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RetroGaming: Prince Of Persia, il viaggio nel tempo che ha rivoluzionato il mondo del gaming

cosa rese la saga di Prince Of Persia così amata ed importante nella storia del gaming?

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«Molti credono che il tempo sia come un fiume, che scorre lento in un’unica direzione. Ma io che l’ho visto da vicino, posso assicurarti che si sbagliano. Il tempo è un mare in tempesta! Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siedi, e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito…»

Ed è proprio il tempo il protagonista di questo articolo. Sia perché si parla di un salto indietro di ben 18 anni, sia perché esso è il fulcro di tutta la storica trilogia di Prince Of Persia. Oggi, cari videogiocatori, mi rivolgo a voi ex o ancora possessori di una Ps2, in quanto parleremo di un titolo iconico che ha fatto la storia del gaming. Perciò, pugnale del tempo alla mano, e torniamo al 2003, anno in cui la software house Ubisoft diede il via ad una rivoluzione.

La saga di Prince Of Persia affonda le sue radici nel lontano 1989 con il titolo platform omonimo in 2D uscito per Amiga, NES, Apple II e Macintosh. Già all’epoca il gioco fece scalpore in quanto diede una grossa spinta in avanti a livello di animazioni e difficoltà. Muoversi all’interno dei labirintici livelli non era impresa facile. Trappole, nemici e vicoli ciechi erano sempre dietro l’angolo. Ed anche il tempo fece la sua comparsa. Una sola ora a disposizione del protagonista per poter salvare la sua amata da morte certa, allo scadere della quale si era costretti a ricominciare tutto da capo.

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Tuttavia il vero boom arrivò quasi 15 anni dopo, quando la Ubisoft acquisì il franchise, riscrisse la storia e l’ambientazione. Con l’uscita della Ps2, poi, la combinazione fu più che vincente, ed il 28 ottobre 2003 vide la luce Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo. Il titolo in terza persona che, con i due capitoli successivi, darà vita alla storica trilogia che tutt’ora ricordiamo. Un gioco rivoluzionario che da un lato mostrò tutta la forza della console, e dall’altro ci fece letteralmente innamorare della saga. Ripercorriamone insieme la trama.

L’avventura del nostro principe inizia, come tutte le grandi storie, durante una guerra tra la Persia e una non definita città indiana. Il protagonista, sfruttando il caos del conflitto, cerca di farsi strada nel cuore del territorio nemico. È qui che egli entrerà in possesso del pugnale del tempo, un’antico manufatto in grado di riavvolgere il flusso temporale. Un’arma estremamente potente che permette all’utilizzatore di dominare il tempo, sventando eventi fatali ed ingannando la morte stessa.

Tuttavia il potere del pugnale è oggetto di mira del Visir Zervan. Questi è il consigliere del Maharajah d’India che vende il proprio padrone al re di Persia in cambio di una parte del suo bottino. Con un inganno il visir convince il principe ad usare il pugnale per liberare le Sabbie del Tempo contenute in una clessidra magica. Queste, una volta sprigionate, investono tutti i presenti che si tramutano in orribili mostri, compreso il padre del protagonista.

Ha così inizio l’avventura del giovane principe, che dovrà a tutti i costi sigillare nuovamente le sabbie, cancellare gli eventi a seguito della loro liberazione, e sconfiggere il Visir prima che questi riesca ad impossessarsi del pugnale. Ma il tempo è qualcosa di incontrollabile, sfuggente ed inarrestabile. Per il nostro alter ego non è che l’inizio.

«Il tuo viaggio non avrà un lieto fine, non puoi cambiare il tuo destino, nessun uomo può.»

Ed ecco che il 3 dicembre 2004 la Ubisoft pubblicò il sequel, Prince of Persia: Spirito guerriero. Il capitolo più violento e brutale della saga, il quale ci mostra un principe totalmente diverso rispetto al primo. Questa volta egli sarà in grado di mozzare teste, tagliare a metà l’avversario, strangolarlo e non provare pietà alcuna per il suo nemico. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora contenente la celebre I Stand Alone dei Godsmack.

Sono passati sette anni, durante i quali il principe ha usato il potere delle sabbie per riavvolgere il corso degli eventi e sfuggire al proprio destino. Proprio per questo motivo egli si ritrova braccato dal Dahaka, il leggendario Guardiano del Tempo: una bestia spaventosa il cui compito è fare in modo che la storia segua il suo giusto corso. La soluzione per porre fine a tutto è una sola: cambiare il proprio destino impedendo la creazione delle sabbie. Il principe apprende così dell’esistenza della mitica Isola del Tempo, luogo in cui queste hanno avuto origine.

L’ambiente è cupo, oscuro, pieno di segreti, nemici e, soprattutto, governato dall’Imperatrice del tempo: la bellissima e sensuale Kaileena. Ella, secondo la leggenda, avrebbe creato le sabbie millenni prima. In realtà si scopre come sia stato lo stesso principe a dare origine a tutto. Uccidendo la donna in uno scontro, infatti, il protagonista crea proprio le sabbie: egli è l’artefice della sua condanna o, per meglio dire, del proprio destino.

Resta un’ultima speranza: usare il potere della Maschera del tempo, un antico manufatto che offre a chi la indossa una chance di riscrivere il proprio destino. In questo modo egli può tornare nel passato, portare nel presente Kaileena ed evitare il compiersi degli eventi fatali fino a quel momento. La creazione delle sabbie sarebbe di conseguenza successiva alle sue avventure, che quindi non potranno mai essere accadute. Il gioco dunque ci pone davanti a due finali alternativi: uccidere Kaileena nel presente o risparmiarla ed affrontare insieme il Dahaka. In entrambi i casi il principe avrà cambiato il suo destino. O forse no?!

«Tutti facciamo errori… alcuni piccoli, alcuni grandi… ma il suo errore, fatto di innocenza ed orgoglio, fu il più grande e terribile di tutti…»

E siamo giunti al fatidico momento, quello della conclusione della trilogia, con il terzo ed ultimo Prince of Persia: I Due Troni. Il capitolo finale pubblicato il 2 dicembre 2005. Attesissimo da tutti -me compreso all’epoca- ormai ansiosi di sapere cosa ne sarebbe stato del leggendario principe.

Gli eventi si riagganciano alla fine del secondo capitolo. Il principe e Kaileena hanno sconfitto il Dahaka e, ormai innamorati, si dirigono in nave a Babilonia. Ma i due trovano inaspettatamente la città devastata ed in fiamme. L’imbarcazione viene attaccata e la donna fatta prigioniera. Dopo alcuni scontri iniziali per cercare di salvarla, il principe fa un’orribile scoperta: impedendo la creazione delle sabbie, gli eventi del primo gioco non sono mai accaduti. Il Visir Zervan quindi non è mai stato ucciso. Peggio, lui ora possiede la clessidra vuota, il pugnale del tempo e il suo bastone magico. Gli mancano solo le sabbie per poter ottenere il potere totale.

Si scopre che Kaileena è stata catturata proprio dal Visir, il quale, davanti ad un impotente principe, la uccide, creando quindi le sabbie, assorbendone il potere e diventando una creatura immortale. Nell’esplosione il protagonista viene colpito dalle stesse, e presto scoprirà le nefaste conseguenze dell’evento. Ci ritroveremo così a impersonare ancora i panni del persiano, con l’obiettivo di fermare il Visir. Di nuovo.

In seguito il principe scopre che le sabbie del tempo lo hanno diviso in due personalità: il suo se stesso, buono e nobile, e il Principe Oscuro che rappresenta gli aspetti più crudeli, avari e arroganti della sua psiche. Durante il gioco egli subirà spesso questa trasformazione, che è possibile tenere a bada solo toccando l’acqua. L’avventura ci porterà ad incontrare di nuovo Farah, la giovane alleata del primo capitolo, la quale sarà di vitale importanza per il protagonista, costretto a combattere sempre di più con la sua controparte malvagia che si nutre delle ambizioni e dell’arroganza sopite dell’eroe.

Il gioco si conclude con l’uccisione del Visir da parte nostra e la liberazione dello spirito di Kaileena che ripulisce il mondo dalle sabbie e libera il principe dalla corruzione. Infine ella scompare portando con sé il pugnale del tempo. Privato della rabbia, avidità e superbia, il Principe Oscuro è finalmente sconfitto. L’eroe si sveglia nel mondo reale nel caldo abbraccio di Farah. Il cerchio, poi, si chiude con l’ultima scena: il protagonista racconta alla ragazza tutta la storia dal primo capitolo, spiegando come i due si fossero già conosciuti nel passato ed iniziando la narrazione proprio con le prime battute del titolo iniziale.

Considerazioni

Dopo questo lungo excursus degli eventi, è giunto il momento della fatidica domanda: cosa ha reso la saga di Prince Of Persia così amata e importante nella storia del gaming? Beh, una delle tante risposte risiede proprio nella trama appena – e molto brevemente – vista. Un intreccio di eventi simili con una caratterizzazione così particolare dei personaggi diedero vita ad un vero e proprio immaginario collettivo. Tutti ci sentivamo parte di quel mondo mediorientale e provavamo insieme al protagonista le stesse emozioni, paure e dubbi.

Inoltre c’è da sottolineare la spettacolarità del gioco stesso a livello tecnico. Il principe era in grado di correre sui muri, saltare, arrampicarsi, combattere usando infinite evoluzioni. Insomma, Prince Of Persia diede una libertà di movimento mai vista fino ad allora. Unendo un sistema di combattimento eccellente al parkour, chiunque all’epoca restò folgorato da quelle mosse. E nei primi anni 2000 ciò fu una vera e propria rivoluzione. Basti pensare che la Ubisoft prese spunto proprio dalla sua creazione per sviluppare la celebre saga di Assassin’s Creed, all’inizio vista come una semplice copia.

Infine, per quanto assurdo possa sembrare, la trilogia di Prince Of Persia conteneva (e contiene tutt’ora) un messaggio molto profondo, che, inconsciamente, poneva l’accento su una questione: le nostre scelte sono già scritte o siamo noi che scriviamo il nostro destino? Possiamo porre rimedio ad uno sbaglio? E no, non stiamo parlando di un saggio di filosofia, ma di un “semplice” videogioco. A testimonianza di come l’uomo si interroghi sulla caducità della vita in un milione di modi, anche nell’espressione artistica dell’intrattenimento.

Abbiamo amato il principe e le sue avventure anche e soprattutto perché ci siamo rivisti nel protagonista. Scelte sbagliate o avventate, indipendentemente dall’età, hanno avuto ed avranno delle conseguenze su di noi, e non sappiamo se è possibile porvi rimedio. La dualità tra il bene e il male è nelle nostre mani, ma il tempo non lo è, se non nella misura in cui decidiamo di viverlo.

25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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G8 genova carlo giuliani rai documentario

Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

Leggi anche: Arsène Lupin, da 116 anni simbolo dei ladri gentiluomini

Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

Leggi anche: Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

Photocredit by Google Creative Commons

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Villa Medici ospita il fotoreporter Martin Parr

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Villa Medici Martin Parr Maurizio Cattelan

A Roma, dal 2 luglio al 31 ottobre 2021, l’Accademia di Francia – Villa Medici, ospiterà “VillaToilet MartinMedici PaperParr”, esposizione che unisce il lavoro di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari (curatori del magazine Toiletpaper) con quello di Martin Parr (fotoreporter britannico, precursore della fotografia a colori) in un itinerario stracolmo di colori.

Il percorso espositivo presenta oltre quaranta immagini che occupano un ampio spazio di Villa Medici, architettato da Alice Grégoire e Clément Périssé, in cui i visitatori possono vagare liberamente scegliendo il punto d’inizio e di fine, allontanandosi o avvicinandosi alle opere a loro piacere

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L’esposizione raccoglie e accosta le immagini più iconiche degli archivi prolifici dei tre artisti succitati. Il corpo umano, il cibo, gli animali sono i motivi ricorrenti di questo progetto fotografico che interroga la nostra ossessione contemporanea, il nostro uso-abuso delle immagini.

Troviamo le foto su grande o medio formato, appese su alberi o poggiate su monumenti. Altre invece sono stampate su delle sdraio che consentono al pubblico di prendere una pausa prima di continuare a vagare in questo labirinto di fotografie surreali che sposano il paesaggio in un gioco di rapporti che sottolinea lo spirito graffiante e impertinente dei loro autori.

Leggi anche “Un bicchiere al bar Vitelli, nella terra del Padrino che si affaccia sul mare e sul tramonto”

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