiCAprio) scoprono che, nel giro i pochi mesi, una gigantesca cometa colpirà la terra e provocherà l’estinzione del genere umano. Allarmati dal rischio di estinzione della razza umana, riferisco subito tutto alla presidente degli Stati Uniti, Janie Orlean (Meryl Streep), che non li prende sul serio e non crede alle loro proiezioni catastrofiche. Dopo questa umiliazione, i due decidono allora di rivolgersi ai media, in modo che la notizia possa acquisire l’importanza che merita, ma finiranno solo con il creare un circo mediatico, generando uno scontro ideologico tra allarmisti e negazionisti.

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Il film di McKAy è stato progettato per mettere in risalto il più grave problema dei giorni nostri, salvare le apparenze, sfruttando gli eventi a proprio vantaggio e convincere gli spettatori che l’unica verità è quella narrata dai media. Un argomento molto discusso, soprattutto nei tempi della pandemia, ma che non fa mai riferimenti specifici, mai vengono citati democratici e repubblicani o pro/contro vaccino. Tutto è narrato con un solo scopo, quello di smuovere le coscienze e risvegliarle dal torpore dei social, portando all’estremo le conseguenze nel caso questo non succedesse, fino al rischio della fine dell’umanità, dove l’umanità stessa non sembra avere alcuna intenzione di salvarsi.

Il Capodanno attraverso i millenni: dalla Mesopotamia ai giorni nostri | ArcheoFame

capodanno 2021 2022
Ph: Pixabay

L’inizio dell’anno, si sa, è un momento importante di rinnovamento e progettazione del futuro. Da sempre gli esseri umani hanno dato grande importanza alle festività che segnavano la data di questa partenza, infinitamente ripetuta e ogni volta nuova. Eccovi dunque, un viaggio attraverso i rituali di Capodanno nel tempo.

La Mesopotamia

Tra le prime notizie che si hanno di festeggiamenti del nuovo anno nella storia, ci sono quelle che fanno riferimento alla festa Akitu, ossia il capodanno Babilonese.

L’Akītu, il Capodanno babilonese, è una delle festività più importanti dell’antica Babilonia. Durava 12 giorni e si svolgeva nel mese di Nisān (Nissanu), in nostro aprile. L’Akītu è considerato come un rito di passaggio, attraverso l’osservazione di una manifestazione divina ci si muove da uno stato a un altro, da un tempo a un altro.

In particolare tutto il periodo di festa è dedicato alle vicende che hanno condotto all’apoteosi del dio Marduk. Infatti di tutti i 12 giorni delle celebrazioni dell’Akītu, il quarto è particolarmente sacro. Proprio la sera di questo giorno, il sommo sacerdote (šešgallu) del tempio (l’ Esagila, il tempio di Marsuk a Babilonia), recita l’antico poema cosmogonico Enûma Eliš.  

L’Enûma Eliš è il poema che racconta la cosmogonia e la teogonia per il popolo accadico. In pratica la creazione degli dei, degli uomini e del mondo per come lo conosciamo. Come per i greci all’inizio esistevano solo Urano e Gea, anche per gli antichi abitanti della Mesopotamia, all’origine di ogni cosa stanno due dei: Apsû e Tiāmat. Apsû è l’Abisso con le acque dolci, il padre di tutto il Cosmo; Tiāmat è l’acqua salata del mare e la madre di tutto il Cosmo. Dai due numi primordiali nascono gli altri dei. Ma – non mi dire – proprio come per la cosmogonia greca, le nuove generazioni divine, i piccoli, disturbano i titani, anche qui: i nuovi dei disturbano Apsû e Tiāmat, così Apsû, come Urano prima e Crono dopo si prepara per ucciderli.

Ma dopo essersi salvati dal padre, i nuovi dei devono guardarsi dalla madre. In particolare è protagonista l’ultima delle nuove generazioni divine, quella di cui fa parte Marduk, che addirittura provoca la “Titana” fino ad ottenere lo scontro. Proprio lo scontro tra Tiamat e Marduk è al centro di tutto il rituale e di tutte le celebrazioni. Marduk con la vittoria sconfigge il mostro ovvero il Caos e ristabilisce l’ordine, salendo al trono e scrivendo un nuovo capitolo della storia dell’umanità. Proprio per questo è fondamentale che alla festa prenda parte il Re. Anch’egli come Marduk entrando nel tempio si rinnova e abbandona il caos dell’anno passato per ristabilire l’ordine nell’anno a venire.

L’Egitto

Per gli antichi egizi la necessità di avere un calendario nasce dall’esigenza principale di quella che nasce come una civiltà agricola, cioè il bisogno di regolamentare amministrativamente e di scandire le attività che, attraverso lo scorrere dei giorni, conducevano a un buon raccolto.

L’anno quindi veniva diviso in sole tre stagioni a partire dalla piena del Nilo, momento fondamentale per garantire la fertilità della terra: Akhet (l’inondazione); Peret (Emersione della terra e stagione della semina); Shemu (il raccolto). Ogni stagione era a sua volta formata da quattro mesi di 30 giorni ciascuno, per un totale di 360 giorni. I mesi non avevano inizialmente dei nomi propri, erano semplicemente chiamati il primo, secondo, etc.

Nel più tardo periodo Tolemaico furono attribuiti ad essi i nomi riferiti alle festività del precedente calendario dei faraoni. Gli abitanti della valle del Nilo sapevano bene che l’anno solare era più lungo di 5 giorni rispetto al loro calendario, per sopperire a questa mancanza e fare in modo che l’anno finisse sempre nello stesso periodo, trascorsi i 360 giorni si aggiungevano ulteriori 5 giorni chiamati epagomeni o supplementari.

Il primo giorno successivo al quinto di questi giorni corrispondeva al capodanno, quindi la piena del Nilo, a giugno. Anche i giorni epagomeni, come tutte le giornate speciali, erano legati agli avvenimenti mitologici. Proprio in questo tempo il dio Thot, il dio della Luna e della conoscenza sfida il dio Ra, nume del sole, a giocare una partita a senet. I giorni dell’anno in più sono il bottino della partita: il dio del sole aveva deciso che