Archeofame a tavola con la storia: festini, banchetti e sbornie leggendarie

Da che mondo è mondo uno solo è sempre stato il centro della vita sociale di un popolo: la tavola. Sono i pasti comunitari infatti a riunire tutti i membri di una tribù, un gruppo, una famiglia. Che sia per festeggiare nascite, matrimoni, o in occasioni rituali e religiose, complici il buon cibo e soprattutto il vino, era proprio durante il convito che si consolidavano le amicizie, si stringevano le alleanze e si concludevano i migliori affari. Ma come si svolgevano questi lauti buffet? E soprattutto come andavano a finire?

Di solito il pasto più importante della giornata era quello del pomeriggio/sera: cenatio per i romani, per i greci deipnon. Al mattino si faceva una colazione (ientaculum) leggera, magari con frutta e focacce. Il pranzo (prantium) era frugale, consumato in giro per taverne: polenta di farro, zuppe, prosciutto, tutto accompagnato dal famoso mulsum un vino dolce e speziato. Tra la colazione e il pranzo si svolgevano le attività “lavorative”, nel primo pomeriggio i romani si recavano alle terme. Il banchetto si svolgeva in due momenti ben distinti che erano stati codificati e regolarizzati dai greci per i quali il simposio era più una liturgia che un mero pasto.

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Si cominciava con una cena vera e propria a cui seguiva poi la sbornia. Alcune regole fondamentali andavano rispettate prima di potersi sedere a tavola e servirsi: lavarsi bene le mani (incredibile che a noi abbiano dovuto ricordarlo con un DL) e, per i più ricchi, farsi lavare i piedi da alcuni schiavi appositamente selezionati ed educati per prendere parte al banchetto. Durante le epoche più antiche, arcaica e omerica, i pasti erano molto semplici, nelle fasi più tarde invece, dopo essere entrati in contatto, tra gli altri, con i popoli orientali, le portate diventano sempre più complesse e sostanziose. Di solito si offriva un antipasto seguito da una portata principale e un fine pasto. I partecipanti erano autorizzati a portare via una doggy bag: il cibo veniva messo all’interno di tovaglioli portati da casa.

“nel banchetto i greci hanno voluto fare la sintesi di tutti i piaceri intellettuali o fisici concepibili” (I Bassifondi dell’antichità, Catherine Salles)

Per evitare che l’eccessivo consumo di vino sin dall’inizio del convito facesse degenerare troppo velocemente l’evento, si eleggeva un capo del simposio, un simposiarca, che scandiva i tempi delle bevute, decideva il numero di coppe per ciascun invitato e assegnava le punizioni ai trasgressori troppo “assetati”. Questo non vuol dire che si tornasse a casa dignitosamente brilli (cit.) ma anzi, si arrivava nella maggior parte dei casi a orge, ubriachezza molesta e allucinazioni (il vino veniva spesso mischiato a erbe allucinogene come la buglossa).

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Rimasta famosa nelle fonti è la storia dell’allucinazione collettiva di Agrigento tramandataci da Ateneo: Un gruppo di giovani convitati si spinsero troppo in là con le consumazioni e iniziarono a credere di essere a bordo di una nave in balia di una tempesta. Per questo cominciarono a buttare giù dalle finestre dell’abitazione tutti i mobili, considerati zavorre.

Non solo gli uomini partecipavano ai banchetti. Per i greci le donne “libere” non potevano assolutamente approcciarsi a tali manifestazioni per cui si recavano dall’ospite accompagnati da etere (leggi escort), per i romani invece le matrone potevano presenziare al banchetto, stando sedute ai piedi del proprio marito. L’intrattenimento era commissionato a danzatrici, musici, pagliacci e saltimbanchi. La musica in particolare era considerata indispensabile al piacere quindi giovani donne mezze nude si aggiravano per la sala suonando il flauto o la lira.

Durante la serata venivano organizzati concorsi di bellezza e giochi alcolici come il cottabo, la passatella più famosa dell’antichità. In pratica il partecipante doveva bere una coppa di vino lasciandone alcune gocce da lanciare in un vaso poco distante, durante il lancio si pronunciava il nome del partner desiderato e se si colpiva il bersaglio, la giovane o il giovane nominati sarebbero stati obbligati a soddisfare il vincitore.

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Va specificato che nulla veniva compiuto senza prima aver reso omaggio agli dei: dediche a Dionisio prima di atti carnali, peana (inni) ad Apollo prima di bere. Non esiste scandalo per i nostri antenati in questa oscillazione continua tra sacro e profano, oggi ci sconvolgeremmo apprendendo la notizia di un tale evento ma per gli antichi (ricchi, ovvio) questa era la quotidianità.

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Licia De Vito
Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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