Connect with us

Speciali

Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes e il giallo deduttivo

Redazione

Published

on

Arthur Conan Doyle viene ricordato quasi esclusivamente per le storie dedicate alle avventure di Sherlock Holmes: quattro romanzi e cinquantasette racconti che hanno reso immortale il loro creatore ma soprattutto il loro protagonista.

Un successo che Conan Doyle non ha mai apprezzato, peccando di presunzione nel ritenere che rubasse attenzione alle altre sue opere di carattere storico e avventuroso (uno su tutti: il ciclo del Professor Challenger, che con Il mondo perduto, pubblicato nel 1912, precorre il Jurassic Park di Michael Crichton), e a quegli studi sullo spiritismo a cui, a dispetto di tutti e non senza correre rischi di carattere sociale e personale, si dedicava con fervore addirittura ossessivo.

MyZona

Il buon dottore tentò di uccidere Sherlock in un racconto del 1894, L’ultima avventura (The Final Problem), tentativo fallito miseramente, i suoi numerosi lettori non ci stanno e Conan Doyle è costretto ad arrendersi alle loro proteste: cedendo alle pressioni del pubblico e degli editori farà ritornare il suo celebre Sherlock Holmes nel racconto L’avventura della casa vuota e con il suo romanzo più famoso, Il mastino dei Baskerville.

Leggi anche: Raffaello, il pittore “divino” per cui si oscurò il cielo

Arthur Doyle (Conan, in realtà, è il suo secondo nome, ma sarà lui stesso a utilizzarlo come un cognome) nasce in Scozia il 22 maggio 1859 e ha un’infanzia difficile, segnata dai maltrattamenti inflitti da un padre alcolista ed autoritario. Riesce con grande tenacia nonostante tutto a studiare medicina e parte per quella che sarà l’unica avventura della sua vita: una traversata per i mari artici come medico di bordo di una baleniera.

Il futuro scrittore mostra a bordo della nave una tempra inaspettata, riuscendo a farsi promuovere ramponiere e partecipando attivamente alla caccia di svariate bestie artiche, alla mattanza delle foche e all’uccisione di un paio di balene. L’indimenticabile esperienza sulla Hope, questo il nome dell’imbarcazione, si rifletterà in molti testi, uno su tutti Il capitano della Pole Star, del 1883. Si tratta di uno dei primi racconti di Arthur Conan Doyle con un notevole successo di pubblico ma i lavori letterari che più interessano i numerosi fan sono ovviamente quelli che seguono le indagini di Sherlock Holmes e del suo aiutante Watson.

Leggi anche: Il viaggio intorno a Dante prosegue: l’iniziativa di Biblioteche di Roma

Conan Doyle inventa il giallo deduttivo inspirandosi a I delitti della rue Morgue di Edgar Allan Poe, e scrive il primo romanzo con la coppia di investigatori nel 1887, nelle lunghe ore passate ad attendere vanamente l’arrivo dei pazienti in uno studio medico improvvisato e drammaticamente vuoto.

Doyle approfitta nel suo lavoro di uno stratagemma ambiguo ma ormai canonico ed usuale nella struttura narrativa del giallo: attribuisce, nella finzione letteraria, il ruolo di autore-narratore che dovrebbe appartenergli, ad un personaggio, il dottor James (John?) Watson. Dotato di scarse capacità intuitive, degno contraltare alla figura del grande detective, Watson sembra con questi ridar vita alla collaudata formula di Don Chisciotte e del suo degno scudiero, come nel capolavoro cervantino, infatti, anche qui è in atto, in un continuo gioco di rimandi e di riflessi, una multiforme e continua inversione e confusione di reale ed immaginario. Al Cervantes che si autocoinvolge come personaggio nella sua opera corrisponde, nell’epopea holmesiana, l’ingenuo dottor Watson che veste le parti non solo di autore ma anche di interprete-lettore.

Uno studio in rosso ripercorre la storia di John Watson, medico tornato ferito dalla guerra in Afghanistan, e introduce le caratteristiche caratteriali fondamentali se non addirittura peculiari di Sherlock Holmes. Il successo arriva però con il secondo romanzo, Il segno dei quattro, del 1890.

Leggi anche: Dalle macchine da scrivere agli smartphone, il sistema Qwerty nella rivoluzione della scrittura

Il personaggio è decisamente celeberrimo, malgrado lo sforzo e l’abnegazione di Sir Arthur, Sherlock Holmes non si è accontentato di morire col suo autore. Con la cieca immortalità degli oggetti il celebre investigatore continua ancor oggi a manifestarsi nel nostro immaginario tramite un’innumerevole serie di apocrifi che, parodiando, contraffacendo o continuando l’originale, ci accompagnano non più solo nella lettura, ma anche, con formule più o meno valide, attraverso cinema e televisione.

Il personaggio è tanto vivo e reale che molti continuano a scrivere al numero 221 di Baker Street chiedendo all’infallibile detective la soluzione di infiniti ed improbabili enigmi ed ottenendo, da una volenterosa segretaria, prima adibita ad altri incarichi presso l’ufficio che qui ha sede, infinite ed improbabili soluzioni.

Chi scrive, ben poco potrebbe aggiungere sull’influenza artistica e sociale che ha avuto nell’immaginario collettivo dalla sua nascita ai giorni nostri; meno nota, però, è l’influenza che ha avuto sul suo autore che, forse inconsciamente, ha provato per ben due volte a emularlo. Conan Doyle indossa infatti i panni del detective amatoriale prima nel 1906, quando un avvocato inglese di origini indiane, George Edalij, è ingiustamente accusato per delle mutilazioni seriali di animali. L’uomo viene scagionato anche grazie alla pubblica campagna a suo sostegno di Conan Doyle.

Leggi anche: La Comune di Parigi, 150 anni del sogno popolare

Ancora più clamoroso e più interessante il caso che riguarda un uomo di nome Oscar Slater, a Glasgow, che viene accusato di aver ucciso nel corso di una rapina andata a male una donna di ottantadue anni. Conan Doyle si rende conto per primo dell’inconsistenza delle prove e sostiene a proprie spese la turbolenta vicenda giudiziaria dell’uomo. Anche in questo caso lo scrittore ha ragione: Slater è innocente!

Di Giuseppe Tomei

Speciali

110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

Redazione

Published

on

L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

MyZona

Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

Leggi anche: Leggere Sempre: il festival per celebrare la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore

La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

Leggi anche: Stadi aperti e teatri chiusi? Occupato il Globe Theatre di Roma tra le polemiche del web

Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

Leggi anche: “Good morning, humanity”, il discorso di Charlie Chaplin nello spot Lavazza

Continue Reading

Speciali

“La Patente” di Pirandello: umorismo e pessimismo dal sapore agrodolce

Giuseppe Tomei

Published

on

Pubblicata nel 1911 e poi confluita nella celebre raccolta Novelle per un anno, “La patente” è testo assolutamente emblematico sia per la poetica di Pirandello sia per alcune costanti filosofiche dello scrittore siciliano. La vicenda narrata ripercorre le tematiche principali della scrittura pirandelliana, mettendo in scena il dramma tipicamente novecentesco di un ”io” scisso e privato della sua stessa identità, che, per esistere, è costretto ad assumere la “maschera” che gli altri calcano a forza sul suo volto, temi che ritornano ne “Il fu Mattia Pascal” e che si ritrovano sia nella ricca produzione teatrale sia nei successivi romanzi, come “Uno, nessuno e centomila“.

Leggi anche: Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes e il giallo deduttivo

MyZona

Un modesto impiegato del monte dei pegni, Rosario Chiarchiaro, viene licenziato perché sospettato di essere uno iettatore. L’uomo sporge denuncia presso la magistratura contro due giovani, che al suo passaggio avrebbero fatto il classico gesto di superstizione popolare delle “corna” per allontanare il malaugurio. Il giudice si trova allora di fronte ad un caso paradossale, dato che, in quanto esponente della legge e della razionalità, non può in alcun modo cedere alle credenze popolari riguardanti la sfortuna né può tutelare in alcun modo gli interessi di Chiarchiaro che, a causa delle malelingue del paese, oltre ad aver perso il posto di lavoro, non riesce a far sposare le figlie ed è costretto a tenere segregata in casa l’intera famiglia contro le malelingue del paese.

La situazione, fortemente intrisa dell’umorismo pirandelliano e dell’inevitabile pessimismo esistenziale che in tutte le sue opere lo accompagna fedelmente passo dopo passo, si complica ulteriormente quando Chiarchiaro è convocato in tribunale per dare la sua versione dei fatti: anziché difendersi o ritirare la denuncia, il poveruomo, vestitosi per giunta da autentico menagramo, reclama con ostinato coraggio e convinzione di andare a processo, e anzi di poter ottenere un riconoscimento – una patente, appunto – del suo status di “porta sfortuna“.

Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno

Leggi anche: L’Aquila 2009-2021, la luce attraversa il cemento nella notte del ricordo

L’analisi di Chiarchiaro è tanto acuta quanto spietata; se il mondo gli ha imposto, nella sua rozza ignoranza, una “maschera”, tanto vale accettare di propria volontà questa sorta di grottesca parte teatrale, fino a ricavarne un giusto tornaconto, fino a trasformare la propria coatta condizione in una vera e propria professione.

Chiarchiaro è costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla maschera, vuole, invece, renderla proficua, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie al documento da lui stesso richiesto

Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare intorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

Leggi anche: Il Piccolo Principe, 78 anni dell’opera di Saint-Exupéry

Chiarchiaro diviene così un tragicomico se non addirittura grottesco impiegato comunale, stipendiato perché non causi il malocchio al resto della cittadinanza. Il protagonista, da vittima, si fa persecutore; il suo gesto, apparentemente folle oltre ogni umana comprensione, risulta saggio; l’appellativo attribuitogli, da ingiurioso diventa utile. L’ignoranza e la superstizione hanno fatto di Chiarchiaro un improbabile spietato vendicatore. La sua storia, che può essere ritenuta divertente e caricaturale, è comunque triste e commovente. Cela, sotto uno strato di sapiente umorismo, una vena di profonda amarezza e di autentica pietà e diventa emblematica della beffa della vita e delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, in una società ignorante e superstiziosa.

Sono centrali, ne La Patente, le tematiche più riconoscibili della scrittura pirandelliana: la moltiplicazione della personalità umana e la contraddittoria libertà che deriva dall’assumere un travestimento sociale di fronte agli altri, non importa quanto assurdo ed irrazionale.

Proprio per questo motivo, Pirandello rielabora la novella in una fortunato atto unico (prima in dialetto siciliano e poi in lingua nazionale) del 1917, che bissa clamorosamente il successo del racconto breve; qui, per giunta, la beffa del protagonista ai danni della giustizia si basa su una geniale invenzione drammaturgica, un ulteriore colpo di scena finale, in cui Chiarchiaro fa crollare a terra la gabbia di un povero cardellino, dimostrando esplicitamente il proprio “potere”, e di conseguenza l’urgente necessità della “patente” ufficiale di iettatore. Chiarchiaro verrà poi interpretato da Totò nel film ad episodi Questa è la vita (1954), diretto da Luigi Zampa.

Continue Reading

Speciali

Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

Marta Scamozzi

Published

on

É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

MyZona

Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

Leggi anche: Alle nostre “City of Ruins”

Continue Reading

In evidenza