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Quando l’Abruzzo supera sé stesso: il borgo medievale di Roccascalegna e il suo castello fiabesco

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Abruzzo delle meraviglie: ingegno e senso estetico riuniti nel castello di Roccascalegna.

A ògne ttèrre c’è na usanze; a ògne mmijjicule c’è na pànze.” Traduzione letterale per i “forestieri”: “A ogni paese la sua usanza, ad ogni ombelico la sua pancia“.

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Così recita un detto popolare abruzzese, che esprime bene il senso di identità degli abitanti di questa stupenda terra. Col fenomeno della globalizzazione attuale si stanno perdendo le radici profonde che penetrano fin dentro al midollo osseo di una cultura, che sono sempre esistite in ogni agglomerato umano, tribù o società. Ricchi mercanti senza scrupoli né coscienza, rampanti ambiziosi banchieri senza identità e idioti politicanti senza storia, senza terra, ci provano di continuo a (s)vendere la loro gente al miglior offerente, ma l’Abruzzo e la sua gente al momento si difendono ancora bene.

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Non stiamo affatto facendo della retorica quando affermiamo con certezza che in Abruzzo abbiamo veramente tutto ciò che ci occorre: dalle montagne al mare, dai laghi ai fiumi, dal clima tropicale della costa a quello Siberiano dell’entroterra. L’Abruzzo, tra le tante altre cose, ha dato spesso i natali a così tanti personaggi storici che ormai non si contano più. Così, giusto per dirne uno: Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene DeVerdi, nato a Rosciolo dei Marsi nel 1893, controfigura ufficiale di Charlie Chaplin, in arte Charlot.

Ma ciò che rende davvero unica questa magnifica terra nell’immaginario comune sono in particolar modo le sue montagne e i suoi castelli. Dal monte Velino, per gli escursionisti più duri e selvatici, al più dolce e “turistico” gran sasso, cima più alta di tutto l’Appennino centrale, le montagne ne hanno deciso il destino di questa regione… come affermava nei suoi scritti il marsicano pescinese Ignazio Silone. Senza le caratteristiche montagne che lo contraddistinguono, l’Abruzzo non sarebbe l’Abruzzo. Stessa cosa per il discorso castelli. Vuoi (soprattutto) per finalità pratiche a scopo difensivo, vuoi per finalità estetiche (che non guastano mai) dei tempi in cui vennero eretti, vuoi per puro capriccio del barone o conte di turno, l’Abruzzo conta storicamente oltre ben settecento castelli, ed è per tale motivo che viene anche chiamato la piccola Baviera d’Italia.

Partiamo dal presupposto che i castelli abruzzesi sono tutti bellissimi, sia per la loro struttura che per la loro strategica posizione in cui sono collocati. I castelli di Rocca Calascio nell’Aquilano e quello Aragonese di Ortona nel chietino ne sono un emblematico esempio. Il primo, le cui prime pietre risalgono al XII secolo, è tra i castelli più alti d’Italia, con la sua posizione strategica di vedetta a 1460 m s.l.m., costruito su di un impervio sperone roccioso che si affaccia sull’altopiano di Navelli e quello di campo imperatore, conosciuto anche come “il piccolo Tibet” d’abruzzo. Il secondo invece risalente al XV secolo, costruito in una posizione a dir poco spettacolare, che si affaccia su un suggestivo strapiombo sull’azzurro intenso e sul profumo dell’adriatico.

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E a proposito di castelli, ce n’è uno dove l’ingegno e il senso estetico degli abruzzesi dell’epoca hanno dimostrato (se ce ne fosse ancora bisogno) di essere sempre stati in gran forma. Stiamo parlando del castello di Roccascalegna, piccolo borgo di poco più di mille anime in provincia di Chieti, nel quale chi vi scrive è stato in visita l’ultima volta l’estate scorsa, ed ha avuto modo di vedere con i propri occhi la bellezza di questo gioiello sperduto tra i monti.

La prima cosa che viene in mente al visitatore che “capita” qui per vedere il castello è senz’altro: perché “Roccascalegna”? Da un documento del ‘300 sappiamo che l’abitato veniva chiamato in origine Rocca – Scarengia. Al momento esistono diverse ipotesi sull’origine del toponimo, ma quella più accreditata afferma che tale nome indicava in passato la scala a pioli di legno che conduceva dal paese direttamente sulla rocca. La storia del paese è leggermente lacunosa o per meglio dire “misteriosa”, in quanto non esistono molti documenti che parlino del borgo fino al 1525, e ciò lo rende ancora più affascinante se possibile.

Ciò che sappiamo per certo invece è che il paese nacque come avamposto longobardo contro le incursioni bizantine. Stando alle fonti certe, furono infatti i longobardi che fondarono il paese nel VII secolo d.C., i quali vi costruirono dapprima la torre di avvistamento che dominava valle del rio secco, ed il castello in seguito come lo conosciamo oggi (dopo numerosi inevitabili restauri) con le quattro torri cilindriche e la cinta muraria a proteggere dagli attacchi, come logica e naturale evoluzione. Ma ciò che rende davvero caratteristico questo castello sono in particolar modo due cose, una visiva prettamente estetica, ed una storica. La prima non ha bisogno di molte spiegazioni: il tipo di sperone roccioso sul quale venne costruito è semplicemente stupendo. Sembra come se la parete di pietra sia stata tagliata in senso obliquo da mani umane, tale è la perfezione sulla quale questa gemma è incastonata, e dalla cui sommità si ha una vista sulle montagne circostanti a dir poco sognante e incantevole.

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L’altra invece ha a che vedere con una leggenda che si perde nei secoli, e che riguarda ben pochi castelli italiani. Immaginate di vivere nel XVII secolo, di avere un appezzamento di terra concessovi dal vostro barone feudale, e che con grossi sacrifici riesce a sfamarvi. Immaginate di essere fidanzati con la donna dei vostri sogni, e che lei abbia inspiegabilmente accettato di sposare degli imbranati come voi, che però la amate da morire. Ora immaginate invece che, poco prima delle vostre nozze, il suddetto barone bussi alla vostra porta con la sua arroganza tipica dei ricchi bamboccioni viziati, e pretenda che la vostra amata giaccia con lui la prima notte delle vostre nozze, regalandogli dunque il piacere che spetterebbe a voi e offrendogli la sua (presunta) verginità. E non c’è nemmeno nessun corpo di polizia che venga a prelevarlo o al quale denunciarlo per stalking molesto.

Voi come reagireste? Non vi passerebbe per la testa l’idea di accoltellarlo e togliergli quel suo sorriso borioso dal volto? Non dite di no, ammettetelo, vi leggo nella mente. E pare sia proprio ciò che fece un novello sposo per difendere l’onore della sua amata la prima notte di nozze nel 1646, quando il barone Corvo de Corvis reintrodusse l’editto dello ius primae noctis, e rimase dunque vittima delle sue stesse lussuriose fantasie. Dal latino “diritto della prima notte” è una locuzione che stava ad indicare il diritto di un signore il quale, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, poteva sostituirsi al marito nella prima notte di nozze. Stando alla leggenda, non si sa se sia stata la sposa stessa ad accoltellare il barone nel talamo nuziale, o se invece fu il marito stesso che, tendendogli una trappola travestito da sposa, lo accoltellò.

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Quello che invece sappiamo dalla leggenda è che il nostro De Corvis, poco prima di morire, lasciò un’impronta della sua mano insanguinata su di una roccia della torre. Molti visitatori, soprattutto anziani, hanno affermato di averla vista per brevi attimi, ma mai abbastanza a lungo da poter scattare una foto come prova. Non esistono ovviamente prove dell’accaduto, come non esiste nessuna prova storica dell’esistenza dello ius primae noctis, e dato che la storia non si scrive per indizi ma per prove oggettive che trovano riscontro anche al di fuori delle singole realtà locali, non ci resta che confinare e relegare il tutto alla leggenda. Ciò non toglie che sognare è gratis, e siamo liberi dunque di lasciarci affascinare dalla fantasia quando e come vogliamo.

Nel suggestivo castello troviamo comunque altre caratteristiche che hanno certamente riscontro dal punto di vista storico, come ad esempio la sala delle torture,  nella quale vi sono riproduzioni realistiche degli strumenti di tortura dell’epoca. Vedere dal vivo oggetti che hanno inferto dolori atroci ed inimmaginabili a persone come noi, di qualsiasi tipo ed estrazione sociale, fa tutto un altro effetto che vederli solo in foto.

In un’epoca in cui la religione serviva più che altro per controllare, attraverso la paura, la mente dei poveri contadini (già provati da una vita di stenti e privazioni) e si praticava la caccia alle streghe, fa venire la pelle d’oca vedere dal vivo strumenti di castigo della santa inquisizione come l’asino spagnolo, la sedia delle streghe o la terribile culla di Giuda. Il primo consisteva in un cavalletto triangolare col vertice affilato, sul quale la povera vittima accusata di stregoneria veniva fatta sedere a cavalcioni con dei pesetti legati alle caviglie per provocarne, col passare delle ore, il dismembramento longitudinale del corpo in due sezioni uguali. La seconda invece era una semplice sedia chiodata sulla quale veniva fatta sedere la vittima, lasciando che i chiodi arrugginiti penetrassero le carni e provocassero, oltre agli atroci dolori, anche infezioni alle quali al tempo non c’era cura. L’ultima invece, la culla di Giuda, era un cavalletto con la punta acuminata sulla quale i genitali o più spesso l’ano del povero malcapitato (o malcapitata) di turno venivano posizionati e, tramite il peso del corpo stesso, penetrava fin dentro l’organismo fino a danneggiare irreparabilmente gli organi interni, provocandone la morte tra i più terrificanti tormenti che potevano durare anche giorni e giorni. Considerando che solo nel XVI secolo le vittime furono centinaia (se non migliaia), possiamo solo dire con certezza che era un’epoca assai strana a dir poco, sì. Ma ogni epoca ha i suoi “come” e i suoi “perché”, e noi non siamo nessuno per giudicare, perché nessuno di noi è senza peccato, e perché ogni volta che puntiamo il dito, tre dita sono rivolte verso di noi. Perché messi nelle giuste condizioni, possiamo creare opere come il David di Michelangelo oppure torturare a morte un altro essere umano, solo per il sadico gusto di farlo. Tutto sta alle nostre condizioni, interiori ed esteriori, nel contesto insomma in cui viviamo.

Nelle vicinanze della sala dellle torture abbiamo invece una sala/museo delle armi, nella quale possiamo toccare con mano una riproduzione del lanciafiamme bizantino, un’arma micidiale in grado di proiettare a grandi distanze una miscela di sostanze altamente infiammabili chiamata fuoco greco, la cui peculiarità consisteva nell’impossibilità di essere spento con l’acqua che, anzi, ne aumentava la forza rendendola esplosiva. La ricetta era segretissima, e tuttora infatti non si conoscono gli ingredienti certi, ma si sa che il suo primo utilizzo fu durante l’assedio da parte degli Arabi a Costantinopoli, nel 678 d.c. per respingere l’invasore. Tale geniale invenzione venne concepita da un greco chiamato Callinico nel VII secolo originario di una città chiamata Eliopolis. I greci si sa, sono matti.

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Ai piedi del castello troviamo poi la chiesa di S. Pietro, la cui data ufficiale di costruzione, e cioè 1568, è stata messa in dubbio da alcune analisi dello stile architettonico. Sembra infatti sia di origine medievale, e gli studi sono tuttora in corso per averne conferma. In ogni caso, vi consiglio assolutamente di visitarla in quanto molto caratteristica e folcloristica.

Ci sono in definitiva tantissime cose belle da scoprire e da toccare con mano in questo splendido borgo, con tanto di fiabesco castello, che non resta che mettervi in marcia e andare a vederlo coi vostri occhi. Non resterete sicuramente delusi.

Per concludere questo nostro tour virtuale in uno dei posti più belli d’abruzzo, quando andrete in visita in quel di Roccascalegna, se ad un certo punto della giornata vi verrà quel languorino a cui non sapete proprio resistere dopo una faticosa giornata di foto e variegate emozioni, dovete assolutamente mettere sotto i denti il pane porchettato del forno della signora Maria. Non vi svelerò altro, perché il nome racconta già di per sé tutta l’esplosione di genuini e autentici sapori che avvertirete sul palato. Una di quelle specialità locali che dovete assolutamente provare.

Viva l’Abruzzo. Viva la forza, e la gentilezza.

Foto: Alessio Di Pasquale

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili

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Arancia Meccanica – Arte, fascino ed estetica della violenza

La violenza non è sempre estetica, ma l’estetica è sempre violenta.

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Il cinema è morto. E no, non riuscirete mai a convincermi del contrario, con le vostre tesi su quanto siano stupendi alcuni lavori recenti.

Ok, lo ammetto, sono stati prodotti dei bei film ultimamente. Basti guardare alla saga di John Wick che, (in questi tempi in cui state dando il meglio della vostra aggressività per ridurre in cenere l’identità sessuale), ci permettiamo di affermare che è una delle poche saghe cazzute, con le palle quadrate, che valga ancora la pena di vedere. Ma il cinema come lo conosciamo noi nostalgici del VHS non esiste più. E tutti quei (pochi) film recenti che non sono “allineati” alle logiche commerciali di Hollywood, che se ne fregano di raggiungere il più vasto pubblico possibile, che hanno ancora qualcosa di originale e di personale da dire insomma, non sono altro che riflessi incondizionati. Ultime scariche elettriche di un corpo morto.

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“Maestro”. Dal latino “magister”, unione delle due parole “magis” (grande) + il suffisso comparativo “ter”. Perciò il termine maestro sta letteralmente a significare “il più grande”, il più competente cioè in una materia, che sia arte, scienza o filosofia. E Stanley Kubrick è proprio questo, il più grande, IL maestro per definizione. Uno dei più immensi geni che il cinema abbia mai conosciuto. Quindi, ricapitolando: se volete imparare qualcosa a riguardo, dovete andare dal maestro. E nello specifico, se volete imparare qualcosa di arte, scienza e filosofia, dovete rivolgervi ad Arancia Meccanica. Le ha tutte.

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A clockwork orange” è semplicemente la summa maxima di tutto il talento e la genialità di Stanley, concentrati ed impressi su immortale pellicola. Un trionfo di estetica, di bellezza visiva, di significati profondissimi non immediatamente o facilmente intuibili dai più. Un film che F. Nietzsche definirebbe “per tutti e per nessuno”, come il suo Zarathustra. Non è un caso se li accostiamo nella stessa frase. Sono entrambi dei profondissimi filosofi, i quali usano semplicemente due diversi metodi per comunicare i loro pensieri, cioè la loro arte.

Cosa significa per tutti e per nessuno? Quello che significa per ogni cosa al mondo in realtà. Se si è terreni abbastanza fertili, si può seminare qualsiasi cosa, nascerà comunque qualcosa un giorno. Se non lo si è, nessuna pietà del Michelangelo, nessuna Monna Lisa del Da Vinci e nessun altro capolavoro al mondo potrà mai lasciare un segno o far germogliare un proprio, personale pensiero da fonti di ispirazione esterne. Ci si limiterà a porre un superficiale giudizio, a lanciare uno svogliato applauso o, nella peggiore delle ipotesi, a gettarsi in una grottesca, goffa emulazione.

Stanley Kubrick. Ha davvero bisogno di presentazioni? Non c’è molto da dire sulla sua persona, sul suo infinito genio. Tutti i suoi (capo)lavori parlano da sé. Parole come “visionario”, “genio”, “illuminato” sono spesso troppo abusate, e ancora troppo lontane per descriverlo. “Arancia meccanica”, come “Full Metal Jacket”, è un’opera d’arte trasposta su pellicola analogica. Un film letteralmente affetto da disturbo bipolare di tipo I, tacitamente diviso in due parti: la prima parte, un ouverture di euforia condita da del dolcissimo latte+, è dedicata ai deliri di onnipotenza di Alex DeLarge, che assieme alla sua banda (composta da altri tre “drughi”) sfoga le sue giovanili manie di grandezza e il suo più sfrenato egoismo individualista attraverso rapine, stupri, e l’esercizio della raffinata arte dell’ultra-violenza.

La seconda parte di Arancia Meccanica invece è l’altra faccia del bipolarismo, e cioè quella più triste e “deprimente”, in cui Alex inizia la sua discesa verso gli inferi, venendo dapprima tradito dai suoi “compagni di merende”, arrestato in seguito e infine condannato per lo stupro della moglie di un mite scrittore (che avrà un ruolo fondamentale sulla vita di Alex) e per l’omicidio di una attempata proprietaria di una clinica per dimagrire, amante dei gatti. In carcere Alex conoscerà quindi il significato della privazione di tutte le libertà, anche di quella a lui più cara: la musica. Specialmente Beethoven, il suo più grande amore.

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Decide quindi di farsi avanti e di aderire alla cura Ludovico, una cura sperimentale in grado di riabilitare anche il più difficile dei criminali. Durante questa cura ad Alex vengono fatti vedere dei film di violenza, accompagnati da un farmaco che dà nausea e malessere, condizionando artificialmente quindi il nostro affezionatissimo, suscitando in lui immediata repulsione contro la violenza. A nessuno interessano i sofismi del cappellano che fa notare che in questo modo viene annullato quindi il libero arbitrio, e per Alex si aprono le porte della libertà.

Una volta fuori, una serie di sfortunatissimi eventi lo porterà a subire la vendetta di alcune delle sue vittime (ex-drughi compresi), fino ad arrivare ad un punto di non ritorno: il suicidio. Alex si lancia da una finestra quando non riesce più a sfuggire ad un errato (non voluto) condizionamento contro la “nona” di Beethoven, tortura organizzata dallo scrittore a cui aveva violentato la moglie, morta in seguito per il profondo shock emotivo. Tuttavia, sopravvive al tentato suicidio: “Io saltai, oh compagni. Ma non la resi. Se l’avessi resa, non sarei qui a raccontarvelo“.

“A clockwork orange”, come immagino tutti sappiate, è un romanzo di Anthony Burgess, riadattato per il cinema da Kubrick. Ciò che rende questo romanzo/film così artistico è la chiave di lettura del film. Ad esempio: tutti noi, se ascoltassimo una notizia in TV che raccontasse di un gruppo di persone che ha appena compiuto degli atti osceni simili a quelli che commettono i drughi nella prima parte del film, proveremmo subito sdegno, malessere e terrore, giusto? Magari augureremmo a tali delinquenti di ricevere lo stesso trattamento che hanno esercitato sulle povere vittime innocenti, no? E allora perché tutti noi simpatizziamo per Alex quando inizia la sua via crucis, quando viene sottoposto alla cura, o quando si trova alla fine sul letto d’ospedale, ingessato dalla testa in giù? Perché il compito dell’arte è di raccontare la verità tramite delle bellissime menzogne, di scardinare i pilastri di ogni morale, di fornire corpo ad un involucro esteticamente perfetto… E di risvegliare sentimenti sopiti dentro di noi che la società moderna ha annullato, con tutte le sue ipocrisie, idiozie, distrazioni e pessimo senso estetico. E possiamo tranquillamente affermare che sia Kubrick che Burgess in questo, ognuno nel suo campo, sono stati al pari livello di una Gioconda del Da Vinci.

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Ci sono poi talmente tante curiosità su Arancia Meccanica che potremmo elencare, ma ve ne raccontiamo alcune delle più fondamentali:

  • Malcom McDowell (l’attore che anima Alex) durante le riprese della scena nel cinema (cura Ludovico) si ferì alla retina ed ebbe problemi alla vista per un certo periodo di tempo a causa dei morsetti utilizzati per tenere i suoi occhi aperti. Ciononostante, continuò stoicamente fino alla fine delle riprese.
  • il titolo del film, a detta dello stesso Burgess, fa riferimento a qualcosa di organico e vivente che si trasforma in una macchina-automa, e cioè il destino di Alex durante il film quando gli viene annullato il libero arbitrio.
  • Dopo l’uscita del film, molti Hooligans si vestivano come i drughi per compiere crimini in quel di Londra (riallacciandoci al discorso sull’imitazione nella nostra introduzione)
  • Arancia Meccanica è scritto in “Nadsat”, una lingua artistica inventata da Burgess che parlano alcuni dei protagonisti del racconto. È sostanzialmente inglese con l’aggiunta di parole russe e altre parole inventate dall’autore.
  • La scena dello stupro della moglie dello scrittore si ispira ad un fatto realmente accaduto nella vita di Burgess. La sua fidanzata fu pestata e violentata da un gruppo di soldati americani ubriachi.

Il senso del romanzo di Burgess o, nel nostro caso, del film, non era certo quello di fomentare la violenza. Al contrario, entrambi gli autori volevano promuovere la libertà dell’individuo, in una società che culturalmente (quella inglese soprattutto) era sempre stata fino ad allora una società basata su una cultura “stitica” e repressa, dominata dagli stereotipi e dalla schiavitù delle apparenze. Alex in questo infatti ci viene in soccorso. Lui è l’incarnazione della vitalità più spinta, delle energie più soverchianti, dell’eros, del cosiddetto “Es” Freudiano. Un ragazzo senza nessun freno inibitorio che non sia la sua (mancante) coscienza, senza nessuna costrizione/castrazione proveniente dall’esterno. E ci viene mostrato invece, nel finale di Arancia Meccanica, quale destino incombe su coloro che provano a vivere una vita come la sua. Ma… C’è un “ma”. E qui Kubrick è bravissimo a giocare con gli specchi.

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È veramente una vittima del sistema Alex? È veramente un burattino senza più volontà nelle mani del governo che lo sfrutta per i suoi sporchi fini elettorali? Chi sfrutta chi? E poi, è veramente “guarito”? E noi, da che parte stiamo? Dalla parte dell’Alex ribelle e divertente, o dalla parte dell’Alex depresso e mezzo morto su un letto di ospedale, incapace perfino di tagliare una semplice bistecca con le sue mani? E soprattutto: si può davvero modificare la natura di un uomo, senza generare in lui una seconda natura?

Qui si apre la libera interpretazione, ma non del tutto, in quanto è solo durante gli ultimi fotogrammi che abbiamo la risposta indiretta a queste domande. Dopo tutte le ingiustizie e i maldestri condizionamenti subiti, Alex torna di nuovo con la mente alle sue fantasie di un tempo, le più lussuriose e libidinose, con tanto di elegantissime persone che lo applaudono mentre fa del lascivo e vizioso sesso con una bellissima ragazza: “Ero guarito! Eccome!

Se, tramite quest’ultima scena con annessa disvelante frase rivelatoria, non avete ancora capito la risposta implicita a tali suddetti interrogativi… Spiacente, ma ho brutte notizie per voi.

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G8 di Genova, 20 anni dopo le violenze su Rai3 il documentario “Noi che abbiamo visto Genova…”

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Il 20 luglio ricorreranno i 20 anni dalla morte di Carlo Giuliani. Il manifestante no global ucciso a Genova da un carabiniere durante le proteste per il G8 del 2001.

Furono giorni bollenti, di scontri, di battaglie per le vie del capoluogo ligure. Le forze dell’ordine, in particolare i dirigenti, furono sottoposte a pressioni e stress eccezionali. Da un parte richieste di pugno di ferro. Dall’altra la voglia di migliaia di persone che volevano urlare il loro dissenso. Anche in maniera forte. Oltranzista. Radicale.

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La Rai manderà in onda, nell’anniversario della morte del simbolo più tristemente noto di quei giorni, un documentario a riguardo. Sulla brutale repressione di alcuni corpi della forza pubblica che, tra spari ad altezza uomo e la cosiddetta “macelleria messicana” all’interno della scuola Diaz, dimostrò una notevole difficoltà di contenimento dei manifestanti.

“Noi che abbiamo visto Genova…”, in onda il 20 luglio su Rai3 in seconda serata e poi streaming su RaiPlay, racconterà del fallimento di quei giorni attraverso le parole di Giuliano Giuliani, papà di Carlo. Ma anche dell’attuale sindaco Marco Bucci e di quello di allora Giuseppe Pericu. E ancora Fausto Bertinotti, l’economista Carlo Cottarelli, il portavoce del Genoa Social Forum Vittorio Agnoletto.

Parleranno anche i giornalisti Massimo Calandri e Giovanni Mari e lo scrittore Carlo Lucarelli così come Bruno Pasolini, vittima degli abusi e dei pestaggi della caserma di Bolzaneto. Quella vicenda che da più parti è stata indicata come la più grave violazione di diritti della storia repubblicana dell’Italia.

Attraverso il racconto del giornalista Franco Di Mare verranno visitati i luoghi simbolo di quel delirio che fu il G8. Palazzo Ducale, Piazza Alimonda, la stessa scuola Diaz.

Quella Piazza Alimonda che dà il titolo ad una canzone di Francesco Guccini.

“Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
Ma come quella vita giovane spenta, Genova muore”.

Genova in quei giorni morì veramente. Nell’incapacità di chi doveva decidere e impedire che si verificassero determinate situazioni. Evitando di scendere al livello della rabbia, giusta o meno, dei manifestanti.

Il documentario della Rai non è certo il primo né l’ultimo sull’argomento. Libri, canzoni, rassegne video. Tra i tanti il film “Diaz-don’t clean up this blood”, con Claudio Santamaria ed Elio Germano, ha acceso ancora di più le luci dei riflettori sulla violenza perpetrata da alcuni reparti delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti.

I racconti, terribili, di chi visse sulla propria pelle quei momenti del G8 sono difficili da dimenticare. La violenta irruzione della Polizia all’interno della scuola genovese avvenuta il 21 luglio, il giorno dopo della morte di Carlo Giuliani, fu il triste esempio della sconfitta di tutte le parti in causa.

Una sconfitta che aprì una ferita ancora oggi difficile da rimarginare.

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Il ricordo di Gino Bartali: Uomo, Eroe e Campione

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Siamo nel 1914. Il 18 luglio, a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra, nel piccolo centro toscano di Ponte a Ema, frazione contesa tra Firenze e Bagno a Ripoli, nasce Gino Bartali. La sua è una famiglia umile e di origine contadina. Per vivere, suo padre Torello accendeva i lampioni a gas mentre la mamma, Giulia, lavorava la rafia. Il suo incontro coi pedali avviene in giovanissima età. A casa i soldi erano pochini e Gino, appena tredicenne, inizia a lavorare nell’officina di biciclette di Oscar Casamonti, per 10 lire la settimana.

Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina (le sorelle, ndr) non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto. Siccome non potevo andare a fare lo sterratore perché ero soltanto qualcosa più che un ragazzino e nemmeno potevo intrecciare la rafia (un mestiere da donna!) venni mandato da Oscar Casamonti, il biciclettaro”. Così raccontava Bartali in un’intervista a Mario Fossati, prestigiosa firma della Gazzetta dello Sport e La Repubblica.

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Inizia così, quasi per caso, una carriera durata un ventennio e una passione lunga una vita. L’esordio tra i professionisti avviene nel 1935, quando presentatosi da “indipendente”, si troverà a guidare la Milano-Sanremo, davanti a Learco Guerra. Arriverà settimo, per via di un guasto alla bici e dell’intromissione dell’allora direttore della Gazzetta, Emilio Colombo.

Bartali attira, così, le attenzioni delle maggiori squadre dell’epoca. Poco dopo firma per la Frejus, correndo il suo primo Giro d’Italia e piazzandosi al settimo posto, per poi passare alla Legnano, dove lo stesso Learco Guerra accetterà di fargli da gregario, aggiudicandosi la Maglia Rosa per la prima volta. Il destino, però, ci mette del suo e la tragedia è dietro l’angolo. A soli 20 anni, il fratello Giulio muore durante una corsa e Gino, devastato dal dolore pensa di chiudere col ciclismo. Il richiamo dei pedali, però, è troppo forte e la sfida (sempre viva) di dimostrare al padre che “anche quello del ciclista può essere un vero lavoro“, lo riporta in sella.

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Al suo rientro, Gino Bartali è ormai l’indiscusso numero 1 del ciclismo italiano. Nel 1937 bisserà il successo al Giro d’Italia ma, al Tour de France, dovrà ritirarsi per via di una rovinosa caduta che ne riacutizzerà la broncopolmonite di pochi mesi prima. L’anno successivo, riceverà il perentorio ordine da parte del regime fascista, di saltare il Giro d’Italia per preparare al meglio quello di Francia.

Trionferà oltralpe polverizzando ogni record e attirandosi le inimicizie del regime dopo aver dedicato le sue vittorie alla Vergine Maria, anziché al Duce. I suoi successi proseguono e nel 1940, Bartali sceglie come gregario al Giro, un giovane di belle speranze di nome Fausto Coppi. La gara parte come da pronostici e Gino si piazza subito in testa. Durante la competizione, però, il toscano cade infortunandosi e la squadra decide di puntare sul nuovo arrivato. Bartali, coriaceo e sbuffante come di consueto, accetta fornendo un aiuto decisivo al ciclista piemontese.

Al momento di scalare le Alpi, però, nasce uno degli episodi più belli dello sport italiano. Bartali si trova nuovamente in testa, davanti allo stesso Coppi che, alle prese coi crampi, sta pensando al ritiro. In preda al furore agonistico, il toscano torna indietro, getta Coppi nella neve per rinfrescarlo e, a suon di insulti, riesce a farlo montare nuovamente in sella gridandogli il famoso: “Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!”. Fu Coppi, alla fine, a vincere il Giro d’Italia. È l’inizio della rivalità che spaccherà in due l’Italia del secondo dopoguerra.

la scena delle alpi, tratta da “gino bartali – l’intramontabile” del 2006

Da quel momento, proprio la Guerra mise fine alle competizioni sportive per cinque anni, assestando un duro colpo alla carriera di entrambi i ciclisti, in special modo a quella di un Bartali già maturo. Coppi finisce in Africa, prigioniero degli inglesi; Gino, invece, proprio lui che aveva sempre ricusato il credo fascista, si trova costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana.

RIVALITA’ E RISPETTO

Il 15 giugno 1946, il Giro riprende. E a contendersi la Maglia Rosa ci sono ancora loro. Coppi e Bartali. Bartali e Coppi. Protagonisti di una rivalità accesa come poche altre. E se Coppi, alla ripresa dopo la Guerra, pareva lanciato verso successi irraggiungibili. Fu Gino Bartali, dato da molti per “finito”, a ruggire ancora e ancora. Il vecchio leone toscano, mai domo e sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Ancora nel 1946 trionfa al Giro d’Italia e nel ’47 alla Milano-Sanremo. Ma il vero miracolo avviene nel 1948, con un’Italia sotto choc per l’attentato a Togliatti. Gino Bartali stravince il Tour de France, davanti al super campione transalpino Bobet, tra lo stupore del pubblico di casa.

Al di là di vittorie, quella tra Bartali e Coppi fu una rivalità sana. Di quelle che fanno bene alla nazione e portano in alto lo spirito sportivo. Il comunista e il democristiano. Nel cuore dei tifosi c’è, però, un’immagine che rimane indelebile. È quella della foto scattata durante una tappa del Tour del 1952. Il momento dello scambio della borraccia con l’amico-nemico di sempre. Quello stesso Fausto Coppi che, il 17 luglio del 1949 gli lascia vincere una tappa del Tour urlandogli: “Tanti auguri, Vecchiaccio!”.

“GIUSTO TRA LE NAZIONI”

Durante la Seconda guerra mondiale, l’impiego di riparatore di ruote di biciclette fu una perfetta copertura per la reale attività del toscano. Durante il conflitto, infatti, sono numerose le testimonianze che vedono Gino Bartali, per conto dell’organizzazione clandestina DELASEM, fare la spola tra la toscana, il Vaticano e Assisi, trasportando nel telaio della bicicletta documenti falsi per gli ebrei perseguitati. La vicenda venne a galla negli anni ’80, con Assisi Underground, una produzione Rai che raccontava il ruolo della cittadina umbra in favore degli ebrei.

All’inizio arrivava fino a Genova, dove prendeva i soldi che venivano da un’organizzazione per la salvezza di quel popolo. Sulla strada del ritorno si fermava spesso alla Certosa di Lucca, da padre Costa, che nascondeva tante persone. Finché qualcuno non fece la spia. Arrivarono i nazisti, fucilarono tutti. Il nonno rimase colpito e non ci tornò più, nemmeno dopo la guerra. Cambiò percorso, arrivando ad Assisi. Andata e ritorno nella stessa giornata. Più di 340 chilometri nelle gambe”. Così racconterà anni dopo, la nipote Gioia.

Nonostante le tesi discordanti al riguardo, furono quelle azioni a convincere lo Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Shoah di Gerusalemme), a dichiarare Bartali “Giusto tra le nazioni”: il riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita, salvando quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

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INFLUENZE

La figura di Gino Bartali è stata, nel corso degli anni, oggetto di numerosi omaggi in diversi campi. “Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita”. Così canta Paolo Conte nel brano del 1984, ripreso in seguito da Enzo Jannacci, ricordando quella caduta che, in gioventù, spedì Gino in prognosi riservata e che gli “regalò” quella cicatrice a stella proprio sul nasone prominente. E ancora ricordiamo la miniserie prodotta da Rai Gino Bartali – L’intramontabile con Pierfrancesco Favino nei panni del campione toscano. Fino alle partecipazioni, dello stesso Bartali, ai film Totò al Giro d’Italia (1940) e Femmine di lusso (1960).

Omaggi e ricordi di una delle più grandi figure sportive italiane di sempre. Gino Bartali è stato questo: Campione due volte. In bicicletta e nella vita. “Il leone di toscana”, il “Ginettaccio” nazionale. Semplicemente l’Uomo, l’Eroe, il Campione.

Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca“ – Gino Bartali

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