Nomadland: da articolo a libro a Miglior film. La storia on the road che ha fatto riflettere il mondo

Dopo “Songs My Brothers Taught Me” (2015) e “The Rider – Il sogno di un cowboy” (2017) la trentanovenne regista cinese Chloé Zhao (pseudonimo di Zhao Ting), ai recenti Academy Awards si è aggiudicata i due premi ambiti: Miglior film e Miglior regista. Il suo Nomadland era candidato in ben 6 categorie. A completare il successo, l’Oscar alla Miglior attrice protagonista per la strepitosa Frances McDormand (Fargo, Tre manifesti a Ebbing).

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Ad oggi la Zhao è la seconda donna nella storia degli Oscar a vincere il premio per la Miglior regia.

Chloé ci ha raccontato di indiani e della vita nelle riserve del Sud Dakota, di cowboy e di rodei, e questa volta ci ha mostrato una storia che era già stata raccontata per la prima volta nel 2014 in un articolo della giornalista americana Jessica Bruder, a lungo studiosa della vita dei nomadi in America. La giornalista, che intitolò il suo articolo La fine della pensione: quando non puoi permetterti di smettere di lavorare”, percorse oltre 24.000 km lungo le strade degli Stati Uniti e raccolse molte testimonianze sulla vita dei nomadi che incontrò durante la sua esperienza on the road.

Qualche anno più tardi, nel 2017 la Bruder pubblicò il libro in chiave documentaristica “Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century”. Insomma, per la giornalista era una storia e una realtà che meritava assolutamente di essere raccontata.  

La triste storia di chi ha lavorato una vita intera, la storia di ex vicepresidenti di multinazionali e di persone stritolate per anni e annientate da turni di lavoro disumani a cui lo stato ha riservato una misera pensione che non basta per condurre una vita dignitosa. Persone trattate come dei veri e propri cavalli da soma. E cosa succede ai cavalli da soma? Quando diventano vecchi e non più così efficienti vengono abbandonati e gettati via come uno straccio vecchio. Molte di queste persone, munite di furgoncino o di caravan hanno così deciso di stravolgere completamente la propria vita e di andare, andare e basta lungo le linee tratteggiate nei luoghi più sperduti degli Stati Uniti, alla ricerca di lavori saltuari e di un po’ di fortuna lungo una strada incerta.

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Siamo nel 2018 e il libro finisce nelle mani della musa dei fratelli Coen (Fargo, Non è un paese per vecchi): Frances McDormand, la quale rimase talmente colpita dalla storia che ne acquisì i diritti per il cinema. Nello stesso anno, dopo una visione di una pellicola di Chloé Zhao, la McDormand chiese all’artista cinese di diventare sceneggiatrice e regista del film e… sappiamo come è andata.

Prima di iniziare le riprese la Zhao decise di vivere un periodo on the road e di andare a parlare con alcuni protagonisti del libro che vedremo sucessivamente nel film.

“Nomadland” narra la storia di Fern (Frances McDormand), sessantenne generosa e taciturna che a causa della Grande recessione perde il lavoro e vede il suo piccolo paese industriale nel Nevada colare a picco, tanto da trasformarsi in breve tempo in una città fantasma. Stringendo i denti insieme al marito per un periodo, alla morte di quest’ultimo si arrende al fatto che non c’è più nulla che la leghi ad Empire se non il ricordo dei tempi felici.

Decide allora di acquistare un furgone e iniziare la sua coraggiosa avventura lungo le strade degli Stati Uniti occidentali. Assistiamo al viaggio di una donna che, nonostante la scelta estrema che compie, mantiene sempre una dignità disarmante. Un viaggio di formazione che la porterà ad incontrare tante persone che, come lei, hanno fatto questa scelta di vita e ognuna di queste le insegnerà qualcosa.

“Nomadland” porta con sé tante tematiche su cui riflettere, alcune delle quali estremamente attuali come il capitalismo. Portatore senza dubbio di benessere, spesso però ci scordiamo l’altra faccia della medaglia: la crisi economica, in questo caso quella che prese il nome di Grande recessione e che lasciò senza niente le categorie di individui che non facevano parte della cerchia dei ricchi. 

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“Nomadland” ci racconta la vita di persone che si sono ritrovate a non avere più niente ma che con una forza titanica si sono rimboccate le maniche e non hanno mollato, non hanno chiesto niente a nessuno e hanno sempre onorato la virtù più preziosa e bella che l’essere umano possiede: la dignità.

Sullo sfondo dei paesaggi dell’Arizona, del Nebraska e del Nevada con una colonna sonora da brividi composta da Ludovico Einaudi, assistiamo ai rapporti tra persone ancora vere, autentiche e pure ed insieme a Fern comprendiamo quanto possa essere difficile e quanto faccia male lasciare andare le cose e le persone che amiamo ma anche che forse non c’è un addio definitivo.

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Ci vediamo lungo la strada…

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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