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Tra le pagine della storia: la peste di Manzoni e i suoi dintorni…

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È questo uno dei passi più liricamente commoventi de I Promessi Sposi, quel libro da tenere a fianco sul comodino del letto (livre de chevet), da leggere e rileggere, da gustare, da assimilare quale miniera inesauribile di arte e di saggezza, quell’opera immortale scritta per la consolazione di generazioni di Italiani da Alessandro Manzoni (Milano 1785 – Ivi, 1873), grande anima cristiana prima ancora che grande scrittore.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo”.

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La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”.

Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’ esprimeva ancora un sentimento. […]. La madre, data a questa un bacio in fronte, la mise [sul carro] come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: “addio Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri.” Poi voltatasi di nuovo al monatto, “voi”, disse, “passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola“.

“Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato“.

Noto come La madre di Cecilia, il brano lo s’incontra in uno dei capitoli dedicati alla peste che nel 1630 funestò la città di Milano e il suo territorio

Ci troviamo di fronte ad una di quelle pagine del celebre romanzo che non si possono leggere senza che le palpebre non si inumidiscano e che il cuore non si stringa. In questo brano, come in altri del romanzo, la poesia veste i panni della storia. La descrizione quasi ci paralizza, tanto è toccante: il realismo efficacissimo delle immagini si accompagna ad un sentimento che avvolge madre e figlioletta in un unico abbraccio.

In queste righe poesia e pietà si danno la mano, il dramma umano del dolore e la luminosa speranza cristiana della risurrezione si invocano ad ogni parola, e la compassione si fa silenziosa preghiera che sale in alto. Va in scena il dolore, placato tuttavia da una consapevolezza dignitosa, quella che alla povera donna dà la sua fede cristiana, che fa sì che la sua anima, ancorché affranta, guardi oltre la materia, e le assicuri, pur tra lo strazio, che il male alla fine non vincerà.

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La stessa evocata bellezza della donna («quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo»), inficiata dal dolore ma non distrutta, non è, nella penna del grande scrittore, solo magistrale espressione di stile, ma anche segno tangibile che la morte non avrà l’ultima parola.

In scene come questa, che al Manzoni fu ispirata dalla lettura di un episodio realmente accaduto e riportato nella cronaca che dell’immane flagello fece il cardinale Federico Borromeo (Milano 1564-Ivi, 1631), la sventura umana reclama la croce di Cristo, e la madre di Cecilia ci appare la madre di tutti i dolori, la Vergine addolorata che ci ricorda che, finché camminiamo sulla terra, le gioie piccole e grandi hanno sempre le radici a forma di croce.   

Romanzo storico per eccellenza, il racconto di Manzoni è ambientato negli anni in cui l’Europa e l’Italia erano funestate da una terribile epidemia, nota, da uno dei suoi sintomi più vistosi, come “peste bubbonica”.

Si trattò di uno dei frutti più nefasti di quel conflitto continentale che fu poi chiamato “Guerra dei Trent’anni” (1618-1648), che vide in campo grandi eserciti, che seminarono nelle contrade d’Europa morte e desolazione. Furono gli effetti collaterali di questa guerra, nel milanese, la causa principale della carestia, della rivolta del pane, della calata dei Lanzichenecchi e, da ultimo, della peste, che, entrata con le bande alemanne, non si fermò nel territorio lombardo, ma spopolò, con inarrestabile contagio, in  gran parte dell’Italia settentrionale, mietendo centinaia di migliaia di vittime.

I capitoli dedicati alla peste sono esemplari di quel mirabile intreccio di avvenimenti realmente accaduti e trama romanzesca che fanno de I Promessi Sposi un capolavoro unico ed irripetibile. In questi capitoli il rigore storiografico non è mai disgiunto dal giudizio morale: per Manzoni la storia spiega ma non giustifica.

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La descrizione che l’autore fa della grande calamità nel capoluogo lombardo è dettagliata, e impietosa nei confronti degli errori e delle colpe degli uomini.

Egli mostra come all’inizio il diffondersi del morbo fu anche la conseguenza dolorosa sia di scelte sbagliate da parte dei responsabili delle pubbliche istituzioni, sia dei pregiudizi che, insieme al panico e al delirio, presto si diffusero in mezzo al popolo. Dapprima il male lo si volle negare, e i pochissimi medici che ebbero il coraggio della verità si videro additati al pubblico ludibrio; poi, di fronte all’evidenza di una mortalità sempre più diffusa, esso venne attribuito alle arti malefiche di streghe, al commercio col demonio, all’opera di una congiura da parte di criminali che spargevano dappertutto unguenti mortali. «Ed era in vece il povero senno umano – sentenzia amaramente il Manzoni – che cozzava co’ fantasmi creati da sé».

Più della peste, una parola si propagò di bocca in bocca: ‘untore’, e il “vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo

Ad illustrare questo parossismo, basti un esempio, preso tra i tanti. Accadde in una chiesa che un vecchio, per aver spolverato la panca prima di sedersi, fu accusato di ungere le panche e, senza alcun riguardo per l’età e per il luogo, fu dapprima percosso violentemente e poi condotto ai giudici per essere sottoposto a tortura. 

La deriva delle menti si accompagnò ad un progressivo imbarbarimento dei costumi. Si giunse a sospettare perfino degli stessi familiari. La follia di certo non si impadronì di tutte le menti, e tuttavia, come spesso accade quando le parole corrono più veloci dei pensieri, chi mantenne la lucidità non ebbe sempre il coraggio di uscire allo scoperto: «il buon senso c’era – commenta ancora Don Lisander con lapidaria ironia – ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Quante volte, anche ai nostri giorni, per le più disparate questioni, ci è dato di fare esperienza di questa amara verità umana!

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Per la raccolta dei malati da condurre al lazzeretto, un ospedale, se così poteva chiamarsi, costruito nei secoli precedenti nella periferia della città, fuori Porta Orientale, per ricoverare le persone affette da malattie contagiose, furono reclutati uomini scelti tra la peggiore feccia della città, i cosiddetti ‘monatti’, persone senza scrupoli che ben presto, nella quasi totale anarchia, diventarono i veri padroni di Milano.

Ogni disastro collettivo ha la sua storia propria, ma in tutti si può osservare lo svolgersi, in maniera più o meno intensa, di alcune dinamiche ricorrenti: dapprima la negazione, o l’edulcorazione, della realtà, poi la paura irrazionale, in seguito la sindrome della congiura, e alla fine la ricerca dei colpevoli: il capro espiatorio.

Gli uomini tendono sempre a rimuovere l’idea della morte individuale, ma ancor più inaccettabile appare alla loro coscienza la morte dei grandi numeri, la morte senza nome, la sciagura che non si annuncia. Da qui l’esigenza di identificare a tutti i costi dei responsabili, sui quali vendicarsi della malasorte. La storia (anche quella recente e a noi vicina) è piena di queste ingiustizie travestite da giustizia: «Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto», aveva avvertito il grande scrittore lombardo nella tragedia dell’Adelchi.

È rimasto celebre, a questo proposito, nella peste di cui si parla, il processo che nell’estate di quell’annus horribilis si svolse a carico di alcuni uomini accusati di spargere in Milano unguenti velenosi, e descritto a parte dal Manzoni nella famosa Storia della colonna infame, opera destinata a fare da appendice al racconto manzoniano.

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Un addetto al tribunale della sanità, tale Guglielmo Piazza, accusato di essere un untore – pare sulla base di una voce messa in giro da una donnetta – , per sottrarsi al terribile supplizio della tortura, allora in auge nella prassi giudiziaria, volendo approfittare dell’impunità promessagli in cambio della rivelazione di altri complici, chiamò in causa un barbiere, Giacomo Mora, il quale, stravolto a sua volta dalla tortura, fece altri nomi di persone che alla fine vennero barbaramente giustiziate insieme ai due imputati principali.

I giudici disposero altresì che la casa del Mora venisse rasa al suolo e al suo posto fosse eretta una colonna che, concepita a perenne ricordo dell’infamia attribuita ai condannati, e abbattuta nel 1778, verrà piuttosto ricordata come esempio atroce di infame ingiustizia. La condanna di Manzoni dell’operato dei giudici in quella triste circostanza è recisa, né vale a suo parere invocare come attenuanti la nequizia dei tempi o il condizionamento sociale.

Per lo scrittore agisce in ogni occasione il primato della coscienza e della responsabilità individuali: il fatto che la legge desse ai giudici la facoltà di far ricorso alla tortura, non implicava che essi vi dovessero ricorrere necessariamente, né l’ignoranza diffusa circa gli unguenti velenosi e la loro efficacia sugli organismi umani poteva costituire sufficiente attenuante per quei magistrati,  la cui condotta avrebbe dovuto ispirarsi a criteri di giudizio ben superiori rispetto alla mentalità comune.

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Essi vollero invece soddisfare la feroce sete di vendetta di una folla impazzita. Il “garantismo giuridico” del cattolico Manzoni affonda nel Vangelo, e nella conseguente responsabilità personale, la sua prima e più robusta radice. In mezzo a tanta desolazione e miseria umana, una luce tuttavia rifulse: l’opera meritoria, e che si rivelò insostituibile, dei religiosi, secolari e soprattutto regolari. Essi furono «saldi di coraggio, al loro posto».  Nel descrivere la loro carità operosa, Manzoni dà al grande affresco della peste la sua pennellata più sublime.

Nell’assenza di ogni effettiva autorità, per governare il lazzeretto, il tribunale della sanità non seppe far di meglio che affidarne la gestione ai frati cappuccini. Coloro che erano investiti di pubblica responsabilità, di fronte alla inettitudine e all’egoismo dei molti e dei più, conferivano potere e responsabilità agli unici che non lo rifiutavano: i frati.

E fu cosa davvero singolare veder svolgere compiti di autorità a uomini, i monaci francescani, alieni per stato e per intima vocazione da ogni autoritarismo, e che furono in quel luogo di dolore non solo confessori, ma ancor più «soprintendenti, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobai, lavandai, tutto ciò che occorresse»: tanto è creativa la forza del Vangelo, che tutto inventa, tutto trasforma, tutto forgia al fuoco di un amore che non conosce né misure né criteri umani.

Al gravoso e delicato compito di presiedere il governo di quella gigantesca struttura sanitaria fu designato padre Felice Casati, che, come ci informa il Manzoni, «godeva un gran fama di carità […] e di fortezza d’animo»; e gli fu dato come assistente padre Michele Pozzobonelli, «ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto».

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Era padre Felice un uomo che non si risparmiava, né di giorno né di notte, per soccorrere i malati e per coordinare gli sforzi, che vide attorno a sé morire la gran parte dei suoi confratelli (che lasciavano questo mondo «con allegrezza») e che alla fine della sua missione, sopravvissuto  quasi per miracolo, ringraziava il Signore per avergli concesso l’alto privilegio di servire Gesù Cristo negli appestati, e non mancava di chiedere pubblicamente perdono per le sue mancanze, lui che tutti aveva superato nella sollecitudine operosa. 

Come avviene in tutte le disgrazie collettive, anche nella peste descritta dal Manzoni un pensiero, sentito con minore o maggiore consapevolezza, correva in tutte le menti: ciò che accade è solo frutto degli errori degli uomini, o è anche ammonimento di Dio?

Rimarrebbe deluso chi cercasse nel capolavoro di Manzoni una risposta ingenua. La risposta va cercata tra le pieghe della storia degli uomini, che è per tanta parte storia di sangue e di forza bruta; e nella natura, che, ancorché uscita dalle mani di un Dio d’amore, è autonoma nelle sue leggi e nelle sue dinamiche. I Promessi Sposi è il grande poema della Provvidenza divina, ma è anche il racconto della libertà dell’uomo, ed è, soprattutto, il romanzo della compassione. Il dolore e la bellezza, presenti si può dire in ogni pagina del racconto, sono, nella penna del grande poeta cristiano, le due facce della vita, che è sempre dono di Dio di cui un giorno bisognerà rendere conto.

La risposta il grande scrittore l’affida all’arte sua sublime.

Renzo, giovane onesto e probo, nonché insofferente di ogni ingiustizia, che nel racconto di Manzoni è, insieme a Lucia, sua promessa sposa, il protagonista principale, mentre si aggira tra i viali del lazzeretto alla ricerca della sua fidanzata, che ha saputo essere lì ricoverata, si imbatte in padre Cristoforo, il santo cappuccino che è stato per loro consigliere e protettore. Il frate, che in quel luogo presta amorevole servizio ai malati, trovandosi a dover rintuzzare i propositi di vendetta che Renzo, in un momento di scoramento, temendo di non ritrovare viva la donna che ama, si lascia scappare all’indirizzo di Don Rodrigo, suo persecutore la cui insana passione per Lucia è alla base di tutte le sue traversìe, conduce il giovane dentro una capanna in cui giace un uomo nel quale Renzo riconosce il suo nemico.

Don Rodrigo, l’arrogante e capriccioso signorotto che nella trama romanzesca incarna l’umana perfidia (e che può ben rappresentare il prototipo di un certo uomo moderno che coltiva la sola religione del potere, del denaro e del sesso), il potente a cui tutti si inchinavano, è ridotto dalla peste in fin di vita: «Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il  viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere».

«“Tu vedi!”» disse il frate con voce bassa e grave». “Può esser gastigo, può esser misericordia”».

Anche in questi nostri incerti giorni, in quest’epoca in cui l’umanità appare così scaltrita, così informata, così autosufficiente, e così radicata nell’idea che certi episodi siano solo un lontano ricordo dei “secoli bui”, di fronte ad eventi mondiali che sembrano sconvolgere i nostri piani e nostri schemi mentali, è lecito farci la stessa domanda che si fa – e ci fa – il Manzoni alla fine della descrizione del tragica morte Don Rodrigo: è giustizia o è misericordia?…

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Giacomo Leopardi, non chiamatelo “sfigato”

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Giacomo leopardi filosofo di Recanati e Nietzsche

Se alcuni personaggi storici la vulgata li ha condannati ad una damnatio memoriae per la quale sono ricordati come i “cattivi” di turno, altri sono simboli della malinconia, della negatività, dell’essere degli “sfigati”.

Tra questi ultimi vi è sicuramente Giacomo Leopardi. Lo scrittore di Recanati è ancora oggi vittima di luoghi comuni alimentati da anni e anni di insegnamenti senza capo né coda.

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Quello che viene ricordato da generazioni di alunni come un antesignano dei nerd, come un gobbo, era invece un fico (magari non nell’accezione di donnaiolo et similia). Un vero genio. Come si dice “la volpe che non arriva all’uva dice che è acerba”. Probabilmente questo è stato il destino di Leopardi. Troppo oltre, troppo in alto per essere capito da chi, quando qualcuno indica la luna guarda il dito.

Nietzsche diceva che “Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica”. La poesia, gli scritti del recanatese erano sicuramente come quella sinfonia che non tutti sono in grado di sentire.

LEOPARDI E NIETZSCHE

Con il filosofo tedesco condivide numerosi motivi filosofici. Tra tutti c’è sicuramente la presa di coscienza della “morte di Dio” (cioè delle illusorie e rassicuranti certezze metafisiche). La percezione vivissima della tragica grandezza dell’esistenza umana. Ma anche il pessimismo. Non la rassegnazione. Questa visione era figlia della presa di coscienza della decadenza dell’Europa e della sua civiltà. Ultimo, ma non meno importante, è il “ritorno attivo” alla classicità greca-romana.

Leopardi ha nostalgia delle sue origini. Nietzsche in ciò trova la spinta per un nuovo inizio. Il poeta italiano trova però nella fonte dionisiaca del destino europeo la panacea al declino del “secol superbo e sciocco”. Quell’Ottocento dominato da una società borghese.

Nostalgico sì ma fervente patriota e sostenitore di quell’Italia che ancora si doveva fare. Proprio nell’ode di apertura “All’Italia” sosteneva che per ribaltare la decadenza della sua epoca fosse necessario ispirarsi alla grandezza del passato e soprattutto nel provare vergogna per la situazione attuale.

In “Ad Angelo Mai” scrisse che «dal dolor comincia e nasce / l’italo canto».

Ma è nelle sue opere in prosa che diede dimostrazione della sua lungimiranza. Dall’osservazione del contesto a lui coevo anticipò gli effetti della globalizzazione.

“Mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove”. Così scrisse nelle “Operette morali”.

LE SUE IDEE INNOVATIVE

Non fu sicuramente un don Giovanni come Foscolo. Né un soldato in prima linea come Garibaldi. Ma nelle sue parole si trovano costantemente idee e passi che fanno pensare a lui come un uomo contemporaneo.

Il suo “studio matto e disperatissimo” lo ha reso immortale. Anticipò di quasi 50 anni il nichilismo arrivando a capire, forse per primo, quale fosse il vero male dell’uomo. La mancanza di un obiettivo e di una ragione per stare al mondo.

Fu certamente di carattere schivo, ma superò questo suo limite per innalzarsi. Fu un acuto osservatore, un curioso. E proprio questa sua curiosità gli permise di non rassegnarsi al pessimismo che lo avvolgeva. Solo una mente troppo povera non è in grado di trovare una soluzione al dolore che la vita racchiude in sé. 

E come una ginestra, che riesce a nascere laddove nulla ce la fa, così l’uomo tramite la solidarietà e la curiosità sul senso della vita e del futuro può aggrapparsi alla vita.

In occasione dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 14 giugno del 1837 a Torre del Greco, questo poeta sublime, filosofo eccentrico nonché filologo eruditissimo, è quanto mai giusto celebrarlo in quanto uno dei maggiori poeti del pantheon culturale italiano. Provando a cancellare i luoghi comuni di quegli insegnanti che poco amano la letteratura. A differenza di Giacomo Leopardi.

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Nerone, l’esempio di quanto costi essere scomodi ai poteri forti

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Nerone imperatore dell'impero romano

La storia, si pensa comunemente, la scrivono i vincitori. Ma non è sempre così. Alle volte, a scrivere sono coloro che dai vittoriosi vogliono qualcosa. Sono loro a raccontare. A tramandare fatti. E se quel qualcuno ha tanto da guadagnare, probabilmente ciò che scriverà non sarà del tutto oggettivo.

Le vicende, i personaggi, gli intrighi, la politica di Roma antica è giunta fino a oggi attraverso una moltitudine di documenti. Racconti, poesie, lettere, poemi. Tra questi vi è la documentazione storiografica di autori come Sallustio, Tacito, Svetonio. Ma anche lo stesso Giulio Cesare, con i suoi De Bello Gallico e De Bello Civili, ha tramandato notizie importanti per la conoscenza storica ed etnografica del suo tempo.

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LE ACCUSE A NERONE FIGLIE DI UN CREDO POLITICO

Ma tutti questi scrittori erano politicamente impegnati. O quantomeno appartenenti a ceti sociali schierati con una determinata corrente politica. É il caso di Svetonio, il principale accusatore di Nerone. 

Fu lui, infatti, sette anni dopo il fatto, ad accusare l’imperatore di osservare dal Palatino, cetra in mano, Roma mentre bruciava.

“Nerone con il pretesto che era disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma (…) Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe. Allora, oltre ad un incalcolabile numero di agglomerati di case, il fuoco divorò le abitazioni dei generali di un tempo, ancora adornate delle spoglie dei nemici, i templi degli Dèi che erano stati votati e consacrati sia al tempo dei re, sia durante le guerre puniche e galliche e infine tutti i monumenti curiosi e memorabili che restavano del passato”.

Bisogna tener conto che Svetonio (così come Tacito) apparteneva alla classe senatoria, che non vedeva di buon occhio un uomo così popolare. Esistono, inoltre, fonti archeologiche e popolari che attestano che Nerone era amato dalla popolazione (sulla sua tomba non mancarono mai fiori freschi per secoli, anche in età cristiana). Ciò che la storia insegna è che quando un uomo di potere è così odiato da una élite, come il senato romano, vuol dire che forse così cattivo non è.

Per questo, come si legge nel libro di Massimo Fini “Nerone, duemila anni di calunnie”, l’imperatore è stato destinato ad una damnatio memoriae ingiusta. Periodicamente viene fuori ancora la fandonia per cui fu lui ad alimentare l’incendio nonché il primo persecutore dei cristiani.

L’ALTRA STORIA (probabilmente più veritiera)

Bisogna perciò andare a ricontrollare i dati storici.

Per quanto riguarda l’incendio che la notte tra  18 e il 19 luglio del 64 colpi’ Roma e vi infurio’ per alcuni giorni, Nerone non era in città. Era ad Anzio e tornò a cavallo per aiutare e guidare le operazioni di soccorso.

Non era certo la prima volta che le fiamme divampavano nell’Urbe. Nel 6, nel 27, nel 36 e nel 54 il fuoco arse la città. Ma quello del 64 fu il più disastroso. La Roma di allora era stretta fra vicoli tortuosi, dove il popolino faceva utilizzava irresponsabilmente una moltitudine di bracieri, di fornelli, di torce. Il tutto fra le numerose baracche e catapecchie di legno. Bisogna qui sottolineare che Nerone ricostruì in maniera ignifuga la città.

L’immagine lasciata alla storia, del princeps sul colle da cui nacque l’odierna capitale italiana, è stata probabilmente frutto di una campagna politica denigratoria. Come sarebbe stato possibile che Nerone si trovasse sul Palatino se lo stesso era in fiamme?

L’imperatore era sicuramente avverso alle frange più estreme dei cristiani che vedevano in lui il colpevole della degenerazione (dal loro punto di vista) di Roma nella nuova Sodoma. Lo stesso Paolo, nelle lettere ai romani, si diceva preoccupato della radicalità e della pericolosità di alcuni suoi confratelli.

L’incendio portò a pene severe per la comunità cristiana romana, che all’epoca contava poco più di 3000 fedeli. Circa 200, dopo oltre due mesi di processi (la giustizia romana solitamente era molto più sbrigativa), furono giustiziati. In molti, in stile terroristi islamici, rivendicarono (sicuramente enfatizzando) il ruolo svolto nell’incendio.

LA POLITICA POPOLARE DEL PRINCEPS

Nonostante ciò dopo l’incendio, sia a Roma, sia nelle province, i cristiani poterono continuare a predicare senza altre ripercussioni. Le persecuzioni infatti tornarono sotto il principato di Domiziano.

Nerone fu un imperatore e artista, governò Roma come uno statista e fece una serie di riforme tributarie in favore del popolo. Abbassò le tasse e svalutò la moneta. Riuscì in ciò abolendo le tasse indirette senza però aumentare quelle dirette. Forse populista, nonché bipolare e da un certo punto di vista folle al punto giusto, si inimicò il Senato schierandosi contro i poteri forti dell’epoca. Mal sopportava, difatti, l’usura esercitata dall’aristocrazia e dai latifondisti. La sua azione politica era diretta al benessere del popolo. Al di là dei suoi interessi personali. Diversamente dai gruppi egemoni cittadini. Costruì la burocrazia imperiale che ha permesso all’Impero di reggere ancora alcuni secoli.

La sua vita non fu solo dedita alla politica. Il suo vero amore fu la recitazione. Adorava essere una sorta di Mecenate e contornarsi di artisti. La Domus Aurea era un teatro a cielo aperto. E ciò gli inimicò ancor di più i senatori. Il loro orgoglio, ma anche una certa ritrosia verso il nuovo, era di impedimento nell’accogliere Nerone come un imperatore degno di questo nome. Lo consideravano un attore. E farsi governare da una sorta di artista era inaccettabile.

Pagò questo atteggiamento, questo suo modus operandi, con la vita. Fu costretto al suicidio, dopo quattordici anni di governo, a 30 anni. Divenne imperatore a 17 anni contro la sua volontà. Era la madre, l’assassinio della quale è uno dei soli due che gli storici possono attribuire a Nerone con sicurezza, a volere questo ruolo per lui. La volontà di governare l’Impero attraverso il ragazzo era di Agrippina. Il suol famoso discorso al Senato in cui parlò di assenteismo gli costò caro. Come accadde a Caligola e Catilina prima di lui.

Forse più di tutto, bastano le parole di Traiano per descrivere al meglio cosa fu veramente Nerone. Gli anni dal 64 al 68 furono un “quinquennio aureo”, “il periodo più prospero e felice dell’Impero”. Gli anni in cui governò scevro da ogni guida e imposizione materna e non.

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Rino Gaetano, 40 anni senza il cantautore dell’assurdo

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Rino Gaetano cantautore di Gianna e Berta

“E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele
L’amore è tornato…”

“A mano a mano”, cantava Rino Gaetano. Una delle canzoni più belle del panorama musicale italiano.

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Era il 2 giugno del 1981, quando il cantautore calabrese, all’anagrafe Salvatore Antonio Gaetano perdeva la vita in un incidente stradale sulla via Nomentana a Roma, all’età di soli 30 anni. Nacque a Crotone nel 1950, ma si trasferì fin da bambino nella Capitale.

DAGLI ESORDI AL SUCCESSO

Le testimonianze del tempo ci raccontano di un Rino che, prima di diventare famoso, strimpellava la chitarra e cantava con uno stile tutto suo, grintoso, ironico, dissacrante. Nel 1974 pubblicò il suo primo album “Ingresso libero”, che però non riscosse grande successo. Da questo venne estratto un 45 giri anticonformista fin dal titolo “Tu, forse non essenzialmente tu”.

Il successo arriva l’anno dopo, con il singolo “Ma il cielo è sempre più blu”, la sua canzone più famosa, più venduta e più cantata. Un brano abbastanza strano, senza una logica apparente, molto semplice e orecchiabile, che mescola vicende e aspirazioni della più varia umanità. Nel 1978 pubblica il disco “Nuntereggae più” e si esibisce al Festival di Sanremo con “Gianna”, un pezzo graffiante, estroverso. Nel 1979 esce l’LP “Resta vile maschio, dove vai?”, seguito l’anno dopo da “Io ci sto”, con cui si conclude prematuramente la sua carriera artistica.
Le canzoni di Rino Gaetano restano un po’ a metà tra la musica popolare e la canzone d’autore. Parlano di temi personali e sociali come la solitudine, le frustrazioni, l’emarginazione.

«Ho sempre pensato che le canzoni di Rino Gaetano fossero come installazioni d’arte, capaci di meravigliare l’occhio e di ipnotizzare i sensi», così lo ricorda Sergio Cammariere.
Fu un artista geniale che sapeva mescolare ironia e denuncia sociale. Originale, unico, estroso. Un cantante in grado di essere ironico e di raccontare i depredati, i maltrattati, gli sfruttati, tutte quelle persone ferite dalla vita. Canzoni che, tuttora, sono attuali, vive.

IL RINO GAETANO DAY

Oggi, 2 giugno, ha luogo la XI edizione del Rino Gaetano Day, in cui si celebra il geniale cantautore nella ricorrenza della sua scomparsa. Un evento organizzato da Anna e Alessandro Gaetano, e per il secondo anno consecutivo si svolgerà online. Il #rinogaetanoday2021 sarà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook “Rino Gaetano Band”, sul loro canale YouTube e on air su Radio Italia Anni 60 Roma FM 100.5, alle ore 18:30 circa.

Invece venerdì 4 giugno 2021 alle ore 16,30 il giornalista Gianmarco Cilento dialogherà con Michelangelo Iossa, autore della biografia di Rino Gaetano, uscita nel quarantesimo anniversario della morte dell’artista calabrese. L’evento sarà trasmesso in diretta sul gruppo Facebook dell’Associazione PaoLab.

Il libro, dal titolo “Rino Gaetano. Sotto un cielo sempre più blu” , racconta la storia del musicista partendo dal “suo sud” fino all’incredibile culto sviluppatosi negli ultimi decenni. Dall’infanzia vissuta a Crotone, agli anni scolastici di Narni, passando per il Folkstudio di Roma e il Festival di Sanremo fino all’incidente mortale di via Nomentana.

Salvatore Antonio Gaetano, per tutti Rino, è il protagonista di un lungo racconto biografico in cui si fondono la Magna Grecia, la scuola cantautorale romana, gli anni Settanta, lo sberleffo, il reggae e le donne di tante canzoni, da Berta a Gianna che “difendeva il suo salario dall’inflazione”.

Una serie di esperienze che permisero al giovane cantautore di trovare una sua personalissima strada espressiva. Una via che illuminò i tardi anni Settanta con hit irregolari e amatissime dal grande pubblico come “Ma il cielo è sempre più blu” e “Nuntereggaepiù”. Rino Gaetano non è, però, soltanto il cantautore sanremese con il cilindro e a dimostrarlo è la sua discografia. Spesso complessa e frutto dell’incontro con grandi musicisti e session-man italiani. Gli stessi che hanno contribuito a creare un lento e inesorabile culto, fatto di canzoni che viaggiano di bocca in bocca, fiction televisive e citazioni cinematografiche.

di Teresa Uomo

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