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Cinema

La vita controversa di Marlon Brando tra leggende metropolitane e schiavi sessuali

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Il 1 luglio del 2004 moriva, all’età di 80 anni, Marlon Brando. Icona e leggenda, tra i più autorevoli protagonisti del cinema hollywoodiano, talentuoso oltre modo, capace come pochi altri di caratterizzare il proprio personaggio, immedesimandosi al tal punto da viverlo sulla propria pelle, sia da un punto di vista fisico che mentale. Un semplice caratterista? No, per molti è stato l’attore che, più di tutti, ha saputo dimostrarsi l’istrionico per antonomasia del cinema del tempo. Anche oggi, a distanza di anni, le sue performance non smettono di entusiasmare e stupire il pubblico della settima arte.

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Un mito intramontabile, quello di Marlon Brando, reso tale anche da un carattere difficile da gestire. Arguto ma arrogante, disponibile ma presuntuoso, ironico ma offensivo, affettuoso ma scostante. Insomma, ingestibile. Un purosangue cui era impossibile mettere le briglie. Ciò fece di lui uno tra i personaggi più amati ma controversi dell’epoca. E poi le bizze, quante bizze.

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Come quando, negli anni Novanta, scelse di farsi circoncidere ma, certo di possedere una soglia del dolore molto alta, chiese al chirurgo di essere operato senza anestesia. Ovviamente ricevette un secco rifiuto. O come quando, per recitare pochi minuti nel celebre Superman (1978) con protagonista Christopher Reeve, chiese e ottenne di ricevere un ingaggio superiore a quest’ultimo.

Celebre la sua amicizia con Michael Jackson, nata in modo del tutto singolare. Il figlio di Brando, Miko, per un certo periodo di tempo fu una delle guardie del corpo di Jacko. Legame, questo, che contribuì a far crescere il feeling tra le due star, culminando nell’apparizione dell’attore nel video di “You Rock My World” del Re del Pop, brano del 2001. Qui le leggende metropolitane si rincorrono. Con due personaggi così non potrebbe essere altrimenti. La più singolare? Quella secondo cui Jackson avrebbe chiesto a Brando di donargli il suo sperma e che quindi, a causa di questa fantomatica concessione (mai confermata) egli sarebbe il padre di Prince Jackson.

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E poi quell’amore presunto, male celato o rivelato di proposito, paparazzato e discusso all’inverosimile con James Dean. Un universo parallelo di trasgressione, perversione e passione. I due si frequentarono dalla fine degli anni ’40 al 1955, quando Dean morì. Sembra che tra i due intercorresse una relazione masochista con Dean schiavo sessuale di Brando che non lo considerava in nessun altro modo se non il suo giocattolo erotico. Rivelazioni riportate anche nel libro “James Dean: Tomorrow Never Comes”, scritto da Darwin Porter e Danforth Principe.

Brando, dati ufficiali alla mano, è stato sposato per tre volte e ha avuto tredici figli ma altri quattro ne ha adottati. Ma, siccome nella vita di un personaggio del genere le stranezze e le follie non sono mai troppe, quasi a non volersi far mancare nulla, va ricordato di quando, nel 1990, il primo figlio, Christian Devi, fu condannato a cinque anni di reclusione per avere ucciso il fidanzato della sorellastra Cheyenne. Avete mai visto qualcuno non volere ritirare un Oscar? Marlon Brando lo fece. Quando vinse l’ambita statuetta per la sua straordinaria prestazione di Don Vito Corleone ne “Il Padrino”, non volle ritirarla perché in disaccordo con i maltrattamenti subiti dagli indiani d’America da parte del governo degli Stati Uniti. Mandò una squaw che lesse per lui una lettera di protesta.

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La sua morte, però, non rende giustizia a una vita straordinaria costellata di successi immensi ma anche di una vita privata spesso difficile, agitata e contraddittoria. Passò i suoi ultimi giorni in totale solitudine. Grasso oltremodo (peso stimato sui 160 kg), isolato, senza affetti, lasciò questo mondo a causa di complicazioni dovute a una fibrosi polmonare. La sua ultima apparizione risale al 2001, in tv. Brando irruppe nel mezzo di un concerto dell’amico Michael Jackson per leggere un messaggio contro la violenza sui bambini.

Il pubblico lo accolse tra i fischi, anche perché le accuse su Jacko erano ancora fresche e qualcuno ritenne la trovata fuori luogo. In quel preciso istante, però, l’aura di divinità del cinema che l’attore si portava dietro si inclinò. Fu l’inizio del declino, quello che lo portò a morire in un modo del tutto impensabile. Il suo mito, però, riecheggia ancora oggi. La sua stella brilla e brillerà sempre.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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“Les amours imaginaires”: il triangolo amoroso di Xavier Dolan

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Come “Ho ucciso mia madre” (2009) si apre con una confessione, anche la seconda opera del talentuoso Xavier Dolan, “Les amours imaginaires” (Gli amori immaginari), inizia con la medesima modalità. Qui non c’è il giovane Hubert (Xavier Dolan) che si confessa alla sua videocamera, ma un gruppo di ragazzi intenti a raccontarsi a vicenda le proprie tristi vicende amorose. Questi cuori infranti non sono i protagonisti, anzi non c’entrano nulla con la trama del film. Ma come una sorta di tragedia greca che rimane sullo sfondo, questi, nel corso dello sviluppo della pellicola ritornano e rendono partecipe lo spettatore delle proprie tristi e personali confessioni.

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“Les amours imaginaires”, uscito nel 2010, venne presentato da Xavier Dolan alla Certain Regard del Festival di Cannes di quell’anno accompagnato da una citazione di Alfred De Musset: «Ci sbagliamo spesso nell’amore, spesso ne siamo feriti e spesso scontenti. Ma amiamo e quando saremo in punto di morte ci volgeremo indietro e ci diremo: “Ho sofferto spesso, mi sono sbagliato talvolta, ma ho amato”».

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Il film è incentrato, difatti, sul tema dell’amore giovanile. Amori che spesso vivono solo nella testa dei sognatori. Labili, come castelli di carta, gli amori immaginari, si nutrono di fantasie e non trovano riscontro con la dura realtà. Dolan sceglie di raccontarli mettendo in scena un triangolo amoroso e andando ad omaggiare, a modo suo, la Nouvelle Vague (si pensi ad “Jules e Jim” del 1962 di François Truffaut). Impossibile è non pensare, inoltre, a “The Dreamers” (2003) di Bernardo Bertolucci.

Il secondo film del giovane regista canadese vede protagonisti due amici d’infanzia, Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri). Il loro solido rapporto d’amicizia viene messo in crisi quando l’oggetto del desiderio dei due giovani diventa il medesimo: Nicolas (Niels Schneider). Il ragazzo, giunto da poco dalla campagna, fa amicizia con Francis e Marie che presto mettono in atto un vero e proprio duello per accaparrarsi le attenzioni del bel giovane. Duello ancora più accentuato dalla canzone “Bang Bang” di Dalida che accompagna tutto il film. In tipico stile Dolan, i brani rispecchiano gli stati d’animo e i sentimenti dei personaggi.

Il regista, ancora una volta, dimostra la propria sensibilità nei confronti delle tematiche umane. Anche se all’apparenza possono sembrare dinamiche infantili, Dolan gli conferisce peso e dà voce a quelle aspettative e a quei silenzi insiti negli amori immaginari.

Tra melodramma e commedia, “Les amours imaginaires” si presenta come un’opera originale e di forte impatto estetico. Colori sgargianti e musica pop attraverso i quali Dolan fa parlare i protagonisti. Una patina di romanticismo avvolge l’intera pellicola, che racconta i sogni e le delusioni amorose ricordando che non è importante cosa si sogna o cosa si desidera. L’importante è non smettere di farlo.

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Lupin, la seconda stagione della serie Netflix delude le attese

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Lupin ladri francia su Netflix

Dopo il discreto successo avuto dalle prime 5 puntate uscite l’8 gennaio, Netflix ha lanciato la seconda parte di “Lupin, sulle orme di Arsenio” questo 11 giugno.

La prima stagione della serie si era conclusa con un finale aperto. Il rapimento del figlio del protagonista Assane Diop (Omar Sy) fu una trovata giusta per creare suspence e attesa per il continuo della storia.

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LUPIN: TRA FUGHE E BANALITÀ

La trama risulta però banale e con pochi colpi di scena. La storia del vero Arsenio Lupin, al quale il personaggio principale si ispira per il suo stile di vita, è invece un continuo spettacolo e capovolgimento di fronte.

L’intreccio narrativo si inserisce, ancora una volta, in una Francia razzista. Sembra però una forzatura. Come la scena in cui Assane entra in un bar in Normandia e si capisce che a causa del colore della sua pelle nessuno è disposto ad aiutarlo. Il tema del razzismo, a partire dalla prima stagione, è ricorrente e un filo conduttore. É infatti questo uno dei motivi principali per cui Diop si ritrova a combattere una sua personale battaglia contro colui che incastrò suo padre anni prima.

Hubert Pellegrini, ricco francese, è l’antagonista per eccellenza che tra una frode assicurativa e una corruzione porta avanti la sua vita a discapito del suo autista che verrà accusato, ingiustamente, di aver rubato un collier da 60 milioni.

Le cinque puntate scorrono comunque abbastanza facilmente. Tra fughe con macchine rubate con antenne radio, arresti ed evasioni improbabili dal bagno, Assane Diop riesce ad avvicinarsi al suo obiettivo anche grazie all’aiuto di due complici. A questi, indirettamente, se ne aggiunge un terzo: il poliziotto Guedira. Il classico personaggio un po’ idiota che man mano diventa un “eroe”.

I riferimenti ai libri di Maurice Leblanc non mancano. Rispetto alla prima stagione ce ne sono forse ancora di più, con richiami a libri ed episodi legati a Lupin sicuramente meno conosciuti. Non mancano, ovviamente, i legami con l’arte del travestimento che in tutte le puntate è un leitmotiv.

UN ALTRO FINALE APERTO (NO SPOILER!)

Come per la prima parte della serie ispirata al personaggio di Arsenio Lupin, anche in questo caso gli ideatori George Kay e François Uzan hanno optato per un finale aperto.

Interessante la scelta dello spettacolo a teatro che richiama l’idea della spettacolarità delle fughe del famoso ladro gentiluomo. Così come anche la scoperta di un complice prima ben camuffato. Ma a parte questo la corruzione della Polizia e l’incontro tra Assane e Hubert era abbastanza scontato.

Il finale lascia comunque l’amaro in bocca. Bisognerà attendere la 3° stagione, per scoprire come finirà la rocambolesca vita del francese, che si scopre essere anche un cinico approfittatore dei sentimenti altrui.

Netflix ha infatti annunciato che “Assane Diop è sempre un passo avanti. Lupin tornerà per una terza stagione. La seconda stagione è in streaming dall’11 giugno“. La data ancora non c’è. Voci di corridoio parlano di gennaio 2022. Rimane sperare che, come per l’uscita di questa seconda parte, attori e produttori non lascino qualche indizio sui social.

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Il Signore degli Anelli: annunciato il ritorno al cinema

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Il signore degli anelli trilogia di Tolkien

Il Signore degli Anelli, torna sul grande schermo in Italia. È la Warner Bros ad annunciare questo ritorno della saga di Peter Jackson a 20 anni dall’uscita del primo capitolo ispirato all’opera di J. R. R. Tolkien.

In occasione di questo anniversario la casa cinematografica ha deciso di riportare la trilogia nelle sale in queste date:

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-22/26 luglio: “Il Signore degli Anelli- La compagnia dell’Anello”.

-27/30 luglio: “Il Signore degli Anelli- Le due torri”.

-31 luglio/4 agosto: “Il Signore degli Anelli- Il ritorno del re”.

Non saranno le versioni viste al cinema all’epoca, ma estese e rimasterizzate in 4k dallo stesso Peter Jackson. Si tratterà dunque degli adattamenti usciti già nelle sale americane e cinesi rispettivamente a febbraio e ad aprile.

Sarà dunque l’opportunità di riscoprire tre dei film migliori delle ultime due decadi. La storia di Frodo, della Terra di Mezzo e di Sauron.

IL SIGNORE DEGLI ANELLI: SERIE E ANIME

In attesa di questo evento ci sono anche altre notizie riguardo la trilogia. In attesa della serie di Amazon Prime Video, che adatterà il periodo della Seconda era narrato da J.R.R. Tolkien, New Line Cinema, la divisione di Warner Bros. che già aveva prodotto le due trilogie cinematografiche firmate da Peter Jackson, ha annunciato un film animato sempre tratto dall’universo narrativo della Terra di Mezzo.

Il titolo originale per il momento è The Lord of the Rings: The War of the Rohirrim. Pare si tratti di un lavoro standalone, che non ha dunque la pretesa di inaugurare una saga. Alla regia c’è già Kenji Kamiyama, che probabilmente adotterà uno stile contemporaneo giapponese.

La sceneggiatura si baserà sulla guerra di Rohirrim. Si ricollegherà dunque al Fosso di Helm, il luogo in cui ne “Le due torri” avvenne la battaglia tra le forze malvagie di Sauron e l’alleanza di umani, elfi e nani. Sempre in quella fortezza centinaia di anni prima si combattèun scontro guidato dal fondatore del Fosso stesso, Helm Mandimartello, re di Rohan.

Ma non ci sono ancora notizie e dettagli ufficiali. In attesa di ciò non rimane che comprare i biglietti per le date della riproposizione al cinema della trilogia originale.

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