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Quando l’Abruzzo supera sé stesso: il borgo medievale di Roccascalegna e il suo castello fiabesco

Alessio Di Pasquale

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Abruzzo delle meraviglie: ingegno e senso estetico riuniti nel castello di Roccascalegna.

A ògne ttèrre c’è na usanze; a ògne mmijjicule c’è na pànze.” Traduzione letterale per i “forestieri”: “A ogni paese la sua usanza, ad ogni ombelico la sua pancia“.

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Così recita un detto popolare abruzzese, che esprime bene il senso di identità degli abitanti di questa stupenda terra. Col fenomeno della globalizzazione attuale si stanno perdendo le radici profonde che penetrano fin dentro al midollo osseo di una cultura, che sono sempre esistite in ogni agglomerato umano, tribù o società. Ricchi mercanti senza scrupoli né coscienza, rampanti ambiziosi banchieri senza identità e idioti politicanti senza storia, senza terra, ci provano di continuo a (s)vendere la loro gente al miglior offerente, ma l’Abruzzo e la sua gente al momento si difendono ancora bene.

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Non stiamo affatto facendo della retorica quando affermiamo con certezza che in Abruzzo abbiamo veramente tutto ciò che ci occorre: dalle montagne al mare, dai laghi ai fiumi, dal clima tropicale della costa a quello Siberiano dell’entroterra. L’Abruzzo, tra le tante altre cose, ha dato spesso i natali a così tanti personaggi storici che ormai non si contano più. Così, giusto per dirne uno: Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene DeVerdi, nato a Rosciolo dei Marsi nel 1893, controfigura ufficiale di Charlie Chaplin, in arte Charlot.

Ma ciò che rende davvero unica questa magnifica terra nell’immaginario comune sono in particolar modo le sue montagne e i suoi castelli. Dal monte Velino, per gli escursionisti più duri e selvatici, al più dolce e “turistico” gran sasso, cima più alta di tutto l’Appennino centrale, le montagne ne hanno deciso il destino di questa regione… come affermava nei suoi scritti il marsicano pescinese Ignazio Silone. Senza le caratteristiche montagne che lo contraddistinguono, l’Abruzzo non sarebbe l’Abruzzo. Stessa cosa per il discorso castelli. Vuoi (soprattutto) per finalità pratiche a scopo difensivo, vuoi per finalità estetiche (che non guastano mai) dei tempi in cui vennero eretti, vuoi per puro capriccio del barone o conte di turno, l’Abruzzo conta storicamente oltre ben settecento castelli, ed è per tale motivo che viene anche chiamato la piccola Baviera d’Italia.

Partiamo dal presupposto che i castelli abruzzesi sono tutti bellissimi, sia per la loro struttura che per la loro strategica posizione in cui sono collocati. I castelli di Rocca Calascio nell’Aquilano e quello Aragonese di Ortona nel chietino ne sono un emblematico esempio. Il primo, le cui prime pietre risalgono al XII secolo, è tra i castelli più alti d’Italia, con la sua posizione strategica di vedetta a 1460 m s.l.m., costruito su di un impervio sperone roccioso che si affaccia sull’altopiano di Navelli e quello di campo imperatore, conosciuto anche come “il piccolo Tibet” d’abruzzo. Il secondo invece risalente al XV secolo, costruito in una posizione a dir poco spettacolare, che si affaccia su un suggestivo strapiombo sull’azzurro intenso e sul profumo dell’adriatico.

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E a proposito di castelli, ce n’è uno dove l’ingegno e il senso estetico degli abruzzesi dell’epoca hanno dimostrato (se ce ne fosse ancora bisogno) di essere sempre stati in gran forma. Stiamo parlando del castello di Roccascalegna, piccolo borgo di poco più di mille anime in provincia di Chieti, nel quale chi vi scrive è stato in visita l’ultima volta l’estate scorsa, ed ha avuto modo di vedere con i propri occhi la bellezza di questo gioiello sperduto tra i monti.

La prima cosa che viene in mente al visitatore che “capita” qui per vedere il castello è senz’altro: perché “Roccascalegna”? Da un documento del ‘300 sappiamo che l’abitato veniva chiamato in origine Rocca – Scarengia. Al momento esistono diverse ipotesi sull’origine del toponimo, ma quella più accreditata afferma che tale nome indicava in passato la scala a pioli di legno che conduceva dal paese direttamente sulla rocca. La storia del paese è leggermente lacunosa o per meglio dire “misteriosa”, in quanto non esistono molti documenti che parlino del borgo fino al 1525, e ciò lo rende ancora più affascinante se possibile.

Ciò che sappiamo per certo invece è che il paese nacque come avamposto longobardo contro le incursioni bizantine. Stando alle fonti certe, furono infatti i longobardi che fondarono il paese nel VII secolo d.C., i quali vi costruirono dapprima la torre di avvistamento che dominava valle del rio secco, ed il castello in seguito come lo conosciamo oggi (dopo numerosi inevitabili restauri) con le quattro torri cilindriche e la cinta muraria a proteggere dagli attacchi, come logica e naturale evoluzione. Ma ciò che rende davvero caratteristico questo castello sono in particolar modo due cose, una visiva prettamente estetica, ed una storica. La prima non ha bisogno di molte spiegazioni: il tipo di sperone roccioso sul quale venne costruito è semplicemente stupendo. Sembra come se la parete di pietra sia stata tagliata in senso obliquo da mani umane, tale è la perfezione sulla quale questa gemma è incastonata, e dalla cui sommità si ha una vista sulle montagne circostanti a dir poco sognante e incantevole.

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L’altra invece ha a che vedere con una leggenda che si perde nei secoli, e che riguarda ben pochi castelli italiani. Immaginate di vivere nel XVII secolo, di avere un appezzamento di terra concessovi dal vostro barone feudale, e che con grossi sacrifici riesce a sfamarvi. Immaginate di essere fidanzati con la donna dei vostri sogni, e che lei abbia inspiegabilmente accettato di sposare degli imbranati come voi, che però la amate da morire. Ora immaginate invece che, poco prima delle vostre nozze, il suddetto barone bussi alla vostra porta con la sua arroganza tipica dei ricchi bamboccioni viziati, e pretenda che la vostra amata giaccia con lui la prima notte delle vostre nozze, regalandogli dunque il piacere che spetterebbe a voi e offrendogli la sua (presunta) verginità. E non c’è nemmeno nessun corpo di polizia che venga a prelevarlo o al quale denunciarlo per stalking molesto.

Voi come reagireste? Non vi passerebbe per la testa l’idea di accoltellarlo e togliergli quel suo sorriso borioso dal volto? Non dite di no, ammettetelo, vi leggo nella mente. E pare sia proprio ciò che fece un novello sposo per difendere l’onore della sua amata la prima notte di nozze nel 1646, quando il barone Corvo de Corvis reintrodusse l’editto dello ius primae noctis, e rimase dunque vittima delle sue stesse lussuriose fantasie. Dal latino “diritto della prima notte” è una locuzione che stava ad indicare il diritto di un signore il quale, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, poteva sostituirsi al marito nella prima notte di nozze. Stando alla leggenda, non si sa se sia stata la sposa stessa ad accoltellare il barone nel talamo nuziale, o se invece fu il marito stesso che, tendendogli una trappola travestito da sposa, lo accoltellò.

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Quello che invece sappiamo dalla leggenda è che il nostro De Corvis, poco prima di morire, lasciò un’impronta della sua mano insanguinata su di una roccia della torre. Molti visitatori, soprattutto anziani, hanno affermato di averla vista per brevi attimi, ma mai abbastanza a lungo da poter scattare una foto come prova. Non esistono ovviamente prove dell’accaduto, come non esiste nessuna prova storica dell’esistenza dello ius primae noctis, e dato che la storia non si scrive per indizi ma per prove oggettive che trovano riscontro anche al di fuori delle singole realtà locali, non ci resta che confinare e relegare il tutto alla leggenda. Ciò non toglie che sognare è gratis, e siamo liberi dunque di lasciarci affascinare dalla fantasia quando e come vogliamo.

Nel suggestivo castello troviamo comunque altre caratteristiche che hanno certamente riscontro dal punto di vista storico, come ad esempio la sala delle torture,  nella quale vi sono riproduzioni realistiche degli strumenti di tortura dell’epoca. Vedere dal vivo oggetti che hanno inferto dolori atroci ed inimmaginabili a persone come noi, di qualsiasi tipo ed estrazione sociale, fa tutto un altro effetto che vederli solo in foto.

In un’epoca in cui la religione serviva più che altro per controllare, attraverso la paura, la mente dei poveri contadini (già provati da una vita di stenti e privazioni) e si praticava la caccia alle streghe, fa venire la pelle d’oca vedere dal vivo strumenti di castigo della santa inquisizione come l’asino spagnolo, la sedia delle streghe o la terribile culla di Giuda. Il primo consisteva in un cavalletto triangolare col vertice affilato, sul quale la povera vittima accusata di stregoneria veniva fatta sedere a cavalcioni con dei pesetti legati alle caviglie per provocarne, col passare delle ore, il dismembramento longitudinale del corpo in due sezioni uguali. La seconda invece era una semplice sedia chiodata sulla quale veniva fatta sedere la vittima, lasciando che i chiodi arrugginiti penetrassero le carni e provocassero, oltre agli atroci dolori, anche infezioni alle quali al tempo non c’era cura. L’ultima invece, la culla di Giuda, era un cavalletto con la punta acuminata sulla quale i genitali o più spesso l’ano del povero malcapitato (o malcapitata) di turno venivano posizionati e, tramite il peso del corpo stesso, penetrava fin dentro l’organismo fino a danneggiare irreparabilmente gli organi interni, provocandone la morte tra i più terrificanti tormenti che potevano durare anche giorni e giorni. Considerando che solo nel XVI secolo le vittime furono centinaia (se non migliaia), possiamo solo dire con certezza che era un’epoca assai strana a dir poco, sì. Ma ogni epoca ha i suoi “come” e i suoi “perché”, e noi non siamo nessuno per giudicare, perché nessuno di noi è senza peccato, e perché ogni volta che puntiamo il dito, tre dita sono rivolte verso di noi. Perché messi nelle giuste condizioni, possiamo creare opere come il David di Michelangelo oppure torturare a morte un altro essere umano, solo per il sadico gusto di farlo. Tutto sta alle nostre condizioni, interiori ed esteriori, nel contesto insomma in cui viviamo.

Nelle vicinanze della sala dellle torture abbiamo invece una sala/museo delle armi, nella quale possiamo toccare con mano una riproduzione del lanciafiamme bizantino, un’arma micidiale in grado di proiettare a grandi distanze una miscela di sostanze altamente infiammabili chiamata fuoco greco, la cui peculiarità consisteva nell’impossibilità di essere spento con l’acqua che, anzi, ne aumentava la forza rendendola esplosiva. La ricetta era segretissima, e tuttora infatti non si conoscono gli ingredienti certi, ma si sa che il suo primo utilizzo fu durante l’assedio da parte degli Arabi a Costantinopoli, nel 678 d.c. per respingere l’invasore. Tale geniale invenzione venne concepita da un greco chiamato Callinico nel VII secolo originario di una città chiamata Eliopolis. I greci si sa, sono matti.

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Ai piedi del castello troviamo poi la chiesa di S. Pietro, la cui data ufficiale di costruzione, e cioè 1568, è stata messa in dubbio da alcune analisi dello stile architettonico. Sembra infatti sia di origine medievale, e gli studi sono tuttora in corso per averne conferma. In ogni caso, vi consiglio assolutamente di visitarla in quanto molto caratteristica e folcloristica.

Ci sono in definitiva tantissime cose belle da scoprire e da toccare con mano in questo splendido borgo, con tanto di fiabesco castello, che non resta che mettervi in marcia e andare a vederlo coi vostri occhi. Non resterete sicuramente delusi.

Per concludere questo nostro tour virtuale in uno dei posti più belli d’abruzzo, quando andrete in visita in quel di Roccascalegna, se ad un certo punto della giornata vi verrà quel languorino a cui non sapete proprio resistere dopo una faticosa giornata di foto e variegate emozioni, dovete assolutamente mettere sotto i denti il pane porchettato del forno della signora Maria. Non vi svelerò altro, perché il nome racconta già di per sé tutta l’esplosione di genuini e autentici sapori che avvertirete sul palato. Una di quelle specialità locali che dovete assolutamente provare.

Viva l’Abruzzo. Viva la forza, e la gentilezza.

Foto: Alessio Di Pasquale

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RetroGaming: Prince Of Persia, il viaggio nel tempo che ha rivoluzionato il mondo del gaming

cosa rese la saga di Prince Of Persia così amata ed importante nella storia del gaming?

Luigi Macera Mascitelli

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«Molti credono che il tempo sia come un fiume, che scorre lento in un’unica direzione. Ma io che l’ho visto da vicino, posso assicurarti che si sbagliano. Il tempo è un mare in tempesta! Forse ti chiederai chi sono e perché io parli così. Siedi, e ti racconterò la storia più incredibile che tu abbia mai sentito…»

Ed è proprio il tempo il protagonista di questo articolo. Sia perché si parla di un salto indietro di ben 18 anni, sia perché esso è il fulcro di tutta la storica trilogia di Prince Of Persia. Oggi, cari videogiocatori, mi rivolgo a voi ex o ancora possessori di una Ps2, in quanto parleremo di un titolo iconico che ha fatto la storia del gaming. Perciò, pugnale del tempo alla mano, e torniamo al 2003, anno in cui la software house Ubisoft diede il via ad una rivoluzione.

La saga di Prince Of Persia affonda le sue radici nel lontano 1989 con il titolo platform omonimo in 2D uscito per Amiga, NES, Apple II e Macintosh. Già all’epoca il gioco fece scalpore in quanto diede una grossa spinta in avanti a livello di animazioni e difficoltà. Muoversi all’interno dei labirintici livelli non era impresa facile. Trappole, nemici e vicoli ciechi erano sempre dietro l’angolo. Ed anche il tempo fece la sua comparsa. Una sola ora a disposizione del protagonista per poter salvare la sua amata da morte certa, allo scadere della quale si era costretti a ricominciare tutto da capo.

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Tuttavia il vero boom arrivò quasi 15 anni dopo, quando la Ubisoft acquisì il franchise, riscrisse la storia e l’ambientazione. Con l’uscita della Ps2, poi, la combinazione fu più che vincente, ed il 28 ottobre 2003 vide la luce Prince Of Persia: Le Sabbie Del Tempo. Il titolo in terza persona che, con i due capitoli successivi, darà vita alla storica trilogia che tutt’ora ricordiamo. Un gioco rivoluzionario che da un lato mostrò tutta la forza della console, e dall’altro ci fece letteralmente innamorare della saga. Ripercorriamone insieme la trama.

L’avventura del nostro principe inizia, come tutte le grandi storie, durante una guerra tra la Persia e una non definita città indiana. Il protagonista, sfruttando il caos del conflitto, cerca di farsi strada nel cuore del territorio nemico. È qui che egli entrerà in possesso del pugnale del tempo, un’antico manufatto in grado di riavvolgere il flusso temporale. Un’arma estremamente potente che permette all’utilizzatore di dominare il tempo, sventando eventi fatali ed ingannando la morte stessa.

Tuttavia il potere del pugnale è oggetto di mira del Visir Zervan. Questi è il consigliere del Maharajah d’India che vende il proprio padrone al re di Persia in cambio di una parte del suo bottino. Con un inganno il visir convince il principe ad usare il pugnale per liberare le Sabbie del Tempo contenute in una clessidra magica. Queste, una volta sprigionate, investono tutti i presenti che si tramutano in orribili mostri, compreso il padre del protagonista.

Ha così inizio l’avventura del giovane principe, che dovrà a tutti i costi sigillare nuovamente le sabbie, cancellare gli eventi a seguito della loro liberazione, e sconfiggere il Visir prima che questi riesca ad impossessarsi del pugnale. Ma il tempo è qualcosa di incontrollabile, sfuggente ed inarrestabile. Per il nostro alter ego non è che l’inizio.

«Il tuo viaggio non avrà un lieto fine, non puoi cambiare il tuo destino, nessun uomo può.»

Ed ecco che il 3 dicembre 2004 la Ubisoft pubblicò il sequel, Prince of Persia: Spirito guerriero. Il capitolo più violento e brutale della saga, il quale ci mostra un principe totalmente diverso rispetto al primo. Questa volta egli sarà in grado di mozzare teste, tagliare a metà l’avversario, strangolarlo e non provare pietà alcuna per il suo nemico. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora contenente la celebre I Stand Alone dei Godsmack.

Sono passati sette anni, durante i quali il principe ha usato il potere delle sabbie per riavvolgere il corso degli eventi e sfuggire al proprio destino. Proprio per questo motivo egli si ritrova braccato dal Dahaka, il leggendario Guardiano del Tempo: una bestia spaventosa il cui compito è fare in modo che la storia segua il suo giusto corso. La soluzione per porre fine a tutto è una sola: cambiare il proprio destino impedendo la creazione delle sabbie. Il principe apprende così dell’esistenza della mitica Isola del Tempo, luogo in cui queste hanno avuto origine.

L’ambiente è cupo, oscuro, pieno di segreti, nemici e, soprattutto, governato dall’Imperatrice del tempo: la bellissima e sensuale Kaileena. Ella, secondo la leggenda, avrebbe creato le sabbie millenni prima. In realtà si scopre come sia stato lo stesso principe a dare origine a tutto. Uccidendo la donna in uno scontro, infatti, il protagonista crea proprio le sabbie: egli è l’artefice della sua condanna o, per meglio dire, del proprio destino.

Resta un’ultima speranza: usare il potere della Maschera del tempo, un antico manufatto che offre a chi la indossa una chance di riscrivere il proprio destino. In questo modo egli può tornare nel passato, portare nel presente Kaileena ed evitare il compiersi degli eventi fatali fino a quel momento. La creazione delle sabbie sarebbe di conseguenza successiva alle sue avventure, che quindi non potranno mai essere accadute. Il gioco dunque ci pone davanti a due finali alternativi: uccidere Kaileena nel presente o risparmiarla ed affrontare insieme il Dahaka. In entrambi i casi il principe avrà cambiato il suo destino. O forse no?!

«Tutti facciamo errori… alcuni piccoli, alcuni grandi… ma il suo errore, fatto di innocenza ed orgoglio, fu il più grande e terribile di tutti…»

E siamo giunti al fatidico momento, quello della conclusione della trilogia, con il terzo ed ultimo Prince of Persia: I Due Troni. Il capitolo finale pubblicato il 2 dicembre 2005. Attesissimo da tutti -me compreso all’epoca- ormai ansiosi di sapere cosa ne sarebbe stato del leggendario principe.

Gli eventi si riagganciano alla fine del secondo capitolo. Il principe e Kaileena hanno sconfitto il Dahaka e, ormai innamorati, si dirigono in nave a Babilonia. Ma i due trovano inaspettatamente la città devastata ed in fiamme. L’imbarcazione viene attaccata e la donna fatta prigioniera. Dopo alcuni scontri iniziali per cercare di salvarla, il principe fa un’orribile scoperta: impedendo la creazione delle sabbie, gli eventi del primo gioco non sono mai accaduti. Il Visir Zervan quindi non è mai stato ucciso. Peggio, lui ora possiede la clessidra vuota, il pugnale del tempo e il suo bastone magico. Gli mancano solo le sabbie per poter ottenere il potere totale.

Si scopre che Kaileena è stata catturata proprio dal Visir, il quale, davanti ad un impotente principe, la uccide, creando quindi le sabbie, assorbendone il potere e diventando una creatura immortale. Nell’esplosione il protagonista viene colpito dalle stesse, e presto scoprirà le nefaste conseguenze dell’evento. Ci ritroveremo così a impersonare ancora i panni del persiano, con l’obiettivo di fermare il Visir. Di nuovo.

In seguito il principe scopre che le sabbie del tempo lo hanno diviso in due personalità: il suo se stesso, buono e nobile, e il Principe Oscuro che rappresenta gli aspetti più crudeli, avari e arroganti della sua psiche. Durante il gioco egli subirà spesso questa trasformazione, che è possibile tenere a bada solo toccando l’acqua. L’avventura ci porterà ad incontrare di nuovo Farah, la giovane alleata del primo capitolo, la quale sarà di vitale importanza per il protagonista, costretto a combattere sempre di più con la sua controparte malvagia che si nutre delle ambizioni e dell’arroganza sopite dell’eroe.

Il gioco si conclude con l’uccisione del Visir da parte nostra e la liberazione dello spirito di Kaileena che ripulisce il mondo dalle sabbie e libera il principe dalla corruzione. Infine ella scompare portando con sé il pugnale del tempo. Privato della rabbia, avidità e superbia, il Principe Oscuro è finalmente sconfitto. L’eroe si sveglia nel mondo reale nel caldo abbraccio di Farah. Il cerchio, poi, si chiude con l’ultima scena: il protagonista racconta alla ragazza tutta la storia dal primo capitolo, spiegando come i due si fossero già conosciuti nel passato ed iniziando la narrazione proprio con le prime battute del titolo iniziale.

Considerazioni

Dopo questo lungo excursus degli eventi, è giunto il momento della fatidica domanda: cosa ha reso la saga di Prince Of Persia così amata e importante nella storia del gaming? Beh, una delle tante risposte risiede proprio nella trama appena – e molto brevemente – vista. Un intreccio di eventi simili con una caratterizzazione così particolare dei personaggi diedero vita ad un vero e proprio immaginario collettivo. Tutti ci sentivamo parte di quel mondo mediorientale e provavamo insieme al protagonista le stesse emozioni, paure e dubbi.

Inoltre c’è da sottolineare la spettacolarità del gioco stesso a livello tecnico. Il principe era in grado di correre sui muri, saltare, arrampicarsi, combattere usando infinite evoluzioni. Insomma, Prince Of Persia diede una libertà di movimento mai vista fino ad allora. Unendo un sistema di combattimento eccellente al parkour, chiunque all’epoca restò folgorato da quelle mosse. E nei primi anni 2000 ciò fu una vera e propria rivoluzione. Basti pensare che la Ubisoft prese spunto proprio dalla sua creazione per sviluppare la celebre saga di Assassin’s Creed, all’inizio vista come una semplice copia.

Infine, per quanto assurdo possa sembrare, la trilogia di Prince Of Persia conteneva (e contiene tutt’ora) un messaggio molto profondo, che, inconsciamente, poneva l’accento su una questione: le nostre scelte sono già scritte o siamo noi che scriviamo il nostro destino? Possiamo porre rimedio ad uno sbaglio? E no, non stiamo parlando di un saggio di filosofia, ma di un “semplice” videogioco. A testimonianza di come l’uomo si interroghi sulla caducità della vita in un milione di modi, anche nell’espressione artistica dell’intrattenimento.

Abbiamo amato il principe e le sue avventure anche e soprattutto perché ci siamo rivisti nel protagonista. Scelte sbagliate o avventate, indipendentemente dall’età, hanno avuto ed avranno delle conseguenze su di noi, e non sappiamo se è possibile porvi rimedio. La dualità tra il bene e il male è nelle nostre mani, ma il tempo non lo è, se non nella misura in cui decidiamo di viverlo.

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L’italiano che ha ispirato Indiana Jones: Giovanni Battista Belzoni

Licia De Vito

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Il 20 Febbraio del 1817 l’esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni partiva per il suo secondo viaggio archeologico alla volta di Karnak, poco dopo avrebbe scoperto Il sarcofago di Ramses III. Ma come era arrivato fino a lì? Chi era l’italiano che aveva aperto al mondo le porte dei misteri dell’antico Egitto?

Alto 2 metri e 10, tutti lo chiamano “il gigante italiano”. Dopo una vita spericolata, degna del più avventuroso dei romanzi, in cui aveva venduto talismani a Parigi, era sfuggito alla leva obbligatoria fingendosi monaco, aveva lavorato nei teatri inglesi come il gigante “Sansone Patagonio” o “the great Belzoni” (titolo che si porterà dietro per sempre); già barbiere, attore, ingegnere, finalmente diventa archeologo. Di fatto il primo, “vero”, egittologo della storia. Fu la prima persona ad arrivare al centro della seconda piramide di Giza e il primo europeo a visitare l’Oasi di Siwah. Nel 1823, a quarantacinque anni, morì di dissenteria nel tentativo di raggiungere la misteriosa città di Timbuktu.

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Fu proprio l’esistenza fuori dal comune di quest’uomo, che passò dal voler diventare ingegnere idraulico a scavare tra le sabbie del tempo e riscoprire le tombe degli antichi faraoni, a ispirare George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.

La vita di Belzoni

Nato a Padova nel 1778 da Giacomo Belzon, barbiere, e Teresa Pivato, una donna altissima da cui il piccolo Giovanni, ultimo di 4 figli, riprese sia la statura eccezionale che l’ego. La mente e la forza del giovane sembrano essere straordinari. Paragonato a Ercole e dotato di un’intelligenza fuori dal comune, giovanissimo fugge a Roma per unirsi a un circo itinerante. Gira tutta l’Europa e si ferma a Londra all’inizio dell’800. Qui diventa immediatamente famoso grazie alle sue esibizioni al teatro Sadler’s Wells, dove è noto come “Signor Giovanni Belzoni – The Patagonian Sampson (Il Sansone della Patagonia)”. Saliva sul palco e sembrava un autentico prodigio della natura: alto due metri, i capelli rossi, gli occhi azzurri. Indossa un copricapo di piume, ha il torace nudo e un gonnellino di pelle. Sembra proprio uno di quei selvaggi della Patagonia, uomini esotici mai visti ma entrati nell’immaginario europeo dopo le descrizioni del navigatore vicentino Antonio Pigafetta che aveva partecipato alla spedizione di Ferdinando Magellano e che completò la circumnavigazione del globo dopo che quest’ultimo morì. I resoconti di viaggio di Pigafetta (“La Relazione del primo viaggio intorno al mondo”) destarono un enorme interesse nell’opinione pubblica europea, grazie alle descrizioni di mondi fino ad allora sconosciuti e lontanissimi.

Durante i tour teatrali in Gran Bretagna, Belzoni conosce la sua futura moglie Sarah Banne, che lo accompagnerà in tutte le sue spedizioni. Di lei racconta niente di meno che Charles Dickens in un articolo dal titolo “The Story of Giovanni Belzoni”.

Nel corso di un viaggio a Malta, Belzoni conosce Ishmael Gilbratar, un agente commerciale di Mehemet Alì, il pascià d’Egitto che fu fondatore del moderno stato egiziano. Il pascià cercava tecnici per rendere più efficiente la gestione delle acque del Nilo e Belzoni aveva in mente una macchina idraulica rivoluzionaria. Durante il suo periodo di permanenza nel paese nord-africano conobbe l’esploratore svizzero Johann Burckhardt, che aveva scoperto la città di Petra in Giordania, che nel frattempo si era convertito all’Islam e che si faceva chiamare Sheikh Ibrahim.

Le scoperte

Fino al 1816 Belzoni si dedica alla costruzione della macchina idraulica che gli aveva commissionato Mehmet Alì. Quando il progetto non ha l’esito desiderato si pone davanti al padovano  la possibilità di tornare indietro e riprendere a calcare i palcoscenici inglesi. Il destino volle ivece che facesse la conoscenza di Henry Salt, nuovo console britannico ad Alessandria d’Egitto, molto interessato alle antichità egizie. Dopo la Campagna D’Egitto di Napoleone (1798-1801), i resti del glorioso passato egiziano divennero di gran moda in Europa e Salt si era messo in testa di rifornire di reperti il British Museum, che l’aveva finanziato nella sua missione diplomatica in terra africana.

Belzoni sembra proprio l’uomo tanto folle quanto forte per lanciarsi in sfide estreme come era il recupero di antichità in un modo dove i “tombaroli” senza scrupoli erano gli unici ad interessarsi dei reperti, gli scavi venivano condotti usando la dinamite e le diatribe diplomatiche si risolvevano a pistolettate. Lui, tranquillo, se ne andava in giro abbigliato da vero e proprio egiziano, con tanto di turbante, consapevole che la sua mole incuteva rispetto e terrore.

Il primo incarico che riceve da Salt è il recupero di una scultura, un busto del peso di sette tonnellate che giaceva tra le rovine di Tebe, noto come il Giovane Memmone (ma che in realtà si scoprì in seguito essere del faraone Ramses II). Non bastarono a fermarlo il caldo, la scarsissima (ancora oggi radicata, fidatevi) voglia di lavorare degli operai locali, nè la corruzione e le menzogne degli abitanti dei villaggi pronti a vendere i ritrovamenti al migliore offerente. Il padovano riuscì nell’impresa. Era ufficialmente nato Belzoni l’archeologo.

Tornato al Cairo convinse Salt a finanziargli un secondo viaggio, questa volta nell’Alto Egitto: gli sarebbero state pagate le spese e avrebbe ottenuto una lettera di raccomandazione dalla Society of Antiquaries di Londra a cui vendere eventualmente i manufatti trovati. Eccoci quindi arrivati al 20 febbraio del 1817. Belzoni parte per il suo secondo viaggio archeologico in Egitto con il suo amico fidato Henry Beechey (che morirà poco dopo). Durante quest’avventura oltre a riportare alla luce alla testa del faraone Thutmosi III a Luxor, farà la sensazionale scoperta della tomba del faraone Sethi I (il padre di Ramses II). Qualche mese dopo il scopre l’accesso perduto alla piramide di Chefren.

Durante la sua terza e ultima spedizione scopre una statua di Amenophis III, riesce a identificare i resti di Berenice, il porto sul Mar Rosso fatto costruire da Tolomeo II. Dopo avere recuperato l’obelisco lasciato nell’Isola di Iside. Giovanni e Sarah decidono quindi di andare alla scoperta dell’Oasi di Siwah nell’aprile del 1819, alla scoperta del tempio di Amon, con il celebre oracolo consultato anche da Alessandro Magno. Dopo il ritorno da “star” in Patria, decide di tentare un’ultima grande impresa, che lo condurrà alla morte.

Poteva rimanere in Europa a invecchiare e godersi la fama e il successo, direte voi. Ma un cuore libero non si può fermare e di sicuro è preferibile morire come si è vissuti, cercando una città perduta da restituire al mondo, piuttosto che vecchi e incontinenti, anche se in un letto dorato.

Una vita mirabolante, tra spettacoli, amori e persino nemici giurati: quello di Belzoni era Bernadino Drovetti, che servì come console la Francia fino al 1815. Vendette gran parte dei suoi ritrovamenti al re di Sardegna, che saranno infatti la base del futuro Museo Egizio di Torino. L’arci-rivale romanzesco di Belzoni, dunque, che al contrario del metodico e onesto gigante costruì, senza il minimo scrupolo, un impero attraverso il riciclaggio delle antichità venute il suo possesso.

Sembra un la trama di Big Fish , ma è tutto vero. Tra i tanti meriti dell’archetipo di Indie c’è indubbiamente quello di aver capito che gli scavi affrontati con metodo sono un modo per ricostruire la storia nella sua interezza e non un mero mezzo per trovare un oggetto prezioso. Howard Carter, l’archeologo che scoprì la tomba di Tuthankhamon, dirà infatti di lui: “I suoi scavi furono fra i primi su larga scala nella Valle dei Re e bisogna riconoscergli il giusto merito per il modo in cui li ha condotti.”. E poi sì, ovviamente, quello di aver ispirato la trilogia più bella della storia del cinema.

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Nel cuore della Tuscia: il Parco dei Mostri di Bomarzo

Riccardo Colella

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Voi che pel mondo gite errando, vaghi di veder meraviglie alte et stupende, venite qua, dove son faccie horrende, elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi”.

È con queste parole che il principe Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino, signore di quelle terre dal 1523 al 1585, confonde e ammonisce i visitatori del “Sacro Bosco” di Bomarzo. Quello che sorge sulle alture della Tuscia, alle pendici di un vero e proprio anfiteatro naturale, prende il nome di “Parco dei Mostri” proprio in virtù di quelle particolarità che lo rendono un luogo magico, ricco di mistero, fascino e storia ma unico nel suo genere.

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All’interno del complesso, sito in un’ampia e fitta zona boschiva, trovano dimora sculture fantastiche e grottesche, talvolta inquietanti. Figure mitologiche, animali fantastici e mostri dall’aspetto minaccioso si alternano a costruzioni edili che, ignorando volutamente le regole prospettiche ed euritmiche, si fondono con l’ambiente circostante.

Il percorso diventa così un viaggio nel mistero. L’itinerario da seguire non è frutto della casualità e conserva sempre una ben delineata logica simbolica ed esoterica.

Frotte di storici e studiosi hanno dibattuto sull’origine di questa simbologia, e il viatico fiabesco attraverso quelle rocce che prendono la forma di terribili creature, riporta a tematiche ben radicate nella letteratura cavalleresca. Non è un caso che il Parco dei Mostri sia noto anche come “Sacro Bosco”. Col termine Sacro, nei poemi cavallereschi si andava proprio a indicare quegli aspetti magici e stregati che spesso e volentieri guidavano i cavalieri nel loro percorso verso la luce e la salvezza.

Stesse tematiche che ritroviamo in poemi come l’Orlando furioso dell’Ariosto o Il Canzoniere di Petrarca. Si pensi anche, per arrivare ai tempi più moderni, alla stessa nobiltà d’animo e alle difficoltà che il cavaliere deve superare, ponendosi di fronte al proprio “Io”, ne La storia infinita di Michael Ende.

Ecco quindi che a guardia del cammino troviamo le Sfingi. Donne dal corpo di leone che richiamano più genuinamente lo stile egizio e dedicate all’Imperatore Augusto. “Chi con cigli inarcate et labbra strette non va per questo loco, manco ammira le famose del mondo moli sette” recita quella di sinistra. “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per inganno o pur per arte” è quanto si legge nell’iscrizione sulla destra.

È l’inizio del viaggio che ci porta al cospetto delle Erme (statue che invocavano la protezione del Dio greco Ermes), quindi ad incontrare il primo vero mostro del parco: Proteo (noto anche come Glauco). Il dio marino mutaforma simboleggia il mondo, e i simboli araldici degli Orsini indicano il dominio della casata sullo stesso. Assistendo alla lotta tra i due giganti Ercole e Caco, si incrocia, tra le altre, una delle più celebri statue del Parco dei Mostri.

LA TARTARUGA

La grossa tartaruga si adagia su una pietra a forma di prua, fissando le fauci di una balena antistante, pronta a inghiottire la preda. Sul suo guscio si erge il simulacro di una donna rappresentante la Vittoria Alata. Se l’animale simboleggia la longevità ed è l’unione tra cielo e terra, la Nike è l’apice di questa allegoria.   

CASA PENDENTE

Oltrepassati il Pegaso , Ninfeo, Venere e il Teatro, si arriva ai piedi della casa pendente, una delle maggiori attrattive del complesso. La bizzarra costruzione è eretta su di un masso inclinato, proprio a cercare l’asimmetria. L’intenzione degli Orsini era quella di creare un senso di smarrimento e vertigine negli ospiti. Il richiamo è all’inclinazione dell’uomo verso il peccato, in assenza della fede che tende a riequilibrare gli ordini.

ORCO

È quindi passato il Nettuno e le restanti raffigurazioni che ammiriamo la più rappresentativa delle statue di Bomarzo. La bocca di Ade? Forse. L’ingresso del mondo sotterraneo? Può darsi. Certo è che trovarsi al cospetto della grande testa dalla bocca spalancata può essere un’esperienza orrorifica. “Ogni pensiero vola”. È la poetica dantesca che appare sulle labbra della scultura e che fa da anticamera all’impotenza del visitatore davanti al destino. Studiosi dell’epoca riportano che, in origine, la scritta riportasse il verso: “lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Ma come nasce il Parco di Bomarzo? Il complesso fu ideato dallo stesso principe Orsini nel 1522 e dedicato alla memoria della moglie, Giulia Farnese, morta prematuramente. Commissionato all’architetto Pirro Ligorio e realizzato nel 1547, il parco è disseminato di terribili statue che guidano il visitatore attraverso un autentico labirinto, catapultandolo in un viaggio spirituale volto ad incontrare e superare le proprie paure, per elevarsi a un livello superiore.

Dalla morte dell’Orsini, avvenuta nel 1585, il parco è rimasto sopito fino alla metà del novecento, periodo in cui, grazie all’intervento di intellettuali quali Goethe, Dalì e Michelangelo Antonioni, ha trovato nuova cura e splendore.

Raggiungere Bomarzo è piuttosto semplice. Il parco è ovviamente situato nelle immediate prossimità dell’omonimo borgo in provincia di Viterbo e, proseguendo lungo l’Autostrada del Sole A1, è consigliato prendere le uscite per Orte (provenendo da sud) o Attigliano (per chi arriva da nord).

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