Allora Fest, Matt Dillon senza freni: mi rivedevo in Bukowski, ma la sfida è essere se stessi

Sfide e ambizioni, cadute e risalite, progetti presenti, passati e futuri e voglia di continuare a mettersi in gioco rappresentano il fulcro dell’intervista che Silvia Bizio ha realizzato con Matt Dillon in occasione di questa seconda giornata dell’Allora Fest di Ostuni. L’appuntamento, che si candida seriamente a diventare un punto fermo nel panorama cinematografico italiano, può vantare un parterre d’eccezione con ospiti prestigiosi ma, soprattutto, quello che molto spesso manca in appuntamenti del genere: un approfondimento con i protagonisti della kermesse. Ciò è reso possibile anche grazie alle Masterclass organizzate in collaborazione con la Roma Film Academy. Tra protagonisti proprio Dillon.

Con l’attore e regista, anche candidato all’Oscar, il focus è stato totale sulla carriera e sulla vita privata che, come ha specificato, in molti casi coincidono. Come quando è stato chiamato a interpretare Charles Bukowski, “una grande esperienza in cui sono stato circondato da attori fantastici. Non ero sicuro di accettare questa sfida, poi durante le ricerche mi sono imbattuto con le persone giuste. E poi, ho ritrovato lo spirito di Bukowski ogni volta che bevevo”.

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Un breve passaggio anche su Singles, l’omaggio a Seattle a cura di Cameron Crowe del 1992. “Ho amato quel film e apprezzo molto il regista”, ricorda, “anche quando mi ha detto: ‘Recita questa parte’. Mentre gli faccio notare che non ne trovavo traccia nel copione, lui mi risponde: ‘Non ti preoccupare: ci sto lavorando’. In ogni caso, si è trattato di un gran film, con questa grande atmosfera di band come Pearl Jam, Soundgarden e Alice In Chains, che, all’epoca erano semisconosciute e poi sono divenute grandi”.

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E a proposito di quegli anni, Dillon cita Over the Edge, il suo primo ciak. Una storia di violenza giovanile del 1979 che si è rivelata essere il film preferito di Kurt Cobain dei Nirvana.

L’essere se stessi si ravvisa anche nel lavoro dietro la camera, non solo di fronte a essa. Il discorso finisce quindi su “City of Ghosts” del 2002, “quella esperienza ha segnato un momento di svolta alla carriera. Avevo bisogno di cambiare prospettiva, abbracciare una storia al completo. Dirigere me stesso”. Dillon ha parlato della sfida come regista di dirigere se stesso e dei consigli che ha ricevuto, rilevatisi preziosi e indispensabili per svolgere il lavoro intrapreso “fidarsi dell’istinto e utilizzare i videomonitor, anche solo per una rapida occhiata durante la recitazione. Il mio personaggio in quel film era, per sceneggiatura, alle prese con difficoltà e stress. E in quelle scene ho dato il meglio di me perché ero veramente stressato”.

Per un errore di proiezione di pochissimi minuti, il film viene proiettato in italiano. “Fa strano vedere i miei film doppiati. Fa strano sentire qualcun altro parlare al posto mio”, afferma nel rispondere a una domanda. Ma ci si può ancora divertire dopo tutti questi anni? “Molto dipende dalla sceneggiatura. Quando è buona ci si diverte e ci si confronta con un testo stimolante. Quando la sceneggiatura non è così esaltante bisogna andare di mestiere”

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.