A Night at the Opera: il capolavoro dei Queen compie 46 anni

Quarantasei anni e non sentirli. Quasi mezzo secolo di sogni, di magia e di emozioni. “A Night At The Opera“, quarto studio album dei Queen, è considerato da molti l’apice di una discografica densa di capolavori. Fare una selezione di un eventuale podio, distribuendo un primo, un secondo e un terzo posto è tanto arduo quanto ingeneroso.

Di masterpiece, infatti, la band inglese ne ha sfornati eccome. Ma il mondo dei fan si divide in due categorie: chi ascolta musica senza dover necessariamente dispensare medaglie e chi, invece, adora classificarla in base al proprio gusto. E in entrambi i casi va bene così.

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E’ innegabile, però, che “A Night At The Opera” abbia rappresentato contemporaneamente il momento della consacrazione e della svolta. I precedenti “Queen“, “Queen II“, “Sheer Heart Attack” avevano dimostrato al mondo intero la classe e il talento di Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon, mostrando un costante miglioramento in fase di songwriting e di sviluppo di una propria identità musicale.

La stessa che, però, rifugiava etichette e classificazioni. I Queen dovevano essere i Queen e non assomigliare a nessuno. Una continua crescita, supportata da una intensa attività live, aveva svelato il volto di una band in rapida ascesa, determinata più che mai a raggiungere le vette più alte, quelle dell’Olimpo degli Dei delle sette note.

Il titolo del disco è un’estensione dell’ego dei quattro artisti inglesi. Nella terra di Shakespeare e del Globe Theatre, di John Fletcher e di Christopher Marlowe, della Royal Albert Hall e della Royal Opera House, di George Chapman e Ben Johnson e molto altro ancora, parlare di una “notte all’Opera” per descrivere la propria musica è ambizione per pochissimi. Per i più folli, forse, o per i più audaci.

Questa è l’anima di un’inglese, strutturata in egual misura se entrambi gli aspetti. Ma se ti chiami Farrokh Bulsara e non sei nato nei pressi di Trafalgar Square a Londra ma devi le tue origini alla città di Stone Town a Zanzibar, e non sei figlio della Corona reale ma di un’umile famiglia parsi, di ego, follia e ambizione, devi averne una quantità tale da spiccare il volo.

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E Farrokh Bulsara, divenuto Freddie Mercury negli anni successivi, ne aveva in abbondanza. Non più solamente il rock’n’roll delle origini, quello dei padri fondatori statunitensi, ma anche e soprattutto le influenze del rock inglese degli anni Settanta formarono il cantante che, nella costante ricerca di nuove sfide e sonorità, riversò su “A Night At The Opera” tutto il proprio background musicale e artistico, dando vita a un lavoro magistrale.

La sua crescita, in termini di approccio alla composizione di un brano, fu straordinaria, talmente clamorosa da poter offrire nuove soluzioni stilistiche al gruppo aprendo ai Queen un ventaglio di sonorità e atmosfere precluse ai più.

Il disco, pubblicato per la Emi il 21 novembre del 1975, venne registrato in Inghilterra ma in differenti studi di registrazione: Roundhouse, Sarm, Olympic, Rockfield, Scorpio e al Lansdowne Studios nell’arco di quattro mesi. Produttore del pattern fu Roy Thomas Baker mentre Mike Stone fu l’ingegnere del suono e Gary Langan il tecnico del suono.

Dodici i pezzi presenti nella tracklist, sette sul lato A e cinque sul lato B. Un album al cui interno sono contenuti alcuni tra i brani più amati di sempre dei Queen: “Love of my life“, “You’re my best friend“, “’39“, “The Prophet’s song” e ovviamente “Bohemian Rhapsody“, che fa capitolo a sé. La copertina, disegnata da Mercury, è la fusione dei segni zodiacali dei quattro musicisti.

Facciamo un salto avanti nel tempo. “A Night At The Opera” spalancò alla band le porte del Paradiso musicale. Da uomini in missioni, ragazzi folli e ambiziosi, musicisti di classe e talento, divennero divinità. Forse, con un pizzico di esaltazione e molta consapevolezza dei propri mezzi, lo avrebbero supposto e immaginato, ma chissà quanto realmente previsto. Il full-lenght fu pubblicato in Uk dalla Emi e negli Stati Uniti dalla Elektra Records. Raggiunse subito il primo posto nelle classifiche britanniche e il quarto posto nella Billboard200 statunitense.

Per i Queen fu il primo disco di platino nella terra dello Zio Sam. Più di sette milioni di copie vendute nel mondo, un’infinità di ristampe, di memorabilia e di qualsiasi gadget portasse quel logo e quel nome invasero i quattro continenti. Nel 1977, il disco ricevette due nomination ai premi Grammy nelle categorie “Best Pop Vocal Performance by a Duo, Group or Chorus” e “Best Vocal Arrangement for Two or More Voices“.

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Numeri essenziali, ma minimali al tempo stesso, per descrivere l’impatto che il pattern ebbe sul mercato discografico e che ancora oggi, a distanza di quarantacinque anni dalla sua uscita, continua a entusiasmare intere generazioni di fan e musicisti. La chiave del successo? Probabilmente proprio nel volere rompere con schemi e standard preconfezionati al fine di avere tra le mani un prodotto unico.

E qui torniamo a “Bohemian Rhapsoy“. La canzone, che ha dato il titolo al film ispirato alla vita di Freddie Mercury (2018), anche vincitore di quattro premi Oscar (miglior attore protagonista, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro) è la rappresentazione di quasi centocinquanta anni di musica: dal rock alla lirica, dall’opera al pop. Una complessità compositiva come raramente riscontrata in precedenza.

Il fatto che sia al tutt’oggi tra i singoli più ascoltati di sempre, nonché uno tra i più venduti, rende giustizia a un capolavoro che, più semplicemente, non conosce eguali. Ci perdonerete i toni entusiastici di queste nostre affermazioni, ma il brano in questione è talmente straordinario che probabilmente non esiste aggettivo qualificativo adatto.

E’ incredibile pensare che all’epoca riscosse successo prevalentemente in Inghilterra (se pur marcando il fatto che fosse un pezzo dalla durata di più di sei minuti) e che l’etichetta ragionò più volte sull’opportunità di pubblicarlo o meno come singolo apripista del disco. L’insistenza della band fece sì che ciò accadde, ma fu tutt’altro che facile. In Italia, ad esempio, il grande successo commerciale dei Queen si ebbe solamente in seguito, grazie a “Somebody To Love“.

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La registrazione del brano avvenne a fasi alterne, con apparecchiature a 24 piste (fino a quel momento erano state utilizzate quelle a 16) proprio per le numerose sovraincisioni e armonizzazioni vocali. Ciò non fu mai possibile riprodurlo per intero dal vivo. Le parti di piano chiesero sei settimane di lavori e anche gli altri musicisti si cimentarono nell’utilizzo di altri strumenti.

Su “A Night At The Opera” i Queen giocano a fare i Queen, ovvero a far confluire nel proprio sound una serie infinita di influenze e sfumature: dal progressive rock all’hard rock, dal folk al country, dal pop al rock, dall’opera alla lirica passando per il jazz, la music hall e la musica classica. May, Taylor e Deacon danno un contributo immenso al disco, non solo scrivendo parti di sopraffina eleganza e sostanza, ma anche cimentandosi in altri strumenti.

Se il lavoro si conclude con l’inno di Sua Maestà, “God save the Queen“, i restanti brani sono tutt’altro che parentesi o riempitivi. “’39” (country e opera insieme? si può), “The Prophet’s song” (probabilmente tra le canzoni più sottovalutate dell’intera discografia), “Good Company“, (la sua composizione andrebbe insegnata a scuola), “Love of my Life” (tra i testi più intimi e profondi mai scritti dal frontman – leggi qui il nostro speciale) sono pezzi leggendari di un disco tanto barocco quanto rock che non presenta mai cali di tensione e in cui ogni singola nota è protagonista di un’esecuzione corale di altissimo livello.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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