Rinnovarsi senza perdere mai il passo: il ritorno di Giorgio Ciccarelli

Lo vogliamo dire? Sì, certo dobbiamo! Giorgio Ciccarelli è senza alcun dubbio, e da almeno un quarto di secolo, una delle figure più affascinanti e creative nel panorama del (vero) rock italiano.

In grado di stupire e rigenerarsi in qualsiasi impresa musicale nella quale si cimenta, da qualche giorno è di nuovo sulla breccia con “Conto i tuoi passi“, un singolo duro, difficile e assolutamente fuori dagli schemi, che dà la giusta misura di quanto il musicista milanese, noto al grande pubblico soprattutto per la sua ultradecennale esperienza nelle fila degli Afterhours, abbia ancora voglia di esplorare percorsi sonori (e non solo) non ancora battuti. Ecco che cosa ci ha raccontato.

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La nostra chiacchierata non può che partire da un aspetto molto evidente e assolutamente spiazzante del tuo nuovo singolo “Conto i tuoi passi”: non c’è chitarra! Ci racconti perché stavolta hai pensato di affidarti ad altri strumenti, anzi, ad altre soluzioni espressive?

Ho, abbiamo vissuto tutti un periodo buio causato dalla pandemia. Ogni questione si è azzerata e il pensare in maniera diversa, il tentare di rimettersi in gioco reinventandosi, è stato per me un bisogno impellente e necessario. Sono partito da questa premessa per affrontare il nuovo disco e per cercare di soddisfare questo bisogno, mi sono avventurato in sentieri da me finora poco battuti. Su questi sentieri ho incontrato quello che oggi si definisce un “producer”, ovvero Stefano Keen Maggiore (Immanuel Casto, Romina Falconi, TheAndrè, Bebo de LoStatoSociale) al quale ho affidato 7 canzoni su 8 (l’ottava è stata prodotta a Luca Grossi/Flatscenario) che è riuscito a farmi “vedere” i miei pezzi da un punto di vista “altro”, con un vestito diverso, cosa che a me è piaciuta moltissimo.

L’atmosfera del brano e le sue parole sembrano suggerire un senso molto sfumato ma, nello stesso tempo, piuttosto tangibile di irrecuperabilità. Da che cosa è che non si torna più indietro? E quel crocevia del quale si parla dove si trova?

Alcune scelte non sono reversibili, alcune decisioni non possono cambiare e questo non vale solo in un rapporto a due, ma è un concetto da tenere presente sempre. Il crocevia per me è lì ogni giorno, ogni volta che si sceglie di fare una cosa piuttosto che un’altra, dire una parola o non dirla o dirne una diversa. La storia che esce dal testo, la più immediata, quella di più facile lettura, è quella che si riferisce alla fine di una storia tra due persone e quindi una scelta irreversibile su questo piano, ma il concetto si può estendere a qualsiasi ambito.

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Anche dal punto di vista strettamente canoro, l’impronta stilistica che hai scelto, una sorta di monologo spoken molto lontano dal cantato “canonico” che uno si aspetterebbe, desta una certa sorpresa. Tenendo presente che il singolo funge da apripista per il tuo nuovo album, dobbiamo immaginarci “derive” sonore completamente distanti dai suoi due predecessori? Puoi anticiparci qualcosa?

Senza dubbio volevo fare un disco diverso ma è soltanto durante la sua lavorazione che è apparsa chiara ed evidente la piega che stava prendendo: un lavoro scuro e cupo che ha in Conto i tuoi passi il suo degno rappresentante. Dal punto di vista canoro, cogli quell’impronta stilistica diversa perché diversa e atipica è stata la genesi del pezzo: per la prima volta da quando è iniziata la mia collaborazione con Tito, gli ho chiesto di scrivere un testo senza dargli prima la musica. Volevo confrontarmi con una sorta di spoken, come dici correttamente tu, insomma ho voluto percorrere una strada diversa e l’esperimento è stato davvero sorprendente, al punto che lo abbiamo replicato anche per altri pezzi finiti poi sul disco. Quindi, sì, è lecito aspettarsi qualcosa di diverso dal prossimo disco, anche se la matrice compositiva è quella, la mia e non potrebbe essere diversamente

A proposito di singoli e di album: in che modo ti poni rispetto alla netta predilezione da parte dell’industria musicale per il pushing dei primi rispetto ai secondi? Credi che si vada a perdere in termini di organicità di un discorso artistico o, al contrario, la vedi come una possibilità (non solo “di mercato”) di poter essere più liberi di sperimentare?

Ovviamente lo streaming ha cambiato radicalmente il modo di consumare la musica, ora è il singolo ad avere l’attenzione massima e su quello si esaurisce spesso tutto, non è più la chiave che apre la porta della meraviglia dell’album. Questo impulso all’ascolto compulsivo del singolo, ha fatto svanire quel che era la magia del comprarsi un album e perdersi nella storia dietro ad esso, non c’è più la curiosità di scoprirne la lavorazione, di come sono state realizzate le singole canzoni. Rimane appunto solo il singolo, ascoltato dai più in loop, per poi essere dimenticato, insomma. Mi sembra che sia diventato un mero prodotto di consumo. Ma io non mi arrendo a ciò e guardando la mia collezione di vinili e soprattutto ricordando esattamente l’emozione che questi pezzi di plastica hanno suscitato in me nel momento stesso in cui li ho comprati, svestiti e consumati, continuo e continuerò a produrne.

Tornando a “Conto i tuoi passi”: le immagini create da Andrea Cardoni e la location a dir poco suggestiva, rendono il video della canzone un compendio narrativo estremamente potente del brano. In qualche modo, quando l’hai scritta avevi già in mente un concept visivo di questo tipo o ti sei affidato all’estro del regista?

No, non avevo in mente nessun concept visivo mentre componevo il pezzo. L’idea della location è frutto della sensibilità di Andrea a cui va tutto il merito di averla trovata e proposta. Ovviamente ha entusiasmato subito sia me che Tito. Tra l’altro, io non conoscevo il ponte delle Gabelle, pur abitando da sempre a Milano, mi ci è voluto un romano (Andrea) per farmelo scoprire ed apprezzare!

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La canzone ha un certo mood “claustrofobico” che lascia immaginare che tu l’abbia partorita sulla scorta delle sensazioni piuttosto inquietanti che ci sta “regalando” questo lungo periodo di pandemia. È così o i prodromi della sua creazione sono da far risalire ad una fase pre-Covid?

Be’, sì, come ti dicevo, tutto il disco, compreso “Conto i tuoi passi”, risente e riflette la situazione drammatica che abbiamo vissuto e che in realtà stiamo ancora vivendo.

Una domanda dalla quale non si può sfuggire: con le varie riaperture prospettate in questi giorni è tornata prepotentemente in ballo la questione della musica live. Tu ti stai organizzando in qualche modo (speriamo!)? E, più in generale, che idea ti sei fatto di quella che sarà la fruizione degli spettacoli dal vivo in un futuro prossimo (immagini limitazioni di set molto condizionanti o pensi che si potrà tornare presto alle formule libere del passato?)? Ah, già che ci siamo: dal punto di vista economico pensi che ci sarà un periodo più o meno lungo di cachet al ribasso per potersi esibire con una certa, necessaria continuità?

Guarda non so proprio cosa aspettarmi, non so immaginare come sarà e se ci sarà un ritorno al live. Posso ipotizzare condizioni più limitate ma non troppo diverse da quelle cui sono abituato nei miei live pre-covid, anche se non so bene come ciò si possa realizzare. Effettivamente non sto pensando a concerti imminenti, la situazione mi sembra francamente ancora troppo incerta e fluida per poter programmare qualsiasi cosa di concreto a breve. Soprattutto spero di ritrovare qualcuno dei locali in cui ho suonato prima di questo nefasto periodo: tanti, troppi, hanno chiuso o stanno chiudendo.

Torniamo al discorso musicale: ho letto alcune dichiarazioni del tuo ormai storico collaboratore e amico Tito Faraci in base alle quali in questa vostra ultima collaborazione per l’album che uscirà siete partiti spesso dalle parole invece che dalla musica nella stesura dei pezzi. È un procedimento nel quale ti senti a tuo agio o si è trattato di una particolare contingenza (se puoi dirci anche che ne pensi da un punto di vista “filosofico” dell’argomento…)?

Non c’è un solo modo di comporre una canzone, certo è che io ho sempre prediletto l’iniziare dalla musica, da un giro di chitarra, da una linea melodica della voce, da un riff, insomma lo spunto iniziale per me è sempre stato musicale e sinceramente, non mi sono mai posto il problema da un punto di vista filosofico. Per questo disco e per alcuni brani, mi è successo di voler essere ispirato e guidato in qualche modo dal testo, dal clima che esso creava già prima di essere “musicato”. È un processo creativo davvero interessante, ti mette in contatto diretto con il significato delle parole dette, soprattutto, se in quelle parole credi e sono credibili per te.

Dai primi, sommari ascolti del tuo nuovo singolo, l’impronta della produzione di Stefano Keen Maggiore sembra molto accentuata. Come è stato lavorare con lui in mezzo a tutte le difficoltà del periodo e che cosa gli hai chiesto prima di entrare in studio?

Lavorare con Stefano è stato molto stimolante per me. Il suo punto di vista musicale è molto distante dal mio e proprio questo mi ha affascinato. Prima di lavorare su ogni pezzo ci confrontavamo più sulle parole per definire la canzone, che sugli strumenti o sulle macchine da usare. Io finivo sempre per chiedergli di trasmettere un senso di claustrofobia, di cupezza, di poca speranza; Stefano dal canto suo, invece è una persona molto sorridente e solare, ma abbiamo trovato un punto d’incontro su ascolti e sensazioni date da alcuni dischi new wave anni ’80 che ci hanno spianato la strada verso una produzione artistica condivisa.

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Nella cartella stampa che ci è stata inviata, c’è un meraviglioso disegno di Milo Manara a fare da copertina del brano. Come mai la scelta del maestro di Luson?

È stata una coincidenza davvero fortunata. Milo Manara non ha curato ex-novo la copertina, ci ha concesso di usare una tavola contenuta nello stupendo “Lo scimmiotto”, un fumetto uscito per Alterlinus nel 1976 e ripubblicato recentemente da Feltrinelli Comics. È successo che Tito stava appunto curando questa nuova edizione de “Lo scimmiotto”, me lo ha fatto rileggere e personalmente l’ho trovato davvero stupefacente, mi ha sorpreso fosse stato disegnato nel 1976. Il tratto così attuale e il concetto espresso dal fumetto stesso, si sposavano perfettamente con le tematiche contenute nel disco e così è iniziato il tutto.

In chiusura, un quesito che ho sempre immaginato di rivolgerti qualora ne avessi avuto l’opportunità: perché un gruppo fantastico come i Sux!, pur essendo una cult band amatissima nel mondo del rock italiano, non hanno raggiunto certi “numeri” di altre formazioni meno fantasiose e meno influenti (perdona la domanda, ma è un cruccio per me!)? Più che altro, pensi che un certo tipo di pubblico “alternativo” italiano non sia ancora pronto a portare davvero in alto come si deve certa nostra musica?

Ti ringrazio e ti devo dire che me lo sono sempre domandato anche io. Non so risponderti. Anche io credo che i Sux! avessero qualcosa di rilevante da dire e dal vivo eravamo davvero “una botta”. Forse un insieme di fattori hanno giocato contro, coincidenze poco fortunate, non so dirti, ci metto dentro anche il fatto che non è mai conveniente stare in due progetti musicali ben definiti e con personalità: suonare negli Afterhours, portando avanti il progetto Sux! ha sicuramente penalizzato i secondi, un po’ per il poco tempo che gli potevo dedicare, un po’ perché forse qualcuno ci vedeva come i cugini di secondo grado, quando in realtà c’era molta distanza tra le due proposte. Noi Sux!, testardamente, siamo andati avanti per 4 dischi, togliendoci delle belle soddisfazioni, ma la sensazione che tutto ci abbia remato sempre contro, non ci ha mai abbandonato. Anche recentemente. Pensa che a marzo dello scorso anno, avevamo organizzato un concerto reunion a Milano, ci eravamo ritrovati felici e con entusiasmo a risuonare i pezzi vecchi, poi è arrivata la pandemia ed è saltato tutto.

P.s.

L’intervista sarebbe finita, ma…

Solo se ti va, una curiosità personale visto che è il musicista che ho ascoltato più volte dal vivo e che adoro: come è stata la tua collaborazione con Mark Lanegan e che tipo di persona è fuori e sul palco?

Se non ricordo male ho conosciuto Mark nel 2005 in occasione del primo concerto in assoluto dei Gutter Twins (gruppo di Mark Lanegan e Greg Dulli) al Villaggio Globale di Roma ai quali facevamo da backing band. A riguardo ti racconto un simpatico aneddoto: tutto il concerto iniziava con un mio arpeggio chitarra su cui entravano a cantare Mark e Greg, la canzone era Front Street. Ecco, nella mia vita artistica, non c’è mai stato un momento di tensione pre-concerto più alto, mi cagavo letteralmente addosso. Ovviamente, come succede sempre, una volta messo piede sul palco, tutta la paura è svanita, lasciando spazio ad una serata memorabile, almeno per me. Da lì in poi ci sono state altre occasioni in cui ho avuto a che fare con Mark, cene, concerti, soprattutto quando abbiamo suonato negli States come supporto ai Twilight Singers, nei quali Lanegan cantava. Fuori dal palco, soprattutto le ultime volte che l’ho frequentato, l’ho sempre trovato una persona gentile ed adorabile.

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