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RetroGaming: Doom, il padre dei moderni sparatutto, tra sangue, violenza e demoni

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«Essi sono furia: brutali, senza pietà. Ma tu… tu sarai peggio. Falli a pezzi, finché non sarà finita!»

L’articolo di oggi è dedicato ai veterani del mondo videoludico e ai veri appassionati di storia del videogame, perché parleremo non di un titolo qualunque, ma del papà dei moderni sparatutto in prima persona. Perciò, doppietta alla mano e benvenuti su Marte, in questo speciale RetroGaming dedicato a Doom. Tra carneficine di demoni, proiettili in quantità industriale e sangue come se piovesse, ripercorreremo la genesi e l’evoluzione di questo titolo seminale. Let’s begin!

Doom è ormai divenuto un videogioco leggendario, e qualunque giocatore, dal più datato al più giovane, lo avrà sentito nominare almeno una volta. Assieme a Wolfenstein e Quake, infatti, esso va a costituire la sacra triade capostipite dei cosiddetti First Person Shooter (FPS) come li conosciamo oggi. Nato in quel lontano 1993 per mano della id Software e inizialmente lanciato per il pc, il gioco ottenne ben presto un successo notevole, così come numerosissime critiche per la sua natura estremamente violenta. E come ogni buona società bigotta che si rispetti, non mancarono certamente le scontatissime accuse di istigare i giovani alla violenza.

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Tanto per fare un esempio. Ricorderete tutti, o ne avrete sicuramente sentito parlare, del massacro della Columbine High School avvenuto negli USA il 20 aprile 1999 ad opera dei diciassettenni Eric Harris e Dylan Klebold. I due aprirono il fuoco contro i loro stessi compagni ed insegnanti, causando 13 morti e svariati feriti, per poi suicidarsi quando la polizia irruppe nella scuola. Cosa centra Doom in tutto ciò? Pare che i due ragazzi fossero appassionati del titolo e della musica di Marylin Manson. Ed ecco che i capri espiatori furono serviti alla società americana, che anziché condannare l’uso delle armi si scagliò contro il gioco e l’artista. Perché è il videogioco ad ispirare la violenza, non il contrario. Giusto?

Tolta questa breve digressione tanto per ricordare quanto, nel bene e nel male, Doom si fece conoscere, parliamo del gioco in sé. La particolarità del titolo era l’uso della grafica in 3D, un gameplay semplice e fluido e soprattutto frenetico. Il nostro alter ego, il Doomguy, armato dalla testa ai piedi, devi aprirsi la strada in vari livelli ambientati su Marte facendo strage di demoni. Questi ultimi fuoriusciti da dei portali creati come ponte di comunicazione dalla Union Aerospace Corporation. Lo scopo è scoprire cosa sia successo fermando l’avanzata delle creature infernali. Stop! Niente di più. Trama basilare ed estremamente funzionante. Ma il vero punto di forza, come avrete capito, era certamente un altro: la violenza allo stato puro. Massacrare orde demoni e zombie senza un attimo di respiro mettendo a dura prova i riflessi del giocatore (soprattutto impostando la difficoltà massima). Questo rese Doom spettacolare!

Il tutto accompagnato dalla celebre colonna sonora incalzante creata da Bobby Prince, il quale si ispirò chiaramente al mondo dell’heavy metal. Le tracce infatti richiamavano tantissimo i riff di band come Slayer, Pantera e Metallica e riuscivano perfettamente a dare quella sensazione di frenesia. Inoltre, cosa molto importante per l’epoca, Doom girava su qualsiasi pc, consentendo quindi a chiunque di poterci giocare. E infatti il passo verso le console e varie piattaforme fu breve. Il titolo è tutt’ora famoso per gli adattamenti pressoché infiniti (addirittura c’è chi si è divertito a farlo girare su uno smartwatch o su una calcolatrice).

Del titolo venne rilasciato un sequel nel 1994, Doom II: Hell on Earth, ed un reebot nel 2004, Doom 3. Quest’ultimo soprattutto, a differenza del secondo capitolo graficamente e tecnicamente identico al primo, segnò delle tappe importanti per la id Software, a cominciare dal record di vendite che superò le 3,5 milioni di copie vendute. Il taglio marcatamente horror, poi, rese il gioco ancora più celebre, seppur i vecchi fan ne criticarono le eccessive differenze con i primi due capitoli. Sta di fatto che il titolo del 2004 aprì le porte ad una vera e propria riscoperta del retrogaming che si concretizzò 12 anni dopo, e che di fatto fece conoscere Doom anche alle nuove generazioni.

Nel 2016 la id Software pubblicò DOOM e nel 2020 il seguito Doom Eternal, entrambi per Pc, ps4 e Xbox One e derivanti da Doom 64, remake del 1997 per Nintendo 64. I due nuovi titoli riaccesero l’amore per il primissimo capitolo in tutti quei giocatori nati negli anni ’80-’90 e diedero modo ai novizi di approcciarsi al gaming old school. Ultra frenetici, ai limiti della follia, caratterizzati da una violenza esponenzialmente maggiore rispetto ai titoli precedenti e dannatamente divertenti.

E come al solito il tutto condito da una nuova colonna sonora realizzata da Mick Gordon e vincitrice di numerosissimi premi. Pesante, macabra, martellante e caustica: l’accompagnamento perfetto mentre, impersonando il celebre Doomguy, ci faremo strada maciullando orde di demoni. Se volete averne un assaggio, consigliamo caldamente la traccia più celebre di tutte: BFG Division.

Doom non era e non è un titolo per tutti, c’è poco da fare. Il ritmo frenetico e lo stile retrò dei nuovi capitoli rendono tutta la saga un gioiello seminale che fa della semplicità e dell’immediatezza i suoi cavalli di battaglia. Niente inutili orpelli o evoluzioni del caso. Puro e semplice old school e tanti, ma proprio tanti proiettili. E ora tocca a voi gamers: controller alla mano, riflessi fulminei e furia distruttiva in corpo; si va a caccia di demoni!

«The only thing they fear, is you»

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

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Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

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Ci siamo. Domani si celebra la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ma in antichità, i primi giochi olimpici, si tennero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Come ci ricorda il poeta Pindaro, vissuto nella stessa nazione tra il 500 e il 400 a.C., sono proprio queste le manifestazioni atletiche più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici”: Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei.

Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi.

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Indubbiamente, molti secoli prima dell’inizio dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica che era generalmente praticata. In Mesopotamia, in Egitto, per gli Ittiti. Centinaia di ritrovamenti archeologici attestano per tutta l’antichità la pratica del pugilato, della corsa dei cavalli e persino di giochi con la palla. Ma è in Grecia che l’agonismo si esprime in stretta connessione con la religione e con l’importanza dell’addestramento militare. Ogni cittadino greco doveva essere pronto a scendere in battaglia – l’esito dei conflitti dipendeva maggiormente dalle qualità fisiche- pertanto ci si allenava di conseguenza. La corsa potenziava la velocità e la resistenza; il salto l’agilità; i lanci potenziavano i muscoli e a lotta e il pugilato addestravano agli scontri corpo a corpo. Sono i greci che per primi istituiscono manifestazioni sportive con cadenza temporale regolare: ogni quattro anni si svolgevano gli agoni, il tempo tra i due eventi si chiamava Olimpiade. Tecnicamente e organizzativamente complessi, i Giochi non potevano certo esistere senza l’impianto rituale che vi era connesso.

I giochi atletici si svolgevano già in occasione dei funerali, specie se di personaggi importanti, eroi, la cui memoria viveva attraverso le imprese degli atleti; uno dei primi esempi sono proprio i giochi fatti in onore del defunto Patroclo a cui prendono parte tutti i mitici eroi greci, compreso Achille, raccontati nell’Iliade. Vita e morte erano due facce della stessa medaglia, in continua relazione dialettica tra loro. Gli atleti che partecipavano ai giochi traevano la forza proprio dagli eroi scomparsi, in onore dei quali si svolgevano le competizioni. Nell’Altis, il recinto di Olimpia, ardeva costante la fiamma sacra, simbolo della luce e della vita. Da qui nascono i culti agonistici che metteva in contatto il mondo della religione con quello dell’atletica. Per questo motivo (almeno inizialmente) i luoghi che ospitavano i principali giochi panellenici erano generalmente sede dei più noti luoghi religiosi. Durante lo svolgimento delle gare non si combattevano battaglie e non si dichiarava guerra. Sin dall’origine della manifestazione tutti i re acconsentivano a vivere in un periodo pacifico: la calma olimpionica.

Anche i romani organizzeranno dei Giochi Olimpici, Nerone ne indirà alcuni a cui tutti gli atleti dell’impero romano – compreso lui stesso- presero parte. La rapida cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo ebbe un’influenza determinante nel declino dei Giochi e alla loro inevitabile scomparsa. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio I soppresse per sempre questi agoni pagani, che ormai non avevano più motivo di esistere.

Copertina; anfora con pentatleti da Leida

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