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Knebworth Park, 9 agosto 1986: Freddie Mercury e i Queen si esibiscono per l’ultima volta

Federico Falcone

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Knebworth Park, Londra, 9 agosto 1986

I Queen si esibiscono di fronte a 125mila fans in delirio. Fonti non ufficiali, ma forse più attendibili, stimano invece le presenze tra le 180mila e le 200mila. Si tratta dell’ultima tappa prevista per il Magic Tour, la serie di concerti promozionali all’uscita di “A Kind Of Magic“, dodicesimo studio album della band inglese. Il successo è planetario, tanto sul mercato discografico quanto ai botteghini dei live. Il gruppo è in forma strepitosa e la Queen mania non sembra conoscere ostacoli.

Oggi parliamo di hype ma a quei tempi si definiva entusiasmo. Straripante, contagioso, infinito. Freddie Mercury era di gran lungo il padrone incontrastato dei palchi, il frontman per eccellenza, il leader carismatico che tutti tentavano di imitare ma che nessuno riusciva a eguagliare, neanche in minima parte.

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Nessuno avrebbe mai immaginato, però, che proprio lì, quel giorno, i Queen avrebbero suonato per l’ultima volta con il nativo di Zanzibar dietro al microfono. “A Night of Summer Magic“, questo il nome dello show, resterà nella storia per una serie di circostanze. Questa, purtroppo, la più rilevante. E pensare che quando l’elicottero che trasportava la band, aerografato con la copertina dell’ultimo album, sorvolò la location, tutti pensarono che Freddie, Brian, John e Roger avrebbero suonato in eterno.

Furono ventisei le tappe di quel tour. Tutte sold out. Tutte indimenticabili

La band era nel pieno della forma. Circa un mese prima, il 12 luglio, in quel del Wembley Stadium della capitale inglese, cioè la mecca del calcio di Sua Maestà, i Queen registrarono il famoso “Live at Wembley ’86“, probabilmente tra i live album più famosi e venduti di tutti tempi. Imprescindibile per chiunque voglia definirsi un appassionato di musica. A Stevenage, nell’Hertfordshire, invece andò in scena l’ultimo atto con Mercury alla voce. Meno di un anno dopo, la terribile scoperta dell’AIDS. Fu anche l’ultimo concerto con John Deacon al basso che dopo la morte di Freddie scelse di chiudere la sua carriera con i compagni di sempre.

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Voci solo parzialmente confermate raccontano di come la band accettò di suonare a patto che fosse garantito il sold out. Gerry Stickells, l’allora responsabile del tour, accettò le condizioni e promise il tutto esaurito. Cosa che ovviamente avvenne. Il costo del ticket era di 14 sterline (16 in prevendita) e il primo giorno di vendite furono bruciati subito 35mila biglietti.

Alle nove del mattino si spalancarono i cancelli

Ad aprire il concerto fu Belouis Some, cantante inglese che non fece breccia nel cuore degli spettatori e che da questi fu preso di mira con un fitto lancio di bottiglie. Dopo di lui suonarono i Big Country e poi gli Status Quo. L’attesa, febbrile, era ovviamente per gli autori di “A Kind Of Magic”, disco pubblicato il 3 giugno dello stesso anno, da cui furono estratti ben sette singoli.

One Vision” e “Tie Your Mother Down” aprirono la setlist dei Queen. Un’accoppiata dinamica, potente e trascinante, capace di coinvolgere immediatamente il pubblico presente e farlo scatenare prima di “Seven Sears Of Rhye” e la title track dell’ultimo album, “A Kind of Magic“, appunto. La band era affiatata, compatta, come al solito straordinaria in sede live, la dimensione sicuramente più consona ai quattro musicisti. In studio di registrazione una certezza e dal vivo una garanzia. Vennero eseguite tutte le hit scritte e registrate fino a quel momento e lo show fu sensazionale.

L’esibizione di Freddie Mercury fu, come al solito, impeccabile. I 120mila (o 200mila che dir si voglia) in estasi sotto al palco tributarono più di una standing ovation alla band che, nel 1986, viveva il suo momento di grazia. Quel giorno nessuno immaginava che solamente cinque anni dopo Freddie sarebbe morto. L’attività in studio con la band proseguì mentre quella live, come detto, si interruppe quel giorno a Knebworth.

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Setlist:

1. One Vision
2. Tie Your Mother Down
3. In the Lap of the Gods (revisited)
4. Seven Sears of Rhye
5. Tear It Up
6. A Kind of Magic
7. Ay-Oh
8. Under Pressure
9. Another One Bites the Dust
10. Who Wants to Live Forever
11. I Want To Break Free
12. Now I’m Here
13. Love Of My Life
14. Is This the World We Created…?
15. (You’re So sqaure) Baby I Don’t Care (Elvis Presley cover)
16. Hello Mary Lou (Gene Pitney cover)
17. Tutti Frutti (Little Richard cover)
18. Bohemian Rhapsody
19. Hammer To Fall
20. Crazy Little Thing Called Love

Bis

21. Radio Ga Ga

Bis 2

22. We Will Rock You
23. Friends Will Be Friends
24. We Are The Champions
25. God Save The Queen

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

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Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

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Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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