Speciale Lars Von Trier: dal Manifesto del Dogma 95 al ritratto del dolore e della sofferenza umana

Lars Von Trier è uno di quei registi che o si ama o si odia, da sempre parte di quella cerchia di artisti capace di spaccare in due l’opinione pubblica, i critici o i semplici appassionati e fruitori di cinema. C’è chi lo considera un genio e un avanguardista, così come chi lo considera osceno e freddo creatore di pellicole intrise di violenza fine a se stessa.

Una cosa è certa, le tematiche che esprime sul grande schermo sono spesso intrise di dolore, sofferenza e angoscia. Arrivano fin dentro le ossa dello spettatore consentendogli di empatizzare con le emozioni vissute dai personaggi protagonisti del film. Sensazioni, queste, che restano cucite addosso al pubblico per molto tempo.

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Facciamo un passo indietro e ripercorriamo i suoi film più importanti. Lars nasce a Copenaghen, Danimarca, sessantacinque anni fa da genitori con un stile educativo particolare. Credendo fortemente nell’autodeterminazione del bambino, lasciano il piccolo Lars completamente libero di autogestirsi. Ma come lo stesso regista affermò da adulto, questa mancanza di regole gli causò non pochi problemi da adolescente.

Da questo aspetto possiamo facilmente inquadrare il clima all’interno del quale il futuro regista crebbe. Ciò contribuì a forgiare il suo carattere anticonformista e sopra le righe, a causa del quale si trovò spesso in mezzo a bufere mediatiche. Non possiamo dimenticare l’espulsione dal Festival di Cannes nel 2011 durante la presentazione di “Melancholia” (2011), in cui Lars si dichiarò nazista e ammiratore di Hitler.

Vicenda che si concluse dopo che si scusò pubblicamente, affermando che si sarebbe trattato di uno scherzo. Nel corso della sua carriera più di un’attrice con la quale ha lavorato ha pubblicamente dichiarato il proprio pentimento per l’aver preso parte ai suoi film. Nicole Kidman, protagonista di “Dogville” (2003, durante un’intervista disse che non avrebbe mai più lavorato con il regista danese e che uscì dalle riprese estremamente scossa. Nel 2017 la cantante Bjork, protagonista di “Dancer in the Dark” (2000) affermò di essere stata molestata da Von Trier durante le riprese del film. Il regista dichiarò che le accuse erano false e che tra lui e la attrice c’era solo una grande inimicizia.

IL MANIFESTO DEL DOGMA 95 E LA RICERCA DELLA VERITA’

Il suo nome ci rimanda nell’immediato al “Manifesto del Dogma 95”, il movimento cinematografico che Lars, insieme al collega danese Thomas Vinterberg, che tra l’altro abbiamo visto di recente concorrere agli Oscar 2021 dove si è aggiudicato il premio come Miglior film in lingua straniera per “Un altro giro”, fondò nel 1995. Il manifesto, firmato dai due registi il 13 marzo di quell’anno, era composto da dieci semplici ma precise regole e si poneva l’obiettivo di un ritorno alla purezza, alle origini di un cinema ormai troppo macchiato dalla “tempesta tecnologica”.

Niente oggetti di scena, macchina da presa sempre portata a mano, nessuna luce speciale e nessun filtro. Insomma, nessun tipo di illusione che non derivi dalla semplice realtà pura e palpabile. L’unico obiettivo? Trarre fuori la verità dalle ambientazioni e dai personaggi. Il movimento durò dieci anni, fino a quando il 20 marzo del 2005 i due registi firmarono il documento che poneva fine al loro patto. In questo decennio si stimano circa trentacinque pellicole che hanno aderito al Manifesto, tra cui “Festen” (1998) di Vinterberg che fu in assoluto il primo film in chiave Dogma 95, e “The Idiots” (1998) di Lars Von Trier.

LA TRILOGIA EUROPEA E I PRIMI LUNGOMETRAGGI

L’elemento del crimine” (1984), “Epidemic” (1987), “Europa” (1991). Sono questi i primi tre lungometraggi del controverso regista che, come sappiamo, ha dato vita a diverse trilogie nel corso della sua carriera. Quella europea, così come le seguenti, non costituisce un continuum narrativo ma c’è un tema ricorrente che caratterizza tutte e tre le pellicole. In questo caso parliamo di ipnosi e decadenza sociale sullo sfondo di un’Europa che sta affrontando il secondo dopoguerra. Una metafora di una società andata in mille pezzi che sta disperatamente provando a ricostruire la propria identità. Una società abitata da personaggi intrisi di un idealismo cieco che alla fine li porta a ottenere l’effetto contrario rispetto a ciò per cui combattono e in cui credono.

DANCER IN THE DARK E LA TRILOGIA DEL CUORE D’ORO

Il bellissimo musical “Dancer in the dark” (2000) è la pellicola che rispecchia al meglio le tematiche di questa trilogia. Recitato da una perfetta Bjork, la protagonista Selma incarna una persona buona, gentile, generosa e che, nonostante la vita non sia stata generosa con lei, non perde mai la speranza, la voglia di aiutare gli altri e la fiducia nella vita. “Le onde del destino” (1996) e “Idioti” (1998) sono le altre due pellicole che fanno parte di questa seconda trilogia di Lars Von Trier. In questo caso il comune denominatore è la bontà intrinseca dei personaggi, ma qui non esiste nessun tipo di Karma. Nonostante le buone intenzioni e la volontà di portare avanti i propri ideali le persone “dal cuore d’oro” vanno inevitabilmente incontro a un destino tragico e crudele.

IL DOLORE, IL MALE DI VIVERE E LA SOLITUDINE: LA TRILOGIA DELLA DEPRESSIONE DI LARS VON TRIER

La Trilogia della depressione, composta da “Antichrist” (2009), “Melancholia” (2011) e “Nymphomaniac” (2013), è sicuramente quella più potente e devastante dal punto di vista emotivo, complice la presenza di esistenze destinate a iniziare e a finire nel dolore. Non c’è rimedio e non c’è lieto fine se non provare ad abbracciare i propri demoni interiori e conviverci. In “Antichrist” assistiamo alla messa in scena di un dolore insopportabile. In questo caso dovuto alla morte di un figlio. Un dolore che porta all’autodistruzione e a una discesa negli inferi in cui non c’è via di scampo.

In “Melancholia” viene affrontato il male di vivere. Una depressione talmente potente da annientare in maniera totale la persona. La morte sembra l’unica via di fuga e l’unica libertà possibile. Con “Nymphomaniac” il regista tocca un altro argomento molto delicato e molto difficile da esporre. Un tema di cui pochi hanno parlato e che spesso viene preso poco sul serio. Ma, come ci mostra in modo magistrale il regista, può portare alla distruzione e alla solitudine più totale.  

La protagonista Joe (Stacy Martin, Charlotte Gainsbourg) soffre di un disordine psicologico e comportamentale: la ninfomania. Lars Von Trier ci mostra a cosa può portare una patologia di questo tipo e non ci parla solo del disturbo in sé ma di tutto quello che c’è dietro: l’impossibilità di essere felici e la condanna alla solitudine.

Insomma, si può dire di tutto e di più sul controverso Lars Von Trier tranne che non sappia raccontarci il dolore e mostrarci quanto possa essere crudele e vile la natura umana. Infine non possiamo non citare il discusso “Dogville” (2003), pellicola che fa parte della dilogia “USA-terra delle opportunità” e a cui segue “Manderlay” (2005). Le due pellicole narrano le vicende di Grace (Nicole Kidman, Bryce Dallas Howard) che in fuga da alcuni gangster cerca rifugio nel piccolo villaggio di Dogville.  Anche qui Lars ci mostra in maniera magistrale e in questo caso, parecchio teatrale la sofferenza e la debolezza umana. 

Concludendo, l’ultima perla che ci ha regalato Lars Von Trier è “La casa di Jack” (2018). Considerato da molti e dallo stesso regista il film più brutale che ha realizzato. Assistiamo alla pazzia più totale del protagonista Jack (Matt Dillon) nell’arco di dodici anni, un serial killer con tendenze ossessivo-compulsive che nella morte vede la possibilità di creare opere d’arte. Questa pellicola, ma come tutte del resto, ha fortemente diviso la critica e non sono mancati di certo fischi e critiche molto dure.  

Forse bisognerebbe fare un piccolo passo in avanti, andare oltre a quello che vediamo sullo schermo per comprendere e renderci conto che abbiamo bisogno di artisti come Lars Von Trier.         

Foto: www.cinemaepsicologia.it

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Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

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