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Quando l’Abruzzo supera sé stesso: il borgo medievale di Roccascalegna e il suo castello fiabesco

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Abruzzo delle meraviglie: ingegno e senso estetico riuniti nel castello di Roccascalegna.

A ògne ttèrre c’è na usanze; a ògne mmijjicule c’è na pànze.” Traduzione letterale per i “forestieri”: “A ogni paese la sua usanza, ad ogni ombelico la sua pancia“.

Così recita un detto popolare abruzzese, che esprime bene il senso di identità degli abitanti di questa stupenda terra. Col fenomeno della globalizzazione attuale si stanno perdendo le radici profonde che penetrano fin dentro al midollo osseo di una cultura, che sono sempre esistite in ogni agglomerato umano, tribù o società. Ricchi mercanti senza scrupoli né coscienza, rampanti ambiziosi banchieri senza identità e idioti politicanti senza storia, senza terra, ci provano di continuo a (s)vendere la loro gente al miglior offerente, ma l’Abruzzo e la sua gente al momento si difendono ancora bene.

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Non stiamo affatto facendo della retorica quando affermiamo con certezza che in Abruzzo abbiamo veramente tutto ciò che ci occorre: dalle montagne al mare, dai laghi ai fiumi, dal clima tropicale della costa a quello Siberiano dell’entroterra. L’Abruzzo, tra le tante altre cose, ha dato spesso i natali a così tanti personaggi storici che ormai non si contano più. Così, giusto per dirne uno: Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene DeVerdi, nato a Rosciolo dei Marsi nel 1893, controfigura ufficiale di Charlie Chaplin, in arte Charlot.

Ma ciò che rende davvero unica questa magnifica terra nell’immaginario comune sono in particolar modo le sue montagne e i suoi castelli. Dal monte Velino, per gli escursionisti più duri e selvatici, al più dolce e “turistico” gran sasso, cima più alta di tutto l’Appennino centrale, le montagne ne hanno deciso il destino di questa regione… come affermava nei suoi scritti il marsicano pescinese Ignazio Silone. Senza le caratteristiche montagne che lo contraddistinguono, l’Abruzzo non sarebbe l’Abruzzo. Stessa cosa per il discorso castelli. Vuoi (soprattutto) per finalità pratiche a scopo difensivo, vuoi per finalità estetiche (che non guastano mai) dei tempi in cui vennero eretti, vuoi per puro capriccio del barone o conte di turno, l’Abruzzo conta storicamente oltre ben settecento castelli, ed è per tale motivo che viene anche chiamato la piccola Baviera d’Italia.

Partiamo dal presupposto che i castelli abruzzesi sono tutti bellissimi, sia per la loro struttura che per la loro strategica posizione in cui sono collocati. I castelli di Rocca Calascio nell’Aquilano e quello Aragonese di Ortona nel chietino ne sono un emblematico esempio. Il primo, le cui prime pietre risalgono al XII secolo, è tra i castelli più alti d’Italia, con la sua posizione strategica di vedetta a 1460 m s.l.m., costruito su di un impervio sperone roccioso che si affaccia sull’altopiano di Navelli e quello di campo imperatore, conosciuto anche come “il piccolo Tibet” d’abruzzo. Il secondo invece risalente al XV secolo, costruito in una posizione a dir poco spettacolare, che si affaccia su un suggestivo strapiombo sull’azzurro intenso e sul profumo dell’adriatico.

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E a proposito di castelli, ce n’è uno dove l’ingegno e il senso estetico degli abruzzesi dell’epoca hanno dimostrato (se ce ne fosse ancora bisogno) di essere sempre stati in gran forma. Stiamo parlando del castello di Roccascalegna, piccolo borgo di poco più di mille anime in provincia di Chieti, nel quale chi vi scrive è stato in visita l’ultima volta l’estate scorsa, ed ha avuto modo di vedere con i propri occhi la bellezza di questo gioiello sperduto tra i monti.

La prima cosa che viene in mente al visitatore che “capita” qui per vedere il castello è senz’altro: perché “Roccascalegna”? Da un documento del ‘300 sappiamo che l’abitato veniva chiamato in origine Rocca – Scarengia. Al momento esistono diverse ipotesi sull’origine del toponimo, ma quella più accreditata afferma che tale nome indicava in passato la scala a pioli di legno che conduceva dal paese direttamente sulla rocca. La storia del paese è leggermente lacunosa o per meglio dire “misteriosa”, in quanto non esistono molti documenti che parlino del borgo fino al 1525, e ciò lo rende ancora più affascinante se possibile.

Ciò che sappiamo per certo invece è che il paese nacque come avamposto longobardo contro le incursioni bizantine. Stando alle fonti certe, furono infatti i longobardi che fondarono il paese nel VII secolo d.C., i quali vi costruirono dapprima la torre di avvistamento che dominava valle del rio secco, ed il castello in seguito come lo conosciamo oggi (dopo numerosi inevitabili restauri) con le quattro torri cilindriche e la cinta muraria a proteggere dagli attacchi, come logica e naturale evoluzione. Ma ciò che rende davvero caratteristico questo castello sono in particolar modo due cose, una visiva prettamente estetica, ed una storica. La prima non ha bisogno di molte spiegazioni: il tipo di sperone roccioso sul quale venne costruito è semplicemente stupendo. Sembra come se la parete di pietra sia stata tagliata in senso obliquo da mani umane, tale è la perfezione sulla quale questa gemma è incastonata, e dalla cui sommità si ha una vista sulle montagne circostanti a dir poco sognante e incantevole.

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L’altra invece ha a che vedere con una leggenda che si perde nei secoli, e che riguarda ben pochi castelli italiani. Immaginate di vivere nel XVII secolo, di avere un appezzamento di terra concessovi dal vostro barone feudale, e che con grossi sacrifici riesce a sfamarvi. Immaginate di essere fidanzati con la donna dei vostri sogni, e che lei abbia inspiegabilmente accettato di sposare degli imbranati come voi, che però la amate da morire. Ora immaginate invece che, poco prima delle vostre nozze, il suddetto barone bussi alla vostra porta con la sua arroganza tipica dei ricchi bamboccioni viziati, e pretenda che la vostra amata giaccia con lui la prima notte delle vostre nozze, regalandogli dunque il piacere che spetterebbe a voi e offrendogli la sua (presunta) verginità. E non c’è nemmeno nessun corpo di polizia che venga a prelevarlo o al quale denunciarlo per stalking molesto.

Voi come reagireste? Non vi passerebbe per la testa l’idea di accoltellarlo e togliergli quel suo sorriso borioso dal volto? Non dite di no, ammettetelo, vi leggo nella mente. E pare sia proprio ciò che fece un novello sposo per difendere l’onore della sua amata la prima notte di nozze nel 1646, quando il barone Corvo de Corvis reintrodusse l’editto dello ius primae noctis, e rimase dunque vittima delle sue stesse lussuriose fantasie. Dal latino “diritto della prima notte” è una locuzione che stava ad indicare il diritto di un signore il quale, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, poteva sostituirsi al marito nella prima notte di nozze. Stando alla leggenda, non si sa se sia stata la sposa stessa ad accoltellare il barone nel talamo nuziale, o se invece fu il marito stesso che, tendendogli una trappola travestito da sposa, lo accoltellò.

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Quello che invece sappiamo dalla leggenda è che il nostro De Corvis, poco prima di morire, lasciò un’impronta della sua mano insanguinata su di una roccia della torre. Molti visitatori, soprattutto anziani, hanno affermato di averla vista per brevi attimi, ma mai abbastanza a lungo da poter scattare una foto come prova. Non esistono ovviamente prove dell’accaduto, come non esiste nessuna prova storica dell’esistenza dello ius primae noctis, e dato che la storia non si scrive per indizi ma per prove oggettive che trovano riscontro anche al di fuori delle singole realtà locali, non ci resta che confinare e relegare il tutto alla leggenda. Ciò non toglie che sognare è gratis, e siamo liberi dunque di lasciarci affascinare dalla fantasia quando e come vogliamo.

Nel suggestivo castello troviamo comunque altre caratteristiche che hanno certamente riscontro dal punto di vista storico, come ad esempio la sala delle torture,  nella quale vi sono riproduzioni realistiche degli strumenti di tortura dell’epoca. Vedere dal vivo oggetti che hanno inferto dolori atroci ed inimmaginabili a persone come noi, di qualsiasi tipo ed estrazione sociale, fa tutto un altro effetto che vederli solo in foto.

In un’epoca in cui la religione serviva più che altro per controllare, attraverso la paura, la mente dei poveri contadini (già provati da una vita di stenti e privazioni) e si praticava la caccia alle streghe, fa venire la pelle d’oca vedere dal vivo strumenti di castigo della santa inquisizione come l’asino spagnolo, la sedia delle streghe o la terribile culla di Giuda. Il primo consisteva in un cavalletto triangolare col vertice affilato, sul quale la povera vittima accusata di stregoneria veniva fatta sedere a cavalcioni con dei pesetti legati alle caviglie per provocarne, col passare delle ore, il dismembramento longitudinale del corpo in due sezioni uguali. La seconda invece era una semplice sedia chiodata sulla quale veniva fatta sedere la vittima, lasciando che i chiodi arrugginiti penetrassero le carni e provocassero, oltre agli atroci dolori, anche infezioni alle quali al tempo non c’era cura. L’ultima invece, la culla di Giuda, era un cavalletto con la punta acuminata sulla quale i genitali o più spesso l’ano del povero malcapitato (o malcapitata) di turno venivano posizionati e, tramite il peso del corpo stesso, penetrava fin dentro l’organismo fino a danneggiare irreparabilmente gli organi interni, provocandone la morte tra i più terrificanti tormenti che potevano durare anche giorni e giorni. Considerando che solo nel XVI secolo le vittime furono centinaia (se non migliaia), possiamo solo dire con certezza che era un’epoca assai strana a dir poco, sì. Ma ogni epoca ha i suoi “come” e i suoi “perché”, e noi non siamo nessuno per giudicare, perché nessuno di noi è senza peccato, e perché ogni volta che puntiamo il dito, tre dita sono rivolte verso di noi. Perché messi nelle giuste condizioni, possiamo creare opere come il David di Michelangelo oppure torturare a morte un altro essere umano, solo per il sadico gusto di farlo. Tutto sta alle nostre condizioni, interiori ed esteriori, nel contesto insomma in cui viviamo.

Nelle vicinanze della sala dellle torture abbiamo invece una sala/museo delle armi, nella quale possiamo toccare con mano una riproduzione del lanciafiamme bizantino, un’arma micidiale in grado di proiettare a grandi distanze una miscela di sostanze altamente infiammabili chiamata fuoco greco, la cui peculiarità consisteva nell’impossibilità di essere spento con l’acqua che, anzi, ne aumentava la forza rendendola esplosiva. La ricetta era segretissima, e tuttora infatti non si conoscono gli ingredienti certi, ma si sa che il suo primo utilizzo fu durante l’assedio da parte degli Arabi a Costantinopoli, nel 678 d.c. per respingere l’invasore. Tale geniale invenzione venne concepita da un greco chiamato Callinico nel VII secolo originario di una città chiamata Eliopolis. I greci si sa, sono matti.

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Ai piedi del castello troviamo poi la chiesa di S. Pietro, la cui data ufficiale di costruzione, e cioè 1568, è stata messa in dubbio da alcune analisi dello stile architettonico. Sembra infatti sia di origine medievale, e gli studi sono tuttora in corso per averne conferma. In ogni caso, vi consiglio assolutamente di visitarla in quanto molto caratteristica e folcloristica.

Ci sono in definitiva tantissime cose belle da scoprire e da toccare con mano in questo splendido borgo, con tanto di fiabesco castello, che non resta che mettervi in marcia e andare a vederlo coi vostri occhi. Non resterete sicuramente delusi.

Per concludere questo nostro tour virtuale in uno dei posti più belli d’abruzzo, quando andrete in visita in quel di Roccascalegna, se ad un certo punto della giornata vi verrà quel languorino a cui non sapete proprio resistere dopo una faticosa giornata di foto e variegate emozioni, dovete assolutamente mettere sotto i denti il pane porchettato del forno della signora Maria. Non vi svelerò altro, perché il nome racconta già di per sé tutta l’esplosione di genuini e autentici sapori che avvertirete sul palato. Una di quelle specialità locali che dovete assolutamente provare.

Viva l’Abruzzo. Viva la forza, e la gentilezza.

Foto: Alessio Di Pasquale

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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Maya Deren e la danza onirica del Cinema

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Sperimentazione, macchina da presa, low budget, pellicola 16 mm e rivoluzione del Cinema.

Qualche termine per sintetizzare l’innovazione totale e l’influenza sulla settima arte che Maya Deren, nata Eleanora Derenkovskaja il 29 Aprile 1917 a Kiev, ha portato al mondo del film. Maya Deren nasce in una famiglia ebrea benestante e di grande cultura. Il padre, un’importante psichiatra, avrà, stando alle parole della stessa regista, un’influenza fondamentale nelle sue opere. A cause delle simpatie trotskijste del suddetto padre e del timore di rappresaglie antisemite da parte del governo sovietico, la famiglia fugge a New York, negli Stati Uniti, nel 1922. Qui ottengono la cittadinanza americana e cambiano il cognome in Deren.

Ed è qui, a New York, che la Nostra inizia a studiare giornalismo e scienze politiche alla Syracuse University e a frequentare i circoli socialisti locali che contribuiranno alla maturazione delle sue salde idee femministe. Idee che possiamo ritrovare in seguito nelle sue opere. Inizia inoltre a interessarsi al fenomeno artistico delle avanguardie, subendo in particolar modo l’influenza del surrealismo francese. L’anima di New York è fondamentale per Maya Deren, poiché è qui che inizia a prendere forma la rivoluzione del film per come era visto fino ad allora. Qui nasce il fenomeno dell’underground, della sperimentazione totale, della spietata critica al sistema Hollywoodiano.

All’inizio degli anni ’40 grazie a una parte dell’eredità paterna, Maya Deren acquista la sua prima cinepresa, una Bolex 16mm con cui gira il suo primo film: Meshes of the Afternoon (1943). Primo film girato, dalla durata di 14 minuti, che fa uso di una sperimentazione allucinante: tecniche di ripresa completamente innovative, un modo alieno di produrre e guardare un film. Capolavoro. Il primo tentativo cinematografico sancisce già la rivoluzione visiva, per chi vuole, per chi è stufo di Hollywood e dei suoi divi e dive, per chi è ormai intollerante e nauseato dalla plastificazione del cinema, il cambiamento è stato provato.

Le sue tecniche di ripresa in Meshes espongono un modo nuovo, vivo, di fare un film. La realtà dell’immagine non è più statica: niente più marionette così nostalgiche del teatro, basta ai film fatti di continui dialoghi, basta parlare nel film, si inizia a far parlare il film. Ecco che allora entra in scena la danza della cinepresa (ricordiamo che la stessa Maya Deren si appassiona all’arte della danza negli anni Trenta e Quaranta): l’immagine non è catturata dalle reti della storia, ma si svolge libera e nuda nell’atmosfera magica della realtà, come il corpo del danzatore che vediamo nel brevissimo cortometraggio A study in Choreography for Camera (1945).

La realtà stessa può vivere dentro l’obiettivo della cinepresa e noi, spettatori confusi, possiamo vedere un mondo, una realtà delle cose che solo nel cinema possono esistere. Questo, forse, è il messaggio più importante che Deren ci insegna, ipnotizzandoci con le sue brevi e allucinanti pellicole. È l’idea di un «cinema personale, praticato al di fuori di ogni condizionamento» come scrive Antonio Costa in Saper vedere il cinema. Ci troviamo di fronte a una tipologia di film così viva che si potrebbe definire piuttosto una creatura filmica, totalmente al di fuori dei canoni tradizionali della settima arte, lontana dai meccanismi di distribuzione intrinseci a una considerazione del cinema come mercato e industria.

Con Deren e altri film–makers, come essi stessi si definirono (coniando un termine ancora oggi utilizzato) e tutta l’esperienza del Living Theatre, il più importante e conosciuto gruppo teatrale di avanguardia, nasce questa volontà di usare e vivere il cinema in totale libertà creativa. La stessa libertà che in altre forme artistiche come la pittura e la poesia aveva già preso piede anni prima, basti pensare al Futurismo o al Surrealismo.

Prendendo invece in esame l’opera At Land del 1944, possiamo notare più facilmente il carattere puramente onirico che si estende per tutta la pellicola.  Notiamo una Maya Deren che, come nel precedente Meshes of the Afternoon, interpreta anche il ruolo di attrice protagonista immersa in questa dimensione sognante, senza un senso apparente. Le stesse atmosfere e scenari svolgono la funzione di contrasto e contraddizione: si guardi a come si passa nella stessa sequenza dalla spiaggia a una cena di gala, dalle onde del mare a una scacchiera. Lo spettatore viene quindi catapultato in una terra sconosciuta, assurda, consapevole di vivere un sogno, ma senza che questo venga detto esplicitamente.

Sono le stesse tecniche che possiamo ritrovare nel cinema di Lynch, che viene fortemente influenzato dall’artista che stiamo trattando. Anche Lynch riesce sempre a creare l’atmosfera di un sogno vivo che si svolge intorno a te, immergendoti completamente in un’ambiente alieno e assurdo, ma che evoca figure e movimenti di macchina che fanno della realtà quotidiana un apparato magico vivo e pulsante. Si parla, inoltre, di un tipo di immagine “aliena” o “magica” non a sproposito. Infatti la Deren intraprende numerosi viaggi ad Haiti, attirata dalla cultura locale, in particolare dal Voodoo, dalla quale rimane estremamente affascinata. Scrive quindi un libro in collaborazione con Joseph Campbell, Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, tradotto in italiano come I Cavalieri divini del Vudù.

Questa passione per la cultura Voodoo si trasforma poi in un’adesione alla religione stessa. Ella, infatti, inizia a partecipare attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, secondo la tradizione, riuscendo quindi a divenire parte di quella comunità a tutti gli effetti. Questa passione di Maya Deren per la cultura haitiana e in particolare per il Voodoo possiamo ascoltarla nelle registrazioni che lei stessa fa partecipando alle cerimonie haitiane. Queste poi vengono incise su di un vinile mono che abbiamo la fortuna di poter ascoltare in versione digitalizzata su YouTube.

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Articolo a cura di Riccardo Di Girolamo

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Miti e leggende d’Abruzzo: il rito dei “serpari”, San Domenico e la dea Angizia. Perché abbiamo da sempre paura dei serpenti?

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Ogni anno, il primo maggio, in un borgo in provincia dell’Aquila, Cocullo, si assiste all’evento folcloristico più famoso d’Abruzzo: la “festa (o rito) dei serpari”. Dedicata a San Domenico, la festività ha antichissime origini pagane, legate proprio ai serpenti, che appaiono subito evidenti a chiunque abbia partecipato almeno una volta a questo particolarissimo evento.

Proprio in questo giorno la popolazione del paese si reca a caccia di serpenti che poi vengono intorcinati attorno alla statua del santo. All’uscita dalla chiesa, in base alla posizione che le serpi avranno assunto, si avranno dei buoni o cattivi auspici per l’anno a venire.

Statua di San Domenico (fonte: comune di Cocullo)

San Domenico

San Domenico nasce a Foligno intorno al 915, dopo molti spostamenti in tutto il centro Italia si stabilisce in Abruzzo. Si ritira nei pressi di Villalago dove ancora oggi si trovano un santuario e un lago artificiale immersi in un meraviglioso paesaggio fatato che portano il nome dell’abate. Alle spalle della chiesa sta l’eremo ovvero la grotta, dove San Domenico si chiudeva in meditazione e in preghiera.

Dopo ben sei anni di ritiro nell’eremo, l’abate divenne oggetto di persecuzione da parte di alcuni “eretici” a causa della fama dei numerosissimi miracoli che compiva. Così, in sella ad una mula, fuggì verso Cocullo. La leggenda vuole che scappando avesse lasciato un orso a guardia della strada tra i due paesi, impedendo così ai suoi aggressori di raggiugerlo. Oltre a molti miracoli che pare abbia compiuto durante il tragitto, ne compirà altri una volta arrivato nel paese. Qui le persone vivevano per lo più all’aperto e quindi erano frequentemente vittime di morsi di serpenti e di vipere, di cui la zona era piena.

Il Santo guarì gli abitanti del villaggio dal veleno e salvò delle donne a cui, si dice, dormendo in aperta campagna le vipere avevano succhiato il latte materno o erano penetrate fin nello stomaco. San Domenico stesso donò alcune delle sue reliquie agli abitanti di Cocullo e Villalago quando lasciò l’Abruzzo: nella chiesa di Cocullo sono presenti un dente e il ferro della sua mula, a Villalago un suo molare. L’abate Domenico è un santo taumaturgo, in grado cioè di compiere miracoli, ma è anche guaritore: viene evocato per proteggersi dal morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, contro le intemperie, per scacciare malattie come la malaria e per curare il mal di denti.

Le origini pagane del rito: il culto di Angizia

In latino Angitia o Angita, da “anguis”, serpente. Angitia o Anctia per i Marsi, Anagtia per i Sanniti, Anaceta o Anceta per i peligni. Questa divinità italica adorata principalmente da Marsi, Peligni e da altri popoli italici di origine osco-umbra è associata soprattutto al culto dei serpenti. Un attributo, quello delle serpi, che richiama chiaramente alla figura di una Dea Madre, alla Terra, e più in generale alla Natura. Angizia, come molte delle antiche Dee Madri era anche una maga, capace quindi di compiere guarigioni miracolose. Questa figura divina arriva da molto lontano e ha il sapore orientaleggiante celato dietro molti culti arcaici della Penisola. Le officianti dei riti dedicati ad Angizia erano sacerdotesse che la invocavano utilizzando diversi nomi: Keria, dal sumero “kur “(terra), o dall’ accadico “kerû”, o ancora il latino Cerere, Grande Dea della Terra. Venne associata alla divinità iranica Anahita, consorte o madre di Mitra, e alla Dea assira Ištar, un’altra divinità ctonia (cioè legata al mondo sotterraneo, all’aldilà e alle profondità della terra. Divinità simili sono Persefone, Ecate, Feronia), proprio come Angizia, anch’essa protettrice della fertilità. I Romani la associavano all’arcaica Bona Dea, per alcune fonti era figlia di Eta e sorella della Maga Circe. Dato che i serpenti erano spesso collegati con le arti curative, Angizia era probabilmente considerata anche una dea della guarigione. I Marsi le attribuivano una conoscenza superiore dell’uso delle erbe salvifiche, in particolare quelle contro i morsi di serpente. Tra i suoi vari poteri, aveva quello di uccidere i rettili col suo solo tocco. Così scrive Silio Italico (Punicae libro VIII, 495-501) “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve“.

Oltre alla tradizione dei “serpari” il retaggio del culto rivolto verso questa divinità è ancora palpabile nei festeggiamenti e le tradizioni primaverili di molti insediamenti marsicani e peligni: per esempio a Luco dei Marsi (AQ), dove si trovano i resti di un “lucus”, un santuario o “bosco sacro” dedicato alla dea, il giorno della Pentecoste è tradizione che gli zampognari facciano una tappa presso i ruderi del tempio di Angizia.

Ma perché i serpenti ci fanno così paura?

Approfondiamo per bene il discorso su questa diffusissima fobia col Dott. Gaetano Miranda, biologo specializzato in antropologia fisica che ci ha chiarito alcune delle motivazioni più comuni.

Antropologicamente, la paura atavica dei serpenti è qualcosa che ci portiamo dietro da millenni per mille motivi. Come altre fobie “note”, ad esempio quella dei ragni, le paure più radicate sono quelle legate a qualcosa che conosciamo poco, e questo vale, chiaramente, anche per gli animali. Questo fenomeno è strettamente correlato al fatto che il cervello umano in fase di evoluzione ha registrato in maniera pressoché automatica, quasi a livello genetico, la paura di alcuni elementi che a priori potrebbero farci male. Cosa significa?

Quando i bambini nascono non hanno paura dei serpenti o dei ragni ma il loro cervello registra immediatamente l’informazione che quello potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Hanno quindi, da un punto di vista innato, l’attitudine a non avvicinarsi a tutto quello che potrebbe essere dannoso. È un sistema di difesa insito nella zona del cervelletto, cioè in tutta quella parte che regola le nostre sensazioni immediate, quelle che ci fanno reagire tempestivamente e ci permettono di salvarci dal pericolo.

Immaginiamo, da un punto di vista pratico, di essere in una foresta e di vedere un serpente. Se noi ci avviciniamo troppo quello ci attacca, cancellandoci di fatto dalla linea evolutiva. Sono sopravvissuto infatti solo i soggetti del genere “Homo” che in fase di caccia nelle zone boschive o di foresta, alla minima sensazione di paura, fuggivano grazie all’ adrenalina. E fuggendo, sopravvivevano. La capacità di avere paura in maniera “anticipata”, di vedere in un’ombra un pericolo in realtà inesistente salvava la vita. E questa predisposizione è stata tramandata, di generazione in generazione.

La paura di alcuni animali è quindi “diventata quasi un tratto genetico utile ai fini della salvezza del genere umano“. Ma perché il serpente fa più paura di tutti gli altri animali? Perché rappresenta un’anomalia del sistema. Striscia, non possiede zampe, non si capisce come faccia a muoversi, è quasi invisibile e soprattutto silenzioso, non emette alcun verso tranne un sibilo impercettibile che nella maggior parte dei casi non è udibile dal nostro orecchio.

Antropologicamente quindi, quando non si capisce immediatamente il meccanismo che mette in relazione la causa e l’effetto, scatta la paura.” Ho paura del fulmine perché non lo capisco, quando capisco perché quel fenomeno avviene non lo temo più perché lo domino. Il “fenomeno serpente” non è dominabile. Puoi ucciderlo certo, ma nell’immediato non ti rendi conto di come stia funzionando: cosa vede, cosa sente, cosa vuole farti. Inoltre milioni di anni fa questi rettili non avevano le dimensioni a cui noi oggi siamo abituati. Alcuni, come il Titano Boa, erano lunghi fino a 17 metri e pesava più di un elefante. Si può quindi immaginare che fossero davvero terrificante per i primi abitanti delle foreste.

Come alcune creature del mare più profondo inoltre (altra paura atavica) i serpenti, a causa della loro conformazione fisica, non consentono alla preda di fuggire. Una tigre ci inseguirebbe anche per cento metri, il serpente invece uccide nel raggio di una distanza brevissima per mezzo del suo veleno, potentissimo proprio per questo motivo. Uno dei serpenti più pericolosi al mondo, che si trova in Australia, è detto infatti “seven step snake”: una volta morsi si riescono a fare solamente sette passi, poi si muore. Dato che queste bestie non si riescono a capire, quindi dominare, vengono trasformate in idolo. Diventa subito un elemento divino, mandato sulla terra per essere un’arma o una prova di coraggio: attraversare il fossato di serpenti, combattere contro i serpenti, sono tutte prove di forza che riescono ad affrontare solo i guerrieri più potenti o gli esseri con poteri magici.

Ancora oggi alcune sette utilizzano i serpenti velenosi nei propri rituali. In America ad esempio i membri della Chiesa nota come “snake handling” si passano dei serpenti velenosi durante le celebrazioni sperando che Dio li protegga, dal 1994 sono morte decine di persone, tra cui lo stesso fondatore. Per evitare queste inutili morti, i serpenti utilizzati per la maggior parte dei festeggiamenti religiosi non sono velenosi, e questo infatti vale anche per Cocullo.

Illustrazione originale: Sharon Sabatini per The Walk Of Fame Magazine

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