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Vlad III Dracula, in arte: l’impalatore

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Non esiste figura più cara ai romantici ed esoterici di tutto il mondo, per definizione: Dracula.

Il conte vampiro, il sanguinario, il principe delle tenebre per antonomasia.

Cosa sarebbe la letteratura gotica senza la sua ombra che aleggia nelle pagine ingiallite degli antichi scritti di Bram Stoker?

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Dai tempi di Stoker ai nostri è ormai praticamente impossibile separare la figura storica di Dracula da quella romanzata, e probabilmente è proprio questo ciò che rende la sua leggenda così affascinante. In fin dei conti, riflettendoci a fondo, dal momento che non abbiamo mai assistito in prima persona con i nostri occhi a tutto ciò che è accaduto prima della nostra nascita, tutta la storia non è altro che un atto di fede. Anche quella che è in grado di fornire le prove più consistenti, non è comunque mai passata sotto la nostra esperienza o coscienza diretta: fede.

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E quindi, una storia che non sia ammantata da un suo fascino lacunoso che chiede di essere riempito con l’immaginazione, non è altro che inchiostro su carta. È anatomia. Le leggende al contrario hanno il fascino di catturarci spesso proprio per la loro assurdità intrinseca, o comunque fuori spesso dalle leggi della fisica. Vanno a colpire le nostre emozioni, e restano incastonate nella nostra mente molto più a lungo a causa di questo. L’incredibile è l’ingrediente che dona vita e vitalità ad una storia, e talvolta lo si trova anche molto più credibile della realtà. È così. L’irreale è più potente del reale.

La leggenda di Dracula, nel nostro caso, non inizia dal romanzo-capolavoro del 1897 scritto in piena epoca vittoriana dall’Irlandese Stoker, che ha avuto comunque il merito di sdoganarlo e portarlo fuori dai confini della sua terra natia, nel mondo intero. Ha inizio molto prima, in un’epoca in cui la superstizione permeava l’intera società, ogni classe e ogni ceto, dall’aristocratico al contadino; e la paura degli spiriti, dei demoni e del diavolo viaggiavano velocemente sulla tesissima corda dell’oscurità della conoscenza.

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Vlad Drăculea III, uno dei più spietati sanguinari di tutti i tempi, nacque (ironia della sorte) nel giorno dei morti, il 2 Novembre 1431 a Sighișoara, nell’oscura e impenetrabile Transilvania, la regione della Romania (e d’Europa) avvolta dalla nebbia e dal mistero par excellence. Suo padre Vlad II era il voivoda di Valacchia (regione storica della Romania), e faceva parte dell’ordine del drago, fondato per tutelare il cristianesimo in Europa Orientale. Il nome patronimico Dracula viene proprio da quest’ultimo: il drago era anche simbolo raffigurante il demonio, ed in lingua romena “Dracul” significa “il diavolo” (ma somiglia anche al termine usato per “drago”), quindi “Draculea”, divenuto poi Dracula, e cioè figlio del diavolo in romeno.

La Valacchia faceva parte del regno d’Ungheria a nord, ma era costantemente minacciata dagli ottomani a sud. Alla fine, dopo varie vicissitudini interne, Vlad padre fu costretto a sottomettersi al sultano Murad e diede quindi “in pegno” i suoi due figli Vlad III e suo fratello Radu agli ottomani, in segno di fedeltà e sottomissione, ma di fatto erano ostaggi. In effetti, entrambi crebbero nell’antica Adrianopoli tra i lussi e gli sfarzi dell’impero ottomano, e furono trattati ed educati come prìncipi, venendo iniziati alle arti della guerra (che Vlad in seguito sfruttó alla grande a modo suo) e alla cultura, fede e lingua musulmana ma al minimo tentativo di ribellione o fuga sapevano bene quale sorte li attendeva, e cioè l’accecamento con ferri roventi e la sepoltura da vivi.

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Una prigione d’oro, certo, ma pur sempre una prigione. Fu proprio qui che Vlad imparò anche la “nobile” arte della tortura dell’impalamento, osservando i trattamenti a cui il sultano Murad sottoponeva i suoi nemici e, come sappiamo, gli tornerà molto utile in seguito. Sempre in terra Turca rimase estremamente affascinato dal modo in cui i sottoposti trattavano il sultano come fosse un Dio sceso in terra, a cui dovevano cieca obbedienza e dovevano lasciarsi sottomettere come meglio riteneva il loro sovrano. Deus lo vult. Tale concezione messianica la riportò indietro in patria, ovviamente sulla sua persona.

Nel 1448 le cose cambiarono inaspettatamente in suo favore: il padre e il fratello (legittimo erede al trono) furono uccisi in una rivolta interna che mirava a detronizzarli entrambi, e grazie anche all’appoggio degli ottomani (i cui progetti erano sfruttare Vlad III per eliminare gli Ungheresi dalla Valacchia ed impadronirsene) Vlad riuscì a riprendersi il suo trono, ma durò ben poco, perché il vecchio Voivoda (succeduto a Vlad padre) lo spodestó subito dopo.

Tra il 1448 e il 1456 Dracula visse in esilio tra la Moldavia e la Transilvania, attendendo il momento propizio per mettere in atto il suo piano di riconquista di casa sua, di tutto ciò che gli avevano sottratto gli usurpatori. Vi riuscì nel 1456, dopo aver ottenuto la fiducia del regno d’Ungheria ed essersi di nuovo schierato a favore della causa cristiana, e dopo aver dimostrato di essere un condottiero militare di grande valore e intelletto.

Dalla sua nascita fino all’inizio del suo regno (durato fino al 1462) Dracula aveva avuto una vita a dir poco movimentata. Aveva viaggiato molto e conosciuto lontane terre e culture esotiche e tutto ciò, unito alla morte di suo padre, alla fine di suo fratello (sepolto vivo), al suo carattere vendicativo e irrequieto, non poterono non influenzare le sue azioni future. Dopotutto, tutti noi siamo il risultato del nostro passato, e tutto ciò che non uccide rende più  f̶o̶r̶t̶i̶  strani.

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Dracula è tuttora acclamato in patria e a “Oriente” come un sovrano saggio e giusto che voleva solo il bene per la sua gente. Di fatti, durante il suo secondo regno portò la Valacchia ad una indipendenza e floridità mai viste prima; i suoi obiettivi erano infatti rafforzare la difesa del paese, l’economia e l’influenza politica. Internamente, costruì nuovi villaggi per i contadini rendendo le condizioni di vita più agiate, favorendone quindi la produttività agricola, limitando gli scambi con i mercanti esterni e incrementando di riflesso dunque la produzione (e quindi l’economia) interna. Aveva compreso infatti che lavoratori messi in condizioni favorevoli e di benessere, rendono di più. Una mosca bianca dunque tra la storia dei governanti di ogni epoca.

Ma a noi non interessano la sue politiche, a noi interessano molto di più le sue orribili carneficine che l’hanno reso famoso in tutto il mondo, giusto?

Ebbene, dovete sapere che Dracula odiava in particolare 4 categorie di persone: i boiardi (casta molto influente dell’aristocrazia feudale), i ladri, gli infedeli e, ovviamente, i Turchi (dopo aver di nuovo abbracciato la fede cristiana). Ma erano soprattutto i boiardi il suo bersaglio preferito, poiché li reputava degli ingordi che pensavano solo al proprio tornaconto personale, invece di occuparsi della stabilità e del benessere del paese. Per ristabilire l’ordine e la giustizia, e favorire il progresso del proprio paese, prese dunque a sbarazzarsi di chiunque non gli andasse a genio in maniera a dir poco spettacolare, applicando la sua tecnica preferita di tortura che aveva imparato alla corte del sultano ottomano: l’impalamento.

Era infatti solito organizzare dei sontuosi banchetti per le sue prede dopodiché, subito dopo l’ultima cena del malcapitato di turno, ordinava che venissero infilzati con pali di legno acuminati che venivano introdotti nell’ano e sbucavano dalla scapola destra (senza ledere organi vitali, con precisione chirurgica da parte del boia) dopodiché il condannato veniva issato in verticale e lasciato a morire così. A volte l’agonia durava anche giorni, il tutto con il nostro affezionatissimo che nel frattempo degustava squisite pietanze ed osservava con voluttuoso voyeurismo le indescrivibili sofferenze della vittima. Da questa pratica Vlad prese infatti il soprannome Tepes, tradotto dal rumeno: impalatore. Si può dire che aveva un codice della tortura tutto suo: i ricchi mercanti sassoni (rei di arricchirsi a discapito della popolazione locale) avevano il privilegio di morire infilzati da pali argentati, ed erano anche più lunghi della media, per consertirgli una veduta più ampia mentre morivano. Una forma di rispetto insomma, perché matti sì, ma maleducati mai.

Altri episodi degni di nota furono la pasqua di sangue a Târgoviște il 25 Marzo del 1459, dove dopo un altro lussuoso banchetto offerto gentilmente da Dracula alle centinaia di boiardi accorsi per il fastoso evento, al termine ne ordinò la decapitazione e l’impalamento per alcuni, mentre i restanti furono ridotti in schiavitù ed utilizzati come manodopera per l’edificazione della sua impenetrabile fortezza di Poenari, in cima alla montagna (di cui tuttora vi sono dei resti). In un’altra occasione invece invitò a cena 3 mercanti sassoni e, dopo averli fatti mangiare in abbondanza, squartó uno di loro costringendo poi un altro a mangiare il contenuto dello stomaco del collega. Il terzo invece fu bollito vivo. Un altro aneddoto ancora vuole che due messaggeri ottomani furono inviati a Târgoviște per esortarlo a pagare 10000 ducati di tributo, porgendo tutte le loro reverenze al padrone di casa, ma rifiutando di togliersi il turbante per motivi religiosi.

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La sua risposta fu terribilmente ironica, degna di lui: glielo fece inchiodare sulla fronte affinché non potessero più levarselo di dosso. Queste sono solo alcune delle tante crudeltà attribuite a Vlad Tepes, tra cui ad esempio anche la sua abitudine di bere sangue umano da cui probabilmente Bram Stoker trasse l’ispirazione per crearne la figura leggendaria di vampiro che tutti conosciamo bene, anche grazie all’aiuto del cinema che conta migliaia di film fondati sul suo personaggio rivisitato in chiave vampiresca. Ma probabilmente anche il folklore dell’epoca, alimentato dalle facili suggestioni della popolazione contribuì non poco nei secoli alla sua creazione in questi termini.

Non si conosce bene quale sia stata la sua vera causa di morte; probabilmente fu ucciso in una battaglia contro gli ottomani, due mesi dopo aver riconquistato il suo trono nel 1474, dopo averlo perso nel ‘62 a causa di una congiura ordita contro di lui dai boiardi e da suo fratello Radu assieme agli ottomani (e dopo aver passato 12 anni in prigione), e sembra che dopo essere stato decapitato la sua testa sia stata portata a Costantinopoli come trofeo di guerra. Il suo corpo non è a tutt’oggi mai stato ritrovato.  Quello che sappiamo per certo del principe, o del “conte”, è che non era soltanto un despota sanguinario, ma anche un ingegnoso stratega militare che voleva riformare e modernizzare la sua terra, e pur di riuscire nell’intento non si fece scrupoli nell’adottare brutali strumenti di castigo che avevano la funzione psicologica di avvertimento verso chiunque avesse osato sfidarlo. Non è una contraddizione in termini se osiamo dire che c’era del raziocinio nella sua follia e nella sua abitudine, alla quale non poteva assolutamente rinunciare, di impalare le sue vittime. Ma d’altronde un uomo di genio deve pur averlo qualche “vizio”, no?

Buon Samhain a tutti!

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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