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11 anni senza Michael Jackson: l’autopsia, il corpo martoriato e i ritardi nella richiesta di soccorso

Federico Falcone

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Sono passati undici anni dalla morte di Micheal Jackson. Le sue hit continuano a essere passate in radio senza dare segnali di usura e l’alone di mistero che ha sempre contornato la sua vita è più vivo che mai. Il Re del Pop non è mai stato un essere umano come tanti, diciamoci la verità. Cresciuto sotto ai riflettori, arrivato rapidamente al successo planetario, creatore di stili e trend, il nativo di Gary ha segnato per sempre la storia della musica. Badate bene, non solo quella pop. Tra tour leggendari e ville inimmaginabili, tra accuse e processi, Jacko ha vissuto la propria esistenza sempre al limite. In molti supponevano che non sarebbe vissuto a lungo, logorato da psicosi, scandali, disturbi e patologie di vario tipo. Cosa accadde realmente quel 25 giugno del 2009 resta ancora, per certi versi, indecifrabile.

L’autore di “Bad” e “Thriller” rincasò il 24 giugno verso mezzanotte dopo aver provato in studio Thriller e Earth Song . Si preparava alle date estive e agli appuntamenti di Londra. Conrad Murray, suo medico personale, lo seguì per somministrargli dei farmaci in quanto Jackson non riusciva a dormire. Erano le 10:40 del 25 giugno 2009 quando Murray mise la maschera dell’ossigeno a Jackson e poi gli iniettò, in via endovenosa, il Propofol.

Jacko smise di respirare. A nulla valse il massaggio cardiaco di Murray (anche perché sul letto, quindi su una superficie morbida). Il medico chiamò l’ambulanza quasi un’ora dopo, con colpevole, colpevolissimo ritardo. All’arrivo dei sanitari non c’era più nulla da fare, però. Il Re del Pop era deceduto.

Il certificato di morte riporta: “arresto cardiaco determinato da un’intossicazione acuta di Propofol“. Quest’ultimo è un potente farmaco anestetico (usato all’occasione come antidolorifico) da somministrare per via endovenosa. Questa la versione ufficiale. Ma qualcosa destò subito l’attenzione di chi accorse al capezzale di Jackson, medici, infermieri o figure a lui vicine. Il corpo era pieno di tagli, ecchimosi, piaghe. Condizioni che spinsero a ulteriori indagini e approfondimenti e che portarono alla condanna per omicidio di Conrad Murrey, il suo medico personale, reo di aver somministrato la dose letale. Questi si è sempre ritenuto innocente, adducendo a Jacko la volontà di ricevere la dose di Propofol. Ovviamente la controprova non l’avremo mai.

L’accusa per Murray fu di omicidio colposo. “Murray non solo non si è assunto nessuna responsabilità sulla morte di Jackson, non ha mai dimostrato nessun pentimento per una pratica quanto meno discutibile, ma anzi è arrivato ad accusare lo stesso cantante di essere il responsabile della sua stessa morte”, scrisse il giudice Michael E. Pastor nella sua sentenza.

L’insonnia, gli attacchi di panico, i dolori perenni (inevitabili conseguenze dei numerosi interventi chirurgici) lo spingevano a un uso costante ed eccessivo di sedativi e antidolorifici. I risultati dei controlli medici postumi alla morte furono in parte sconvolgenti. Ovunque, lungo il suo corpo, erano presenti segni di punture da ago, ematomi che li testimoniavano, ferite, croste e tagli, come quello riscontrato sulla schiena. Altro particolare rilevante: labbra, sopracciglia e parte della cute dei capelli erano tatuati, forse per rimediare a una bruciatura occorsa durante uno show di diversi mesi prima.

Orlando Martinez, Dan Myers e Scott Smith furono i tre detective della polizia di Los Angeles che per primi entrarono nella stanza dopo la chiamata ai soccorsi. Questa la loro testimonianza: “La stanza era piena di medicinali e attrezzatura sanitaria. Ma non solo, erano presenti anche un computer sul suo letto, una bambola molto realistica e anche una specie di pubblicità con foto di bambini. C’erano anche dei post-it, o pezzi di carta attaccati in tutta la stanza e specchi e porte con piccoli slogan o frasi. Non so se fossero testi o pensieri, alcuni di loro sembravano poesie, la camera da letto era… era un casino. La stanza in cui veniva trattato, non sembrava una stanza adatta a nessun tipo di trattamento medico”.

Se l’autopsia ha chiarito in parte il destino cui era andato incontro Michael Jackson, molto altro è rimasto fuori dalle spiegazioni ufficiali. Ci riferiamo, ovviamente, al corpo martoriato del cantante e ballerino, in parte come inevitabile conseguenza dei trattamenti medico-chirurgici, in parte devastato da una carriera logorante e usurante dal punto di vista fisico. La figura di Jacko è sempre stata avvolta nel mistero: dal cambio di colore della sua pelle e della sua fisionomia, dai presunti abusi su minori, dalle stanze segrete di Neverland e, infine, dalla morte. Aveva cinquant’anni quando è morto. C’è da scommettersi che non tutti furono all’insegna della felicità.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Se Stranger Things strizza l’occhio a Stephen King

Antonella Valente

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Dopo esattamente un anno dalla conclusione della terza stagione, ho ripreso in mano Stranger Things per rilanciarmi in un’appassionante maratona. Ho sempre ritenuto ingiuste le critiche di chi ha affermato che non tenga il passo delle precedenti e che, inoltre, sia anche sottotono rispetto a esse. Negli otto episodi che la compongono l’evoluzione della storia, dei personaggi e delle vicende che ruotano loro attorno è concreta e straordinariamente rappresentata, esattamente come accaduto nella seconda rispetto alla prima. E’ un’inevitabile e bellissima conseguenza chiamata, appunto, evoluzione. Ed è qui che il “piatto” e “scontato” citato da qualcuno fa acqua ed è fuori contesto, per usare un’espressione pulita. Cosa si aspettavano, un copia incolla infinito e una minestra riscaldata in eterno?

E’ una sceneggiatura perfetta, quella di Stranger Things, che in più passaggi ricorda da vicino alcune opere di Stephen King: i bambini e la loro lotta contro il male, il profondo senso di amicizia, il legame di amore-odio con la propria realtà di provincia, il sentimento cristallino e puro ostacolato da vicissitudini che, però, non potranno mai realmente scalfirlo e che verrà ricordato per tutta la vita. E poi, ancora, il passaggio all’età adolescenziale, la difficoltà nel lasciarsi alle spalle quella “infantile” nella quale ci si costruisce un mondo, si crede nei sogni e si spera nel fatto che questi possano avverarsi. Il dramma interiore di vedersi crescere, di capire di stare diventando adulti e maturi e che, quindi, nulla sarà più come prima. La consapevolezza che un capitolo della propria vita, quello più genuino, più dolce, più bello, più innocente è ormai alle spalle. 

E, per andare ancora più sul popolare, non si può non apprezzare la caratterizzazione dei personaggi, più vicini a un Los(V)ers Club di qualsiasi altro tentativo mai portato sul grande schermo. Il ricordo di un’estate di “Stand By Me“, i demoni interiori di It, le memorie del luna park di Joyland. C’è molto, in effetti, di King in questa meravigliosa serie che non ti stancheresti mai di guardare e che vorresti non finisse mai. In un connubio di citazioni, dai The Clash alla Storia Infinita, dalla Guerra dei Mondi a Guerre Stellari, da inquadrature alla Jurassic Park e da sottofondi musicali devoti al verbo dell’horror-fantasy anni ’80, la verità è che Stranger Things dei fratelli Duffer ha più personalità di quanto si voglia far credere o di quanto qualcuno voglia credere.

Resta da attendere solo la quarta stagione, forse l’ultima, forse la penultima. Ci sarà ancora un’evoluzione, ci deve essere. Perché al centro della trama della serie c’è la vita di un gruppo di bambini che, però, diventano adolescenti. E allora l’inevitabile passo sarà quello di scoprire quale strada avranno preso le loro vite. Con buona pace dei detrattori e di coloro che amano la minestre riscaldate.

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Risate e apoftegmi musicali all’ombra del Gran Sasso con Greg e Max Paiella

Federico Falcone

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Anvedi che strina“. Esternazione, questa, derivante da un mix linguistico tra il romanesco e l’aquilano, che meglio non potrebbe descrivere il clima autunnale presente ieri all’Aquila in occasione di Apoftegmi Musicali, spettacolo avente per protagonisti Greg (Claudio Gregori del duo Lillo&Greg) e Max Paiella, entrambi romani, appunto. Amici inseparabili, artisti spesso convergenti su progetti da condividere, tanto nel settore musicale quanto in quello teatrale o d’intrattenimento più in generale, hanno dato vita a uno show ricco di sketch e risate, fortemente influenzato da una corrente di contagiosa positività. Che, a scanso di equivoci, è quanto di più necessario occorra in tempi assurdi come quelli che stiamo vivendo.

Nonostante fosse la metà di luglio, la “strina“, cioè il vento freddo tipico delle zone interne dell’Abruzzo, per un serata ci ha fatto dimenticare di essere in estate. La centralissima piazza Duomo, affollata per l’occasione, era ugualmente bellissima, ancora ferita dal sisma del 2009, ma orgogliosa nel rivendicare la sua disponibilità a ospitare eventi e manifestazioni culturali, anche se a condizioni diverse dalla normalità. Sedie distanziate e mascherine tra i presenti, un colpo d’occhio a cui abituarsi non sarà facile ma che attualmente è inevitabile. Le normative vigenti lo impongono e pur di ripartire e dare voce al settore cultura e spettacoli è un compromesso più che accettabile.

Alle 21.30 spaccate il duo ha fatto la sua apparizione sul palco. “Apoftegmi musicali” è un vorticoso spettacolo in cui ai tradizionali stornelli romani si alternano quelli della tradizione romena, dove i dialoghi comici in cui Greg e Max, immersi nel buio della vita, ma illuminati da due faretti sottostanti, ironizzano sui rapporti interpersonali in modo surreale, assurdo e grottesco. Con battute a tratti ciniche, a tratti talmente sibilline da lasciare il pubblico interdetto. Sketch divertenti e in alcuni casi improvvisati grazie alle contingenze del momento, hanno reso l’atmosfera leggera ma dinamica.

Una serata, quella prevista all’interno del cartellone de “I Cantieri dell’Immaginario” che ci ha riconciliati con la normalità, seppure parziale per le misure che bene abbiamo imparato a conoscere, antecedente all’emergenza covid. Una risata può davvero salvarti la vita o, quanto meno, farti dimenticare le preoccupazioni del momento e le contraddizione di un periodo storico che sembra più un girone dantesco che una fase della nostra esistenza. Ripartire da qui, dallo spettacolo, dall’intrattenimento, dalla voglia di condivisione che alimenta le nostre passioni. E grazie a Greg, a Max e a chiunque altro salga sul palco per ricordarci quanto sia importante, nel sistema Italia, il settore cultura. Forse non considerato con le dovute attenzioni.

Sedie distanziate, mascherine tra il pubblico, autocertificazioni. Una piazza Duomo ancora ferita dal sisma del 2009. Una strina autunnale. Passa tutto in secondo piano di fronte agli sketch, ai paradossi e al nonsense di “Apoftegmi Musicali”, esilarante show di Claudio “Greg” Gregori e Max Paiella. Dio salvi lo spettacolo dal vivo, la musica e la risata facile. Gloria allo spirito, al grottesco e agli stornelli. Ai canti popolari, al country, al blues e alla genziana. Una serata di anormale normalità, finalmente!

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13 luglio 1973, i Queen pubblicano il primo album e danno il via alla leggenda

Federico Falcone

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A vedere l’enorme appeal che i Queen hanno ancora oggi sul mondo della musica internazionale, ma anche su quello dell’immaginario collettivo a trecentosessanta gradi, si fatica a credere che oggi, 13 luglio 2020, ricorra il quarantasettesimo anniversario dal loro debutto discografico. Quasi mezzo secolo. Un lasso di tempo enorme per chiunque, figuriamoci per chi, come la band inglese, ha di fatto chiuso la propria storia il 24 novembre del 1991, con la morte dell’insostituibile leader Freddie Mercury.

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Non vogliamo essere cassazionisti, cinici, freddi o distaccati, ma tutto ciò andato in scena dopo quella data è da ascriversi a una seconda versione dei Queen, quella più autocelebrativa e maggiormente impegnata a omaggiare il proprio nome con iniziative autoreferenziali piuttosto che a guardare avanti con nuovi presupposti. Anche perché privi di John Deacon ritiratosi dalle scene dopo il celebre concerto tributo a Mercury datato 20 aprile 1992. Due le performance successive con i compagni di sempre, ma lo show di Wembley resta il canto del cigno del bassista, l’epitaffio circa la sua carriera all’interno della band.

L’omonimo “Queen” venne registrato ai Trident Studios e ai De Lane Lea Studios di Londra tra il 1971 e il 1972. La sua produzione fu affidata a Roy Thomas Baker, John Anthony e al gruppo stesso. Il disco, contenente dieci tracce e dalla durata di quasi trentanove minuti, fu pubblicato in Gran Bretagna il 13 luglio del 1973 mentre negli Stati Uniti quasi tre mesi dopo, precisamente il 4 settembre. In Europa uscì per la Emi e negli States per la Elektra Records.

Giovani e intraprendenti, paradossalmente inesperti, ma ben ambiziosi a ritagliarsi il proprio ruolo all’interno della scena musicale anglosassone i Queen approcciarono alla registrazione del disco con un entusiasmo fuori dal comune. L’esordio discografico avvenne dopo un triennio speso a suonare tra i club e i pub di Londra e dell’Inghilterra più in generale. May e Mercury furono i principali compositori dei brani presenti nella tracklist (ben nove su dieci), ma Taylor e Deacon non fecero di certo mancare il proprio contributo in termini di songwriting e idee. Non altrettanto impattante ma pur sempre efficace e prezioso all’interno dell’alchimia del gruppo. La prima incarnazione di quella che sarebbe diventata una miscela esplosiva e ineguagliabile per i più.

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All’interno del disco sono ben evidenti le molteplici influenze dei quattro; dal pop-rock, al progressive rock, fino all’hard rock e all’heavy metal, anche se, seppure in fase embrionale, si intravedono quelli che sarebbero stati i tratti distintivi del sound successivamente sviluppato. Su tutti la presenza di una certa coralità, vero marchio di fabbrica della band. E pensare che faticarono nel trovare un’etichetta che producesse il full-lenght e che il titolo dello stesso avrebbe potuto essere Top, Fax, Pix and Info“, come proposto da Roger Taylor.

Un esordio che consentì ai Queen di avere un discreto impatto nei circuiti musicali inglesi, consentendo loro di catalizzare attenzioni da parte di discografici, manager e promoter. Le recensioni furono tutto sommato positive, anche se prive di toni realmente entusiastici. Un buon debutto, ma certamente non al livello dei lavori successivi. Nel Regno Unito il disco non andò oltre la ventitreesima posizione della classifica degli album più venduti, nonostante il primo singolo estratto fu “Keep Yourself Alive”, brano che ancora oggi suona fresco e personale.

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Da quel giorno i Queen non si sono più fermati. Hanno attraversato stili e mode, sono sopravvissuti alle stesse e, cosa ancora più importante, sono stati loro a dettarle. Lontano da schemi predefiniti, mai ingabbiati all’interno di generi musicali ben precisi e sempre desiderosi di spaziare attraverso gli stessi, hanno attraversato quasi cinque decadi senza sentire sulle spalle il peso dell’età e del “rinnovamento” musicale. E ora, anche grazie alla pubblicazione del biopic “Bohemian Rhapsody” e all’intensa attività su Instagram di Brian May, stanno vivendo una seconda giovinezza. Long live the Queen.

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