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Cinema

Non è tutto horror ciò che luccica: The death of Dick Long

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

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Articolo di Davide Predosin

Vista l’occasione, ovvero questo speciale di Halloween di The Walk of Fame, avrei voluto soffermarmi su alcuni horror contemporanei che non mi sono affatto piaciuti e che vengono spesso portati in palmo di mano da molti cultori del genere.

Sarei stato tentato di sollevare alcune polemiche su una certa maniera seriosa e furbetta usata ultimamente per cercare di terrorizzare il pubblico, ma forse il problema è mio: sono io a non aver più voglia di spaventarmi gratuitamente come in una specie di circo di turpitudini disturbanti. Se devo infatti assistere a pratiche rituali perverse e pseudo-sataniste voglio che ci sia sufficiente gusto per il grottesco come in Rosemary’s Baby o in Wicker-man del ’73.

Oppure mi piacerebbe che si riprendesse una certa tradizione horror prettamente anni ’80, (Sam Raimi, Carpenter, Joe Dante, Cronemberg) che si riconosceva come cinema di intrattenimento ma non disdegnava, dietro il divertimento, di essere anche specchio critico della società dell’epoca; cosa che mi sembra sia riuscito a fare ultimamente Jordan Peel in Get Out- Scappa e anche in Us o Jennifer Kent in Babadook.

C’è ancora una buona dose di senso dell’umorismo in questi film, cosa che mi sembra mancare in altri blasonati giovani registi di oggi che hanno sicuramente elaborato uno stile registico elegante e personale; hanno un gusto fotografico che cattura esteticamente lo spettatore ma, a mio parere, nascondono in questo modo la pochezza e convenzionalità dei loro soggetti.  D’altronde non penso di essere nemmeno un esperto del genere e può essere che mi sfugga qualcosa, quindi ho deciso di suggerire un film che non è nemmeno un horror ma che, devo dire, a suo modo un po’ di paura la fa. 

Prodotto dalla A24 del più celebre Midsommar, The Death of Dick Long è del 2019 e difficilmente verrà distribuito in Italia

Per quanto divertente, quantomeno per chi ama grottesco, black humor, ma soprattutto cringe comedy (letteralmente commedia imbarazzante), The death of Dick Long mette in scena una situazione così inimmaginabile e border-line che sfido qualsiasi distributore italiano a rischiare di farne un’edizione italiana. Se mai succedesse, ovviamente, non dovrebbe essere un’edizione  doppiata: si tratta di un film ambientato in Alabama i cui protagonisti sono degli autentici bifolchi rednecks, nati e cresciuti in una provincia dove, per noia, si finisce per fare qualsiasi cosa e dove, soprattutto, si parla come nei libri di Erskine Caldwell.

Nonostante difetti, imperfezioni e sbavature The Death of Dick Long rimane uno dei film indipendenti più spassosi e originali visti quest’anno durante il lockdown

Sarà che  ho sempre più bisogno di sviluppi drammatici plausibili, anche e soprattutto quando scaturiscono da premesse improbabili, e sono sempre più insofferente davanti ai trastulli cinematografici  di autori che non sanno cosa raccontare e, in questo caso, il soggetto e il suo sviluppo sono umanamente e narrativamente molto intriganti.

Il regista del film è Daniel Scheinert, uno dei due Daniels autori di Swiss Army Man, un’altra dark comedy in cui, nonostante elementi macabri, paradossali e, volendo, a tratti,  irresistibilmente triviali, è in grado di raccontare, attraverso una relazione psicotica tra un naufrago e un cadavere, temi come alienazione, disagio e solitudine; cose che andrebbero affrontate nelle scuole e invece sono spesso rappresentate meglio in film minori che difficilmente potrebbero  essere inseriti in programmi di istruzione ministeriali.

Di certo un insegnante non potrebbe far vedere The Death of Dick Long ai propri studenti; benché si tratti di un film piuttosto intelligente,  con ottimi dialoghi e attori in grado di interpretare in maniera convincente l’impaccio, l’imbarazzo, la goffaggine irresponsabile di due amici che, dopo una notte di baldoria, cercano di nascondere qualcosa di difficilmente perdonabile.

Il film si sviluppa in maniera ellittica e per un po’ brancoliamo nel buio assieme a una ufficiale di polizia, degna erede della più celebre investigatrice di Fargo dei fratelli Cohen.

Forse il riferimento più prossimo al film di Daniel Scheinert, se non fosse che qui viene estremizzata l’inadeguatezza e la stupidità di quelli che in Dick Long  più che criminali, sono autentiche incarnazioni della banalità del male della provincia; o, se vogliamo, di patetica, candida e insulsa idiozia.

Nel film, la famiglia e la comunità in genere, è rappresentata come un fragilissimo organismo in cui vicini e  coniugi non sanno quasi nulla l’uno dell’altro; un marito è rimasto un adolescente così irresponsabile e sprovveduto da attraversare tragedia e ridicolo rimanendone quasi indenne, ovvero uscendone comicamente come ne è entrato: un bifolco come tanti a cui possiamo riconoscere al massimo un autentico affetto per la figlia ma che ci fa rabbrividire, e ridere, quando tenta di riavvicinarsi alla moglie; vera vittima, martire ed eroina… se di eroi e martiri nel film si può parlare.

Non posso anticipare nient’altro, e mi dispiace perché muoio dalla voglia di spifferare qualcosa ma rovinerei un’autentica chicca del cinema indipendente americano contemporaneo. Ripeterò solo che dopo una festa due amici  portano un terzo amico gravemente ferito all’ospedale ma, per paura di confessare cosa hanno fatto, lo abbandonano sanguinante e moribondo davanti al pronto soccorso e, ovviamente, questo non vivrà abbastanza per poter raccontare la propria versione dei fatti. 

Un film di serie B, vista la spesa contenuta e le scarse pretese e possibilità di botteghino.

Una piccola, pregevole produzione che sa far funzionare perfettamente il meccanismo cosa succederebbe se ed è in grado di suscitare nello spettatore una buona dose di suspense imbarazzata; paragonabile a livello adrenalinico alla suspense orrorifica; basate entrambe sulla stesso contraddittorio meccanismo psicologico o tacita invocazione: oh mio dio non voglio vedere cosa sta per succedere/devo vedere cosa sta per succedere.

Un thriller per finta, uno scabroso noir con risvolti comici,  che, come Swiss Army man sa far stare in piedi un soggetto sulla carta irrealizzabile ed è in grado di bilanciare con humour una storia tragica a cui non possiamo assistere senza ridere e rabbrividire.

Come diceva Tommaso Landolfi “non si fa letteratura con la letteratura” e così non necessariamente si fa horror con l’horror e the Death of Dick Long è un degno esempio di come si possa ingenerare orrore senza necessariamente ricorrere a entità paranormali o a psicopatici assassini ma limitandosi a visitare una piccola cittadina dell’Alabama dove la gente si diverte come può.

Mi limito quindi a suggerire questo film minore, che ci mette davanti a una circostanza socialmente spaventosa, forse metafora più o meno scoperta di quanta sofferenza possa procurare la perversione del desiderio represso, in una società bigotta, moralista e ipocrita

Attualità

Jackie, la vita di Jacqueline Bouvier con Kennedy

Oggi, 57 anni fa, veniva assassinato John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas. Lo ricordiamo consigliandovi un film originale, con una splendida Natalie Portman.

Alberto Mutignani

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Fu un vero colpo al cuore alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016 – dove si aggiudicò il premio per la miglior sceneggiatura – ed è una delle più grandi dimostrazioni del talento indiscusso di Pablo Larrain (Fuga, Tony Manero, I giorni dell’arcobaleno). “Jackie”, con una splendida Natalie Portman, ripercorre la vita di Jacqueline Kennedy, nata Bouvier, da moglie e poi da vedova dell’indimenticato John Fitzgerald Kennedy.

Ne parliamo ricordando questo drammatico giorno di 57 anni fa, quando a Dallas, in Texas, un colpo di fucile raggiunge alla testa il Presidente degli Stati Uniti. Fu un giorno terribile e impossibile da rimuovere dalla mente degli americani, e frequente rimase per anni la domanda dov’eri quando spararono a Kennedy?

Il film prende le mosse a distanza di una settimana da quel 22 Novembre, durante un’intervista rilasciata alla stampa per chiarire la versione della Bouvier sull’attentato ai danni del marito. “È stato uno spettacolo”, dice il giornalista che la intervista per tutta la durata del film, riferendosi al funerale di Kennedy.

“Non ci sarà più nessun Camelot”, dice invece la first lady. Per capire questo significativo cambio di prospettiva, va precisato che ‘Camelot’ è un riferimento al musical di Broadway che Kennedy amava ascoltare quasi ogni sera, colpito da quell’inno di grazia che è il ‘Barlume di Gloria’ finale.

La morte di Kennedy è infatti l’ombra che cade impietosa e inaspettata su una stagione di grandiosi raggiungimenti politici. E come ‘Camelot’, ci sono diversi spunti per poter entrare nell’animo nascosto di Kennedy, che amava – ci viene detto – le cornamuse scozzesi che risuonarono sfacciate e orgogliose durante lo sbarco in Normandia, simboli di un coraggio che ha caratterizzato tutto la breve e intensa storia presidenziale di JFK.

‘Jackie’ è un film alieno per la media delle produzioni hollywoodiane. C’è poca smanceria nel film di Larrain e una camera costantemente incollata alla figura di Jacqueline. Nessun uso ornamentale dell’immagine né la presenza di una colonna sonora decorativa, ingombrante. La figura di Kennedy aleggia senza mai palesarsi da protagonista, ma il film è un’occasione di meravigliosa fattura per conoscere da una prospettiva nuova, autentica, la figura più iconica della storia moderna degli Stati Uniti, un simbolo immortale di democrazia e libertà. Natalie Portman nella sua miglior interpretazione, in un film che trasuda classicità e un’eleganza forse dimenticata, e da cui ripartire.

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Cinema

C’era una volta a… Hollywoood: la scena di Bruce Lee e Cliff Booth

Riccardo Colella

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Partiamo da un assunto: Quentin Tarantino ama il Giappone. Dalla scena della katana in Pulp Fiction ad entrambi i capitoli di Kill Bill, per contare gli omaggi che il regista ha reso all’Oriente, sia da regista che da sceneggiatore, non basterebbero le dita di due piedi. Personalmente mi sento di indicarlo come uno dei fattori che, col tempo, avrebbe acceso in me la passione per le arti marziali. Avevo 14 anni quando, guardando la televisione, mi imbattei in uno dei film più strani che avessi mai visto.

Dialoghi intricati, surreali monologhi sul Kung Fu e su un fantomatico attore giapponese, così famoso da quelle parti, ma che non avevo mai sentito nominare. Quel film era Una vita al massimo (di cui Tarantino aveva curato la sceneggiatura) e quell’attore era uno degli artisti marziali più famosi di tutti i tempi: il Sonny Chiba che avrebbe interpretato Hattori Hanzo in Kill Bill: Volume 1.

Proprio le arti marziali sono al centro di una delle più famose e discusse scene dell’ultimo e pluripremiato film di Quentin Tarantino: quel C’era una volta a… Hollywood che, grazie a un’incredibile coralità di citazioni e personaggi, rende omaggio all’intero carrozzone hollywoodiano. La scena di cui parliamo oggi è quella del combattimento tra Bruce Lee (Mike Moh) e il Cliff Booth magistralmente interpretato da Brad Pitt. Potrebbe sembrare una sequenza come le altre: un semplice passaggio che accompagna la presentazione dei personaggi. Pochi però sanno che, in realtà, quello che vediamo nel film non è tutto frutto della fantasia del regista. Per affrontare questo discorso, però, occorre partire da due brevi ma importanti presentazioni:

BRUCE LEE – Non credo ci sia molto da dire su di lui, rispetto a quanto non sia già stato fatto. Attore, regista, produttore e sceneggiatore, filosofo, scrittore, lottatore e senza ombra di dubbio, l’artista marziale più influente di sempre. Autentica icona per milioni di appassionati, nato a San Francisco ma cresciuto ad Hong Kong, a causa del temperamento esuberante trascorre un’infanzia turbolenta che lo porta spesso a scontrarsi con la delinquenza locale.

La sua vita si intreccia ben presto con le arti marziali e il shifu Yip Man (che ispirerà il film Ip Man del 2008). Emigrato negli USA, si concentra sullo studio approfondito delle discipline marziali, accompagnando una ferrea preparazione fisica a quella mentale. Nel 1966 crea un proprio stile di combattimento, fondendo le tecniche del Wing Chun a quelle del pugilato, del Kung Fu e delle arti marziali a distanza, creando il Jeet Kune Do e divulgando i “segreti” delle arti marziali, finora custoditi gelosamente dalla comunità cinese.

Il successo cinematografico arriva negli anni ’70 con Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore e, soprattutto L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente che lo vede affrontare Chuck Norris, nello scenario del Colosseo, in quella che è ricordata come la più famosa scena di arti marziali della storia del cinema. I 3 dell’Operazione Drago sarà l’ultimo film di Bruce Lee: secondo nelle classifiche degli incassi della stagione 1973 (dietro a L’esorcista di Friedkin), consoliderà l’immagine dell’attore come caposaldo della cinematografia mondiale sulle arti marziali. Muore nello stesso anno per edema cerebrale, anche se l’autopsia non chiarirà mai definitivamente le effettive cause di morte, lasciando dietro di sé un alone che sa di leggenda, mistero e congetture e che perdura ancora oggi attorno alla sua figura. Aveva 33 anni.

CLIFF BOOTH – La figura è liberamente basata sullo stuntman personale di Burt Reynolds, Hal Needam. Nella scena dello scontro con Bruce Lee, però, ad ispirare il personaggio che è valso a Brad Pitt l’Oscar come Migliore attore non protagonista, è tale Ivan Gene LeBell. Sconosciuto ai più, ma vero feticcio per gli appassionati di arti marziali, LeBell è attore, ex-stuntman, insegnante di arti marziali, wrestler e autentica leggenda dello judo.

Vanta partecipazioni in più di 1000 film e ben 12 libri all’attivo come autore. Nel 2000 la USJJF (United States Ju-Jitsu Federation) gli conferisce il IX Dan nel JuJitsu e nel Taihojutsu, mentre nel 2005 ottiene il IX Dan nel JuJitsu tradizionale. Precursore delle odierne MMA, ha partecipato al primo incontro interdisciplinare trasmesso in televisione, dove ha affrontato e sconfitto al quarto round, il pugile Milo Savage.

C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD – Nella scena del film, un carismatico Bruce Lee/Kato intrattiene la crew durante una pausa sul set di un episodio de Il Calabrone Verde. Lee analizza la disparità di trattamento tra gli atleti neri di pugilato e gli artisti marziali bianchi, enfatizzando la bontà delle proprie tecniche ed arrivando ad autoproclamarsi sicuro vincitore, in un ipotetico scontro con l’allora campione del mondo dei pesi massimi di pugilato Cassius Clay.

La teoria di Bruce attira l’ironia dello stuntman Cliff Booth che, sicuro di smontare le idee del marzialista cinese accetta uno duello al meglio dei tre tentativi, in cui lo scopo è quello di mandare a terra l’avversario, senza farsi troppo male. Al primo tentativo Lee riesce ad atterrare Cliff con un calcio volante, ma il secondo si risolve nettamente in favore dello stuntman che lancia il “Piccolo Drago” contro la fiancata di un auto parcheggiata sul set, danneggiandola pesantemente. Il terzo scontro non si concluderà mai: Bruce ne uscirà parzialmente ammaccato e Cliff licenziato.

COME ANDÒ VERAMENTE? – La realtà è che non andò propriamente in quel modo. Ma un acceso diverbio (e anche qualcosa di più) tra Bruce Lee e Gene LeBell si verificò davvero sul set di The Green Hornet. A svelare l’accaduto sarebbe stato, qualche anno dopo, il coautore dell’autobiografia dello stesso LeBell. Bruce Lee stava letteralmente “prendendo gli stuntman a calci nel culo” durante le scene di combattimento. Il coordinatore degli stuntman suggerì quindi a LeBell di bloccarlo per ammorbidirlo e renderlo inoffensivo. Gene si avvicinò alle spalle di Bruce Lee imprigionandolo in una headlock (presa alla testa dal retro) sotto gli occhi increduli della crew.

Lui iniziò a fare i versi per cui era famoso ma non tentò di contrastarmiDisse LeBell. “Penso che rimase davvero sorpreso da quella mossa. Quindi lo sollevai e iniziai a correre per il set mentre me lo portavo sulle spalle”. È facile immaginare la reazione di Bruce Lee. “Iniziò ad urlare di lasciarlo stare e di liberarlo altrimenti mi avrebbe ammazzato. Ma io risposi: “non posso metterti giù, altrimenti mi ammazzi!” ed infine lo liberai”. La mossa di Gene non era stata vana. “Dai Bruce non uccidermi. Sto solo scherzando, campione!”.

Si chiuse tutto con una stretta di mano tra i due. Da quell’episodio, però, Bruce Lee capì i punti deboli del Jeet Kune Do. Iniziò un anno di duro allenamento assieme a Gene, in cui Bruce apprese le tecniche di sottomissione proprie del judo e del submission wrestling (vedi la mossa finale con cui si sbarazzerà di Chuck Norris nel Colosseo), mentre l’americano sviluppò le proprie tecniche di calcio e striking grazie alle peculiarità del Kung Fu.

SHANNON LEE E QUENTIN TARANTINO – Certo è che nella succitata scena, Bruce Lee potrebbe apparire come il fessacchiotto “dalla bocca larga e la miccia corta”, proprio come apostrofato sul set da Brad Pitt. Da qui, infatti, nasce l’infinita querelle di polemiche tra la figlia dello stesso Bruce, Shannon, e il regista italoamericano. “Ha fatto apparire mio padre come uno scemo arrogante”. Ovviamente gli appassionati di Tarantino sono ben consci della passione che lo stesso regista nutre nei confronti di Bruce Lee. E pare evidente che il reale significato della scena sia, in realtà, quella di omaggiare la carismatica figura di Cliff, proprio mettendolo a confronto con uno dei migliori artisti marziali di sempre.

Se hai intenzione di provare quanto è indistruttibile una persona, farlo combattere Bruce Lee è il modo migliore per ottenere il risultato. Se Cliff affrontasse Bruce Lee in un torneo di arti marziali al Madison Square Garden, Bruce lo ucciderebbe. Ma se Cliff e Bruce stessero lottando nella giungla delle Filippine in un combattimento corpo a corpo, allora Cliff ucciderebbe Bruce”.

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Cinema

Cadaver, horror Netflix tra realtà e rappresentazione

La recensione del nuovo horror Netflix, con Gitte Witt e Thomas Gullestad

Alberto Mutignani

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È una produzione Netflix Norvegia il nuovo horror dell’omonima piattaforma streaming, “Cadaver”. Diretto da Jarand Herdal – Everywhen (2013) – e interpretato da Gitte Witt, Thomas Gullestad e Thorbjorn Harr, il film segue le vicende di una famiglia – madre, padre e figlioletta – alle prese con una rappresentazione teatrale in stile Grand Guignol, all’interno di un grande albergo che sorge sulle cenere di una città colpita – non sappiamo quando, non sappiamo perché – da una bomba atomica e ridotta a poche macerie.

Una breve premessa, che ci presenta il quadro devastante di pochi cittadini costretti a convivere con la miseria e a patire la fame, ma è quanto basta per dare il via alle danze: il proprietario dell’albergo – affascinante biondino, che ricorda vagamente uno slavato Tim Roth – invita gli spettatori a consumare un ricco pasto a base di carne, e poi a godersi lo spettacolo, che si muove non su un palco ma lungo tutte le stanze e tutti i corridoi del gigantesco albergo.

Agli spettatori in sala la scelta su chi seguire, dove muoversi, e quanto credere a ciò che sta avvenendo in scena. In pratica, una cena con delitto alla maniera dello ‘Sleep no more’ newyorkese, con i teatranti che vagano stanza per stanza, portando in scena tante declinazioni della stessa opera, e tante piccole sotto-trame, in un tentativo di ricostruzione del Macbeth shakespeariano.

Le ciliegine sono due: un’antica maschera dorata che gli spettatori dovranno indossare, per distinguersi dagli attori; un cambio di luci, colori, atmosfere drastico quanto accattivante, dal mondo post-apocalisse al lusso e alla dimensione apertamente ludica, effervescente del grande albergo-teatro.

L’uso delle maschere, le inquadrature fisse sui corridoi lunghi, simmetrici, e i precisi riferimenti a stanze in cui non entrare e un uso sgargiante del rosso sono soltanto alcuni dei riferimenti al cinema di Kubrick. Ma è nella sostanza che il film dimostra di avere ben altri antenati cinematografici: uno su tutti, la lunga tradizione hitchcockiana che ci ha messo di fronte a stanze segrete, ambientazioni sospese nel tempo e rotture costanti del cielo di carta. Ma anche i recenti ‘Il Buco’ e ‘Cannibal Club’ hanno sicuramente avuto da dire la loro nella scrittura del film.

Ricchi contro poveri, affamati contro sazi. Per fortuna questa retorica da convegno sindacale finisce presto, o meglio scompare tra le righe del discorso, un po’ perché capiremo che non ha alcuna forza nella trama del film, un po’ perché subentra la violenza e manda tutto in caciara. Ci sono sacrifici umani e piccoli indizi lasciati qua e là tra le stanze del luminoso albergo, ma anche personaggi misteriosi e sparizioni improvvise.

Tutto a condire una storia che non riesce mai a tenere davvero teso lo spettatore, piuttosto distaccato dagli eventi perché mai sviluppati con la dovuta attenzione. Il film di Herdal è un minestrone di cliché, ben inseriti ma che alla lunga risultano indigesti, dai risultati prevedibili e quindi noiosi, per non dire sconcertanti verso il finale, che è un trionfo di banalità e vuota retorica.

Per di più, di fronte a quello che dovrebbe essere l’exploit di violenza – molto chiacchierato nel film, te lo fanno annusare fino all’ultimo –, c’è da mettersi le mani trai capelli per la pochezza delle scene estreme che il film ha da offrire: angoscianti per chi non ha mai visto un’opera gore, o un banalissimo splatter anni ’70. Per tutti gli altri, un episodio di Un posto al sole.

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