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Il mistero di Sleepy Hollow: la superstizione tra Illuminismo e Romanticismo

Riccardo Colella

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L’ora è giunta: dopo un’intera settimana a tema, la notte di Halloween è finalmente arrivata. In questi giorni brulicano i consigli su come passare una serata all’insegna del brivido, calandosi nello spirito della festa più spaventosa dell’anno. The Walk of Fame non si chiama fuori dal ballo e, anzi, rilancia con un grande classico di Halloween. Non tanto per il genere più o meno classificabile come specifico horror ma per tutta una serie di fattori legati alle ambientazioni, musiche, origini della storia e ultimo ma non ultimo: la figura del Cavaliere senza testa. Cari amici e care amiche, parliamo de “Il mistero di Sleepy Hollow”: film del 1999 diretto da Tim Burton.

LA TRAMA – New York, 1799. Ichabod Crane è un agente di polizia che pone alla base delle sue indagini, dei rigidi metodi illuministi. Ardimentoso di dimostrare la scientificità del proprio operato (ma anche per il reiterarsi degli scontri che lo vedono costantemente opposto ai suoi superiori), viene inviato ad investigare su una serie di misteriosi delitti occorsi in una piccola comunità di coloni (per lo più olandesi) nell’isolato villaggio di Sleepy Hollow, nel cuore delle Hudson Highlands. Coadiuvato dal giovane figlio di una delle vittime e dall’affascinante ma enigmatica Katrina Van Tassell, Crane dovrà calarsi in una cupa realtà dove la superstizione pare aver chiuso le porte al progredire della scienza.

C’ERA UNA VOLTA – La pellicola è un libero adattamento dal racconto di Washington IrvingLa leggenda di Sleepy Hollow” pubblicato per la prima volta nell’Inghilterra del 1820. Esistono infatti sostanziali differenze tra l’opera letteraria e quella cinematografica. Nel racconto di Irving, Ichabod Crane è un maestro di scuola che rivaleggia con Abraham Van Brunt per il cuore della diciottenne Kathrina Van Tassell e sulle cui vicende sentimentali/economiche, incombe l’oscura minaccia del Cavaliere senza testa.

Ma chi era quest’ultimo? L’inquietante figura del cavaliere è uno spauracchio che ritroviamo nel folklore popolare sin dagli albori del medioevo: dalle leggende celtiche a quelle americane, da quelle tedesche a quelle del vecchio West, è addirittura protagonista del lungometraggio animato targato Disney del 1949. Nel film di Tim Burton, trova personificazione nello spettro di un mercenario dell’Assia (ucciso dai soldati americani via decapitazione) che torna dall’oltretomba per reclamare proprio quella testa che, misteriosamente, non fu mai sepolta col resto del corpo.

Sebbene si tratti, come detto, di una figura nata dalle credenze popolari, possiamo notare come, effettivamente, nutrite schiere di mercenari, noti come cavalieri neri, furono in quel tempo mandati dagli Imperi Centrali Europei per impedire ai coloni americani di liberarsi dal giogo britannico.

IL FILM – La pellicola vede, oltre all’immancabile presenza di Johnny Depp, divenuto nel frattempo autentico attore-feticcio del regista, anche quella di Christina Ricci (nei panni di Kathrina Van Tassell), Miranda Richardson (matrigna di Kathrina stessa), Jeffrey Duncan Jones e, soprattutto, un Christopher Walken calatosi perfettamente nell’ormai consolidato ruolo del villain.

L’impatto visivo è di quelli tanto cari a Tim Burton: atmosfere cupe, tinte dal sapore gotico/dark e villaggi fittamente circondati da spesse coltri di nebbia fanno da apripista a un vero e proprio manifesto del cinema pop. Proprio la nebbia può fornire un interessante spunto di riflessione, se consideriamo che nel pieno passaggio da Illuminismo a Romanticismo, rappresenta una delle tematiche più care a quest’ultimo movimento culturale. L’emblematico mantra su cui Crane fonda le proprie convinzioni investigative: “Razione più deduzione scoprono la verità”, rappresenta al meglio le forze che spingono l’arguto investigatore (uomo di profonda fede illuminista) ad accettare giocoforza la tanto vituperata superstizione popolare così radicata nel Romanticismo, pur mantenendo una parte delle proprie convinzioni scientifico-progressiste.

WELCOME TO SLEEPY HOLLOW – Se la figura del cavaliere è ovviamente frutto di fantastiche leggende romanzate nel corso dei secoli, affascinanti quanto singolari sono le peculiarità che l’odierna “Sleepy Hollow” tuttora vanta. L’impatto che il racconto di Washington Irving ha avuto sulla contea di Westchester è stato così profondo da spingere la stessa amministrazione a ribattezzare la cittadina di Tarrytown (dove hanno luogo le avventure dei protagonisti dell’opera) in Sleepy Hollow nel 1997. Lo stesso Irving, inoltre, morto nel 1859, ha trovato sepoltura nell’antico cimitero comunale.

Sempre nel generoso atto di “mantenere vive le tradizioni”, infine, durante la notte di Halloween un uomo a cavallo e mascherato da cavaliere nero senza testa e che imbraccia una zucca intagliata, galoppa per le vie di Sleepy Hollow, seminando inquietudine tra i turisti capitati nello spettrale villaggio dell’interno, a poche miglia dal fiume Hudson.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

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“Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Federico Falcone

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Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

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Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

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Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

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L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

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 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

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23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

Riccardo Colella

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“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

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I meriti di The Crown 4: gli amori del Principe del Galles

Licia De Vito

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Il 15 Novembre è uscita la quarta stagione di The Crown, la famosa serie targata Netflix che ripercorre le tappe fondamentali della vita di Elisabetta II, del suo regno e della famiglia Windsor. Poco tempo dopo il tabloid ”Sun”, citando fonti molto vicine alla monarchia, annuncia che il principe Carlo e suo figlio William sarebbero decisamente contrariati per la ricostruzione proposta dalla serie che nei nuovi episodi affronta il periodo compreso tra l’elezione di Magaret Thatcher e i primi anni novanta.

La bulimia di Diana, i tradimenti del giovane principe, l’insensibilità della Regina e altri particolari poco edificanti emersi nel corso delle 10 puntate. I complottisti diranno che sia un caso che il principe Harry e la moglie Meghan (al netto di tutte le liti con la famiglia reale) abbiano un accordo con la famosa piattaforma streaming, in effetti un contratto da 75 milioni di sterline, proprio per produrre documentari e altri programmi, ma hey, noi siamo qui per i peccati, non per gli spioni.

Carlo, Diana, Camilla, la Regina, la famiglia, vengono davvero danneggiati dall’immagine che dà di loro la serie? Oppure The Crown ci aiuta in qualche modo a capire l’umanità di individui che per noi comuni mortali sono per definizione fortunati, impeccabili, immuni al dolore e distanti dalle volgari e popolari manifestazioni emotive?

Un uomo, tre donne iconiche.

Camilla Shand

Camilla Rosemary, coniugata Mountbatten-Windsor, conosciuta come Parker Bowles, è sempre stata agli occhi del mondo solamente “l’amante”. Conosce il principe in giovane età e subito se ne innamora. Nonostante fosse sposata intraprende con Carlo una lunghissima relazione che continuerà anche durante il matrimonio di lui.

La “più brutta”, la “più antipatica”, la “più vecchia”, i media la porranno sempre in contrapposizione con la principessa Diana, un’estenuante competizione che le due donne vivranno per tutta la vita e che avrà conseguenze drammatiche per entrambe. Dalla serie Camilla risulta però una persona vivace, intelligente, ironica. Capace anche di mettersi da parte e rinunciare al vero amore della sua vita per il bene del suo Paese e della sua famiglia. Insomma un nuovo punto di vista, al di là della tradizionale narrazione costruita intorno a questa donna. Finalmente.

Diana Spencer

Non servono certo presentazioni per Lady D. Una delle donne in assoluto più amate del pianeta viene per la prima volta liberata dall’aura di santità che le è da sempre stata attribuita. I pregi della Principessa sono indubbiamente tantissimi, madre amorevole e donna compassionevole, a lei va l’assoluto merito di aver aperto gli occhi della monarchia sul mondo dei poveri, dei bisognosi, degli ultimi.

Il punto è che Diana non era un essere di pura luce, aveva i suoi difetti e le sue ombre. Sono da sempre noti infatti i suoi problemi con il cibo e l’inquietudine psicologica. Dalla serie emerge una ragazza fragile, a tratti frivola, che troppo presto è stata chiamata a confrontarsi con un mondo duro e spietato. Spietato certo, quello della corte è da sempre un terreno di intrighi e giochi di potere ma anche di grandi responsabilità, decisioni, comando. Guidare una nazione non è certo un gioco e le persone coinvolte spesso non possono permettersi il lusso delle emozioni.

Mostrare i suoi turbamenti, i suoi difetti e le problematiche, la rende in qualche modo meno brava? No. Ci mostra invece come una storia non si può mai raccontare da un solo punto di vista. Come nessuno sia o solo “giusto” o solo “sbagliato”. Basta giochi delle parti e posizioni drastiche quindi, anche qui, grazie The Crown.

Elisabetta Windsor

La regina Elisabetta II, ultimo pezzo di un’Europa che sparirà con lei, è in assoluto una delle donne più potenti del mondo, di sempre. Salita al trono appena venticinquenne, per più di sessant’anni (in assoluto il regno più lungo di una donna nella storia) ha guidato l’impero britannico superando integerrima il susseguirsi dei governi, delle guerre, dei presidenti, dei ministri, dei casi diplomatici, degli uomini che hanno fatto la Storia.

Guardando The Crown emerge una donna preparatissima, impeccabile, poco incline alle manifestazioni d’affetto e in generale agli eccessi ma attenta ai diritti dei sudditi e alle diversità dei popoli riuniti sotto la sua corona.  Una madre poco presente (dai) che però cerca comunque di monitorare i movimenti dei figli. Si poteva chiedere a questa donna che gestiva contemporaneamente l’IRA, la crisi delle Falkland e l’Apartheid di occuparsi del matrimonio instabile del figlio? Sì, e infatti lei se ne occupa e lo fa attraverso lo strumento che userebbero sia una Regina (e non parlo di presunti omicidi) che una madre : una bella cazziata.

No, non sei tu che soffri. Siamo noi, magari, che dobbiamo sopportarvi.” è il monito di Elisabetta II per il figlio, al quale suggerisce “Di iniziare a comportarti da re”.

E che Dio mi fulmini, se muoio prima di mio figlio! (nota personale)

Il Principe

Anche il povero Carlo, l’eterno secondo, il ragazzo capriccioso che non riesce ad accettare il protocollo reale e le rigide imposizioni che sono la naturale conseguenza dei suoi privilegi, riesce a venirne fuori in qualche modo rinnovato.

Non più solo il bamboccione che morirà all’ombra della gonna di sua madre, ma un uomo a suo modo romantico che alla fine ha avuto quello che voleva ricongiungendosi finalmente con Camilla, l’unico, vero, grande amore della sua vita. Quasi una favola, se non sapessimo come è andata a finire.

Tutto il resto è storia.

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