Connect with us

Cinema

“Sarò scozzese per sempre”: la Scozia piange Sir Sean Connery, il suo figlio più amato

Largo alla parata delle cornamusa, a quello Scotland The Brave che ora sovrasta i cieli, le strade e le Highlands. La Scozia ha perduto uno dei suoi figli più amati

Federico Falcone

Published

on

La Scozia è in lutto. Mi si è spezzato il cuore dopo aver saputo della morte di Sir Sean Connery. Il nostro Paese piange uno dei suoi figli più amati. Sean è nato in una famiglia operaia di Edimburgo e grazie al talento e al duro lavoro è diventato un’icona del cinema internazionale e uno degli attori più affermati al mondo”. Lo ha scritto su Twitter Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese.

Leggi anche: Addio Sir Sean Connery, addio Mr. Bond

Sir Sean Connery, figlio della Scozia, vissuto per essa, per il suo orgoglio, per quella bandiera a sfondo blu che esibisce con orgoglio la Crux Decussata, simbolo, effige, ricordo del martirio dell’Apostolo Sant’Andrea, il santo patrono del Paese. Una terra che forgia uomini duri, caparbi, tenaci, che, per tradizione e cultura, non conoscono il concetto di abbassare la testa. D’altronde, uno dei proverbi tipici delle Highlands è “sii felice mentre sei in vita perché sarai morto per molto tempo“.

Era il 2000, quando Sean Connery entrò in kilt nel palazzo Holyroodhouse di Edimburgo. Di fronte a sé trovò la Regina Elisabetta II. Le si inginocchiò davanti, con eleganza e fierezza, mettendo in scena un rito secolare. Lei gli toccò la spalla con una spada, nominandolo Sir. Lo sguardo, affascinante e magnetico, si riempì di ulteriore orgoglio. Dai sobborghi di Edimburgo, dalla working class imperante, dall’ascendenza contadina del padre, all’essere incoronato Sir. Un percorso costellato di fatica e successi.

“È un grande onore per la Scozia. E per me è il giorno di massimo orgoglio di tutta la mia vita”, affermò.

Non mancarono, ovviamente, le polemiche. Per un inglese, concedere la massima onorificenza a uno scozzese, è uno smacco. Un affronto che anche Tony Blair, all’epoca primo ministro, trovò di dubbio gusto. Connery, con il sorriso beffardo stampato in volto, tipico di chi sa di averla combinata grossa, gliel’aveva fatta sotto al naso.

“Quando me l’hanno proposto ho chiesto una settimana per riflettere. Poiché non mi hanno imposto di modificare nessuna delle mie opinioni, né artistiche né politiche, alla fine ho accettato il titolo. E nessuno, finora, me lo ha tolto, anche se continuo a dire quello che penso”, disse rispondendo a un’intervista.

Era un giovane marinaio quando si tatuò sul braccio la scritta “Scozia per sempre“. Un sentimento patriottico che lo ha accompagnato per tutta la vita, ovunque andasse, benché non voleva che apparisse nei film in cui recitava. Nota la sua posizione a favore dell’indipendenza scozzese, che sostenne pubblicamente nel 2014, in occasione del referendum. Convinto sostenitore dello Scottish National Party, si spinse oltre, con dichiarazioni che infiammarono il popolo erede di William Wallace.

“È una occasione unica. Con la vittoria del sì ci sarà una rinnovata attenzione sulla nostra cultura e politica, offrendoci nuove opportunità, senza precedenti, per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa. Siamo una nazione piccola ma meritiamo di essere liberi. Sostengo la lotta indipendentista perché credo nell’eguaglianza”.

Sean Connery, però, andò a vivere a Nassau, nelle Bahamas, terra che in passato ha ospitato miti e leggende piratesche, ricca di fascino esotico e lontana dai cieli grigi e uggiosi della sua Scozia. A chi glielo faceva notare, invitandolo a tornare a Edimburgo, era solito rispondere che non era andato via realmente. Solo per “qualche tempo”.

“Non tornerò a vivere in Scozia finché non sarà indipendente. Finché anche il suo nuovo Parlamento – sono andato all’inaugurazione, ed ero felice di esserci – viene deciso da Downing Street. Ci sono con la fondazione che si occupa di aiuto ai disabili, di scuole per i bambini bisognosi, con il progetto di una scuola di cinema. Ma non posso vivere nel paese, il mio paese, in cui i media sono i più feroci nei miei confronti, perché tutti i media sono nelle mani di stranieri, di Rudolph Murdoch soprattutto”, spiegò qualche tempo fa.

Sean Connery, il più grande James Bond di tutti i tempi, è morto ieri all’età di 90 anni. A Nassau, Bahamas. Ma chiamatelo Connery, Sir Sean Connery. Largo alla parata delle cornamusa, a quello Scotland The Brave che ora sovrasta i cieli, le strade e le Highlands. La Scozia ha perduto uno dei suoi figli più amati.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

Published

on

Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

Continue Reading

Cinema

Addio a David Prowse: interpretò Darth Vader nella trilogia di Star Wars

Redazione

Published

on

L’attore David Prowse, noto per aver  interpretato Darth Vader nella trilogia originale di Star Wars, è  morto questa domenica all’età di 85 anni. La morte dell’attore nato a  Bristol è stata annunciata questa mattina su Twitter dalla sua agenzia. Prowse, che ha messo il suo corpo, ma non la sua voce, a Darth Vader, era anche ampiamente conosciuto nel Regno Unito per una  campagna di sensibilizzazione stradale che insegnava ai bambini ad  attraversare la strada e per la quale nel 2000 ha ricevuto l’Ordine dell’Impero Britannico.

Dopo il suo ruolo in Star Wars, è rimasto lontano dal cinema, ma in precedenza ha avuto altri ruoli in film come Arancia meccanica e ha interpretato Frankenstein in tre occasioni.  “Che la Forza sia sempre con lui”, ha detto l’agente Thomas Bowington. Prowse è morto dopo una breve malattia – una perdita per “milioni di fan in tutto il mondo”.

Continue Reading

Cinema

Maradona, l’omaggio della macchina da presa: otto lavori per conoscerlo meglio

Redazione

Published

on

Abbiamo scelto di occuparci più volte di Maradona perché la sua storia va ben oltre il pianeta del calcio. Per questo in più di un’occasione il calciatore argentino ha ispirato registi come Emir Kusturica e Paolo Sorrentino, ma anche documentaristi, intellettuali, artisti, musicisti. L’agenzia di stampa Agi ha scelto 8 lungometraggi ispirati alla controversa vicenda del Pibe de Oro, dentro e fuori dal campo.

“Diego Maradona” – gli appassionati di serie tv e di cinema in questi mesi avranno certamente visto in programmazione su Netflix il film documentario del 2019 di Asif Kapadia, ‘Diego Maradona’, realizzato in suo onore grazie alle 500 ore di materiale inedito che la famiglia del campione argentino ha messo a disposizione del regista inglese di origine indiane.

‘Maradona” di Kusturica. Se il “Diego Maradona” di Kapadia è un documento storico potentissimo, non è da meno il lavoro di Emir Kusturica presentato a Cannes nel 2008. Parliamo dell’incontro di due fuoriclasse, due istrioni. È un documentario che rasenta l’agiografia verso un personaggio che Kusturica ama e che giustifica in ognuna delle sue trasgressioni. Da sottolineare la scena in cui si vede un Diego Maradona molto ingrassato che canta “La mano de Dios” in un locale davanti alle figlie.

“Youth” di Paolo Sorrentino. L’omaggio è esplicito: nel resort-casa di cura dove sono Harvey Keitel e Michael Cane c’è anche Diego Armando Maradona che sta facendo una cura per dimagrire. Non è lui, ovviamente, ma l’attore Roly Serrano è di una somiglianza impressionate; bellissima la scena in cui palleggia con una palla da tennis calciandola in alto e riprendendola al volo (il tutto fatto al computer, ovviamente, ma scena realistica se si pensa che queste cose Maradona le faceva veramente). Proprio Sorrentino, ricorda l’Agi, era innamoratissimo come tutti i napoletani dell’ex numero 10, al punto da citarlo insieme a Federico Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese nel discorso di ringraziamento per l’Oscar per ‘La grande bellezza’ del 2013. A luglio ha iniziato la collaborazione con Netflix per il film originale ‘È stata la mano di Dio’ le cui riprese si sono svolte recentemente a Napoli. Un film, ha detto Sorrentino, “intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso”.

“Santa Maradona” di Marco Ponti. Film di culto del 2000 per la generazione nata negli anni Ottanta, il cui titolo allude a una canzone dei Mano Negra e non direttamente al giocatore, che comunque compare in tutto il suo splendore nei titoli di testa.

“Tifosi” di Neri Parenti. Qui compare Diego nell’unico ruolo di finzione cinematografica: in una una scena del film ‘Tifosi’ di Neri Parenti del 1999, un cinepanettone dove ‘el Pibe de Oro’ compare ingrassato (e inseguito dal Fisco), nell’episodio “napoletano” con Nino D’Angelo e Peppe Quintale rapinatori inconsapevoli di un attico che appartiene proprio al loro idolo Maradona.

L’omaggio di Marco Risi del 2007. Unico biopic finora realizzato – in attesa di quello di Sorrentino – sul grande calciatore è invece “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi del 2007, che racconta la vita dell’argentino dall’infanzia fino al capodanno del 2000 ed è interpretato, in età adulta, da Marco Leonardi.

“Armando Maradona” di Javier Vazquez. un documentario classico e agiografico sul ‘Pibe de Oro’, con la non troppo originale concessione sul lato oscuro del calciatore che combatte contro le proprie debolezze umane e la dipendenza da cocaina.

“Maradonapoli”. Il film italiano, attualmente disponibile su Netflix, parla dell’eredità e del ricordo che ha lasciato a Napoli, città che vive ancora nella memoria e nella gratitudine verso Diego al quale in diversi vicoli sono stati addirittura eretti degli altarini come fosse un santo.

Continue Reading

In evidenza