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Carlo V e l’impero su cui non tramontava mai il sole

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Carlo V, l’imperatore sul cui regno “non tramontava mai il sole”, nacque il 24 febbraio del 1500 a Gand, in Belgio.

Figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e di Giovanna di Castiglia detta la Pazza (si incrociano quindi le dinastie spagnole e austriache) perciò nipote di Massimiliano I d’Asburgo, il suo impero segnò l’avvento di una nuova era: quella degli Asburgo, cristiani, che puntavano ad assolvere il loro mandato messianico di riappacificare il mondo cristiano, in balia della corruzione, del degrado morale ed eretico, delle eresie e degli scismi.

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Questa missione è rintracciabile anche in un famoso quadro del Giorgione, “La tempesta”, nel quale secondo Erminio Morenghi, nel 2013, riprendendo un’ipotesi di Leonardo Cozzoli identifica la figura femminile come la Sibilla Tiburtina con in braccio il futuro imperatore Carlo V, mentre Massimiliano I d’Asburgo osserva la scena. Ricalcando lo schema classico della manifestazione ad Augusto di Gesù Bambino tra le braccia di Maria, per opera della Sibilla Tiburtina, la cingana (zingara) sembra proferire al giovane soldato (Massimiliano I d’Austria), che la contempla assorto, una profezia nuova, stavolta relativa ad un’era prossima ventura che soppianterà il periodo precedente, quello di un cristianesimo paganeggiante e decaduto.

La profezia sembra assegnare proprio a Carlo V il gravoso incarico di guidare, in virtù dell’investitura imperiale da lui concepita come il massimo riconoscimento del potere sovrano, le sorti dell’intero mondo cristiano con l’obiettivo di assicurargli giustizia ed unità della fede già compromessa dallo scisma luterano.

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L’infanzia già segnata verso il potere

Battezzato nella cattedrale di San Bavone, l’edificio religioso principale della città belga di Gand, crebbe nelle terre olandesi allora in possesso degli spagnoli con i migliori insegnanti di grammatica, di letteratura, di matematica, di lingue antiche e fu addestrato alla vita da cavaliere. Fu educato nella raffinatezza per volontà della madre. Come un novello Alessandro Magno che per volontà della madre Olimpiade ebbe Aristotele come mentore.

All’età di 6 anni, in seguito alla morte del padre e all’infermità mentale della madre divenne duca di Borgogna e principe dei Paesi Bassi (Belgio, Olanda, Lussemburgo). Dieci anni dopo divenne re di Spagna, entrando in possesso anche delle Indie occidentali castigliane, e dei regni aragonesi di Sardegna, Napoli e Sicilia. A diciannove anni divenne arciduca d’Austria come capo della Casa d’Asburgo e grazie all’eredità austriaca fu designato imperatore dopo il rifiuto in suo favore di Federico il Saggio, candidato proposto da papa Leone X. Carica, quest’ultima, comprata insieme ai voti dei grandi elettori tedeschi, necessari per l’elezione a Imperatore dei tedeschi, pagandoli grazie ai soldi dei banchieri Fugger. La successione infatti non era ereditaria ma elettiva sin dalla Bolla d’oro di quasi due secoli prima.

Il suo Impero fu più grande di quello di Carlo Magno, estendendosi dall’Europa centrale e occidentale fino alle colonie in centro e sud America. Proprio da quelle terre riscuoteva numerose ricchezze, dopo aver finanziato viaggiatori come Magellano, Cortes, Pizarro, protagonisti del secolo delle grandi scoperte geografiche. Quel secolo in cui il concetto d’Europa, già sviluppatosi con lo stesso Carlo Magno, Papa Pio II e poi con Machiavelli, cominciò ad entrare nel gergo comune in concomitanza con la presa di coscienza da parte delle elitès culturali di essere europei in quanto diversi dalle popolazioni americane, dagli arabi che erano sempre una spina nel fianco ad Est, dalla civiltà cinese con cui aumentarono gli scambi sia commerciali sia culturali.

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Nemici su tutti i fronti

Il ‘500 fu il secolo in cui il concetto di christianitas fu affiancato, e in seguito sostituito, da quello di europei. Il progetto di Carlo V si inserì proprio in questo contesto, volendo istituire una Monarchia universale cristiana cattolica. Progetto che però gli creò numerosi nemici e altrettanti conflitti che segnarono i suoi 30 anni di dominio.

Il re francese cattolico Francesco I, i turchi ottomani, i luterani ed il Papa Clemente VII furono i suoi avversari più duri a morire.
Il re di Francia perché voleva impedirgli di portare a compimento le sue mire espansionistiche sul Ducato di Milano in quanto importante crocevia tra Nord e Sud Europa. Il primo scontro ci fu nel 1521 in cui Francesco I cadde addirittura prigioniero. In seguito alla pace fu liberato ma immediatamente ricostituì una alleanza contro Carlo V insieme al Papa. La cosiddetta Lega di Cognac. La Chiesa di Roma difatti non vedeva di buon occhio l’intromissione imperiale in Italia né tantomeno un unico sovrano più difficile da controllare rispetto a più monarchi cattolici ma meno forti.

L’idea di un’Europa asburgica e cattolica portò al conflitto che si protrasse fino al 1529 con Francesco I che lasciò Milano e con Carlo V, che in risposta all’avversione della Chiesa, nel 1527 inviò i mercenari austriaci noti come Lanzichenecchi a devastare Roma, in quello che è passato alla storia come “Sacco di Roma”

L’azione contro Roma fu spinta anche dai nobili romani, che certamente non pensavano ad una simile conseguenza, in chiave antimedicea che con il Papa Clemente VII aveva messo piede in grande stile nella politica romana.

Nel frattempo Francesco I, deciso a sconfiggere Carlo V, si allea con i turchi ottomani di Solimano il Magnifico invadendo il Ducato di Savoia. La risposta asburgica non si fa attendere e si esplicitò nell’attacco alla Provenza. La guerra si risolse addiriturra nel 1544 con l’intervento papale che destinò il Ducato di Savoia alla Francia e Milano all’imperatore.

L’incoronazione ad Imperatore

Nel frattempo, nel 1530, a Bologna Carlo V fu prima incoronato dal papa come Re d’Italia e il 24 febbraio, giorno del suo compleanno, fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero avendo ricevuto 10 anni prima ad Acquisgrana la corona di Re dei Romani.

Di questo avvenimento, fondamentale per il tentativo di raggiungere una “pace universale” nell’occidente cristiano sempre più insidiato dai turchi che erano giunti alle porte di Vienna, abbiamo un dipinto di Luigi Scaramucci detto “il Perugino”, intitolato “Incoronazione di Carlo V a Imperatore del Sacro Romano Impero”. Nonostante ciò fu Tiziano il suo ritrattista per eccellenza. Come sostiene lo storico dell’arte Stefano Zuffi, l’artista riuscì a cogliere “il riflesso delle aspirazioni, delle tensioni, delle fatiche, del fasto, della fede, del rimpianto, della solitudine, degli ardori“. Il rapporto tra i due fu speciale tanto che, leggenda vuole, l’imperatore si chinò addirittura a raccogliere il pennello caduto al pittore.

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Tra i suoi nemici c’erano anche i protestanti, i seguaci di quel Lutero con cui cercò anche di mediare i rapporti con la Chiesa di Roma, fornendogli anche il famoso salvacondotto per Wittenberg prima della fine della Dieta di Worms nel 1521. Ebbe quindi il grande problema di un regno tanto esteso quanto abitato da popolazioni diverse anche per religione. I luterani, tra le altre cose, riuscirono a convincere alcuni principi tedeschi facendoli aderire alla Lega di Smalcalda sempre in chiave anti-imperatore. La guerra si risolse nel 1555 con la pace di Augusta, dopo che al conflitto presero parte anche turchi e francesi. Il trattato prevedeva la divisione religiosa della Germania secondo il principio “cuius regio, eius religio”, cioè la libertà di principi e sovrani di poter decidere quale religione abbracciare e imporre ai propri sudditi.

Nel 1556 Carlo V abdicò dividendo però il regno tra il figlio Filippo II, affidatario della Spagna, dell’Italia, dei Paesi Bassi e delle colonie, e il fratello Ferdinando I a cui andarono i possedimento degli Asburgo e il titolo imperiale.

Tramontava così il sogno di un Impero Universale e Cattolico di quello che fu l’imperatore forse più importante fino a Napoleone. Morì il 21 settembre 1558 a  Cuacos de Yuste, in Spagna, stringendo al petto il crocifisso ed esclamando le parole “Ya, voy, Señor” (Sto venendo Signore).

La sua vita è stata protagonista anche di due opere di Giuseppe Verdi, nell’Ernani e nel Don Carlo, mentre nel 2014 l’attore Adrien Brody lo ha interpretato in quanto protagonista del film Emperor, affermando di essere stato affascinato da questo personaggio e dal periodo storico in quanto ci fu il primo “tentativo di unificare l’Europa, si comincia a parlare di moneta unica, comincia a essere concreto il problema delle migrazioni di massa, si diffonde la stampa. È un periodo in cui la Storia inizia a cambiare per sempre, si fanno grandi passi avanti”.

Sul suo impero non tramontava mai il sole. Sulla sua vita, considerando il segno lasciato nella storia, neanche.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Enciclica Quam Grave: mossa politica contro i don Bastiano

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A metà del XVIII secolo la Chiesa di Roma, rappresentata da papa Benedetto XIV, godeva ancora di un certo peso politico oltre che spirituale.

Nonostante la diffusione della cultura illuminista e del giurisdizionalismo che provocò una certa limitazione dei privilegi di cui godeva il clero.

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A questo bisogna aggiungere che la frattura interna al mondo cattolico, con la propagazione delle dottrine protestanti e calviniste, diede sicuramente uno scossone alle alte autorità ecclesiastiche.

In questo contesto si inserisce l’enciclica Quam Grave del pontefice Benedetto XIV del 2 agosto 1757. Un tentativo di tirare le redini e rafforzare la gerarchia intestina.

L’intento era quello di combattere la celebrazione abusiva delle Messe da parte di preti non autorizzati. I quali, inoltre, si spingevano a confessare i fedeli. A queste pratiche era data buona parte della colpa della degradazione della Chiesa e della perdita di fiducia nella stessa.

Lutero, nel 1500, aveva piantato in questo senso il seme della discordia. Tra le sue tesi vi era quello di una lettura autonoma e personale delle Sacre Scritture. Un avvicinamento a Dio del tutto privo di filtri clericali. La volontà era quindi quella di ricondurre i cattolici, e con essi anche i riformisti, sulla via segnata dai predecessori di Benedetto XIV.

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“Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione”.

Il primo punto dell’enciclica è esplicativa ed esauriente al riguardo. Ma soprattutto, dal punto di vista della Chiesa, era fondamentale diffonderla e applicarla.

La Roma papalina dell’800 era ancora in questa situazione. Un esempio, seppur cinematografico, è Don Bastiano de “Il Marchese del Grillo”. Il personaggio interpretato da Flavio Bucci era un prete che praticava senza autorizzazione papale, revocatagli in seguito ad un omicidio per vendicare l’onore della propria famiglia.

“Io dico messe, comunico, battezzo, consacro, confesso, sposo. Ti vuoi sposare marchese mio? Ti sposa don Bastiano tuo”.

Una battuta di pochi secondi che fa ben capire quale fosse la realtà della Chiesa di Roma. Dove la figura e l’autorità papale era minata dalla presenza di varie correnti politiche, più che spirituali. Così come la presenza francese, a inizio ‘800, era portatrice di idee anticlericali propendenti all’Impero, sia come istituzione che come ideale.

L’enciclica Quam Grave fu una mossa politica di un papa che capì la direzione che stava prendendo il suo movimento. Dove i dogmi venivano meno e il decentramento politico aveva iniziato un percorso inarrestabile.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

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Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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