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Lanzichenecchi, tra dialetto e Rinascimento

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Lanzichenecchi e il dialetto di Roma

I Lanzichenecchi, soldati mercenari al soldo dell’imperatore Carlo V, sono conosciuti  perlopiù come saccheggiatori. Portatori di sventura, di distruzione, di malattie. 

Questo è dovuto in gran parte al Sacco di Roma del 6 maggio 1527 e al ruolo che ebbero all’interno dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

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Lo scrittore milanese, nel XXVIII capitolo della sua opera racconta del susseguirsi di francesi, spagnoli e tedeschi sul territorio dell’Italia settentrionale nel 1629. L’imperatore, alleato con gli spagnoli in guerra con i Gonzaga di Mantova, inviò in Italia un esercito composto in gran parte da mercenari, detti Lanzichenecchi, i quali, come novelli Attila, perpetrarono violenti saccheggi. Il loro passaggio lasciò il segno. Nonché la peste.

ALLE ORIGINI DEI LANZICHENECCHI

Nati nella II metà del 1400 quando l’imperatore Massimiliano I, nel 1487, ordinò il primo arruolamento delle formazioni di Lanzichenecchi in Germania, furono utilizzati per far fronte alla potenza dei mercenari svizzeri che da anni spadroneggiavano nei campi di battaglia europei.

Le compagnie di Landsknecht (Lanzichenecchi), “servi della terra”, (da land, terra, e knecht, servo), si chiamavano così perché arruolavano il personale fra gli strati più bassi della popolazione. Contadini, poveri, ladri, malfattori, soldati di professione e nullatenenti in generale.

La maggior parte di questi, infatti, arruolata nel nord Europa, era di fede luterana. Compirono numerosi atti di profanazione di luoghi sacri, complice una certa esaltazione religiosa e convinzione nel dover sovvertire l’ordine religioso. Se il loro modus operandi, il loro abbigliamento, gli eventi storici a cui parteciparono sono ben famosi, meno lo è il loro incidere sulla storia linguistica di Roma.

DIALETTO DI ROMA: DA TRISTILOQUIUM ALLA TOSCANIZZAZIONE

La Roma pre XVI secolo era una città di circa 54mila abitanti (dati del censimento Descriptio Urbis del 1526) parlanti un dialetto simile al napoletano. Una varietà linguistica meridionale. Un vero e proprio “tristiloquium”, come lo definì Dante nel “De Vulgari Eloquentia“. Gli esempi di quale fosse la lingua romanesca di quel periodo la abbiamo nella Cronica di Anonimo Romano. Un’opera giuntaci sicuramente in parte toscanizzata, ma altrettanto in grado di mostrare i tratti tipici della lingua della Roma medievale. Il testo narra le vicende storiche dell’Urbe tra il 1325 e il 1357. Si sofferma, però,  in modo particolare sulla parte riguardante Cola di Rienzo. 

Nella Cronica, punto di riferimento per la conoscenza del romanesco di I fase, sono rintracciabili fenomeni quali il dittongamento metafonetico (tempo-tiempo), il betacismo meridionale (ti voglio baciare-te vojo vasà), l’assimilazione progressiva delle consonanti “nd” a “nn” come il tipo andare-annare. Tanto per citarne alcuni dei più noti.

L’appartenenza ai dialetti meridionali andò man mano scomparendo. La presenza a Roma del Papa, e con esso di tutti quei cortigiani e funzionari provenienti dalla Toscana e in particolare da Firenze, fu fondamentale per questa smeridionalizzazione del romanesco.

Fu un processo lungo, tortuoso, quello che portò la lingua parlata (e in alcuni casi scritta) dell’Urbe ad assumere la fisionomia odierna.

Dalla lingua cortigiana dei primi due decenni del ‘500 di Mario Equicola e Trissino, per passare a quella di Peresio, Berneri, Micheli. Autori di poemi epico-cavallereschi che, però, per Giuseppe Gioacchino Belli non rispecchiavano fedelmente quello che era il parlare romano. Il poeta romanesco per eccellenza andò a scovare, per sua stessa ammissione e volontà, la lingua nei più bassi meandri della società cittadina.

Quel parlare dove invece dell’articolo “il” c’era “er” (per rotacismo della laterale “l” a differenza del toscano “el”), dove per mancanza di anafonesi sulla “e” protonica “ragazzi” si pronuncia “regazzi”. Quella stessa lingua che ha quasi 200 modi, elencati da Belli, per nominare le parti intime maschili e femminili.

Tutto questo cosa c’entra con i Lanzichenecchi?

Ci entra nel momento in cui si prende in considerazione la loro discesa a Roma nel 1527, coincidente proprio il 6 maggio. Durante il loro saccheggio la cittadinanza romana fu decimata, costretta ad andarsene, a rifugiarsi altrove. Cosicché da censimenti posteriori a quella data sappiamo che la città arrivò a contare circa 30 mila abitanti. Di cui almeno la metà sembra fossero forestieri. In pratica i parlanti il vecchio dialetto romano avevano si la maggioranza relativa ma non assoluta.

In ciò si inserisce anche il ruolo del pontefice. La sua figura divenne ancora di più un polo di attrazione per funzionari, banchieri, mercanti, poeti, letterati, filosofi, umanisti. Quasi tutti provenienti da fuori Roma. Costoro cominciarono a ripopolare Roma continuando a parlare le loro lingue. Ci fu così un distacco tra la popolazione dei ceti medio-bassi, parlanti il vecchio vernacolo romanesco, e nuovi cittadini di cultura superiore e sicuramente più abbienti. Questi ultimi molto spesso lavoravano e vivevano a stretto contatto con la corte papale e via via ebbero bisogno di una lingua comune, di comunicare quanto più facilmente possibile.

Sia tra di loro, che per la maggior parte erano toscani (o settentrionali), sia con il “popolino”. Fu così che il dialetto romano cominciò ad abbandonare i tratti tipici meridionali per avvicinarsi al toscano. Ci furono ovviamente lingue intermedie. Non fu un “meccanico disfacimento”, per citare Migliorini, ma è più probabile che ci fu un romanesco medio di raccordo tra il romanesco di prima fase e quello di seconda. 

IL SACCO DI ROMA E IL RINASCIMENTO

Se i Lanzichenecchi e il loro Sacco di Roma possono essere citati come evento fondamentale per il cambiamento della lingua della futura Capitale d’Italia, lo stesso non si può dire riguardo la fine del Rinascimento. 

Nel periodo della loro discesa in Italia, l’Urbe non era più la città maggiormente in voga della penisola. Erano altre le città più appetibili e importanti nel panorama nazionale (sebbene di Nazione ancora non si può parlare). Firenze, Milano, Ravenna, Parma. Roma era già in una fase di sofferenza, devastata da epidemie e dissidi interni tra famiglie nobiliari.

Soprattutto il Rinascimento aveva già vissuto il suo periodo più florido. I Lanzichenecchi non furono la causa della fine di questo momento storico-artistico. Semmai ne certificarono la crisi. Anche il mito di Roma, che nel periodo rinascimentale conobbe una nuova giovinezza, non terminò. Il Barocco diede linfa vitale alla vita dell’Urbe, con tutti i suoi intrighi e diplomazie. Senza dimenticare l’arte architettonica che fece faville tra i vicoli una volta calpestati dagli imperatori.

Anche la Chiesa da dopo il Sacco di Roma ebbe nuove fortune. La Controriforma sistemò le gerarchie ecclesiastiche e la dottrina e lo stesso pontefice acquisì nuovo e maggiore potere sia in città che nello Stato Pontificio.

I Lanzichenecchi, dunque, furono sì portatori di sventure. Ma il loro arrivo a Roma fu tanto importante dal lato politico quanto da quello culturale. In particolare linguistico, con tutto quello che ne conseguì. D’altronde un battito d’ali di una farfalla può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo. In questo caso l’arrivo di truppe di distruzione di massa fu una delle cause, nei secoli a venire, di un cambiamento linguistico nella città più importante del mondo.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Giacomo Leopardi, non chiamatelo “sfigato”

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Giacomo leopardi filosofo di Recanati e Nietzsche

Se alcuni personaggi storici la vulgata li ha condannati ad una damnatio memoriae per la quale sono ricordati come i “cattivi” di turno, altri sono simboli della malinconia, della negatività, dell’essere degli “sfigati”.

Tra questi ultimi vi è sicuramente Giacomo Leopardi. Lo scrittore di Recanati è ancora oggi vittima di luoghi comuni alimentati da anni e anni di insegnamenti senza capo né coda.

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Quello che viene ricordato da generazioni di alunni come un antesignano dei nerd, come un gobbo, era invece un fico (magari non nell’accezione di donnaiolo et similia). Un vero genio. Come si dice “la volpe che non arriva all’uva dice che è acerba”. Probabilmente questo è stato il destino di Leopardi. Troppo oltre, troppo in alto per essere capito da chi, quando qualcuno indica la luna guarda il dito.

Nietzsche diceva che “Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica”. La poesia, gli scritti del recanatese erano sicuramente come quella sinfonia che non tutti sono in grado di sentire.

LEOPARDI E NIETZSCHE

Con il filosofo tedesco condivide numerosi motivi filosofici. Tra tutti c’è sicuramente la presa di coscienza della “morte di Dio” (cioè delle illusorie e rassicuranti certezze metafisiche). La percezione vivissima della tragica grandezza dell’esistenza umana. Ma anche il pessimismo. Non la rassegnazione. Questa visione era figlia della presa di coscienza della decadenza dell’Europa e della sua civiltà. Ultimo, ma non meno importante, è il “ritorno attivo” alla classicità greca-romana.

Leopardi ha nostalgia delle sue origini. Nietzsche in ciò trova la spinta per un nuovo inizio. Il poeta italiano trova però nella fonte dionisiaca del destino europeo la panacea al declino del “secol superbo e sciocco”. Quell’Ottocento dominato da una società borghese.

Nostalgico sì ma fervente patriota e sostenitore di quell’Italia che ancora si doveva fare. Proprio nell’ode di apertura “All’Italia” sosteneva che per ribaltare la decadenza della sua epoca fosse necessario ispirarsi alla grandezza del passato e soprattutto nel provare vergogna per la situazione attuale.

In “Ad Angelo Mai” scrisse che «dal dolor comincia e nasce / l’italo canto».

Ma è nelle sue opere in prosa che diede dimostrazione della sua lungimiranza. Dall’osservazione del contesto a lui coevo anticipò gli effetti della globalizzazione.

“Mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove”. Così scrisse nelle “Operette morali”.

LE SUE IDEE INNOVATIVE

Non fu sicuramente un don Giovanni come Foscolo. Né un soldato in prima linea come Garibaldi. Ma nelle sue parole si trovano costantemente idee e passi che fanno pensare a lui come un uomo contemporaneo.

Il suo “studio matto e disperatissimo” lo ha reso immortale. Anticipò di quasi 50 anni il nichilismo arrivando a capire, forse per primo, quale fosse il vero male dell’uomo. La mancanza di un obiettivo e di una ragione per stare al mondo.

Fu certamente di carattere schivo, ma superò questo suo limite per innalzarsi. Fu un acuto osservatore, un curioso. E proprio questa sua curiosità gli permise di non rassegnarsi al pessimismo che lo avvolgeva. Solo una mente troppo povera non è in grado di trovare una soluzione al dolore che la vita racchiude in sé. 

E come una ginestra, che riesce a nascere laddove nulla ce la fa, così l’uomo tramite la solidarietà e la curiosità sul senso della vita e del futuro può aggrapparsi alla vita.

In occasione dell’anniversario della sua morte, avvenuta il 14 giugno del 1837 a Torre del Greco, questo poeta sublime, filosofo eccentrico nonché filologo eruditissimo, è quanto mai giusto celebrarlo in quanto uno dei maggiori poeti del pantheon culturale italiano. Provando a cancellare i luoghi comuni di quegli insegnanti che poco amano la letteratura. A differenza di Giacomo Leopardi.

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Nerone, l’esempio di quanto costi essere scomodi ai poteri forti

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Nerone imperatore dell'impero romano

La storia, si pensa comunemente, la scrivono i vincitori. Ma non è sempre così. Alle volte, a scrivere sono coloro che dai vittoriosi vogliono qualcosa. Sono loro a raccontare. A tramandare fatti. E se quel qualcuno ha tanto da guadagnare, probabilmente ciò che scriverà non sarà del tutto oggettivo.

Le vicende, i personaggi, gli intrighi, la politica di Roma antica è giunta fino a oggi attraverso una moltitudine di documenti. Racconti, poesie, lettere, poemi. Tra questi vi è la documentazione storiografica di autori come Sallustio, Tacito, Svetonio. Ma anche lo stesso Giulio Cesare, con i suoi De Bello Gallico e De Bello Civili, ha tramandato notizie importanti per la conoscenza storica ed etnografica del suo tempo.

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LE ACCUSE A NERONE FIGLIE DI UN CREDO POLITICO

Ma tutti questi scrittori erano politicamente impegnati. O quantomeno appartenenti a ceti sociali schierati con una determinata corrente politica. É il caso di Svetonio, il principale accusatore di Nerone. 

Fu lui, infatti, sette anni dopo il fatto, ad accusare l’imperatore di osservare dal Palatino, cetra in mano, Roma mentre bruciava.

“Nerone con il pretesto che era disgustato dalla bruttezza degli antichi edifici e dalla strettezza e sinuosità delle strade, incendiò Roma (…) Il fuoco divampò per sei giorni e sette notti, obbligando la plebe a cercare alloggio nei monumenti pubblici e nelle tombe. Allora, oltre ad un incalcolabile numero di agglomerati di case, il fuoco divorò le abitazioni dei generali di un tempo, ancora adornate delle spoglie dei nemici, i templi degli Dèi che erano stati votati e consacrati sia al tempo dei re, sia durante le guerre puniche e galliche e infine tutti i monumenti curiosi e memorabili che restavano del passato”.

Bisogna tener conto che Svetonio (così come Tacito) apparteneva alla classe senatoria, che non vedeva di buon occhio un uomo così popolare. Esistono, inoltre, fonti archeologiche e popolari che attestano che Nerone era amato dalla popolazione (sulla sua tomba non mancarono mai fiori freschi per secoli, anche in età cristiana). Ciò che la storia insegna è che quando un uomo di potere è così odiato da una élite, come il senato romano, vuol dire che forse così cattivo non è.

Per questo, come si legge nel libro di Massimo Fini “Nerone, duemila anni di calunnie”, l’imperatore è stato destinato ad una damnatio memoriae ingiusta. Periodicamente viene fuori ancora la fandonia per cui fu lui ad alimentare l’incendio nonché il primo persecutore dei cristiani.

L’ALTRA STORIA (probabilmente più veritiera)

Bisogna perciò andare a ricontrollare i dati storici.

Per quanto riguarda l’incendio che la notte tra  18 e il 19 luglio del 64 colpi’ Roma e vi infurio’ per alcuni giorni, Nerone non era in città. Era ad Anzio e tornò a cavallo per aiutare e guidare le operazioni di soccorso.

Non era certo la prima volta che le fiamme divampavano nell’Urbe. Nel 6, nel 27, nel 36 e nel 54 il fuoco arse la città. Ma quello del 64 fu il più disastroso. La Roma di allora era stretta fra vicoli tortuosi, dove il popolino faceva utilizzava irresponsabilmente una moltitudine di bracieri, di fornelli, di torce. Il tutto fra le numerose baracche e catapecchie di legno. Bisogna qui sottolineare che Nerone ricostruì in maniera ignifuga la città.

L’immagine lasciata alla storia, del princeps sul colle da cui nacque l’odierna capitale italiana, è stata probabilmente frutto di una campagna politica denigratoria. Come sarebbe stato possibile che Nerone si trovasse sul Palatino se lo stesso era in fiamme?

L’imperatore era sicuramente avverso alle frange più estreme dei cristiani che vedevano in lui il colpevole della degenerazione (dal loro punto di vista) di Roma nella nuova Sodoma. Lo stesso Paolo, nelle lettere ai romani, si diceva preoccupato della radicalità e della pericolosità di alcuni suoi confratelli.

L’incendio portò a pene severe per la comunità cristiana romana, che all’epoca contava poco più di 3000 fedeli. Circa 200, dopo oltre due mesi di processi (la giustizia romana solitamente era molto più sbrigativa), furono giustiziati. In molti, in stile terroristi islamici, rivendicarono (sicuramente enfatizzando) il ruolo svolto nell’incendio.

LA POLITICA POPOLARE DEL PRINCEPS

Nonostante ciò dopo l’incendio, sia a Roma, sia nelle province, i cristiani poterono continuare a predicare senza altre ripercussioni. Le persecuzioni infatti tornarono sotto il principato di Domiziano.

Nerone fu un imperatore e artista, governò Roma come uno statista e fece una serie di riforme tributarie in favore del popolo. Abbassò le tasse e svalutò la moneta. Riuscì in ciò abolendo le tasse indirette senza però aumentare quelle dirette. Forse populista, nonché bipolare e da un certo punto di vista folle al punto giusto, si inimicò il Senato schierandosi contro i poteri forti dell’epoca. Mal sopportava, difatti, l’usura esercitata dall’aristocrazia e dai latifondisti. La sua azione politica era diretta al benessere del popolo. Al di là dei suoi interessi personali. Diversamente dai gruppi egemoni cittadini. Costruì la burocrazia imperiale che ha permesso all’Impero di reggere ancora alcuni secoli.

La sua vita non fu solo dedita alla politica. Il suo vero amore fu la recitazione. Adorava essere una sorta di Mecenate e contornarsi di artisti. La Domus Aurea era un teatro a cielo aperto. E ciò gli inimicò ancor di più i senatori. Il loro orgoglio, ma anche una certa ritrosia verso il nuovo, era di impedimento nell’accogliere Nerone come un imperatore degno di questo nome. Lo consideravano un attore. E farsi governare da una sorta di artista era inaccettabile.

Pagò questo atteggiamento, questo suo modus operandi, con la vita. Fu costretto al suicidio, dopo quattordici anni di governo, a 30 anni. Divenne imperatore a 17 anni contro la sua volontà. Era la madre, l’assassinio della quale è uno dei soli due che gli storici possono attribuire a Nerone con sicurezza, a volere questo ruolo per lui. La volontà di governare l’Impero attraverso il ragazzo era di Agrippina. Il suol famoso discorso al Senato in cui parlò di assenteismo gli costò caro. Come accadde a Caligola e Catilina prima di lui.

Forse più di tutto, bastano le parole di Traiano per descrivere al meglio cosa fu veramente Nerone. Gli anni dal 64 al 68 furono un “quinquennio aureo”, “il periodo più prospero e felice dell’Impero”. Gli anni in cui governò scevro da ogni guida e imposizione materna e non.

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Rino Gaetano, 40 anni senza il cantautore dell’assurdo

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Rino Gaetano cantautore di Gianna e Berta

“E a mano a mano vedrai che nel tempo
Lì sopra il suo viso lo stesso sorriso
Che il vento crudele ti aveva rubato
Che torna fedele
L’amore è tornato…”

“A mano a mano”, cantava Rino Gaetano. Una delle canzoni più belle del panorama musicale italiano.

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Era il 2 giugno del 1981, quando il cantautore calabrese, all’anagrafe Salvatore Antonio Gaetano perdeva la vita in un incidente stradale sulla via Nomentana a Roma, all’età di soli 30 anni. Nacque a Crotone nel 1950, ma si trasferì fin da bambino nella Capitale.

DAGLI ESORDI AL SUCCESSO

Le testimonianze del tempo ci raccontano di un Rino che, prima di diventare famoso, strimpellava la chitarra e cantava con uno stile tutto suo, grintoso, ironico, dissacrante. Nel 1974 pubblicò il suo primo album “Ingresso libero”, che però non riscosse grande successo. Da questo venne estratto un 45 giri anticonformista fin dal titolo “Tu, forse non essenzialmente tu”.

Il successo arriva l’anno dopo, con il singolo “Ma il cielo è sempre più blu”, la sua canzone più famosa, più venduta e più cantata. Un brano abbastanza strano, senza una logica apparente, molto semplice e orecchiabile, che mescola vicende e aspirazioni della più varia umanità. Nel 1978 pubblica il disco “Nuntereggae più” e si esibisce al Festival di Sanremo con “Gianna”, un pezzo graffiante, estroverso. Nel 1979 esce l’LP “Resta vile maschio, dove vai?”, seguito l’anno dopo da “Io ci sto”, con cui si conclude prematuramente la sua carriera artistica.
Le canzoni di Rino Gaetano restano un po’ a metà tra la musica popolare e la canzone d’autore. Parlano di temi personali e sociali come la solitudine, le frustrazioni, l’emarginazione.

«Ho sempre pensato che le canzoni di Rino Gaetano fossero come installazioni d’arte, capaci di meravigliare l’occhio e di ipnotizzare i sensi», così lo ricorda Sergio Cammariere.
Fu un artista geniale che sapeva mescolare ironia e denuncia sociale. Originale, unico, estroso. Un cantante in grado di essere ironico e di raccontare i depredati, i maltrattati, gli sfruttati, tutte quelle persone ferite dalla vita. Canzoni che, tuttora, sono attuali, vive.

IL RINO GAETANO DAY

Oggi, 2 giugno, ha luogo la XI edizione del Rino Gaetano Day, in cui si celebra il geniale cantautore nella ricorrenza della sua scomparsa. Un evento organizzato da Anna e Alessandro Gaetano, e per il secondo anno consecutivo si svolgerà online. Il #rinogaetanoday2021 sarà trasmesso in diretta streaming sulla pagina Facebook “Rino Gaetano Band”, sul loro canale YouTube e on air su Radio Italia Anni 60 Roma FM 100.5, alle ore 18:30 circa.

Invece venerdì 4 giugno 2021 alle ore 16,30 il giornalista Gianmarco Cilento dialogherà con Michelangelo Iossa, autore della biografia di Rino Gaetano, uscita nel quarantesimo anniversario della morte dell’artista calabrese. L’evento sarà trasmesso in diretta sul gruppo Facebook dell’Associazione PaoLab.

Il libro, dal titolo “Rino Gaetano. Sotto un cielo sempre più blu” , racconta la storia del musicista partendo dal “suo sud” fino all’incredibile culto sviluppatosi negli ultimi decenni. Dall’infanzia vissuta a Crotone, agli anni scolastici di Narni, passando per il Folkstudio di Roma e il Festival di Sanremo fino all’incidente mortale di via Nomentana.

Salvatore Antonio Gaetano, per tutti Rino, è il protagonista di un lungo racconto biografico in cui si fondono la Magna Grecia, la scuola cantautorale romana, gli anni Settanta, lo sberleffo, il reggae e le donne di tante canzoni, da Berta a Gianna che “difendeva il suo salario dall’inflazione”.

Una serie di esperienze che permisero al giovane cantautore di trovare una sua personalissima strada espressiva. Una via che illuminò i tardi anni Settanta con hit irregolari e amatissime dal grande pubblico come “Ma il cielo è sempre più blu” e “Nuntereggaepiù”. Rino Gaetano non è, però, soltanto il cantautore sanremese con il cilindro e a dimostrarlo è la sua discografia. Spesso complessa e frutto dell’incontro con grandi musicisti e session-man italiani. Gli stessi che hanno contribuito a creare un lento e inesorabile culto, fatto di canzoni che viaggiano di bocca in bocca, fiction televisive e citazioni cinematografiche.

di Teresa Uomo

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