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Archeofame a tavola con la storia: festini, banchetti e sbornie leggendarie

Licia De Vito

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Da che mondo è mondo uno solo è sempre stato il centro della vita sociale di un popolo: la tavola. Sono i pasti comunitari infatti a riunire tutti i membri di una tribù, un gruppo, una famiglia. Che sia per festeggiare nascite, matrimoni, o in occasioni rituali e religiose, complici il buon cibo e soprattutto il vino, era proprio durante il convito che si consolidavano le amicizie, si stringevano le alleanze e si concludevano i migliori affari. Ma come si svolgevano questi lauti buffet? E soprattutto come andavano a finire?

Di solito il pasto più importante della giornata era quello del pomeriggio/sera: cenatio per i romani, per i greci deipnon. Al mattino si faceva una colazione (ientaculum) leggera, magari con frutta e focacce. Il pranzo (prantium) era frugale, consumato in giro per taverne: polenta di farro, zuppe, prosciutto, tutto accompagnato dal famoso mulsum un vino dolce e speziato. Tra la colazione e il pranzo si svolgevano le attività “lavorative”, nel primo pomeriggio i romani si recavano alle terme. Il banchetto si svolgeva in due momenti ben distinti che erano stati codificati e regolarizzati dai greci per i quali il simposio era più una liturgia che un mero pasto.

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Si cominciava con una cena vera e propria a cui seguiva poi la sbornia. Alcune regole fondamentali andavano rispettate prima di potersi sedere a tavola e servirsi: lavarsi bene le mani (incredibile che a noi abbiano dovuto ricordarlo con un DL) e, per i più ricchi, farsi lavare i piedi da alcuni schiavi appositamente selezionati ed educati per prendere parte al banchetto. Durante le epoche più antiche, arcaica e omerica, i pasti erano molto semplici, nelle fasi più tarde invece, dopo essere entrati in contatto, tra gli altri, con i popoli orientali, le portate diventano sempre più complesse e sostanziose. Di solito si offriva un antipasto seguito da una portata principale e un fine pasto. I partecipanti erano autorizzati a portare via una doggy bag: il cibo veniva messo all’interno di tovaglioli portati da casa.

“nel banchetto i greci hanno voluto fare la sintesi di tutti i piaceri intellettuali o fisici concepibili” (I Bassifondi dell’antichità, Catherine Salles)

Per evitare che l’eccessivo consumo di vino sin dall’inizio del convito facesse degenerare troppo velocemente l’evento, si eleggeva un capo del simposio, un simposiarca, che scandiva i tempi delle bevute, decideva il numero di coppe per ciascun invitato e assegnava le punizioni ai trasgressori troppo “assetati”. Questo non vuol dire che si tornasse a casa dignitosamente brilli (cit.) ma anzi, si arrivava nella maggior parte dei casi a orge, ubriachezza molesta e allucinazioni (il vino veniva spesso mischiato a erbe allucinogene come la buglossa).

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Rimasta famosa nelle fonti è la storia dell’allucinazione collettiva di Agrigento tramandataci da Ateneo: Un gruppo di giovani convitati si spinsero troppo in là con le consumazioni e iniziarono a credere di essere a bordo di una nave in balia di una tempesta. Per questo cominciarono a buttare giù dalle finestre dell’abitazione tutti i mobili, considerati zavorre.

Non solo gli uomini partecipavano ai banchetti. Per i greci le donne “libere” non potevano assolutamente approcciarsi a tali manifestazioni per cui si recavano dall’ospite accompagnati da etere (leggi escort), per i romani invece le matrone potevano presenziare al banchetto, stando sedute ai piedi del proprio marito. L’intrattenimento era commissionato a danzatrici, musici, pagliacci e saltimbanchi. La musica in particolare era considerata indispensabile al piacere quindi giovani donne mezze nude si aggiravano per la sala suonando il flauto o la lira.

Durante la serata venivano organizzati concorsi di bellezza e giochi alcolici come il cottabo, la passatella più famosa dell’antichità. In pratica il partecipante doveva bere una coppa di vino lasciandone alcune gocce da lanciare in un vaso poco distante, durante il lancio si pronunciava il nome del partner desiderato e se si colpiva il bersaglio, la giovane o il giovane nominati sarebbero stati obbligati a soddisfare il vincitore.

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Va specificato che nulla veniva compiuto senza prima aver reso omaggio agli dei: dediche a Dionisio prima di atti carnali, peana (inni) ad Apollo prima di bere. Non esiste scandalo per i nostri antenati in questa oscillazione continua tra sacro e profano, oggi ci sconvolgeremmo apprendendo la notizia di un tale evento ma per gli antichi (ricchi, ovvio) questa era la quotidianità.

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Ascanio Celestini: “Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile e rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante”

Antonella Valente

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Rabbia e incredulità regnano nel mondo dello spettacolo dopo la firma del nuovo DPCM emanato poche ore fa che vede le sale teatrali e non solo chiudere al pubblico, agli spettacoli e ai progetti fino al 24 novembre. Se tutto va bene. Milioni di lavoratori dello spettacolo resteranno a casa, ancora, per un altro mese.

Tra gli artisti che stanno mostrando il proprio disappunto, Ascanio Celestini, tra i primi attori a salire su un palcoscenico lo scorso 15 giugno alla – prima – riapertura dei teatri. E lo fece a mezzanotte e un minuto. Ora però la sua riflessione si concentra sull’esistenza di due Italie, una civile e rispettosa e l’altra arrogante e menefreghista.

Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante. Dal 15 giugno a oggi, 25 ottobre, chi ha frequentato i luoghi della cultura se n’è accorto più che negli anni scorsi. Ho fatto spettacolo a Pesaro un minuto dopo la riapertura dei teatri. Gli spettatori in fila, con la mascherina, distanziati in entrata e uscita dalla sala. Seduti a più di un metro uno dall’altro. Ho visto il sollievo di chi ha potuto togliere la mascherina per restare in silenzio a vedere il primo spettacolo dopo oltre 100 giorni. Poi il ritorno in albergo. Il portiere mi dice “questo finesettimana era pieno. Un pullman, tutti senza mascherina”. E infatti li ho visti anche io affollare il ristorante per abbuffarsi, pescare con le mani dalle stesse insalatiere per tornare all’amato aperitivo”.

Inizia così la riflessione di Celestini pubblicata su facebook: “Pochi giorni dopo sto in Veneto. Ragazze e ragazzi che montano le colonnine per i dispenser col gel. Li ho visti misurare la distanza tra le sedie nel piccolo parco. Poi andiamo alla ricerca di un posto per la cena. La folla. Nel ristorante riusciamo a conquistare due tavolini stretti, da bar. La padrona voleva darcene uno solo per sei persone che mangiano più due che bevono soltanto. Otto in un quadrato di plastica. Non c’entriamo manco in tempi normali. Nel caos c’è anche l’assessore che non dice niente. O quasi. Giustifica. In fondo anche questi ristoratori devono lavorare! Poi arrivano due anziani in divisa. Sono guardie in pensione che girano nella movida per controllare che sia tutto a posto. Io chiedo “cosa controllano? C’è un gran casìno!”. E l’assessore “controllano che non ci siano ubriachi molesti. Controllano che si faccia la raccolta differenziata”.

“In questa grottesca alternanza di mondi ho letto anche i deliri dei negazionisti. Sì, ha senso chiamarli così. Prima cosa perché non è affatto vero che il termine si utilizzi solo per quelli che negano il genocidio, i campi di sterminio, eccetera. E poi perché hanno la stessa tattica retorica. Se non la pensi come loro fai parte del complotto, consapevolmente o inconsapevolmente. Sei uno stupido, ti hanno fatto il lavaggio del cervello, leggi la stampa mainstream. Oggi ci infilano il deep state, Microsoft, Biderberg, Soros.. Ieri erano le lobby ebraiche.E ovviamente odiano essere definiti negazionisti. Proprio come quelli che dicono “non esiste la destra e la sinistra” e sono sempre di destra. Proprio come i razzisti, quelli che dicono “non sono razzista, ma…” Le immagini di quei gruppetti in piazza senza mascherine con i cartelli “tamponatevi il culo” a parlare di dittatura sanitaria e deriva autoritaria insieme ai fascisti di Forza Nuova!… quelle immagini sono perfettamente sovrapponibili alle ammucchiate della movida.

“Un popolo che cerca una libertà che non condivido, che non ho mai condiviso. Provo disgusto a chiamarla “libertà”, a usare la stessa parola che utilizzo per la libertà di pensiero, di espressione, la libertà che cercano i popoli sottomessi dai dittatori, che cercano i poveri incatenati alla miseria. Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, L’altro menefreghista e arrogante. Quattro mesi dopo la riapertura dei luoghi della cultura faccio un viaggio di lavoro verso Bologna. L’ultimo. Per almeno un mese resterò senza lavoro. E con me se ne staranno a casa migliaia di persone. Cittadini di quel paese civile che s’è mosso con la mascherina, che ha rispettato le distanze per difendere una libertà che abbiamo nella testa e nel cuore. E che oggi si trova a doverla perdere perché quell’altro paese, quello arrogante ci ha sputato sopra. Lo trovo intollerabile”

ph. Luigi Angelucci

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Pablo Picasso, il visionario che voleva restare bambino

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Federico Falcone

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In presenza del genio artistico, l’etichetta diventa limitante.

Superflua. Effimera. Accessoria. Fuorviante.

L’estro non può essere bollato.

“Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”

Era solito affermarlo Pablo Picasso, tra gli artisti più influenti del XX secolo. Innovatore, inventore del cubismo, visionario, geniale, fuori da qualsiasi tipo di etichetta, appunto. Nato a Malaga nel 1881, nel corso della sua lunga e straordinaria carriera è stato pittore e scultore, ceramista e anche scenografo. Impossibile da contenere, impensabile imprigionarlo in stili e marchi.

Il 24 giugno del 1901 la sua prima mostra. A Parigi, nella galleria in Rue Lafitte. Era giovane, ma non giovanissimo se consideriamo l’età di “esplosione” dei suoi predecessori. “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino“, disse anni più tardi. Ad accorgersi del talento dell’artista spagnolo fu Ambroise Vollard, mercante d’arte tra i più autorevoli in quegli anni, noto anche per aver lanciato Matisse e Cézanne).

Quell’incontro fu il primo di una collaborazione duratura. Cinque anni più tardi Vollard acquistò 27 quadri di Pablo Picasso il quale, in seguito, realizzò un ritratto del suo amico. La capitale francese fu culla del “periodo blu” (individuato nel triennio 1901 – 1904) che spianò la strada al “periodo rosa“, anticamera del cubismo, appunto. Qui, la sua gioventù dal sapori a tratti agrodolci, è bene espressa.

In quel di Parigi, Picasso trovò ispirazione anche dalla vita notturna, effervescente e imprevedibile. I luoghi bohemien, come caffè e sale da ballo, spalancarono le porte della sua visione artistica a nuove concezioni pittoriche. Molte scene, realmente viste o vissute, vennero infatti impresse su tela come, ad esempio, L’appuntamento, La vita, Due sorelle, Vecchio cieco con ragazzo, Vecchio chitarrista.

L’ascesa dell’artista fu inarrestabile e da quel momento i suoi quadri e le sue opere più in generale sono state vendute a cifre esorbitanti. “Les femmes d’Alger”, del 1995 fu acquistato a 179 milioni di dollari.

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Per ottanta anni, Picasso si è dedicato all’arte. Coltivata, studiata, sdoganata e, infine, rinnovata. La sua mano ha contribuito a gettare le basi per l’arte moderna, stupendo in continuazione sé stesso, critici, appassionati e gente comune. “Si è detto sovente che un artista deve lavorare per se stesso, per l’amore dell’arte e fregarsene del successo; è falso. Un artista ha bisogno del successo. E non soltanto per vivere ma, soprattutto, per realizzare la sua opera“, rispose a un giornalista dopo una domanda piccante.

Pablo Picasso, il gigante che voleva restare bambino. Non solo Parigi ebbe su di lui un ascendente forte e indispensabile, ma anche l’universo femminile. Dal cosmo rosa, il pittore spagnolo attinse a piè mani con continui tributi e omaggi al fascino delle sue amanti. Modelle, scrittrici, ballerine, artiste. Dall’amore all’ammirazione il passo era quasi sempre breve, e quasi sempre corrispondeva a un ritratto, un dipinto, un’opera. Del suo rapporto burrascoso col gentil sesso ne parleremo in altra sede.

“I sessant’anni sono quell’età in cui ci si sente finalmente giovani. Ma è troppo tardi”

Una tra le sue frasi più celebri, pronunciate in un’età nella quale luci e ombre si alternavano con equità in un susseguirsi di episodi contraddittori. Troppo avanti – artisticamente parlando – per i suoi anni, troppo indietro rispetto al futuro. Lo anticipò, lo scrisse, ma non poté godere appieno del crollo di alcuni pregiudizi e stereotipi relativi al suo modo di intendere l’arte e il sentimento.

La carnalità era un rischio e intraprendere una relazione con una modella francese di 22 anni fu, per l’opinione pubblica, un passo azzardato. Lui, infatti, ne aveva esattamente 40 di più di più. Otto anni più tardi, quando di anni ne aveva 70, conobbe la futura seconda moglie. Che di anni, allora, ne aveva 27. “L’arte non è mai casta, e quando è casta vuol dire che non è arte“. Accuse respinte in colpo di fioretto.

“In ogni bambino c’è un artista. Il problema è capire come rimanere artisti diventando grandi” – Pablo Picasso

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Conte firma il nuovo Dpcm: chiusi teatri e cinema. È un lockdown mascherato

Fabio Iuliano

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Il braccio di ferro tra Governo e Regioni si è concluso, Giuseppe Conte ha firmato il nuovo DPCM. Sarà effettivo a partire da lunedì e resterà in vigore fino al 24 novembre. Di fatto si tratta di un lockdown mascherato. Non siamo in presenza delle restrizioni di marzo – non al momento – ma le misure prese sono stringenti e mirate a dare una brusca frenata al diffondersi del coronavirus.

I locali chiuderanno alle 18. La domenica e i giorni festivi i bar e i ristoranti potranno restare aperti. Disattese le premesse e i rumors delle scorse ore. Il programma è cambiato. La ragione di tale inversione di rotta è da ricercarsi nel parere del Comitato tecnico scientifico secondo cui “l’apertura domenicale dei ristoranti può essere utile per limitare le riunioni familiari”.

“Bisogna muoversi solo per motivi di salute, lavoro, scuola e di stretta necessità”

giuseppe conte in conferenza stampa

Cinema e teatri: sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto. Sono sospese anche le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all’aperto o al chiuso. Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso o all’aperto. A tal proposito, Cultura Italianae ha lanciato un appello contro questa stretta, con tanto di petizione online

A casa: con riguardo alle abitazioni private è fortemente raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per comprovate esigenze

Sulla DAD è scontro e mancanza di condivisione: la richiesta era quella di aumentare la percentuale della Didattica a distanza, per il governo fissata al 75% delle lezioni. I governatori delle Regioni chiedevano a gran voce di portarla al 100% per tutte le scuole superiori e le università.

Leggi anche: Agis: nei teatri italiani 1 contagio su 350mila spettatori dal giorno della riapertura

Spostamento tra Regioni: non ci sarà la chiusura, come ipotizzato fino a ieri sera. I dati, si legge, dimostrano che i focolai sono soprattutto nelle zone metropolitane.

Fiere e sagre non si terranno, ma non è chiaro cosa accadrà ai mercati rionali.

Luca Zaia, governatore Regione Veneto: “Serve buonsenso, la chiusura dei ristoranti alle 23 è ragionevole. Il tema vero sono gli assembramenti in vie e piazze, il non utilizzo degli strumenti di protezione individuale, il non rispetto del distanziamento sociale”.

Lo afferma all’Ansa e prosegue: “Il Covid è fra di noi, il momento è di estrema difficoltà e alcune misure di sanità pubblica vanno pur adottate. Tuttavia ci vuole equilibrio e non si può pensare che la partita si risolva scaricando tutto su poche categorie produttive. Peraltro, come nel caso dei ristoratori, categoria che ha sempre rispettato le linee guida e si è dimostrata assolutamente rispettosa”.

IL TESTO DEL DECRETO

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