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Vlad III Dracula, in arte: l’impalatore

Alessio Di Pasquale

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Non esiste figura più cara ai romantici ed esoterici di tutto il mondo, per definizione: Dracula.

Il conte vampiro, il sanguinario, il principe delle tenebre per antonomasia.

Cosa sarebbe la letteratura gotica senza la sua ombra che aleggia nelle pagine ingiallite degli antichi scritti di Bram Stoker?

Dai tempi di Stoker ai nostri è ormai praticamente impossibile separare la figura storica di Dracula da quella romanzata, e probabilmente è proprio questo ciò che rende la sua leggenda così affascinante. In fin dei conti, riflettendoci a fondo, dal momento che non abbiamo mai assistito in prima persona con i nostri occhi a tutto ciò che è accaduto prima della nostra nascita, tutta la storia non è altro che un atto di fede. Anche quella che è in grado di fornire le prove più consistenti, non è comunque mai passata sotto la nostra esperienza o coscienza diretta: fede.

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E quindi, una storia che non sia ammantata da un suo fascino lacunoso che chiede di essere riempito con l’immaginazione, non è altro che inchiostro su carta. È anatomia. Le leggende al contrario hanno il fascino di catturarci spesso proprio per la loro assurdità intrinseca, o comunque fuori spesso dalle leggi della fisica. Vanno a colpire le nostre emozioni, e restano incastonate nella nostra mente molto più a lungo a causa di questo. L’incredibile è l’ingrediente che dona vita e vitalità ad una storia, e talvolta lo si trova anche molto più credibile della realtà. È così. L’irreale è più potente del reale.

La leggenda di Dracula, nel nostro caso, non inizia dal romanzo-capolavoro del 1897 scritto in piena epoca vittoriana dall’Irlandese Stoker, che ha avuto comunque il merito di sdoganarlo e portarlo fuori dai confini della sua terra natia, nel mondo intero. Ha inizio molto prima, in un’epoca in cui la superstizione permeava l’intera società, ogni classe e ogni ceto, dall’aristocratico al contadino; e la paura degli spiriti, dei demoni e del diavolo viaggiavano velocemente sulla tesissima corda dell’oscurità della conoscenza.

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Vlad Drăculea III, uno dei più spietati sanguinari di tutti i tempi, nacque (ironia della sorte) nel giorno dei morti, il 2 Novembre 1431 a Sighișoara, nell’oscura e impenetrabile Transilvania, la regione della Romania (e d’Europa) avvolta dalla nebbia e dal mistero par excellence. Suo padre Vlad II era il voivoda di Valacchia (regione storica della Romania), e faceva parte dell’ordine del drago, fondato per tutelare il cristianesimo in Europa Orientale. Il nome patronimico Dracula viene proprio da quest’ultimo: il drago era anche simbolo raffigurante il demonio, ed in lingua romena “Dracul” significa “il diavolo” (ma somiglia anche al termine usato per “drago”), quindi “Draculea”, divenuto poi Dracula, e cioè figlio del diavolo in romeno.

La Valacchia faceva parte del regno d’Ungheria a nord, ma era costantemente minacciata dagli ottomani a sud. Alla fine, dopo varie vicissitudini interne, Vlad padre fu costretto a sottomettersi al sultano Murad e diede quindi “in pegno” i suoi due figli Vlad III e suo fratello Radu agli ottomani, in segno di fedeltà e sottomissione, ma di fatto erano ostaggi. In effetti, entrambi crebbero nell’antica Adrianopoli tra i lussi e gli sfarzi dell’impero ottomano, e furono trattati ed educati come prìncipi, venendo iniziati alle arti della guerra (che Vlad in seguito sfruttó alla grande a modo suo) e alla cultura, fede e lingua musulmana ma al minimo tentativo di ribellione o fuga sapevano bene quale sorte li attendeva, e cioè l’accecamento con ferri roventi e la sepoltura da vivi.

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Una prigione d’oro, certo, ma pur sempre una prigione. Fu proprio qui che Vlad imparò anche la “nobile” arte della tortura dell’impalamento, osservando i trattamenti a cui il sultano Murad sottoponeva i suoi nemici e, come sappiamo, gli tornerà molto utile in seguito. Sempre in terra Turca rimase estremamente affascinato dal modo in cui i sottoposti trattavano il sultano come fosse un Dio sceso in terra, a cui dovevano cieca obbedienza e dovevano lasciarsi sottomettere come meglio riteneva il loro sovrano. Deus lo vult. Tale concezione messianica la riportò indietro in patria, ovviamente sulla sua persona.

Nel 1448 le cose cambiarono inaspettatamente in suo favore: il padre e il fratello (legittimo erede al trono) furono uccisi in una rivolta interna che mirava a detronizzarli entrambi, e grazie anche all’appoggio degli ottomani (i cui progetti erano sfruttare Vlad III per eliminare gli Ungheresi dalla Valacchia ed impadronirsene) Vlad riuscì a riprendersi il suo trono, ma durò ben poco, perché il vecchio Voivoda (succeduto a Vlad padre) lo spodestó subito dopo.

Tra il 1448 e il 1456 Dracula visse in esilio tra la Moldavia e la Transilvania, attendendo il momento propizio per mettere in atto il suo piano di riconquista di casa sua, di tutto ciò che gli avevano sottratto gli usurpatori. Vi riuscì nel 1456, dopo aver ottenuto la fiducia del regno d’Ungheria ed essersi di nuovo schierato a favore della causa cristiana, e dopo aver dimostrato di essere un condottiero militare di grande valore e intelletto.

Dalla sua nascita fino all’inizio del suo regno (durato fino al 1462) Dracula aveva avuto una vita a dir poco movimentata. Aveva viaggiato molto e conosciuto lontane terre e culture esotiche e tutto ciò, unito alla morte di suo padre, alla fine di suo fratello (sepolto vivo), al suo carattere vendicativo e irrequieto, non poterono non influenzare le sue azioni future. Dopotutto, tutti noi siamo il risultato del nostro passato, e tutto ciò che non uccide rende più  f̶o̶r̶t̶i̶  strani.

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Dracula è tuttora acclamato in patria e a “Oriente” come un sovrano saggio e giusto che voleva solo il bene per la sua gente. Di fatti, durante il suo secondo regno portò la Valacchia ad una indipendenza e floridità mai viste prima; i suoi obiettivi erano infatti rafforzare la difesa del paese, l’economia e l’influenza politica. Internamente, costruì nuovi villaggi per i contadini rendendo le condizioni di vita più agiate, favorendone quindi la produttività agricola, limitando gli scambi con i mercanti esterni e incrementando di riflesso dunque la produzione (e quindi l’economia) interna. Aveva compreso infatti che lavoratori messi in condizioni favorevoli e di benessere, rendono di più. Una mosca bianca dunque tra la storia dei governanti di ogni epoca.

Ma a noi non interessano la sue politiche, a noi interessano molto di più le sue orribili carneficine che l’hanno reso famoso in tutto il mondo, giusto?

Ebbene, dovete sapere che Dracula odiava in particolare 4 categorie di persone: i boiardi (casta molto influente dell’aristocrazia feudale), i ladri, gli infedeli e, ovviamente, i Turchi (dopo aver di nuovo abbracciato la fede cristiana). Ma erano soprattutto i boiardi il suo bersaglio preferito, poiché li reputava degli ingordi che pensavano solo al proprio tornaconto personale, invece di occuparsi della stabilità e del benessere del paese. Per ristabilire l’ordine e la giustizia, e favorire il progresso del proprio paese, prese dunque a sbarazzarsi di chiunque non gli andasse a genio in maniera a dir poco spettacolare, applicando la sua tecnica preferita di tortura che aveva imparato alla corte del sultano ottomano: l’impalamento.

Era infatti solito organizzare dei sontuosi banchetti per le sue prede dopodiché, subito dopo l’ultima cena del malcapitato di turno, ordinava che venissero infilzati con pali di legno acuminati che venivano introdotti nell’ano e sbucavano dalla scapola destra (senza ledere organi vitali, con precisione chirurgica da parte del boia) dopodiché il condannato veniva issato in verticale e lasciato a morire così. A volte l’agonia durava anche giorni, il tutto con il nostro affezionatissimo che nel frattempo degustava squisite pietanze ed osservava con voluttuoso voyeurismo le indescrivibili sofferenze della vittima. Da questa pratica Vlad prese infatti il soprannome Tepes, tradotto dal rumeno: impalatore. Si può dire che aveva un codice della tortura tutto suo: i ricchi mercanti sassoni (rei di arricchirsi a discapito della popolazione locale) avevano il privilegio di morire infilzati da pali argentati, ed erano anche più lunghi della media, per consertirgli una veduta più ampia mentre morivano. Una forma di rispetto insomma, perché matti sì, ma maleducati mai.

Altri episodi degni di nota furono la pasqua di sangue a Târgoviște il 25 Marzo del 1459, dove dopo un altro lussuoso banchetto offerto gentilmente da Dracula alle centinaia di boiardi accorsi per il fastoso evento, al termine ne ordinò la decapitazione e l’impalamento per alcuni, mentre i restanti furono ridotti in schiavitù ed utilizzati come manodopera per l’edificazione della sua impenetrabile fortezza di Poenari, in cima alla montagna (di cui tuttora vi sono dei resti). In un’altra occasione invece invitò a cena 3 mercanti sassoni e, dopo averli fatti mangiare in abbondanza, squartó uno di loro costringendo poi un altro a mangiare il contenuto dello stomaco del collega. Il terzo invece fu bollito vivo. Un altro aneddoto ancora vuole che due messaggeri ottomani furono inviati a Târgoviște per esortarlo a pagare 10000 ducati di tributo, porgendo tutte le loro reverenze al padrone di casa, ma rifiutando di togliersi il turbante per motivi religiosi.

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La sua risposta fu terribilmente ironica, degna di lui: glielo fece inchiodare sulla fronte affinché non potessero più levarselo di dosso. Queste sono solo alcune delle tante crudeltà attribuite a Vlad Tepes, tra cui ad esempio anche la sua abitudine di bere sangue umano da cui probabilmente Bram Stoker trasse l’ispirazione per crearne la figura leggendaria di vampiro che tutti conosciamo bene, anche grazie all’aiuto del cinema che conta migliaia di film fondati sul suo personaggio rivisitato in chiave vampiresca. Ma probabilmente anche il folklore dell’epoca, alimentato dalle facili suggestioni della popolazione contribuì non poco nei secoli alla sua creazione in questi termini.

Non si conosce bene quale sia stata la sua vera causa di morte; probabilmente fu ucciso in una battaglia contro gli ottomani, due mesi dopo aver riconquistato il suo trono nel 1474, dopo averlo perso nel ‘62 a causa di una congiura ordita contro di lui dai boiardi e da suo fratello Radu assieme agli ottomani (e dopo aver passato 12 anni in prigione), e sembra che dopo essere stato decapitato la sua testa sia stata portata a Costantinopoli come trofeo di guerra. Il suo corpo non è a tutt’oggi mai stato ritrovato.  Quello che sappiamo per certo del principe, o del “conte”, è che non era soltanto un despota sanguinario, ma anche un ingegnoso stratega militare che voleva riformare e modernizzare la sua terra, e pur di riuscire nell’intento non si fece scrupoli nell’adottare brutali strumenti di castigo che avevano la funzione psicologica di avvertimento verso chiunque avesse osato sfidarlo. Non è una contraddizione in termini se osiamo dire che c’era del raziocinio nella sua follia e nella sua abitudine, alla quale non poteva assolutamente rinunciare, di impalare le sue vittime. Ma d’altronde un uomo di genio deve pur averlo qualche “vizio”, no?

Buon Samhain a tutti!

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“Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Federico Falcone

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Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

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Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

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Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

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L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

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 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

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23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

Riccardo Colella

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“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

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I meriti di The Crown 4: gli amori del Principe del Galles

Licia De Vito

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Il 15 Novembre è uscita la quarta stagione di The Crown, la famosa serie targata Netflix che ripercorre le tappe fondamentali della vita di Elisabetta II, del suo regno e della famiglia Windsor. Poco tempo dopo il tabloid ”Sun”, citando fonti molto vicine alla monarchia, annuncia che il principe Carlo e suo figlio William sarebbero decisamente contrariati per la ricostruzione proposta dalla serie che nei nuovi episodi affronta il periodo compreso tra l’elezione di Magaret Thatcher e i primi anni novanta.

La bulimia di Diana, i tradimenti del giovane principe, l’insensibilità della Regina e altri particolari poco edificanti emersi nel corso delle 10 puntate. I complottisti diranno che sia un caso che il principe Harry e la moglie Meghan (al netto di tutte le liti con la famiglia reale) abbiano un accordo con la famosa piattaforma streaming, in effetti un contratto da 75 milioni di sterline, proprio per produrre documentari e altri programmi, ma hey, noi siamo qui per i peccati, non per gli spioni.

Carlo, Diana, Camilla, la Regina, la famiglia, vengono davvero danneggiati dall’immagine che dà di loro la serie? Oppure The Crown ci aiuta in qualche modo a capire l’umanità di individui che per noi comuni mortali sono per definizione fortunati, impeccabili, immuni al dolore e distanti dalle volgari e popolari manifestazioni emotive?

Un uomo, tre donne iconiche.

Camilla Shand

Camilla Rosemary, coniugata Mountbatten-Windsor, conosciuta come Parker Bowles, è sempre stata agli occhi del mondo solamente “l’amante”. Conosce il principe in giovane età e subito se ne innamora. Nonostante fosse sposata intraprende con Carlo una lunghissima relazione che continuerà anche durante il matrimonio di lui.

La “più brutta”, la “più antipatica”, la “più vecchia”, i media la porranno sempre in contrapposizione con la principessa Diana, un’estenuante competizione che le due donne vivranno per tutta la vita e che avrà conseguenze drammatiche per entrambe. Dalla serie Camilla risulta però una persona vivace, intelligente, ironica. Capace anche di mettersi da parte e rinunciare al vero amore della sua vita per il bene del suo Paese e della sua famiglia. Insomma un nuovo punto di vista, al di là della tradizionale narrazione costruita intorno a questa donna. Finalmente.

Diana Spencer

Non servono certo presentazioni per Lady D. Una delle donne in assoluto più amate del pianeta viene per la prima volta liberata dall’aura di santità che le è da sempre stata attribuita. I pregi della Principessa sono indubbiamente tantissimi, madre amorevole e donna compassionevole, a lei va l’assoluto merito di aver aperto gli occhi della monarchia sul mondo dei poveri, dei bisognosi, degli ultimi.

Il punto è che Diana non era un essere di pura luce, aveva i suoi difetti e le sue ombre. Sono da sempre noti infatti i suoi problemi con il cibo e l’inquietudine psicologica. Dalla serie emerge una ragazza fragile, a tratti frivola, che troppo presto è stata chiamata a confrontarsi con un mondo duro e spietato. Spietato certo, quello della corte è da sempre un terreno di intrighi e giochi di potere ma anche di grandi responsabilità, decisioni, comando. Guidare una nazione non è certo un gioco e le persone coinvolte spesso non possono permettersi il lusso delle emozioni.

Mostrare i suoi turbamenti, i suoi difetti e le problematiche, la rende in qualche modo meno brava? No. Ci mostra invece come una storia non si può mai raccontare da un solo punto di vista. Come nessuno sia o solo “giusto” o solo “sbagliato”. Basta giochi delle parti e posizioni drastiche quindi, anche qui, grazie The Crown.

Elisabetta Windsor

La regina Elisabetta II, ultimo pezzo di un’Europa che sparirà con lei, è in assoluto una delle donne più potenti del mondo, di sempre. Salita al trono appena venticinquenne, per più di sessant’anni (in assoluto il regno più lungo di una donna nella storia) ha guidato l’impero britannico superando integerrima il susseguirsi dei governi, delle guerre, dei presidenti, dei ministri, dei casi diplomatici, degli uomini che hanno fatto la Storia.

Guardando The Crown emerge una donna preparatissima, impeccabile, poco incline alle manifestazioni d’affetto e in generale agli eccessi ma attenta ai diritti dei sudditi e alle diversità dei popoli riuniti sotto la sua corona.  Una madre poco presente (dai) che però cerca comunque di monitorare i movimenti dei figli. Si poteva chiedere a questa donna che gestiva contemporaneamente l’IRA, la crisi delle Falkland e l’Apartheid di occuparsi del matrimonio instabile del figlio? Sì, e infatti lei se ne occupa e lo fa attraverso lo strumento che userebbero sia una Regina (e non parlo di presunti omicidi) che una madre : una bella cazziata.

No, non sei tu che soffri. Siamo noi, magari, che dobbiamo sopportarvi.” è il monito di Elisabetta II per il figlio, al quale suggerisce “Di iniziare a comportarti da re”.

E che Dio mi fulmini, se muoio prima di mio figlio! (nota personale)

Il Principe

Anche il povero Carlo, l’eterno secondo, il ragazzo capriccioso che non riesce ad accettare il protocollo reale e le rigide imposizioni che sono la naturale conseguenza dei suoi privilegi, riesce a venirne fuori in qualche modo rinnovato.

Non più solo il bamboccione che morirà all’ombra della gonna di sua madre, ma un uomo a suo modo romantico che alla fine ha avuto quello che voleva ricongiungendosi finalmente con Camilla, l’unico, vero, grande amore della sua vita. Quasi una favola, se non sapessimo come è andata a finire.

Tutto il resto è storia.

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