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Interviste

Dalla & Pallottino: lo storico sodalizio artistico nel nuovo libro di Massimo Iondini

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A nove anni dalla sua morte, Lucio Dalla continua a raccontare di sé attraverso le parole del giornalista Massimo Iondini che lo fa protagonista anche del suo secondo libro “Dice che era un bell’uomo… – Il genio di Dalla e Pallottino” (Edizioni Minerva). Anche il primo, “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla“, dato alle stampe nel 2020, si concentrava sul cantautore bolognese e sul rapporto con Paola Pallottino, colei che ha scritto alcuni dei testi più famosi di Dalla come “4 marzo 1943”, “Un uomo come me”, “Il gigante e la bambina” e “Anna Bellanna”. E proprio a distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione di “4/3/1943” il giornalista, anch’esso bolognese, decide di “aggiungere un altro tassello” alla bibliografia Dalliana e racconta un periodo ben preciso della carriera di Lucio e una particolare collaborazione, quella con Paola Pallottino.

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E’ stata lei a dare vita al capolavoro di “4/3/1943”, in origine “Gesubambino”, attraverso un testo molto personale che contiene, nonostante alcune censure e modifiche in corso d’opera per permettere a Lucio di partecipare a Sanremo, anche un tema decisamente sentito all’epoca dell’uscita del brano, nel 1971. Tanto sentito che all’indomani dell’esecuzione all’Aristorn, arrivò all’organizzazione del Festival una lettera di una ragazza madre che ringraziò Lucio Dalla e gli organizzatori per il coraggio dimostrato per aver toccato un tema così scottante. “Evidentemente le ragazze madri in quel periodo non erano pochissime – spiega a The Walk of Fame Massimo Iondini – il conflitto era terminato non da così tanto tempo per cui i figli della guerra in quel periodo avevano 25 anni...”

Il suo primo libro uscito lo scorso anno si intitola “Paola e Lucio – Pallottino, la donna che lanciò Dalla”. Da poco è uscito il nuovo libro sempre incentrato sulla figura del cantautore bolognese. Come mai questa affezione nei suoi confronti?

Perchè credo che sia il più “grande” di tutti, ma del resto lo diceva anche Fabrizio Dè Andrè che diceva che Dalla era quello che meglio di tutti e più di tutti aveva sintentizzato “l’alto” e il “popolare”. Sapeva conciliare in maniera perfetta e sintetica questa doppia aspirazione che tutti hanno: quella di essere qualitativamente “alti” nella loro espressione artistica e musicale e quella di essere allo stesso tempo “popolare”. Lucio ha ben sintetizzato tutto ciò. A fronte di alcuni dischi che possiamo definire “impervi e molto intellettualistici”, come quelli fatti con Roversi tra il ’73 e il ’76, ci sono poi dischi più popolari e fruibili. Arrivo al centro della domanda e al perchè io abbia realizzato questo libro: perchè racconta un periodo limitato e una specifica collaborazione. È il Dalla delle origini in cui sono già presenti in noce tutti i temi e semi che poi svilupperà successivamente. La collaborazione con Paola Pallottino è poi al centro della mia attenzione perchè, di tutta la nutrita bibliografia Dalliana, su questo non c’era nulla, per cui con questo lavoro aggiungo un tassello che mancava e che non poteva mancare.

Quando scatta la scintilla artistica tra Lucio e Paola?

Il loro primo disco pubblicato è dell’aprile del ’70 quindi hanno iniziato a frequentarsi alla fine del ’69, in modo abbastanza casuale e fortuito. Lei si dilettiva a scrivere ma era un’illustratrice di fiabe e poi è diventata la più grande storica dell’illustrazione italiana e storica dell’arte. Lucio invece era un musicista: due mondi artistici sì, ma lontani. Si sono avvicinati quando il critico jazz Umberto Santucci ha proposto a Paola di far leggere i suoi testi a Lucio Dalla. Lei era a Bologna perchè il marito architetto aveva vinto un concorso al comune. Così l’ha chiamato e glieli ha fatti leggere. Lucio rimase subito colpito dalla novità che avevano questi testi. Lui, all’epoca, era già un personaggio. A Bologna si era fatto conoscere attraverso il jazz ed era entrato giovanissimo nella Rheno Jazz Band dove c’era anche Pupi Avati. Poi ha iniziato a cantare e aveva anche una coppia di autori fidati: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti della RCA. Lucio per la sua vena così originale e per la sua curiosità era la persona più adatta ad intercettare questi testi così metaforici, visionari e ricchi di spunti anche onirici, letterari e fiabeschi. Per cui è stato molto interessante questo connubio ed è stato preparatorio rispetto alla successiva collaborazione con Roberto Roversi, i cui testi erano di uno spessore assolutamente unico, però molto più politici.

Massimo Iondini

4/3/1943: il primo momento di successo per Lucio Dalla, negli anni precedenti cosa non aveva funzionato?

Lucio piaceva tantissimo agli addetti ai lavori, ai discografici e ai musicisti ma non aveva intercettato il grande pubblico perchè le sue canzoni erano difficili, non erano immediate e di facile ascolto, per il modo di cantare e per certe sue soluzioni armoniche. Poi Lucio vestiva malissimo, era un antidivo, lo faceva apposta. Non aveva di certo un fisic du role perchè basso di statura, non bello e si presentava male di proposito, quasi per esaperare questa sorta di “scherzo della natura” che era da un punto di vista anche fisico. A differenza invece del suo amico Gianni Morandi che incarnava il divo musicale. Paola gli scrisse questa canzone anche a modi “risarcimento” nelle intenzioni, perchè lui era rimasto orfano dall’età di 7 anni . Lei voleva costruirgli questa canzone che fosse un pò biografica. Doveva essere una canzone sul padre ma poi è diventata una canzone sulla madre. La canzone è stata censurata, poi, sia nel titolo sia nel testo. Ma in un certo sento ha contributo a fare la sua fortuna, tant’è vero che nel libro prendo ad esame anche i quotidiani di quei giorni, durante il Festival, e tutti ne parlavano. La canzone non ha vinto ma è diventata la vincitrice morale della competizione e il testo della Pallottino è stato anche premiato da una speciale commissione presieduta dal grande Mario Soldati.

All’interno del suo libro ci sono testimonianze esclusive illustri da Gino Paoli a Gianni Morandi, che ne ha curato l’introduzione, Pupi Avati, Renzo Arbore, Ron, Maurizio Vandelli, Angelo Branduardi e tanti altri: qual è quella che ricorda particolarmente con maggior sentimento?

Beh quella di Arbore contiene un bel ricordo, familiare e intimo, di quando la mamma di Dalla con il piccolo Lucio andava tutte le estati in Puglia. Lei faceva la modista e andavano a vendere capi d’abbigliamento. Una delle clienti della signora Iole (mamma di Lucio Dalla ndr) era la signora Arbore. Renzo, più grande di Lucio di circa 7 anni, mi aveva raccontato che giocava con lui, lo intratteneva e lo teneva sulle ginocchia mentre le signore erano intente a scegliere i capi. Quando poi si videro per la prima volta in RCA negli anni ’70, Lucio chiese a Renzo “Tu sei il figlio della signora Arbore che comprava i vestiti da mia mamma?” Poi Arbore è stato un gran tifoso di Dalla fin dagli inizi, infatti quando conduceva insieme a Gianni Boncompagni “Biandera Gialla” metteva sempre le canzoni di Dalla, mentre Boncompagni diceva “questo qui non venderà mai nulla”! (ride ndr). Cos’altro accomunava Renzo e Lucio? la matrice jazzistica. Un altro bel ricordo è quello di Gino Paoli che è stato lo “scopritore” del Dalla cantante. Litigarono anche, nel 1967, quando Dalla partecipò al suo secondo Sanremo. Quell’edizione particolare si ricorda perchè morì Luigi Tenco, e Gino Paoli, qualche tempo dopo, si arrabbiò con Lucio perchè si aspettava da lui che si rendesse promotore di qualche iniziativa, addirittura quella della sospensione del Festival, perchè era scomparso un partecipante della competizione. Paoli, anni dopo, mi ha confessato che si rendeva conto che in quel momento era difficile avere la lucidità di prendee una decisione di quella portata.

Nel libro scrive “Nato per essere solo: questo era l’assioma esistenziale di Lucio”. Era proprio così?

Questo era quello che lui avvertiva nel profondo della sua anima. Quel verso è tratto da una canzone contenuta nell’album “Ciao”, alla quale ha voluto mettere un titolo in inglese: “Born to be alone”. Anche il fatto di averla voluta dire in inglese è un mascheramento, è una confessione a se stesso che però detta in inglese è un pò camuffata. Lucio, in effetti, ha sempre sofferto potentemente l’essere diventato orfano troppo presto, sofferenza aumentata poi anche dal fatto che madre natura gli aveva giocato un brutto scherzo facendolo crescere troppo poco. Poi uno scherzo glielo fece sua mamma che, vedendolo sviluppare poco in altezza, durante il periodo della pubertà lo mandò da un endocrinologo infantile. Il risultato fu una cura ormonale che lo riempì di peli più di quelli che già aveva.

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Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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Ruben Coco: “La musica? Una salvezza. La comicità? Una sorta di reazione”. L’intervista

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Musica e comicità. Due mondi apparentemente lontani, posti quasi sempre in contrasto tra loro: come se l’una escludesse l’altra e viceversa. Eppure per Ruben Coco, cantautore e musicista di Avezzano, non è così. Classe 1979 e con una propensione sin da piccolo per l’espressione artistica, Ruben si è fatto conoscere a livello nazionale in primis per la sua musica. Un lungo percorso fatto di studi e concorsi che lo portarono ad aprire, nel 2010, il concerto del leggendario B.B. King all’Auditorium Parco della Musica. E poi ancora la partecipazione al Festival Dei Due Mondi e a Umbria Jazz ed il secondo posto al Premio Lucio Dalla. Insomma, quella del marsicano Ruben Coco è una carriera professionale fatta di tanti traguardi e successi, tanto da essere ora un affermato maestro di canto.

Ma, come dicevamo all’inizio, c’è anche un lato comico e più goliardico che ha reso Ruben Coco famoso e conosciuto. Tutto è iniziato con dei brevi video comici in dialetto avezzanese. Poi la svolta con il programma Propaganda Live che più volte ha mandato in onda alcuni suoi video dove ridoppiava, cantandoli, dei volti noti della politica. Una formula semplice ed efficace attraverso la quale il cantautore ha coniugato il suo lato musicale con quello goliardico, reinventando di fatto un modo di fare comicità.

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Questa, chiaramente, è solo la punta dell’iceberg, poiché dietro il percorso artistico di Ruben Coco c’è molto di più. Proprio per questo motivo abbiamo scambiato con lui due chiacchiere per cercare di capire meglio il suo background. Quindi, senza indugiare oltre, vi lasciamo all’intervista. Buona lettura.

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Ruben Coco: musicista, cantautore, diplomato al CET di Mogol ed anche insegnante di canto e pianoforte. Una vita intera dedicata alla musica. Com’è nato questo amore viscerale e cosa poi ti ha spinto a dedicartici così attivamente?

L’amore è nato per una caratteristica innata. Non ho dovuto studiare per fare canto, perché era una cosa che già mi riusciva naturalmente. Da piccolo ho iniziato a studiare pianoforte, mentre il canto l’ho perfezionato semplicemente provando e suonando con gli amici. In conservatorio ho poi ampliato i gusti e gli stili. Inoltre c’è da dire che l’amore per la musica è nato anche grazie alla mia situazione a casa. Mio padre suonava l’armonica, mia madre invece cantava sempre, mio nonno suonava la fisarmonica… Insomma, in famiglia la musica c’è sempre stata.

La tua è una carriera che ha portato grandi traguardi, come l’apertura del concerto di B.B King, la presenza come cantante nello spot della Puma o la partecipazione ad Umbria Jazz. Quanto sono state importanti queste esperienze nella tua formazione professionale e come persona?

Beh sicuramente mi hanno fatto assaporare un po’ di professionalità. La mia carriera in generale è sempre stata di alti e bassi. Questo settore non è un mondo facile, anche per chi, come me, ha avuto la fortuna di fare queste esperienze. Però sono comunque piccoli traguardi che ti fanno capire che se ad una cosa lavori bene i risultati arrivano.

Prova ad immaginare il te stesso di anni fa, magari quando eri ancora indeciso su cosa fare e con mille progetti in mente. E poi al Ruben Coco di oggi. Oltre ad una sana dose di motivazione, e magari un pizzico di fortuna, quale pensi sia stato l’ingrediente segreto della tua crescita artistica e professionale?

Sicuramente la mia famiglia che mi ha educato con la libertà: ero sempre libero di scegliere. Anche se dietro alle libere scelte, oltre le eventuali gioie, c’è sempre la possibile fregatura. Come si suol dire: oneri e onori. Quando in quel momento fai una precisa scelta pensi che sia quella migliore, altrimenti ne faresti un’altra. Ma comunque, senza scadere nella filosofia spicciola, ciò che mi porto da sempre dietro è la libertà. Ho visto gente dell’età mia che ha dovuto abbandonare il proprio sogno, quindi mi ritengo molto fortunato.

Oltre al lato musicale tu sei conosciuto anche a livello comico. Su Facebook posti spesso video in dialetto avezzanese goliardici. Come hai scoperto di avere questa capacità di far ridere? E cosa ti ha spinto, poi, a condividerla con gli altri?

La capacità di far ridere è nata già alle medie. All’epoca non ero l’uomo bellissimo che sono ora (ride, n.d.r.). Di base, fisicamente parlando, ero tutto l’opposto dei parametri estetici che magari una ragazzina guardava. Consapevole di ciò, mi sono dovuto sforzare di fare breccia con altre qualità: è stata una sorta di reazione. Chiaramente devi esserci anche un po’ portato ed avere la creatività che ti permette poi di far ridere.

Una domanda che ti avranno fatto in tantissimi: com’è nata la collaborazione con Propaganda Live?

Ho cominciato guardando i video geniali di Fabio Celenza e da lì ho preso lo spunto: fare una cosa simile in chiave musicale. Mettevo una melodia di base e cantavo sopra il labiale dei politici. Poi tutti mi hanno consigliato di iscrivermi su Twitter, perché Propaganda è molto attiva lì. Prima non avevo mai usato questo social, anzi lo snobbavo un pochino. Ho iniziato a postare i miei video e a taggarli, e con un po’ di fortuna sono arrivato a loro, grazie anche alle tante segnalazioni degli utenti.

La svolta, e la gran botta di fortuna, ci fu con il video di Letta quando divenne il nuovo segretario del PD. All’epoca il partito non se la passava bene e lui venne visto un po’ come una cura. Così ho usato la melodia de “La Cura” di Battiato sotto le parole di Letta. Oltre ad essere stato il punto di svolta con Propaganda è stata anche un po’ la mia condanna perché tutti volevano altri video. Comunque, stavo sempre sul pezzo per monitorare le varie svolte e aggiornamenti politici e creare poi il contenuto più adatto. Dopo un mese mi hanno chiamato e da allora tutti i video che avete visto mi sono stati commissionati.

Pensi che musica e comicità possano convivere o cerchi sempre di tenere questi due lati separati? Cioè: da una parte il Ruben Coco artista e compositore, dall’altro il Ruben più comico e goliardico. Che rapporto c’è tra questi aspetti?

È sempre stato un conflitto fino a poco tempo fa. Poi mi sono reso conto che erano due aspetti talmente forti che farli contrastare era controproducente. Inutile farsi la guerra, e quindi ho iniziato ad integrarli. Se sto facendo un live di brani miei sicuramente non mi limito se mi scappa una battuta o un momento più goliardico. Diciamo che in cantiere c’era anche l’idea di portare uno spettacolo musicale comico, ma non è così semplice. Adesso comunque i due lati viaggiano insieme, basti vedere i video dei politici che sono sia comici che musicali.

Cos’è per te la musica? Cosa vuoi comunicare con essa?

La musica è espressione. Ognuno la usa come può: per guadagno, per divertimento, per esprimersi al 100%. La musica non è solamente di chi la fa, ma anche di chi l’ascolta. È un’entità che ha un utilizzo così soggettivo che non la si può inquadrare in uno schema o con qualche aggettivo. Per me è stata una salvezza che mi ha aiutato ad uscire dal guscio, dato che da piccolo ero timido ed insicuro.

Essendo un maestro di canto e pianoforte hai a che fare con ragazzi di tutte le età, che magari sperano di farsi conoscere un giorno per la loro arte. Cosa ti sentiresti di dire loro per il futuro?

Gli direi che se vogliono dedicare la loro vita alla musica devono impegnarsi al massimo. Ma di tenere presente anche che ci troviamo in un mondo, e in una nazione, dove spesso va più avanti l’immagine che la creatività. Però l’immagine è qualcosa di artificiale e se non rispetta più determinati standard la si può modificare fino ad un certo punto. Più che cercare il successo bisogna cercare il valore, perché il primo te lo danno gli altri. Se hai 100mila followers e poi il giorno dopo Instagram crasha o si decide che il social non è più il parametro per il successo, di quei numeri non te ne fai più nulla. Però magari hai il valore, e quello resta: potrai sempre suscitare qualcosa negli altri con la tua musica. Deve essere più una ricerca interna che esterna. E soprattutto, bisogna spaziare e sapersi adattare alle situazioni. Fate sempre tante cose e siate competitivi.

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Addio a Calasso, Adelphi perde la sua colonna portante

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roberto calasso

Scomparso a Milano, all’età di 80 anni, lo scrittore ed editore Roberto Calasso, presidente e consigliere delegato della casa editrice Adelphi. Soffriva da tempo di una malattia. Saggista e narratore, nel 1962, a soli 21 anni, entrò a far parte di un piccolo gruppo di persone che, insieme a Roberto Bazlen e Luciano Foà, stava elaborando il programma di una nuova casa editrice: sotto la sua guida, Adelphi è diventata uno dei marchi più importanti nell’editoria di qualità.

Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi due libri, “Bobi” e “Memé Scianca”. Fin dalla fondazione, Calasso è stato l’animatore di Adelphi, diventandone nel 1971 direttore editoriale e nel 1990 consigliere delegato. Dal 1999 era anche presidente della casa editrice.

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Niccolò Fabi, emozioni che scivolano tra parole e musica sperimentale

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paesaggi sonori

Tra tutte le arti, la musica sembra quella più effimera: in teoria cessa di esistere quando chi suona si ferma. In pratica, continua dentro di noi, mostrando forza nella sua fragilità, col suo potere di seminare domande, speranze, sogni e inquietudini. Ne è ben consapevole Niccolò Fabi, la cui sfida è quella di dare alle sue canzoni la forza evocativa del racconto, in un equilibrio da cercare tra un testo e una coda strumentale sperimentale che lasci il tempo a chi ascolta di dare un proprio significato alle parole.

Sullo sfondo i paesaggi al tramonto del sito archeologico di Peltuinum, nell’area di Prata d’Ansidonia (L’Aquila), in Abruzzo, in occasione di quello che forse è l’appuntamento più atteso di Paesaggi sonori, il festival che dissemina musica tra le rovine con diverse location mozzafiato, una rassegna di concerti che, talvolta, prevede anche un’escursione in trekking fino a raggiungere i teatri naturali dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente circostante.

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Venerdì 30, il “Tradizione e Tradimento Tour 2021” porterà il cantautore romano proprio a suonare in questa scenografia divenuta ormai uno dei simboli del festival, tra le mura dell’antica città vestina fondata tra il I e il II secolo a.C., incorniciata a nord dal massiccio del Gran Sasso d’Italia e a sud dal gruppo montuoso Sirente-Velino. Un luogo che lo stesso Fabi definisce un “amplificatore di emozioni”.

Paesaggi sonori ha fatto il suo debutto ad Alba Fucens con il concerto di Ramon Moro e proseguirà domenica 8 con Alicia Edelweiss all’Altopiano del Voltigno (Villa Celiera). Sabato 21 sarà la volta di Shigaraki e Stefano Pilia – live al Cratere del Sirente – Secinaro. Dunque, Paolo Angeli sabato 28 al parco archeologico di Ocriticum di Cansano. Tutte le località si trovano in Abruzzo. Il festival vede la direzione artistica di Flavia Massimo e la direzione logistica di Massimo Stringini. Sul palco con Fabi anche i compagni di viaggio Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele “mr Coffee” Rossi e Filippo Cornaglia. Il concerto si propone come una vera e propria esperienza in cui immergersi, lasciandosi trasportare da 2 ore ininterrotte di musica. Un movimento continuo in cui le parole e il suono si mescolano.

Un viaggio tra i sentimenti con cui Niccolò Fabi, muovendosi con totale libertà artistica libero da schemi e generi di appartenenza, mette in scena le verità raccontate attraverso le sue canzoni. Un crescendo continuo di emozioni che passa attraverso i racconti di brani come “Evaporare”, “Una somma di piccole cose”, “Filosofia Agricola”, “Elementare”, fino ad arrivare a “Una buona idea”, “Diventi Inventi”, “Il negozio di antiquariato”, e “Lasciarsi un giorno a Roma…” solo per citarne alcune. Un percorso che arriva fino all’ultimo album in studio “Tradizione e Tradimento” del 2019.

Niccolò Fabi (foto di Melania Stricchiolo)

Com’è stato tornare in tour?
È una gioia vedere la macchina ripartire, trovare spettatori felici di poter rivivere questo momento così simbolico dell’aggregazione emotiva e fisica che è il concerto. Personalmente sono abituato a trascorrere del tempo lontano dal palcoscenico, alle pause, e penso che gli artisti, o almeno i più famosi, possano permettersi anche economicamente uno stop e farlo risultare fruttuoso. Ma per un fonico da palco, per un backliner, non c’è creatività nello stare fermi, è solo una menomazione, una preoccupazione. Ritrovarci in giro insieme è stato come risentire il sangue che circola nelle nostre vene alla giusta velocità.

Come ha vissuto questo periodo da un punto di vista personale e artistico. Cosa è mancato di più?
Personalmente l’aspetto che è mancato meno è proprio quello del musicista, perché non vivo di solo palco e anche in passato mi è capitato di fare lunghe pause tra un tour e l’altro. È indubbio che veniamo tutti da un inverno molto lungo, e adesso c’è bisogno di un po’ di primavera. Ciò che è mancato più di ogni altra cosa è la condivisione. Adesso c’è il desiderio di riappropriarci, emotivamente e fisicamente, della dimensione che ci fa stare l’uno accanto all’altro: la rappresentazione storica più antica dello “stare insieme”. È sicuramente un momento molto difficile e non sappiamo a livello macroscopico le reali conseguenze che questa pandemia lascerà. Come cittadino del mondo sono preoccupato. Artisticamente, invece, non ho trovato questo periodo molto ispirante. Devo aspettare qualche mese per capire cosa è rimasto dentro di me di questa esperienza e se può o meno diventare un racconto. In questo momento non noto nessuna traccia di quello che abbiamo vissuto, ma non c’è stata ispirazione forse anche perché venivo da una fase della vita in cui volevo dedicarmi ad altro. Era appena cominciata la tournée invernale del tour di Tradizione e Tradimento (ultimo disco uscito ad ottobre 2019), il momento della riflessione era alle spalle, volevo aprirmi, e questa invece è stata un ulteriore esperienza di chiusura e di preoccupazione.

Tra recuperi del tour precedente, sospeso dal Covid, e nuove date, ha davanti un’agenda molto fitta..
Sì, siamo impegnati tutta l’estate con oltre trenta date. È un gran risultato, perché non ho fatto Sanremo, né promozione, non ho usato i social, eppure siamo riusciti a mettere insieme un tour con tanti concerti. Forse esprimo uno stato d’animo che può essere di conforto, credo ci sia bisogno di attraversare le proprie difficoltà, e noi siamo qui per questo.

Quanto il tempo che abbiamo trascorso incide sullo spettacolo che la gente viene a vedere?
I miei concerti vivono un orizzontale coinvolgimento emotivo. Si tratta di un viaggio musicale emotivo fatto insieme a persone con cui condivido tutto. Tutti noi abbiamo vissuto (e stiamo vivendo) un’esperienza straordinaria, ma nella stesura della scaletta del concerto non sento l’esigenza di guardare ai miei brani in quest’ottica. Le mie canzoni vivono una dimensione che è più onirica e simbolica. Ho anche la fortuna di avere un repertorio che nel suo complesso si occupa di smarrimenti, di perdite di equilibrio. Per me forse è più facile rispetto ad altri misurarmi con una situazione in cui le persone devono assistere ad un concerto sedute. Mi rendo conto che altri generi musicali e altri artisti che contano molto più sull’intrattenimento, sul contatto fisico e sul ballo, sono più penalizzati di me. Io sono abituato a fare un concerto che viene vissuto intimamente, non devo stravolgere il mio racconto. Poi, certo, lo sto costruendo in maniera diversa per dare elementi di sorpresa a chi mi ascolta, insieme a quei momenti di conforto che magari si aspettano e che è giusto ci siano. Come artista non so cogliere l’emozione del mentre, sono più bravo nelle sfumature del poi. Forse più avanti saprò testimoniare questo psicodramma che abbiamo e stiamo ancora vivendo. Ho paura che a causa del virus il vecchio mondo ce lo siamo lasciati alle spalle. Come sarà quello nuovo proprio non lo so, ma non sono ottimista.

Due ore ininterrotte di musica in cui le parole e il suono si mescolano andando a creare una condizione “spirituale” ed “emotiva”..
Sarà un viaggio fatto del mio linguaggio, della mia quotidianità. La musica dà senso alle mie giornate, come utente e come lavoratore della musica, ha dato la cadenza a tutta la mia vita negli ultimi 30 anni. Le canzoni sono solo canzoni, testimonianza di quello che ho vissuto. E poi sono uno strumento molto potente, ma da vivere in maniera serena, che può lasciare al pubblico un momento di commozione, un sorriso o suscitare un ricordo. Questo perché cambiamo noi, non le canzoni. Un anno un concerto ti può regalare qualcosa, e l’anno successivo dell’altro. Dipende dallo stato d’animo con cui il pubblico si approccia. Non ci saranno grandi effetti speciali, ma qualche piccola sorpresa. Ci sono un paio di pezzi che non faccio da molto tempo, alcuni che non ho mai realizzato dal vivo prima e altri che si ripetono, ma arrangiati in modo diverso. Per il resto il mio concerto vive di equilibri emotivi che non si possono stravolgere. Ci deve essere la giusta misura tra sorpresa e rassicurazione. Sia per chi ascolta che per chi suona. Come piccola sorpresa c’è una pausa, chiamiamola così, durante la quale passo la palla ai tre validi cantautori con cui condivido il palco (Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco – la band è composta anche dal batterista Filippo Cornaglia e dal tastierista Daniele “Mr Coffee” Rossi). Loro continueranno il mio racconto con una canzone a testa. È qualcosa che non avevo mai fatto e funziona, è proprio un bel momento.

Il suo ultimo album “Tradizione e Tradimento” è del 2019..
Già, è uscito da un anno e mezzo ormai e le sue canzoni sono finite in quel “grande cassetto” da cui attingo cose senza stare a guardare l’anagrafe. Ecco perché il concerto non si focalizza particolarmente sul solo repertorio di Tradizione e Tradimento, ma si concentra un po’ su tutta la mia produzione.

La scaletta cambia di data in data?
A me non piace cambiare. Una volta che ho trovato un racconto, è come uno spettacolo teatrale: non è che dici “dai, oggi nel secondo atto togliamo questa parte e ne mettiamo un’altra”. La mia problematica è trovare nella scaletta il giusto equilibrio, ecco perché magari nelle prime date faccio degli aggiustamenti. Ma poi il viaggio resta uguale e l’emozione si rinnova comunque ogni sera.

Peltuinum: foto di Fabrizio Giammarco per Paesaggi Sonori

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