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Cinema

Anthony Hopkins: tra polemica e stupore a 83 anni vince il suo II Oscar

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anthony hopkins vince oscar

La cerimonia di premiazione degli Oscar, che si è svolta questa notte a Los Angeles, ha consacrato definitivamente Sir Anthony Hopkins nell’albo dei grandi attori del nostro secolo.

Vince il suo secondo Oscar come miglior attore protagonista grazie alla sua interpretazione in “The Father – Nulla è come sembra”. La prima statuetta gli era stata assegnata per il personaggio di Hannibal Lecter ne“Il Silenzio degli Innocenti”, 1992.

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L’ottantatreenne attore inglese è il più anziano a cui è stato conferito il tanto sognato riconoscimento. Sebbene nel corso degli anni non sono certo mancate le nomination. Ad esempio nel 1994 con “Quel che resta del giorno”. Nel 1996 invece con “Nixon” e nel 1998 con “Amistad” . Oppure nel 2020 con la produzione Netflix “I due papi”. Solo per citarne alcune.

Hopkins (vincitore anche ai Bafta Award) nel film interpreta Anthony. É un’ottantenne che a causa della demenza senile perde il contatto con la realtà e non riconosce più cosa sia reale. La malattia gli confonde la mente con sogni. Le allucinazioni e gli incubi lo rendono ingestibile e gli impediscono di capire di aver bisogno dell’aiuto della figlia. Il ruolo della donna è recitato da Olivia Colman, già premio oscar per la sua parte nella pellicola “La Favorita”.

Il film, diretto da Florian Zeller, al suo esordio alla regia, è l’adattamento cinematografico della piecé teatrale dello stesso Zeller Padre, già portata sul grande schermo nel 2015 da Philippe Le Guay in Florida.

Il film è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival il 27 gennaio 2020 e doveva essere distribuito nelle sale cinematografiche da Lionsgate a partire dall’8 gennaio 2021 ma, a causa della pandemia da Covid-19, l’uscita è stata posticipata a giugno 2021.

L’ASSENZA DI ANTHONY HOPKINS SCATENA POLEMICHE

Dopo la sua lunga carriera, iniziata nei teatri londinesi degli anni 60’ e concretizzata con numerosi ruoli sia al cinema che in tv, Hopkins non si aspettava di poter ancora competere e vincere contro le nuove generazioni. Infatti l’attore non era presente alla cerimonia degli oscar per il ritiro del premio e non aveva neanche preparato una clip da trasmettere durante la cerimonia.

Mancanza a cui ha subito rimediato caricando sui social un messaggio di ringraziamento per il premio che gli è stato conferito e in cui ricorda affettuosamente un altro candidato nella sua categoria, Chadwick Boseman, sottolineando il suo grande dispiacere per la sua prematura scomparsa. 

Nonostante ciò, i fan più accaniti di Boseman sono insorti su Twitter per la mancata assegnazione dell’Oscar all’attore morto di cancro ad agosto a soli 43 anni, dopo aver finito di girare Ma Rainey’s Black Bottom.

Dopo la sua vincita postuma ai Golden Globe, Boseman era il favorito per la categoria di miglior attore protagonista. I fan sono rimasti molto infastiditi che il premio sia astato assegnato a “uno che neanche c’era”.

Polemiche a parte, la lista dei candidati era una rosa di grandi nomi e nuovi talenti. Oltre a Hopkins e Boseman troviamo il maestro della trasformazione Gary Oldman (Mank) già vincitore di un Oscar. Ma anche il debuttante Steven Yeun (Minari) e Riz Ahmed (The sound of metal).

di Federica Prato

Cinema

“Animal House”, da 43 anni pietra miliare dei college movies

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Animal House john belushi american pie

Quando John Belushi e John Landis diedero vita ad “Animal House” probabilmente non avevano idea di aver creato il capostipite di un nuovo genere cinematografico.

Con questa pellicola, che esordì nelle sale il 28 luglio del 1978, fece il suo ingresso al cinema la commedia demenziale in ambientazione scolastica.

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Sarebbero venuti dopo i vari “La rivincita dei nerds”, “Porky’s”, “American Pie” e “Maial college”. Solo per citare i più gettonati e i degni di nota.

Altrimenti sulle varie piattaforme streaming sono decine i film che ricalcano la trama e l’idea concepita da “Animal House”.

Il padre dei college movies fu un mix di satira e politicamente scorretto. Tutto ciò che oggi probabilmente sarebbe censurato.

Ispirato ad una rivista di Douglas Kenney, Henry Beard e Robert Hoffman, “National Lampoon”, che fornì parecchi spunti per le vicende delle matricole Larry (Tom Hulce) e Kent (Stephen Furst), il film di Belushi (nel film John “Bluto” Blutarsky) tratta della rivalità di due confraternite del Faber College.

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Un tema divenuto poi il più classico dei film di questo genere.

Da una parte la borghesia, i massoni, gli studenti più brillanti e fortemente gerarchizzata. Una sorta di scuola militare fatta di nonnismo e soprusi.

Dall’altra la confraternita che accetterà i protagonisti. Un coacervo di sbandati, ribelli, ripetenti.

Quello che la mamma ti direbbe di non frequentare. Ma che ogni studente sogna di incontrare. 

 La “Delta Tau Chi” (ΔΤΧ) è quel modo ironico di vivere la vita senza troppi pensieri. Unico obiettivo: divertirsi.

In che modo? In qualsiasi. Dal sesso, alle battute, alle sbronze, agli scherzi e perchè no, alle risse. Da che mondo e mondo una rissa è quanto di più presente negli anni del college (o del liceo italiano). Oggi sono tutte situazioni, queste, demonizzate in qualsiasi modo. Ma negli anni che portano gli studenti ad una pseudo maturità, sono quelle che li portano a scoprire se stessi. Anche in questi modi che pochi genitori consiglierebbero ai propri figli.

“Animal House” invece fa proprio questo. Rende fico quei personaggi. Quel tipo di studente. 

Senza i protagonisti di questo film non si avrebbe avuto Steve Stifler, il mito delle “Milf”, gli scherzi da bulli ai ragazzi della banda (con buona pace dei bacchettoni del 2021), Noah Levenstein e il prototipo del padre con un passato (ma anche un presente) tutto da scoprire.

L’irriverenza di questo film del 1978 oggi è ancora controcorrente. Un mix di idee dissacranti che fanno rabbrividire il politically correct.

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Un capolavoro nel suo genere. Che ovviamente ha ispirato tante schifezze. Pellicole che andrebbero cancellate oggi stesso. Non per quello che dicono. Ma proprio perché indegne di essere figlie di questo film che nel 1978 era dato da tutti come perdente in partenza.

Ma che incassò circa 141 milioni partendo con un budget di soli 3 milioni di dollari.

Nel 2000 l’American Film Institute l’ha inserito nella lista delle cento migliori commedie americane di tutti i tempi e l’anno successivo è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Evidentemente la massima celebre di questo film “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: chi viene con me?” è stata profetica.

Sceneggiatori, produttori e attori si sono messi in gioco. E hanno vinto, se a 43 anni di distanza sono ancora una pietra miliare per chi tenta di riprodurre pellicole ambientate nei college con l’intento di demitizzare.

E allora “Toga, toga, toga”. E via con un bel party tra lattine di birra, approcci tra ragazzi e musica black di Otis Day and the Knights.

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“Ezio Bosso. Le cose che restano”: in anteprima alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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Dal regista e dai produttori di “Paolo Conte, Via con me”, un nuovo e appassionato documentario musicale, il quale sarà presentato in anteprima nella sezione Fuori Concorso della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

“Ezio Bosso. Le cose che restano” di Giorgio Verdelli, prodotto da Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema uscirà nelle sale italiane con Nexo Digital solo il 4, 5, 6 ottobre.

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IL REGISTA GIORGIO VERDELLI

Al centro del documentario la carriera e la vita di Ezio Bosso (1971-2020), che è stata quanto di più atipico si possa immaginare. Sia per le vicende personali che professionali, all’interno delle quali c’è sempre stato l’amore per l’arte, vissuta come disciplina e ragione di vita.

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Nel film il racconto è affidato allo stesso Bosso, attraverso la raccolta e la messa in fila delle sue riflessioni, interviste, pensieri in un flusso di coscienza che si svela e ci fa entrare nel suo mondo, come in un diario.

La narrazione di “Ezio Bosso. Le cose che restano” è stratificata, in un continuo rimando fra immagine e sonoro. Le parole dell’artista si alternano alla sua seconda voce, la musica, e alle testimonianze di amici, famiglia e collaboratori che contribuiscono a tracciare un mosaico accurato e puntuale della sua figura.

Portatore di un potente messaggio motivazionale nella sua vita e nella sua musica, Ezio Bosso è stato e sarà sempre una fonte d’ispirazione per chiunque vi si avvicini. “Una presenza, non un ricordo”, come racconta lo stesso regista del film, Giorgio Verdelli.

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“Promises”: il film con Isabelle Huppert aprirà La Mostra del cinema di Venezia

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Aprirà la sezione Orizzonti della 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Promises, secondo lungometraggio del regista Thomas Kruithof (La meccanica delle ombre), scritto dallo stesso regista insieme a Jean-Baptiste Delafon (sceneggiatore della celebre serie politica di Canal+ Baron Noir).

Protagonista della pellicola, la carismatica musa del cinema francese Isabelle Huppert, nei panni di un sindaco dei sobborghi parigini in bilico tra fede politica e una ritrovata ambizione. Nel cast anche Reda Kateb, apprezzato interprete di pellicole d’autore come Django e The Specials e l’attrice premio César Naidra Ayadi (PolisseHa i tuoi occhi). Promises arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Notorious Pictures.

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Sinossi di Promises

Clémence (Isabelle Huppert), impavido sindaco di una cittadina vicino Parigi, sta completando l’ultimo periodo del suo mandato. Con il suo fedele braccio destro Yazid (Reda Kateb), ha combattuto a lungo per questa comunità afflitta da disuguaglianze, disoccupazione e povertà. Tuttavia, quando a Clémence viene offerta la carica di Ministro, la sua ambizione prende il sopravvento, mentre la devozione e l’impegno per i suoi cittadini iniziano a vacillare. La sua integrità politica e le promesse elettorali sopravvivranno a queste nuove aspirazioni?

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