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Rinnovarsi senza perdere mai il passo: il ritorno di Giorgio Ciccarelli

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Lo vogliamo dire? Sì, certo dobbiamo! Giorgio Ciccarelli è senza alcun dubbio, e da almeno un quarto di secolo, una delle figure più affascinanti e creative nel panorama del (vero) rock italiano.

In grado di stupire e rigenerarsi in qualsiasi impresa musicale nella quale si cimenta, da qualche giorno è di nuovo sulla breccia con “Conto i tuoi passi“, un singolo duro, difficile e assolutamente fuori dagli schemi, che dà la giusta misura di quanto il musicista milanese, noto al grande pubblico soprattutto per la sua ultradecennale esperienza nelle fila degli Afterhours, abbia ancora voglia di esplorare percorsi sonori (e non solo) non ancora battuti. Ecco che cosa ci ha raccontato.

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La nostra chiacchierata non può che partire da un aspetto molto evidente e assolutamente spiazzante del tuo nuovo singolo “Conto i tuoi passi”: non c’è chitarra! Ci racconti perché stavolta hai pensato di affidarti ad altri strumenti, anzi, ad altre soluzioni espressive?

Ho, abbiamo vissuto tutti un periodo buio causato dalla pandemia. Ogni questione si è azzerata e il pensare in maniera diversa, il tentare di rimettersi in gioco reinventandosi, è stato per me un bisogno impellente e necessario. Sono partito da questa premessa per affrontare il nuovo disco e per cercare di soddisfare questo bisogno, mi sono avventurato in sentieri da me finora poco battuti. Su questi sentieri ho incontrato quello che oggi si definisce un “producer”, ovvero Stefano Keen Maggiore (Immanuel Casto, Romina Falconi, TheAndrè, Bebo de LoStatoSociale) al quale ho affidato 7 canzoni su 8 (l’ottava è stata prodotta a Luca Grossi/Flatscenario) che è riuscito a farmi “vedere” i miei pezzi da un punto di vista “altro”, con un vestito diverso, cosa che a me è piaciuta moltissimo.

L’atmosfera del brano e le sue parole sembrano suggerire un senso molto sfumato ma, nello stesso tempo, piuttosto tangibile di irrecuperabilità. Da che cosa è che non si torna più indietro? E quel crocevia del quale si parla dove si trova?

Alcune scelte non sono reversibili, alcune decisioni non possono cambiare e questo non vale solo in un rapporto a due, ma è un concetto da tenere presente sempre. Il crocevia per me è lì ogni giorno, ogni volta che si sceglie di fare una cosa piuttosto che un’altra, dire una parola o non dirla o dirne una diversa. La storia che esce dal testo, la più immediata, quella di più facile lettura, è quella che si riferisce alla fine di una storia tra due persone e quindi una scelta irreversibile su questo piano, ma il concetto si può estendere a qualsiasi ambito.

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Anche dal punto di vista strettamente canoro, l’impronta stilistica che hai scelto, una sorta di monologo spoken molto lontano dal cantato “canonico” che uno si aspetterebbe, desta una certa sorpresa. Tenendo presente che il singolo funge da apripista per il tuo nuovo album, dobbiamo immaginarci “derive” sonore completamente distanti dai suoi due predecessori? Puoi anticiparci qualcosa?

Senza dubbio volevo fare un disco diverso ma è soltanto durante la sua lavorazione che è apparsa chiara ed evidente la piega che stava prendendo: un lavoro scuro e cupo che ha in Conto i tuoi passi il suo degno rappresentante. Dal punto di vista canoro, cogli quell’impronta stilistica diversa perché diversa e atipica è stata la genesi del pezzo: per la prima volta da quando è iniziata la mia collaborazione con Tito, gli ho chiesto di scrivere un testo senza dargli prima la musica. Volevo confrontarmi con una sorta di spoken, come dici correttamente tu, insomma ho voluto percorrere una strada diversa e l’esperimento è stato davvero sorprendente, al punto che lo abbiamo replicato anche per altri pezzi finiti poi sul disco. Quindi, sì, è lecito aspettarsi qualcosa di diverso dal prossimo disco, anche se la matrice compositiva è quella, la mia e non potrebbe essere diversamente

A proposito di singoli e di album: in che modo ti poni rispetto alla netta predilezione da parte dell’industria musicale per il pushing dei primi rispetto ai secondi? Credi che si vada a perdere in termini di organicità di un discorso artistico o, al contrario, la vedi come una possibilità (non solo “di mercato”) di poter essere più liberi di sperimentare?

Ovviamente lo streaming ha cambiato radicalmente il modo di consumare la musica, ora è il singolo ad avere l’attenzione massima e su quello si esaurisce spesso tutto, non è più la chiave che apre la porta della meraviglia dell’album. Questo impulso all’ascolto compulsivo del singolo, ha fatto svanire quel che era la magia del comprarsi un album e perdersi nella storia dietro ad esso, non c’è più la curiosità di scoprirne la lavorazione, di come sono state realizzate le singole canzoni. Rimane appunto solo il singolo, ascoltato dai più in loop, per poi essere dimenticato, insomma. Mi sembra che sia diventato un mero prodotto di consumo. Ma io non mi arrendo a ciò e guardando la mia collezione di vinili e soprattutto ricordando esattamente l’emozione che questi pezzi di plastica hanno suscitato in me nel momento stesso in cui li ho comprati, svestiti e consumati, continuo e continuerò a produrne.

Tornando a “Conto i tuoi passi”: le immagini create da Andrea Cardoni e la location a dir poco suggestiva, rendono il video della canzone un compendio narrativo estremamente potente del brano. In qualche modo, quando l’hai scritta avevi già in mente un concept visivo di questo tipo o ti sei affidato all’estro del regista?

No, non avevo in mente nessun concept visivo mentre componevo il pezzo. L’idea della location è frutto della sensibilità di Andrea a cui va tutto il merito di averla trovata e proposta. Ovviamente ha entusiasmato subito sia me che Tito. Tra l’altro, io non conoscevo il ponte delle Gabelle, pur abitando da sempre a Milano, mi ci è voluto un romano (Andrea) per farmelo scoprire ed apprezzare!

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La canzone ha un certo mood “claustrofobico” che lascia immaginare che tu l’abbia partorita sulla scorta delle sensazioni piuttosto inquietanti che ci sta “regalando” questo lungo periodo di pandemia. È così o i prodromi della sua creazione sono da far risalire ad una fase pre-Covid?

Be’, sì, come ti dicevo, tutto il disco, compreso “Conto i tuoi passi”, risente e riflette la situazione drammatica che abbiamo vissuto e che in realtà stiamo ancora vivendo.

Una domanda dalla quale non si può sfuggire: con le varie riaperture prospettate in questi giorni è tornata prepotentemente in ballo la questione della musica live. Tu ti stai organizzando in qualche modo (speriamo!)? E, più in generale, che idea ti sei fatto di quella che sarà la fruizione degli spettacoli dal vivo in un futuro prossimo (immagini limitazioni di set molto condizionanti o pensi che si potrà tornare presto alle formule libere del passato?)? Ah, già che ci siamo: dal punto di vista economico pensi che ci sarà un periodo più o meno lungo di cachet al ribasso per potersi esibire con una certa, necessaria continuità?

Guarda non so proprio cosa aspettarmi, non so immaginare come sarà e se ci sarà un ritorno al live. Posso ipotizzare condizioni più limitate ma non troppo diverse da quelle cui sono abituato nei miei live pre-covid, anche se non so bene come ciò si possa realizzare. Effettivamente non sto pensando a concerti imminenti, la situazione mi sembra francamente ancora troppo incerta e fluida per poter programmare qualsiasi cosa di concreto a breve. Soprattutto spero di ritrovare qualcuno dei locali in cui ho suonato prima di questo nefasto periodo: tanti, troppi, hanno chiuso o stanno chiudendo.

Torniamo al discorso musicale: ho letto alcune dichiarazioni del tuo ormai storico collaboratore e amico Tito Faraci in base alle quali in questa vostra ultima collaborazione per l’album che uscirà siete partiti spesso dalle parole invece che dalla musica nella stesura dei pezzi. È un procedimento nel quale ti senti a tuo agio o si è trattato di una particolare contingenza (se puoi dirci anche che ne pensi da un punto di vista “filosofico” dell’argomento…)?

Non c’è un solo modo di comporre una canzone, certo è che io ho sempre prediletto l’iniziare dalla musica, da un giro di chitarra, da una linea melodica della voce, da un riff, insomma lo spunto iniziale per me è sempre stato musicale e sinceramente, non mi sono mai posto il problema da un punto di vista filosofico. Per questo disco e per alcuni brani, mi è successo di voler essere ispirato e guidato in qualche modo dal testo, dal clima che esso creava già prima di essere “musicato”. È un processo creativo davvero interessante, ti mette in contatto diretto con il significato delle parole dette, soprattutto, se in quelle parole credi e sono credibili per te.

Dai primi, sommari ascolti del tuo nuovo singolo, l’impronta della produzione di Stefano Keen Maggiore sembra molto accentuata. Come è stato lavorare con lui in mezzo a tutte le difficoltà del periodo e che cosa gli hai chiesto prima di entrare in studio?

Lavorare con Stefano è stato molto stimolante per me. Il suo punto di vista musicale è molto distante dal mio e proprio questo mi ha affascinato. Prima di lavorare su ogni pezzo ci confrontavamo più sulle parole per definire la canzone, che sugli strumenti o sulle macchine da usare. Io finivo sempre per chiedergli di trasmettere un senso di claustrofobia, di cupezza, di poca speranza; Stefano dal canto suo, invece è una persona molto sorridente e solare, ma abbiamo trovato un punto d’incontro su ascolti e sensazioni date da alcuni dischi new wave anni ’80 che ci hanno spianato la strada verso una produzione artistica condivisa.

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Nella cartella stampa che ci è stata inviata, c’è un meraviglioso disegno di Milo Manara a fare da copertina del brano. Come mai la scelta del maestro di Luson?

È stata una coincidenza davvero fortunata. Milo Manara non ha curato ex-novo la copertina, ci ha concesso di usare una tavola contenuta nello stupendo “Lo scimmiotto”, un fumetto uscito per Alterlinus nel 1976 e ripubblicato recentemente da Feltrinelli Comics. È successo che Tito stava appunto curando questa nuova edizione de “Lo scimmiotto”, me lo ha fatto rileggere e personalmente l’ho trovato davvero stupefacente, mi ha sorpreso fosse stato disegnato nel 1976. Il tratto così attuale e il concetto espresso dal fumetto stesso, si sposavano perfettamente con le tematiche contenute nel disco e così è iniziato il tutto.

In chiusura, un quesito che ho sempre immaginato di rivolgerti qualora ne avessi avuto l’opportunità: perché un gruppo fantastico come i Sux!, pur essendo una cult band amatissima nel mondo del rock italiano, non hanno raggiunto certi “numeri” di altre formazioni meno fantasiose e meno influenti (perdona la domanda, ma è un cruccio per me!)? Più che altro, pensi che un certo tipo di pubblico “alternativo” italiano non sia ancora pronto a portare davvero in alto come si deve certa nostra musica?

Ti ringrazio e ti devo dire che me lo sono sempre domandato anche io. Non so risponderti. Anche io credo che i Sux! avessero qualcosa di rilevante da dire e dal vivo eravamo davvero “una botta”. Forse un insieme di fattori hanno giocato contro, coincidenze poco fortunate, non so dirti, ci metto dentro anche il fatto che non è mai conveniente stare in due progetti musicali ben definiti e con personalità: suonare negli Afterhours, portando avanti il progetto Sux! ha sicuramente penalizzato i secondi, un po’ per il poco tempo che gli potevo dedicare, un po’ perché forse qualcuno ci vedeva come i cugini di secondo grado, quando in realtà c’era molta distanza tra le due proposte. Noi Sux!, testardamente, siamo andati avanti per 4 dischi, togliendoci delle belle soddisfazioni, ma la sensazione che tutto ci abbia remato sempre contro, non ci ha mai abbandonato. Anche recentemente. Pensa che a marzo dello scorso anno, avevamo organizzato un concerto reunion a Milano, ci eravamo ritrovati felici e con entusiasmo a risuonare i pezzi vecchi, poi è arrivata la pandemia ed è saltato tutto.

P.s.

L’intervista sarebbe finita, ma…

Solo se ti va, una curiosità personale visto che è il musicista che ho ascoltato più volte dal vivo e che adoro: come è stata la tua collaborazione con Mark Lanegan e che tipo di persona è fuori e sul palco?

Se non ricordo male ho conosciuto Mark nel 2005 in occasione del primo concerto in assoluto dei Gutter Twins (gruppo di Mark Lanegan e Greg Dulli) al Villaggio Globale di Roma ai quali facevamo da backing band. A riguardo ti racconto un simpatico aneddoto: tutto il concerto iniziava con un mio arpeggio chitarra su cui entravano a cantare Mark e Greg, la canzone era Front Street. Ecco, nella mia vita artistica, non c’è mai stato un momento di tensione pre-concerto più alto, mi cagavo letteralmente addosso. Ovviamente, come succede sempre, una volta messo piede sul palco, tutta la paura è svanita, lasciando spazio ad una serata memorabile, almeno per me. Da lì in poi ci sono state altre occasioni in cui ho avuto a che fare con Mark, cene, concerti, soprattutto quando abbiamo suonato negli States come supporto ai Twilight Singers, nei quali Lanegan cantava. Fuori dal palco, soprattutto le ultime volte che l’ho frequentato, l’ho sempre trovato una persona gentile ed adorabile.

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Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

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Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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