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13 luglio 1973, i Queen pubblicano il primo album e danno il via alla leggenda

Federico Falcone

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A vedere l’enorme appeal che i Queen hanno ancora oggi sul mondo della musica internazionale, ma anche su quello dell’immaginario collettivo a trecentosessanta gradi, si fatica a credere che oggi, 13 luglio 2020, ricorra il quarantasettesimo anniversario dal loro debutto discografico. Quasi mezzo secolo. Un lasso di tempo enorme per chiunque, figuriamoci per chi, come la band inglese, ha di fatto chiuso la propria storia il 24 novembre del 1991, con la morte dell’insostituibile leader Freddie Mercury.

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Non vogliamo essere cassazionisti, cinici, freddi o distaccati, ma tutto ciò andato in scena dopo quella data è da ascriversi a una seconda versione dei Queen, quella più autocelebrativa e maggiormente impegnata a omaggiare il proprio nome con iniziative autoreferenziali piuttosto che a guardare avanti con nuovi presupposti. Anche perché privi di John Deacon ritiratosi dalle scene dopo il celebre concerto tributo a Mercury datato 20 aprile 1992. Due le performance successive con i compagni di sempre, ma lo show di Wembley resta il canto del cigno del bassista, l’epitaffio circa la sua carriera all’interno della band.

L’omonimo “Queen” venne registrato ai Trident Studios e ai De Lane Lea Studios di Londra tra il 1971 e il 1972. La sua produzione fu affidata a Roy Thomas Baker, John Anthony e al gruppo stesso. Il disco, contenente dieci tracce e dalla durata di quasi trentanove minuti, fu pubblicato in Gran Bretagna il 13 luglio del 1973 mentre negli Stati Uniti quasi tre mesi dopo, precisamente il 4 settembre. In Europa uscì per la Emi e negli States per la Elektra Records.

Giovani e intraprendenti, paradossalmente inesperti, ma ben ambiziosi a ritagliarsi il proprio ruolo all’interno della scena musicale anglosassone i Queen approcciarono alla registrazione del disco con un entusiasmo fuori dal comune. L’esordio discografico avvenne dopo un triennio speso a suonare tra i club e i pub di Londra e dell’Inghilterra più in generale. May e Mercury furono i principali compositori dei brani presenti nella tracklist (ben nove su dieci), ma Taylor e Deacon non fecero di certo mancare il proprio contributo in termini di songwriting e idee. Non altrettanto impattante ma pur sempre efficace e prezioso all’interno dell’alchimia del gruppo. La prima incarnazione di quella che sarebbe diventata una miscela esplosiva e ineguagliabile per i più.

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All’interno del disco sono ben evidenti le molteplici influenze dei quattro; dal pop-rock, al progressive rock, fino all’hard rock e all’heavy metal, anche se, seppure in fase embrionale, si intravedono quelli che sarebbero stati i tratti distintivi del sound successivamente sviluppato. Su tutti la presenza di una certa coralità, vero marchio di fabbrica della band. E pensare che faticarono nel trovare un’etichetta che producesse il full-lenght e che il titolo dello stesso avrebbe potuto essere Top, Fax, Pix and Info“, come proposto da Roger Taylor.

Un esordio che consentì ai Queen di avere un discreto impatto nei circuiti musicali inglesi, consentendo loro di catalizzare attenzioni da parte di discografici, manager e promoter. Le recensioni furono tutto sommato positive, anche se prive di toni realmente entusiastici. Un buon debutto, ma certamente non al livello dei lavori successivi. Nel Regno Unito il disco non andò oltre la ventitreesima posizione della classifica degli album più venduti, nonostante il primo singolo estratto fu “Keep Yourself Alive”, brano che ancora oggi suona fresco e personale.

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Da quel giorno i Queen non si sono più fermati. Hanno attraversato stili e mode, sono sopravvissuti alle stesse e, cosa ancora più importante, sono stati loro a dettarle. Lontano da schemi predefiniti, mai ingabbiati all’interno di generi musicali ben precisi e sempre desiderosi di spaziare attraverso gli stessi, hanno attraversato quasi cinque decadi senza sentire sulle spalle il peso dell’età e del “rinnovamento” musicale. E ora, anche grazie alla pubblicazione del biopic “Bohemian Rhapsody” e all’intensa attività su Instagram di Brian May, stanno vivendo una seconda giovinezza. Long live the Queen.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

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Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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