Connect with us

Speciali

La necropoli di Fossa: il fascino di un sito che non smette di stupire (Video)

Il primo appuntamento con Ritorno al Passato, il nuovo format di The Walk of Fame magazine, ci porta alla riscoperta della necropoli di Fossa, in Abruzzo

Published

on

𝑹𝒊𝒕𝒐𝒓𝒏𝒐 𝒂𝒍 𝑷𝒂𝒔𝒔𝒂𝒕𝒐 è il nuovo format di 𝑻𝒉𝒆 𝑾𝒂𝒍𝒌 𝒐𝒇 𝑭𝒂𝒎𝒆 𝒎𝒂𝒈𝒂𝒛𝒊𝒏𝒆. Un viaggio attraverso le pagine del tempo alla riscoperta di alcuni degli angoli più affascinanti del nostro Paese. Nei nostri appuntamenti parleremo di storia, archeologia, antropologia e molto altro. Partiremo dalla Necropoli di Fossa, monumentale sito archeologico scoperto nel 1992 all’intero dell’antico territorio dei Vestini, lungo le sponde del fiume Aterno, nel cuore della provincia dell’Aquila.

È situata in un’area che sicuramente è stata abitata sin dal IX secolo a.C., età del ferro, e probabilmente anche da molto prima. Alcuni ritrovamenti, infatti, fanno ipotizzare un’occupazione risalente già alla precedente età del bronzo. I Vestini, i costruttori della necropoli di Fossa, erano una popolazione autoctona dell’area centrale della penisola italiana, più precisamente della zona che oggi si estende dal Gran Sasso fino al mare Adriatico.

L’odierna Fossa si trova all’interno di un territorio che corrispondeva in parte all’antica città di Aveia, una delle “capitali” dei Vestini che entrò nell’orbita romana nel III secolo a.C. in seguito alla terza guerra contro i Sanniti, dei quali la città era alleata. Anche i Vestini, come altre popolazioni italiche, presero parte alla guerra Sociale nel 90 a.C.,  in seguito alla quale si videro riconosciuta la cittadinanza romana.

Il cimitero dell’antica città fu utilizzato come luogo di sepoltura per quasi un millennio, ma nonostante le diverse fasi di utilizzo del sito le tombe si sono conservate perfettamente. Le sepolture delle diverse epoche si mescolano senza disturbarsi, dai piccoli tumoli circolari alle monumentali tombe a camera (dromos) passando per i misteriosi menhir che le hanno fatto guadagnare l’appellativo di “Stonehenge d’Abruzzo”.

Proprio questo straordinario livello di conservazione delle sepolture, ha permesso agli archeologi e agli antropologi di studiare contesti originali o disturbati, che sono la fonte di dati in assoluto più attendibile per la ricerca scientifica.  

Proprio a proposito degli studiosi che hanno scavato e studiato questo meraviglioso sito, oltre al magistrale lavoro del dottor Vincenzo D’Ercole che dirige gli scavi dal 2001, è notevole il contributo di Gaetano Miranda, biologo e specializzato in Antropologia Fisica. Ha studiato per anni i resti provenienti dalle necropoli di tutto il centro e il sud Italia, con particolare attenzione ai casi abruzzesi. Ho parlato con lui, e le “chicche” che mi ha rivelato sono veramente interessanti.

Fossa

Per questa Necropoli la prima cosa che colpisce è che c’è un grandissimo rispetto, come già specificato, del culto dei morti. Qui la memoria storica viene sempre preservata, anche a distanza di diverse centinaia di anni. Considerando che, come detto, questa necropoli è stata in uso dall’VIII sec. a.C. fino al III sec. d.C., cioè un millennio di vita, non si trovano, se non i rarissimi casi, rimaneggiamenti delle tombe. Probabilmente infatti, dove si notano dei riutilizzi, possiamo parlare di casi di “profanazione classica” in cui cui un familiare del proprietario della tomba, nel momento della riapertura per seppellire nuovi cari defunti, accostava i precedenti morti in un angolo della stessa camera di sepoltura.

A Fossa le tombe sono ben distinte e ben visibili, e anche nei casi di riutilizzo si nota una profonda sensibilità nel trattamento degli individui precedentemente sepolti. Ad esempio le due grandi tombe a camera, quelle con i (noti) grandi tumuli, sono state sicuramente riutilizzate. Qui si può osservare un interessante fenomeno archeologico, quello della “riduzione tombale”: prendo le ossa che trovo e le sposto in un’urna di legno che riposiziono sempre all’interno della stessa tomba.

Si può quindi parlare di individui (almeno) della stessa linea familiare o di soggetti che avevano avuto un legame significativo in vita, altrimenti i corpi non sarebbero stati di certo lasciati all’interno della stessa tomba. Sul piano strettamente scientifico questa straordinaria integrità delle architetture è un fenomeno rarissimo. Il più delle volte, senza nessuna esitazione, le strutture di epoca successiva vengono costruite tagliando e distruggendo le costruzioni del periodo precedente (contenuti compresi: oggetti, morti, ecc…)

Su un piano strettamente antropologico dai resti ossei degli inumati di Fossa si possono trarre curiose conclusioni. Intanto, mi insegna Gaetano, la popolazione “stava male ma stava bene”. In che senso? I morti presentavano delle lesioni (da intendersi non esclusivamente come fratture, che comunque sono un tipo di lesione, ma come qualcosa di anomalo sulle ossa rispetto alla fisiologia standard: se un osso deve presentare determinate caratteristiche in condizioni perfette, una lesione è tutto quello che si discosta da tali caratteristiche) causate dal forte utilizzo del corpo per attività lavorative pesanti.

Si può addirittura specificare che ci si riferisce a sforzi fisici riconducibili alla sfera del lavoro di agricoltori: lesioni al cingolo scapolare (la spalla), lesioni dello sterno frontale del gran pettorale: il classico movimento per intendersi delle tirate al mento di quando si va in palestra che in antichità corrisponde allo sforzo fatto per tirare su il vomere quado l’aratro si incassa nella terra. O ancora eburneazione da stragola e calcagno, indicatore di prolungate azioni di camminamento, i talloni infatti erano molto usurati.

Non vengono invece riscontrante fratture tra gli inumati della necropoli di Fossa, se non in un unico caso di frattura indotta del cranio, tecnicamente uno scalottamento del cranio, causato da un taglio trasversale. Il soggetto in questione è stato colpito da una lama, probabilmente una spada di grandi dimensioni, da un altro soggetto certamente destrimane, la calotta cranica alzata è la parte sinistra quindi proprio sopra alla tempia sinistra. Esaminando la testa del fortunato si nota che questa spaccatura poi si è rimarginata fintanto che costui era in vita. Dato che nella parte interna del cranio non si rintracciano segni di fratture particolari, ma solo nella parte superiore che è stata rialzata, il fossolano non morì. Pare che un soggetto normale in un mondo senza antidolorifici non potesse essere fisicamente in grado di campare con simili lesioni al cranio ma il nostro amico invece continuò imperterrito a campare, certamente, con un fortissimo e costante mal di testa.

Tutte le altre lesioni rintracciate sugli inumati di fossa sono riconducibili esclusivamente al lavoro nei campi, anche quelle della colonna. Quelle studiate infatti sono tipicamente presenti in persone solitamente dedite al trasportare pesi o allo stare per molto tempo a cavallo (o comunque a dorso di animali, o sopra dei carretti). Certo è che tra tutti i sepolti non si riscontrano casi di morti aggressive o lesioni causate da azioni violente.

Per quanto riguarda le donne si nota subito una particolarità, non solo di Fossa, però, ma delle antiche donne abruzzesi in generale. Le signore al di sopra dei 35 anni (“che per quei tempi erano anziane, rassega ti Lì, c’hai un piede (proprio) nella fossa” cit.) hanno delle gravissime lesioni della colonna, una su tutte l’artrosi della prima e della seconda vertebra cervicale, note con i nomi di atlante e epistrofeo. Queste sono due vertebre particolarissime perché la prima, l’atlante, sorregge il cranio, la seconda, l’epistrofeo ha una forma simile alla prima ma presenta in aggiunta uno spuntone verso l’alto che aggancia proprio l’atlante per meglio supportare il peso del cranio e permetterci di ruotarlo fio a 180 gradi. Proprio grazie a questo meccanismo non possiamo girare la testa fino a 360 gradi.

“Ogni articolazione del nostro corpo è in realtà una cerniera perfetta che però cela un trucco per risolvere un problema evoluzionistico” (Gaetano Miranda)

 Quello che si capisce dalle lesioni di queste donne è quindi, che erano solite trasportare, per tutta la durata delle loro vite, carichi sulla testa. Come ci conferma la più tipica iconografia abruzzese, con la tipica donnina col cesto/vaso sulla testa. Beh, come si direbbe in Abruzzo: “l’ha sembr fatt”.

Altra particolarità dei morti di Fossa è un’usura anomala dei denti. Ciò indica gli antichi vestini, molto probabilmente, intrattenevano scambi con altre popolazioni con riferimento particolare al settore dei grani e delle farine. Spieghiamo. Il grano, com’è noto, per diventare farina deve passare attraverso una macina. Questo strumento però non era particolarmente conosciuto sulla costa Est dell’ Italia e gli abitanti di questo lato della penisola sicuramente lo avevano conosciuto interagendo con le popolazioni tirreniche. Ora, le macine si costruivano in silice, e ogni volta che venivano usate oltre a tritare il grano, lo sfregamento della pietra rilasciava all’interno della farina silice in polvere che, mangiata, usurava abnormemente i denti del consumatore tipico di questo prodotto.

Inoltre sono state rintracciate carie dovute all’utilizzo prolungato degli zuccheri raffinati (quindi non quelli naturali di frutta e verdura). Creare uno zucchero raffinato è molto complicato, bisogna quindi ipotizzare che se lo procurassero attraverso specifici scambi commerciali di cui probabilmente non avremmo mai avuto notizia senza le carie dei nostri antenati.

I menhir della necropoli di Fossa (AQ)

Bazzano

Dall’altra parte del fiume Aterno, a soli 5 km di distanza, c’è un’altra necropoli, quella di Bazzano, che racconta una storia completamente diversa.  Oggi l’Aterno è un rivoletto abbastanza misero d’inverno e decisamente secco d’estate, ai tempi invece, era un corso d’acqua poderoso che doveva costituire un limite evidentemente invalicabile date le evidentissime differenze tra le due necropoli, nonostante si parli dello stesso gruppo etnico, inoltre in fasi coeve.

Le caratteristiche sociali che si evincono dallo studio degli inumati bazzanesi sono completamente diverse. Fossa, una comunità tranquilla costituita per lo più di sono agricoltori che, ovviamente, aveva al suo interno dei marcatori sociali e una gerarchia, sono presenti tombe monumentali bellissime, corredi perfetti di guerrieri e monili preziosi per le signore, ma, di fatto, una comunità nel complesso tranquilla e dedita al lavoro, certamente poco bellicosa.

A Bazzano, stesso periodo (ricordiamo insediamenti coevi e sincroni), on si riscontra di certo la stessa cura nella preservazione della memoria storica del cimitero. Si trovano tombe tagliate fino a quattro metri di profondità con sepolture di età romana all’interno dei tumuli del ferro, ossa prese e buttate senza nessun tipo di criterio o di rispetto del morto,  un individuo addirittura a pancia i giù ributtato nella fossa, certamente in seguito a una morte violenta. Miscugli di corredi, donne o bambini con armi, uomini in posizioni anomale. Nonostante tutto questo però, il sito ci ha restituito dei ritrovamenti archeologici di incredibile bellezza come i letti in osso oggi conservati al Museo Delle Paludi di Celano (AQ).

Una cultura particolare, dunque, con  uno spiccato senso artistico dal punto di vista artistico (artigianato fine) e una notevole produzione di armi come asce o spade (dedizione alla lotta).  Sul 12% dei crani di Bazzano sono state riscontrate delle fratture non mortali su tutta la parte del cranio frontale e frontoparietale (la parte degli occhi e delle tempie).

Non sembrano colpi d’ascia dati a caso in una rissa, sono vere e proprie “mazzate” date per menarsi con tutte le intenzioni. Anche qui i sopravvissuti erano dei miracolati ma vivevano nella maggior parte trascinando gli strascichi di i ingenti danni celebrali. Spesso infatti si intaccava lo stesso cervello e la conseguente presenza di deficit funzionali di quest’ultimo. Sono state ritrovate inoltre le teste di mazza che combaciano esattamente con i bozzi sui crani degli antichi Bazzanesi. Si può ipotizzare una forma di divertimento “violenta” come una giostra o una quintana? Oppure sono lesioni casuali dovute al fatto che probabilmente questa comunità aveva maggiore confidenza con lo scontro fisico?

Certo è che di solito in guerra si colpisce per uccidere, invece nei giochi con prove e dimostrazioni di forza ci si colpisce ma non si ammazza, ci si fa molto male, si ma non si muore, in teoria.

Le altre lesioni riscontrate sulle ossa di Bazzano indicano inoltre un’altra differenza sostanziale con i vicini di Fossa, il sostentamento. Lesioni estranee a chi lavora la Terra, ma assolutamente note nelle comunità nomadiche o pastorali, quelle cioè che si spostavano i base alle esigenze del bestiame. Come per esempio le lesioni della tibia tipiche di chi è solito arrampicarsi su pareti scoscese proprio per seguire i percorsi degli animali in montagna.

Ecco quindi che abbiamo analizzato due necropoli a soli 5km di distanza, quella di Fossa e quella di Bazzano, sincrone, coeve. Così vicine e così diverse, a dimostrarci ancora una volta come la ricerca scientifica possa rivelarci verità che non ci saremmo mai aspettati di scoprire. Purtroppo oggi la necropoli di Bazzano non è più fruibile trovandosi al di sotto del nucleo industriale della città, Fossa invece è ancora visitabile.

Proprio quest’ultimo sito archeologico andrebbe valorizzato e studiato ancora di più. Fossa rappresenta un “unicum” nel panorama del cento Italia: con i suoi tumuli, o i menhir, fino a 20/22 sulle tombe a camera, di cui ancora si ignorano le origini e le ragioni della costruzione. Questa necropoli è una fotografia precisa e inimitabile di quella che era la popolazione che abitava quest’area, della storia atica d’Abruzzo e dell’Italia, già da molto tempo prima di Cristo.

La necropoli di Bazzano (AQ)

Scritto e realizzato da: The Walk of Fame magazine

Giornalista: Federico Falcone

Archeologa: Licia De Vito

Antropologo fisico: Gaetano Miranda

Tecnico video: Marco Di Gennaro

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili“.

Per visite guidate: 349 782 0922 – Carla Ciccozzi

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

Speciali

Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

Published

on

In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

Continue Reading

Speciali

Maya Deren e la danza onirica del Cinema

Published

on

Sperimentazione, macchina da presa, low budget, pellicola 16 mm e rivoluzione del Cinema.

Qualche termine per sintetizzare l’innovazione totale e l’influenza sulla settima arte che Maya Deren, nata Eleanora Derenkovskaja il 29 Aprile 1917 a Kiev, ha portato al mondo del film. Maya Deren nasce in una famiglia ebrea benestante e di grande cultura. Il padre, un’importante psichiatra, avrà, stando alle parole della stessa regista, un’influenza fondamentale nelle sue opere. A cause delle simpatie trotskijste del suddetto padre e del timore di rappresaglie antisemite da parte del governo sovietico, la famiglia fugge a New York, negli Stati Uniti, nel 1922. Qui ottengono la cittadinanza americana e cambiano il cognome in Deren.

Ed è qui, a New York, che la Nostra inizia a studiare giornalismo e scienze politiche alla Syracuse University e a frequentare i circoli socialisti locali che contribuiranno alla maturazione delle sue salde idee femministe. Idee che possiamo ritrovare in seguito nelle sue opere. Inizia inoltre a interessarsi al fenomeno artistico delle avanguardie, subendo in particolar modo l’influenza del surrealismo francese. L’anima di New York è fondamentale per Maya Deren, poiché è qui che inizia a prendere forma la rivoluzione del film per come era visto fino ad allora. Qui nasce il fenomeno dell’underground, della sperimentazione totale, della spietata critica al sistema Hollywoodiano.

All’inizio degli anni ’40 grazie a una parte dell’eredità paterna, Maya Deren acquista la sua prima cinepresa, una Bolex 16mm con cui gira il suo primo film: Meshes of the Afternoon (1943). Primo film girato, dalla durata di 14 minuti, che fa uso di una sperimentazione allucinante: tecniche di ripresa completamente innovative, un modo alieno di produrre e guardare un film. Capolavoro. Il primo tentativo cinematografico sancisce già la rivoluzione visiva, per chi vuole, per chi è stufo di Hollywood e dei suoi divi e dive, per chi è ormai intollerante e nauseato dalla plastificazione del cinema, il cambiamento è stato provato.

Le sue tecniche di ripresa in Meshes espongono un modo nuovo, vivo, di fare un film. La realtà dell’immagine non è più statica: niente più marionette così nostalgiche del teatro, basta ai film fatti di continui dialoghi, basta parlare nel film, si inizia a far parlare il film. Ecco che allora entra in scena la danza della cinepresa (ricordiamo che la stessa Maya Deren si appassiona all’arte della danza negli anni Trenta e Quaranta): l’immagine non è catturata dalle reti della storia, ma si svolge libera e nuda nell’atmosfera magica della realtà, come il corpo del danzatore che vediamo nel brevissimo cortometraggio A study in Choreography for Camera (1945).

La realtà stessa può vivere dentro l’obiettivo della cinepresa e noi, spettatori confusi, possiamo vedere un mondo, una realtà delle cose che solo nel cinema possono esistere. Questo, forse, è il messaggio più importante che Deren ci insegna, ipnotizzandoci con le sue brevi e allucinanti pellicole. È l’idea di un «cinema personale, praticato al di fuori di ogni condizionamento» come scrive Antonio Costa in Saper vedere il cinema. Ci troviamo di fronte a una tipologia di film così viva che si potrebbe definire piuttosto una creatura filmica, totalmente al di fuori dei canoni tradizionali della settima arte, lontana dai meccanismi di distribuzione intrinseci a una considerazione del cinema come mercato e industria.

Con Deren e altri film–makers, come essi stessi si definirono (coniando un termine ancora oggi utilizzato) e tutta l’esperienza del Living Theatre, il più importante e conosciuto gruppo teatrale di avanguardia, nasce questa volontà di usare e vivere il cinema in totale libertà creativa. La stessa libertà che in altre forme artistiche come la pittura e la poesia aveva già preso piede anni prima, basti pensare al Futurismo o al Surrealismo.

Prendendo invece in esame l’opera At Land del 1944, possiamo notare più facilmente il carattere puramente onirico che si estende per tutta la pellicola.  Notiamo una Maya Deren che, come nel precedente Meshes of the Afternoon, interpreta anche il ruolo di attrice protagonista immersa in questa dimensione sognante, senza un senso apparente. Le stesse atmosfere e scenari svolgono la funzione di contrasto e contraddizione: si guardi a come si passa nella stessa sequenza dalla spiaggia a una cena di gala, dalle onde del mare a una scacchiera. Lo spettatore viene quindi catapultato in una terra sconosciuta, assurda, consapevole di vivere un sogno, ma senza che questo venga detto esplicitamente.

Sono le stesse tecniche che possiamo ritrovare nel cinema di Lynch, che viene fortemente influenzato dall’artista che stiamo trattando. Anche Lynch riesce sempre a creare l’atmosfera di un sogno vivo che si svolge intorno a te, immergendoti completamente in un’ambiente alieno e assurdo, ma che evoca figure e movimenti di macchina che fanno della realtà quotidiana un apparato magico vivo e pulsante. Si parla, inoltre, di un tipo di immagine “aliena” o “magica” non a sproposito. Infatti la Deren intraprende numerosi viaggi ad Haiti, attirata dalla cultura locale, in particolare dal Voodoo, dalla quale rimane estremamente affascinata. Scrive quindi un libro in collaborazione con Joseph Campbell, Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, tradotto in italiano come I Cavalieri divini del Vudù.

Questa passione per la cultura Voodoo si trasforma poi in un’adesione alla religione stessa. Ella, infatti, inizia a partecipare attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, secondo la tradizione, riuscendo quindi a divenire parte di quella comunità a tutti gli effetti. Questa passione di Maya Deren per la cultura haitiana e in particolare per il Voodoo possiamo ascoltarla nelle registrazioni che lei stessa fa partecipando alle cerimonie haitiane. Queste poi vengono incise su di un vinile mono che abbiamo la fortuna di poter ascoltare in versione digitalizzata su YouTube.

Leggi anche: “Yuliya Mayarchuk e La Lanterna Magica: “Le emozioni che raccontano un territorio”

Articolo a cura di Riccardo Di Girolamo

Continue Reading

Speciali

Miti e leggende d’Abruzzo: il rito dei “serpari”, San Domenico e la dea Angizia. Perché abbiamo da sempre paura dei serpenti?

Published

on

Ogni anno, il primo maggio, in un borgo in provincia dell’Aquila, Cocullo, si assiste all’evento folcloristico più famoso d’Abruzzo: la “festa (o rito) dei serpari”. Dedicata a San Domenico, la festività ha antichissime origini pagane, legate proprio ai serpenti, che appaiono subito evidenti a chiunque abbia partecipato almeno una volta a questo particolarissimo evento.

Proprio in questo giorno la popolazione del paese si reca a caccia di serpenti che poi vengono intorcinati attorno alla statua del santo. All’uscita dalla chiesa, in base alla posizione che le serpi avranno assunto, si avranno dei buoni o cattivi auspici per l’anno a venire.

Statua di San Domenico (fonte: comune di Cocullo)

San Domenico

San Domenico nasce a Foligno intorno al 915, dopo molti spostamenti in tutto il centro Italia si stabilisce in Abruzzo. Si ritira nei pressi di Villalago dove ancora oggi si trovano un santuario e un lago artificiale immersi in un meraviglioso paesaggio fatato che portano il nome dell’abate. Alle spalle della chiesa sta l’eremo ovvero la grotta, dove San Domenico si chiudeva in meditazione e in preghiera.

Dopo ben sei anni di ritiro nell’eremo, l’abate divenne oggetto di persecuzione da parte di alcuni “eretici” a causa della fama dei numerosissimi miracoli che compiva. Così, in sella ad una mula, fuggì verso Cocullo. La leggenda vuole che scappando avesse lasciato un orso a guardia della strada tra i due paesi, impedendo così ai suoi aggressori di raggiugerlo. Oltre a molti miracoli che pare abbia compiuto durante il tragitto, ne compirà altri una volta arrivato nel paese. Qui le persone vivevano per lo più all’aperto e quindi erano frequentemente vittime di morsi di serpenti e di vipere, di cui la zona era piena.

Il Santo guarì gli abitanti del villaggio dal veleno e salvò delle donne a cui, si dice, dormendo in aperta campagna le vipere avevano succhiato il latte materno o erano penetrate fin nello stomaco. San Domenico stesso donò alcune delle sue reliquie agli abitanti di Cocullo e Villalago quando lasciò l’Abruzzo: nella chiesa di Cocullo sono presenti un dente e il ferro della sua mula, a Villalago un suo molare. L’abate Domenico è un santo taumaturgo, in grado cioè di compiere miracoli, ma è anche guaritore: viene evocato per proteggersi dal morso dei serpenti e dei cani rabbiosi, contro le intemperie, per scacciare malattie come la malaria e per curare il mal di denti.

Le origini pagane del rito: il culto di Angizia

In latino Angitia o Angita, da “anguis”, serpente. Angitia o Anctia per i Marsi, Anagtia per i Sanniti, Anaceta o Anceta per i peligni. Questa divinità italica adorata principalmente da Marsi, Peligni e da altri popoli italici di origine osco-umbra è associata soprattutto al culto dei serpenti. Un attributo, quello delle serpi, che richiama chiaramente alla figura di una Dea Madre, alla Terra, e più in generale alla Natura. Angizia, come molte delle antiche Dee Madri era anche una maga, capace quindi di compiere guarigioni miracolose. Questa figura divina arriva da molto lontano e ha il sapore orientaleggiante celato dietro molti culti arcaici della Penisola. Le officianti dei riti dedicati ad Angizia erano sacerdotesse che la invocavano utilizzando diversi nomi: Keria, dal sumero “kur “(terra), o dall’ accadico “kerû”, o ancora il latino Cerere, Grande Dea della Terra. Venne associata alla divinità iranica Anahita, consorte o madre di Mitra, e alla Dea assira IÅ¡tar, un’altra divinità ctonia (cioè legata al mondo sotterraneo, all’aldilà e alle profondità della terra. Divinità simili sono Persefone, Ecate, Feronia), proprio come Angizia, anch’essa protettrice della fertilità. I Romani la associavano all’arcaica Bona Dea, per alcune fonti era figlia di Eta e sorella della Maga Circe. Dato che i serpenti erano spesso collegati con le arti curative, Angizia era probabilmente considerata anche una dea della guarigione. I Marsi le attribuivano una conoscenza superiore dell’uso delle erbe salvifiche, in particolare quelle contro i morsi di serpente. Tra i suoi vari poteri, aveva quello di uccidere i rettili col suo solo tocco. Così scrive Silio Italico (Punicae libro VIII, 495-501) “Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve“.

Oltre alla tradizione dei “serpari” il retaggio del culto rivolto verso questa divinità è ancora palpabile nei festeggiamenti e le tradizioni primaverili di molti insediamenti marsicani e peligni: per esempio a Luco dei Marsi (AQ), dove si trovano i resti di un “lucus”, un santuario o “bosco sacro” dedicato alla dea, il giorno della Pentecoste è tradizione che gli zampognari facciano una tappa presso i ruderi del tempio di Angizia.

Ma perché i serpenti ci fanno così paura?

Approfondiamo per bene il discorso su questa diffusissima fobia col Dott. Gaetano Miranda, biologo specializzato in antropologia fisica che ci ha chiarito alcune delle motivazioni più comuni.

Antropologicamente, la paura atavica dei serpenti è qualcosa che ci portiamo dietro da millenni per mille motivi. Come altre fobie “note”, ad esempio quella dei ragni, le paure più radicate sono quelle legate a qualcosa che conosciamo poco, e questo vale, chiaramente, anche per gli animali. Questo fenomeno è strettamente correlato al fatto che il cervello umano in fase di evoluzione ha registrato in maniera pressoché automatica, quasi a livello genetico, la paura di alcuni elementi che a priori potrebbero farci male. Cosa significa?

Quando i bambini nascono non hanno paura dei serpenti o dei ragni ma il loro cervello registra immediatamente l’informazione che quello potrebbe essere potenzialmente pericoloso. Hanno quindi, da un punto di vista innato, l’attitudine a non avvicinarsi a tutto quello che potrebbe essere dannoso. È un sistema di difesa insito nella zona del cervelletto, cioè in tutta quella parte che regola le nostre sensazioni immediate, quelle che ci fanno reagire tempestivamente e ci permettono di salvarci dal pericolo.

Immaginiamo, da un punto di vista pratico, di essere in una foresta e di vedere un serpente. Se noi ci avviciniamo troppo quello ci attacca, cancellandoci di fatto dalla linea evolutiva. Sono sopravvissuto infatti solo i soggetti del genere “Homo” che in fase di caccia nelle zone boschive o di foresta, alla minima sensazione di paura, fuggivano grazie all’ adrenalina. E fuggendo, sopravvivevano. La capacità di avere paura in maniera “anticipata”, di vedere in un’ombra un pericolo in realtà inesistente salvava la vita. E questa predisposizione è stata tramandata, di generazione in generazione.

La paura di alcuni animali è quindi “diventata quasi un tratto genetico utile ai fini della salvezza del genere umano“. Ma perché il serpente fa più paura di tutti gli altri animali? Perché rappresenta un’anomalia del sistema. Striscia, non possiede zampe, non si capisce come faccia a muoversi, è quasi invisibile e soprattutto silenzioso, non emette alcun verso tranne un sibilo impercettibile che nella maggior parte dei casi non è udibile dal nostro orecchio.

Antropologicamente quindi, quando non si capisce immediatamente il meccanismo che mette in relazione la causa e l’effetto, scatta la paura.” Ho paura del fulmine perché non lo capisco, quando capisco perché quel fenomeno avviene non lo temo più perché lo domino. Il “fenomeno serpente” non è dominabile. Puoi ucciderlo certo, ma nell’immediato non ti rendi conto di come stia funzionando: cosa vede, cosa sente, cosa vuole farti. Inoltre milioni di anni fa questi rettili non avevano le dimensioni a cui noi oggi siamo abituati. Alcuni, come il Titano Boa, erano lunghi fino a 17 metri e pesava più di un elefante. Si può quindi immaginare che fossero davvero terrificante per i primi abitanti delle foreste.

Come alcune creature del mare più profondo inoltre (altra paura atavica) i serpenti, a causa della loro conformazione fisica, non consentono alla preda di fuggire. Una tigre ci inseguirebbe anche per cento metri, il serpente invece uccide nel raggio di una distanza brevissima per mezzo del suo veleno, potentissimo proprio per questo motivo. Uno dei serpenti più pericolosi al mondo, che si trova in Australia, è detto infatti “seven step snake”: una volta morsi si riescono a fare solamente sette passi, poi si muore. Dato che queste bestie non si riescono a capire, quindi dominare, vengono trasformate in idolo. Diventa subito un elemento divino, mandato sulla terra per essere un’arma o una prova di coraggio: attraversare il fossato di serpenti, combattere contro i serpenti, sono tutte prove di forza che riescono ad affrontare solo i guerrieri più potenti o gli esseri con poteri magici.

Ancora oggi alcune sette utilizzano i serpenti velenosi nei propri rituali. In America ad esempio i membri della Chiesa nota come “snake handling” si passano dei serpenti velenosi durante le celebrazioni sperando che Dio li protegga, dal 1994 sono morte decine di persone, tra cui lo stesso fondatore. Per evitare queste inutili morti, i serpenti utilizzati per la maggior parte dei festeggiamenti religiosi non sono velenosi, e questo infatti vale anche per Cocullo.

Illustrazione originale: Sharon Sabatini per The Walk Of Fame Magazine

Continue Reading

In evidenza