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“Quella sera che (mi) suonarono i Pearl Jam”

Fabio Iuliano

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Roma, luglio 1993. Gli U2 si esibiscono a Roma con due date all’indomani dell’uscita di Zooropa in un set allo stadio Flaminio che sarà ricordato per anni. In apertura ci sono gli An Emotional Fish, band alternative rock di Dublino e i Pearl Jam, entrambe poco conosciute ai più, in Italia, almeno all’epoca, anche se Eddie Vedder e compagni sono in giro da mesi per suonare le canzoni del loro album d’esordio Ten, una vera rivelazione nell’alternative rock, e per testare quelle di Versus, atteso per ottobre.

Chi si presenta ai cancelli ha in tasca un biglietto da 45mila lire più prevendita a cui magari aggiungere anche quelle 10-15mila lire per  fare avanti e indietro dalla città di provincia.
“Così sono arrivato dall’Aquila, in un pullman organizzato e riempito da tanti musicisti o aspiranti tali che attendevano queste due date da alcuni mesi”, ricorda Piercesare Stagni, oggi critico e docente di materie cinematografiche, uno che però non ha mai riposto in soffitta nessuna delle sue chitarre e continua a suonare in una punk band, i Niutàun.

“C’era una pubblicità di questi due concerti al Cit (centro di informazione turistica) che, peraltro, si trovava proprio di fronte al vicolo del Rex, frequentato da tante band del momento”, prosegue. “Ricordo ancora la grafica del manifesto. Io avevo scelto la serata del 6, ma ci ho pensato a lungo: essendo le date di lancio dell’album Zooropa, girava voce che gli U2 avrebbero inserito in una delle due scalette Numb, da suonare in anteprima mondiale. Avrei dovuto giocarmela a testa o croce, visto che la prima sera suonarono altro. Gran concerto, per carità”.

Con buona pace di Fabrizio Moro – che in alcune interviste recenti non ha nascosto le perplessità di alcuni ragazzi per la prima volta davanti ai Pearl Jam, si sono trovati a dire: “Ma chi sono questi? La chitarra è scordatissima e il cantante è stonato” –  la performance della band di Seattle è andata oltre le aspettative.

“C’era gente”, ricorderanno tante volte Danilo Cianca e Giuseppe Tomei nel programma di Radio L’Aquila 1 – Controllo a Terra, “che aveva pagato quelle 50mila lire solo per assistere ai Pearl Jam, strappando il biglietto e tornando a casa, senza neanche aspettare gli U2. Noi non lo avremmo mai fatto, ma almeno abbiamo capito il perché”.

E però, per un ragazzo di vent’anni  o poco più – all’epoca Piercesare Stagni era studente di Giurisprudenza a Roma – 50mila lire erano soldi. “Mi sono guardato le tasche e ho capito che no, non c’era la possibilità di fare il bis per il secondo concerto, solo per ascoltare la nuova canzone. Però, insieme ad altre persone, ho deciso di rimanere una serata in più, ad ascoltare il concerto da fuori, alla meglio, in uno dei piazzali circostanti lo stadio. Per dormire, mi sono appoggiato da amici. Eravamo in dieci in un appartamento di 70 metri quadri. Meglio tirare tardi il più possibile dopo il concerto, tanto in ogni caso si dorme scomodi”.

Ed è qui che ha inizio la guerra dei Pier. “Col mio amico Pierfrancesco, ci siamo spostati a piedi verso via Veneto e ci siamo piazzati davanti all’ingresso dell’Hotel Majestic – cinque stelle – sicuri che lì, presto o tardi, gli U2 sarebbero tornati. Lì intorno c’era gran fermento, si vedeva girare gente come Paolo Zaccagnini e vari giornalisti internazionali, spediti a Roma appunto per la prima di Zooropa. Tuttavia, qualcuno lì davanti, non ricordo bene, ci ha detto ‘nun ce provate, tanto adesso staranno a magna’ a Fregene“.

Perché proprio Fregene? Beh la ragione è legata al videoclip di All I Want is You, girato a Capocotta (Lido di Ostia), set quotatissimo anche per alcuni film erotici di Tinto Brass. “Col senno di poi”, sottolinea Stagni, “avremmo fatto bene a rimanere dove eravamo: era solo questione di attendere un paio d’ore e avremmo potuto stringere la mano a Bono o The Edge.

E invece, abbiamo iniziato a camminare tra i vicoli a caso, fino a quando non siamo arrivati a piazza Navona”. È lì che accade quello che non ti aspetti. “Era una serata calda e ogni tanto dovevi fermarti per bere. Ci avviciniamo a una delle fontanelle della piazza”, ricorda.

“Faccio per bere, ma davanti a me si piazza un giovane dalla camicia a scacchi di flanella, vistosamente ubriaco. Sapeva di vomito. Indugia sulla fontana, ma gli chiedo di scansarsi. A quel punto, lui tenta una reazione, ma è evidente che non riesce neanche a reggersi in piedi. Proprio in quel momento, mi rendo conto che non è da solo. Nei paraggi ci sono due pullmini dai vetri oscurati, quelli che si usano per il servizio transfer degli hotel”.

I Pearl Jam con Matt Dillon

“Giusto il tempo di fare mente locale, si apre la porta scorrevole di uno dei due minivan ed escono dei ragazzi, vestiti grosso modo come lui – uno anche con uno strano basco in testa – e si avvicinano verso di me, mi strappano il loro amico di dosso e lo riportano a bordo.  Nell’operazione ci rimedio anche un paio di cazzotti, così gratuitamente”.

Il tutto si risolve nel giro di pochi minuti, neanche il tempo di realizzare che il gruppo di ragazzi del mini-van erano i Pearl Jam. “Cazzo, ho realizzato solo dopo: eppure quel basco strano lo avevo visto solo in testa al bassista (Jeff Ament ndr.) e aveva catturato la mia attenzione”. La cosa più scoinvolgente era anche il giovane ubriaco era nientepopodimeno che Matt Dillon. “Insieme avevano recitato, l’anno prima, sul set di Singles di Cameron Crowe. Insieme avevano vissuto quella parentesi romana, mi è capitato poi di vedere la foto di Dillon come ospite nel backstage. Quella sera lui era ubriaco, aveva vomitato e lo avevano mandato a ripulirsi in una fontanella, appunto. La stessa fontanella che serviva a me. E fu così che mi hanno suonato i Pearl Jam”.

Ma non è finita qui. “La guerra dei Pier” è finita in baretto anonimo di Corso Vittorio, con le saracinesche semichiuse. Dentro c’era una festa privata con tanto di trenino e musica brasiliana. Era il compleanno di uno dei gestori. Tra gli ospiti anche Giucas Casella. Piercesare potrebbe continuare a parlarne per ore, così come potrebbe raccontarti quella volta che, sempre a Roma, si ritrovò ad aiutare un semisconosciuto Kurt Cobain a gestire una chiamata a carico del destinatario col telefono a gettoni. Doveva parlare con la madre. Aneddoti di un tempo che non c’è più.

Ma queste sono storie che ci lasciamo per il nuovo anno.

Piercesare Stagni

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Sindacati di polizia vs Gianna Nannini. La replica dell’artista: “È una canzone contro gli abusi di potere”

Antonella Valente

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Immagini inaccettabili, ingiuriose e istigano all’odio sociale”. Così i sindacati di polizia hanno commentato “L’aria sta finendo”, il nuovo singolo di Gianna Nannini.

Nel videoclip gli agenti di polizia vengono ritratti con il volto di suini che picchiano una persona di colore e poi in uniforme da reparto mobile.

Vincenzo Chianese, segretario generale di Es Polizia, ha dichiarato: “Gianna Nannini farebbe bene a scusarsi subito con i poliziotti italiani. Un’animazione che offre, soprattutto ai più giovani, una rappresentazione offensiva dei servitori dello Stato, raffigurati come maiali intenti a picchiare selvaggiamente inermi persone di colore mentre sono a terra”.

La reazione di Gianna Nannini

Con riferimento a quanto dichiarato ieri, l’artista toscana non ha fatto mancare la sua risposta: “Non posso credere che una canzone d’amore come “L’aria sta finendo” scateni tutto questo odio. La musica ha i suoi messaggi e così i video che li rappresentano. L’ “Arte” è uno stato indipendente. Nessuno di noi, e me per prima sia chiaro, vuole offendere la polizia e chi rischia ogni giorno la propria vita, ma nemmeno vogliamo che un altro essere umano abusi del proprio potere.

Purtroppo siamo tutti a conoscenza di tragici episodi in cui è capitato, vedi il caso di George Floyd negli USA – continua la Nannini – È per questo che nel video alcune istituzioni vengono raffigurate, per esempio, con volti di maiali e non di persone: proprio per evidenziare forme di potere degenerate e non umane. Love and peace sempre. Gianna».

L’aria sta finendo” è il nuovo singolo in radio di Gianna Nannini, estratto dal suo ultimo album di inediti “La differenza e parla della necessità di cambiare le nostre abitudini di vita prima che ‘l’aria finisca’. Il videoclip del brano, in animazione rotoscopica, è scritto e diretto da Luca Lumaca. Punta il dito sulla nostra società che da tempo ha perso l’armonia: una parte del mondo spreca le risorse, è resa insensibile da una cultura dello scarto e prevarica i più deboli costruendo muri mentali e fisici.

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Brian May: “salverò il rock” e progetta un sistema di ventilazione per i concerti

Federico Falcone

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Salverò il Rock’N’Roll“. Non lo ha affermato Jack Black in School Of Rock, ma Brian May, chitarrista e co-fondatore dei Queen. Anche astrofisico, non ha mai nascosto la sua passione per la scienza, la tecnologia e il progresso rappresentato dalla fusione di entrambi. E così, armato di un po’ di tempo libero in più (d’altronde i concerti non possono tenersi), tanta buona volontà e fantasia, ha scelto di buttarsi a capofitto in un nuovo progetto. Per salvare il Rock’N’Roll, appunto.

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Come? Mediante un sistema di ventilazione per rendere ulteriormente sicure quelle location al chiuso nelle quali, in linea di pura teoria, dovrebbero tenersi i concerti, gli show e gli eventi musicali con grandi folle, una fola passata la fase calda dell’emergenza sanitaria in itinere. Anche se non ci è dato sapere quando. A May lo spunto è venuto dopo un sopralluogo all‘Hammersmith Apollo di Londra, tra le sale concerti più prestigiose nel Regno Unito. Con lui un gruppo di ingegneri, progettisti e meccanici. Si è discusso a lungo se il sistema ideato dal chitarrista potesse valere e risultare effettivamente funzionante.

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A dare ulteriori spiegazioni ci ha pensato lo stesso musicista con un post su Instagram.

“Mi avete chiesto perché mi trovassi nella leggendaria sala concerti Apollo (che prima si chiamava Hammersmith Odeon, sì! Quanti ricordi!). Ebbene, sono qui per salvare il rock and roll ovviamente! Una mattina mi sono svegliato con questa strana idea in testa, ossia trovare un modo per progettare un sistema di ventilazione per far sì che i teatri e i palazzetti possano essere sicuri abbastanza da poterci permettere di organizzare concerti anche durante la pandemia, per poter tornare a suonare dal vivo”.

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“Così, un piccolo team di esperti, compreso me, un professore di Cambridge e due dei migliori esperti di sistemi di areazione della O2 Arena, ovviamente a distanza di sicurezza, siamo andati all’Apollo per studiare il suo sistema di ventilazione e per testare alcune teorie”, ha proseguito May.

“È ancora presto e ci sono problemi più grandi da risolvere, ma se riuscissimo, anche solo in parte, nel nostro intento, potrebbe rappresentare un passo in avanti verso la salvezza dei concerti che mancano tanto a tutti noi. Ovviamente abbiamo già nel mirino i concerti dei Queen con Adam Lambert alla O2 Arena, i cui biglietti sono stati venduti e prenotati per il prossimo giugno. Insomma, la posta in gioco è davvero alta, ma possiamo quanto meno sognare…”

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New York Dolls, morto lo storico chitarrista Sylvain Sylvain

Federico Falcone

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E’ morto Sylvain Sylvain, storico chitarrista e co-fondatore della leggendaria band glam rock New York Dolls. Aveva 69 anni e da due anni era gravemente malato di cancro. Le sue condizioni erano apparse da subito gravi e tramite la piattaforma di crowdfunding GoFoundMe aveva lanciato una raccolta fondi per provare a coprire le ingenti spese cui doveva sottoporsi. Purtroppo, però, non c’è stato niente da fare, la malattia non ha lasciato scampo.

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Un ricordo toccante arriva da William Duvall, cantante e chitarrista degli Alice In Chains: “Ho idolatrato i New York Dolls fin da bambino. Insieme a MC5 e Stooges, erano come supereroi per me. Ricordo di essere stato in quarta elementare nel 1979 a scrivere racconti romantici per la scuola che aveva Johnny Thunders come protagonista. In qualche modo ho stretto una veloce amicizia con Sylvain Sylvain nel 1995-96”.

“Lui viveva in ATL allora e non riesco a ricordare come ci siamo incontrati ma ha sentito alcune delle canzoni che stavo scrivendo e producendo per la mia band al Temple, Madfly, e mi ha chiesto di produrre un album da solista per lui. In particolare, amava una mia canzone intitolata ′′ Chains Around My Heart.” Mi ha detto che voleva registrare quella canzone o almeno scrivere qualcosa del genere con me. Per diverse settimane, o ci siamo incontrati o abbiamo parlato al telefono praticamente ogni giorno”.

“Questa era l’era pre-cellulare delle segreterie telefoniche. Quindi ogni volta che Sylvain chiamava il mio appartamento e io non ero a casa, cantava ′′Chains around my heart′′ sulla mia segreteria telefonica con il suo folto accento No Yawk. È uno dei ricordi più preziosi della mia carriera. Penso di avere ancora alcune di quelle microcassette di quella vecchia macchina da qualche parte. Non abbiamo mai finito per fare quel suo disco, ma mi è piaciuto molto quel tempo conoscerlo e sentire le sue tante storie fantastiche. Per quanto possa sembrare cliché, nel caso di Sylvain, il vecchio adagio è vero: semplicemente non ci sono più persone così. Riposa in pace e in pace, Sylvain Sylvain. Grazie per tutto quello che hai fatto per il Rock’N’Roll”.

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“RIP Syl. Grande e fantastico ragazzo. Molto talentuoso. Sottovalutato. Sempre carico di energia positiva. Membro essenziale di leggendari New York Dolls”, ha commentato Stevie Van Zandt, chitarrista della E-Street Band molto legato al circuito rock newyorkese.

“RIP Sylvain Sylvain, portando lo stile e l’arroganza alle originali Glam-Punk dei New York Dolls! Eroi, i miei eroi. Indosserò ′′ Trash ′′ e ′′ Pills ′′ in onore di Sylvain e del resto dei killer del rossetto”, ha scritto Mike McCready, chitarrista dei Pearl Jam. A lui era morto legato e non ha mai nascosto la grande influenza che la band newyorkese ha avuto nella sua formazione musicale, spingendolo, assieme a poche altre band, a imbracciare la chitarra.

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“Oh cavolo, uno degli originali New York Dolls, Sylvain Sylvain è morto. Era un vero amore. Nel 1980 seduto su un divano nel mio vecchio loft della band, mi ha dato il mio nome d’arte di Steve Stevens. ‘Dove hai preso quel battito, hai preso quel battito sulla 14 esima strada’ “, ha scritto il chitarrista Steve Stevens.

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