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La necropoli di Fossa: il fascino di un sito che non smette di stupire (Video)

Il primo appuntamento con Ritorno al Passato, il nuovo format di The Walk of Fame magazine, ci porta alla riscoperta della necropoli di Fossa, in Abruzzo

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“Ritorno al Passato” è il nuovo format di The Walk of Fame Magazine. Un viaggio attraverso le pagine del tempo alla riscoperta di alcuni degli angoli più affascinanti del nostro Paese. Nei nostri appuntamenti parleremo di storia, archeologia, antropologia e molto altro. Partiremo dalla Necropoli di Fossa, monumentale sito archeologico scoperto nel 1992 all’intero dell’antico territorio dei Vestini, lungo le sponde del fiume Aterno, nel cuore della provincia dell’Aquila.

È situata in un’area che sicuramente è stata abitata sin dal IX secolo a.C., età del ferro, e probabilmente anche da molto prima. Alcuni ritrovamenti, infatti, fanno ipotizzare un’occupazione risalente già alla precedente età del bronzo. I Vestini, i costruttori della necropoli di Fossa, erano una popolazione autoctona dell’area centrale della penisola italiana, più precisamente della zona che oggi si estende dal Gran Sasso fino al mare Adriatico.

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L’odierna Fossa si trova all’interno di un territorio che corrispondeva in parte all’antica città di Aveia, una delle “capitali” dei Vestini che entrò nell’orbita romana nel III secolo a.C. in seguito alla terza guerra contro i Sanniti, dei quali la città era alleata. Anche i Vestini, come altre popolazioni italiche, presero parte alla guerra Sociale nel 90 a.C.,  in seguito alla quale si videro riconosciuta la cittadinanza romana.

Il cimitero dell’antica città fu utilizzato come luogo di sepoltura per quasi un millennio, ma nonostante le diverse fasi di utilizzo del sito le tombe si sono conservate perfettamente. Le sepolture delle diverse epoche si mescolano senza disturbarsi, dai piccoli tumoli circolari alle monumentali tombe a camera (dromos) passando per i misteriosi menhir che le hanno fatto guadagnare l’appellativo di “Stonehenge d’Abruzzo”.

Proprio questo straordinario livello di conservazione delle sepolture, ha permesso agli archeologi e agli antropologi di studiare contesti originali o disturbati, che sono la fonte di dati in assoluto più attendibile per la ricerca scientifica.  

Proprio a proposito degli studiosi che hanno scavato e studiato questo meraviglioso sito, oltre al magistrale lavoro del dottor Vincenzo D’Ercole che dirige gli scavi dal 2001, è notevole il contributo di Gaetano Miranda, biologo e specializzato in Antropologia Fisica. Ha studiato per anni i resti provenienti dalle necropoli di tutto il centro e il sud Italia, con particolare attenzione ai casi abruzzesi. Ho parlato con lui, e le “chicche” che mi ha rivelato sono veramente interessanti.

Fossa

Per questa Necropoli la prima cosa che colpisce è che c’è un grandissimo rispetto, come già specificato, del culto dei morti. Qui la memoria storica viene sempre preservata, anche a distanza di diverse centinaia di anni. Considerando che, come detto, questa necropoli è stata in uso dall’VIII sec. a.C. fino al III sec. d.C., cioè un millennio di vita, non si trovano, se non i rarissimi casi, rimaneggiamenti delle tombe. Probabilmente infatti, dove si notano dei riutilizzi, possiamo parlare di casi di “profanazione classica” in cui cui un familiare del proprietario della tomba, nel momento della riapertura per seppellire nuovi cari defunti, accostava i precedenti morti in un angolo della stessa camera di sepoltura.

A Fossa le tombe sono ben distinte e ben visibili, e anche nei casi di riutilizzo si nota una profonda sensibilità nel trattamento degli individui precedentemente sepolti. Ad esempio le due grandi tombe a camera, quelle con i (noti) grandi tumuli, sono state sicuramente riutilizzate. Qui si può osservare un interessante fenomeno archeologico, quello della “riduzione tombale”: prendo le ossa che trovo e le sposto in un’urna di legno che riposiziono sempre all’interno della stessa tomba.

Si può quindi parlare di individui (almeno) della stessa linea familiare o di soggetti che avevano avuto un legame significativo in vita, altrimenti i corpi non sarebbero stati di certo lasciati all’interno della stessa tomba. Sul piano strettamente scientifico questa straordinaria integrità delle architetture è un fenomeno rarissimo. Il più delle volte, senza nessuna esitazione, le strutture di epoca successiva vengono costruite tagliando e distruggendo le costruzioni del periodo precedente (contenuti compresi: oggetti, morti, ecc…)

Su un piano strettamente antropologico dai resti ossei degli inumati di Fossa si possono trarre curiose conclusioni. Intanto, mi insegna Gaetano, la popolazione “stava male ma stava bene”. In che senso? I morti presentavano delle lesioni (da intendersi non esclusivamente come fratture, che comunque sono un tipo di lesione, ma come qualcosa di anomalo sulle ossa rispetto alla fisiologia standard: se un osso deve presentare determinate caratteristiche in condizioni perfette, una lesione è tutto quello che si discosta da tali caratteristiche) causate dal forte utilizzo del corpo per attività lavorative pesanti.

Si può addirittura specificare che ci si riferisce a sforzi fisici riconducibili alla sfera del lavoro di agricoltori: lesioni al cingolo scapolare (la spalla), lesioni dello sterno frontale del gran pettorale: il classico movimento per intendersi delle tirate al mento di quando si va in palestra che in antichità corrisponde allo sforzo fatto per tirare su il vomere quado l’aratro si incassa nella terra. O ancora eburneazione da stragola e calcagno, indicatore di prolungate azioni di camminamento, i talloni infatti erano molto usurati.

Non vengono invece riscontrante fratture tra gli inumati della necropoli di Fossa, se non in un unico caso di frattura indotta del cranio, tecnicamente uno scalottamento del cranio, causato da un taglio trasversale. Il soggetto in questione è stato colpito da una lama, probabilmente una spada di grandi dimensioni, da un altro soggetto certamente destrimane, la calotta cranica alzata è la parte sinistra quindi proprio sopra alla tempia sinistra. Esaminando la testa del fortunato si nota che questa spaccatura poi si è rimarginata fintanto che costui era in vita. Dato che nella parte interna del cranio non si rintracciano segni di fratture particolari, ma solo nella parte superiore che è stata rialzata, il fossolano non morì. Pare che un soggetto normale in un mondo senza antidolorifici non potesse essere fisicamente in grado di campare con simili lesioni al cranio ma il nostro amico invece continuò imperterrito a campare, certamente, con un fortissimo e costante mal di testa.

Tutte le altre lesioni rintracciate sugli inumati di fossa sono riconducibili esclusivamente al lavoro nei campi, anche quelle della colonna. Quelle studiate infatti sono tipicamente presenti in persone solitamente dedite al trasportare pesi o allo stare per molto tempo a cavallo (o comunque a dorso di animali, o sopra dei carretti). Certo è che tra tutti i sepolti non si riscontrano casi di morti aggressive o lesioni causate da azioni violente.

Per quanto riguarda le donne si nota subito una particolarità, non solo di Fossa, però, ma delle antiche donne abruzzesi in generale. Le signore al di sopra dei 35 anni (“che per quei tempi erano anziane, rassega ti Lì, c’hai un piede (proprio) nella fossa” cit.) hanno delle gravissime lesioni della colonna, una su tutte l’artrosi della prima e della seconda vertebra cervicale, note con i nomi di atlante e epistrofeo. Queste sono due vertebre particolarissime perché la prima, l’atlante, sorregge il cranio, la seconda, l’epistrofeo ha una forma simile alla prima ma presenta in aggiunta uno spuntone verso l’alto che aggancia proprio l’atlante per meglio supportare il peso del cranio e permetterci di ruotarlo fio a 180 gradi. Proprio grazie a questo meccanismo non possiamo girare la testa fino a 360 gradi.

“Ogni articolazione del nostro corpo è in realtà una cerniera perfetta che però cela un trucco per risolvere un problema evoluzionistico” (Gaetano Miranda)

 Quello che si capisce dalle lesioni di queste donne è quindi, che erano solite trasportare, per tutta la durata delle loro vite, carichi sulla testa. Come ci conferma la più tipica iconografia abruzzese, con la tipica donnina col cesto/vaso sulla testa. Beh, come si direbbe in Abruzzo: “l’ha sembr fatt”.

Altra particolarità dei morti di Fossa è un’usura anomala dei denti. Ciò indica gli antichi vestini, molto probabilmente, intrattenevano scambi con altre popolazioni con riferimento particolare al settore dei grani e delle farine. Spieghiamo. Il grano, com’è noto, per diventare farina deve passare attraverso una macina. Questo strumento però non era particolarmente conosciuto sulla costa Est dell’ Italia e gli abitanti di questo lato della penisola sicuramente lo avevano conosciuto interagendo con le popolazioni tirreniche. Ora, le macine si costruivano in silice, e ogni volta che venivano usate oltre a tritare il grano, lo sfregamento della pietra rilasciava all’interno della farina silice in polvere che, mangiata, usurava abnormemente i denti del consumatore tipico di questo prodotto.

Inoltre sono state rintracciate carie dovute all’utilizzo prolungato degli zuccheri raffinati (quindi non quelli naturali di frutta e verdura). Creare uno zucchero raffinato è molto complicato, bisogna quindi ipotizzare che se lo procurassero attraverso specifici scambi commerciali di cui probabilmente non avremmo mai avuto notizia senza le carie dei nostri antenati.

I menhir della necropoli di Fossa (AQ)

Bazzano

Dall’altra parte del fiume Aterno, a soli 5 km di distanza, c’è un’altra necropoli, quella di Bazzano, che racconta una storia completamente diversa.  Oggi l’Aterno è un rivoletto abbastanza misero d’inverno e decisamente secco d’estate, ai tempi invece, era un corso d’acqua poderoso che doveva costituire un limite evidentemente invalicabile date le evidentissime differenze tra le due necropoli, nonostante si parli dello stesso gruppo etnico, inoltre in fasi coeve.

Le caratteristiche sociali che si evincono dallo studio degli inumati bazzanesi sono completamente diverse. Fossa, una comunità tranquilla costituita per lo più di sono agricoltori che, ovviamente, aveva al suo interno dei marcatori sociali e una gerarchia, sono presenti tombe monumentali bellissime, corredi perfetti di guerrieri e monili preziosi per le signore, ma, di fatto, una comunità nel complesso tranquilla e dedita al lavoro, certamente poco bellicosa.

A Bazzano, stesso periodo (ricordiamo insediamenti coevi e sincroni), on si riscontra di certo la stessa cura nella preservazione della memoria storica del cimitero. Si trovano tombe tagliate fino a quattro metri di profondità con sepolture di età romana all’interno dei tumuli del ferro, ossa prese e buttate senza nessun tipo di criterio o di rispetto del morto,  un individuo addirittura a pancia i giù ributtato nella fossa, certamente in seguito a una morte violenta. Miscugli di corredi, donne o bambini con armi, uomini in posizioni anomale. Nonostante tutto questo però, il sito ci ha restituito dei ritrovamenti archeologici di incredibile bellezza come i letti in osso oggi conservati al Museo Delle Paludi di Celano (AQ).

Una cultura particolare, dunque, con  uno spiccato senso artistico dal punto di vista artistico (artigianato fine) e una notevole produzione di armi come asce o spade (dedizione alla lotta).  Sul 12% dei crani di Bazzano sono state riscontrate delle fratture non mortali su tutta la parte del cranio frontale e frontoparietale (la parte degli occhi e delle tempie).

Non sembrano colpi d’ascia dati a caso in una rissa, sono vere e proprie “mazzate” date per menarsi con tutte le intenzioni. Anche qui i sopravvissuti erano dei miracolati ma vivevano nella maggior parte trascinando gli strascichi di i ingenti danni celebrali. Spesso infatti si intaccava lo stesso cervello e la conseguente presenza di deficit funzionali di quest’ultimo. Sono state ritrovate inoltre le teste di mazza che combaciano esattamente con i bozzi sui crani degli antichi Bazzanesi. Si può ipotizzare una forma di divertimento “violenta” come una giostra o una quintana? Oppure sono lesioni casuali dovute al fatto che probabilmente questa comunità aveva maggiore confidenza con lo scontro fisico?

Certo è che di solito in guerra si colpisce per uccidere, invece nei giochi con prove e dimostrazioni di forza ci si colpisce ma non si ammazza, ci si fa molto male, si ma non si muore, in teoria.

Le altre lesioni riscontrate sulle ossa di Bazzano indicano inoltre un’altra differenza sostanziale con i vicini di Fossa, il sostentamento. Lesioni estranee a chi lavora la Terra, ma assolutamente note nelle comunità nomadiche o pastorali, quelle cioè che si spostavano i base alle esigenze del bestiame. Come per esempio le lesioni della tibia tipiche di chi è solito arrampicarsi su pareti scoscese proprio per seguire i percorsi degli animali in montagna.

Ecco quindi che abbiamo analizzato due necropoli a soli 5km di distanza, quella di Fossa e quella di Bazzano, sincrone, coeve. Così vicine e così diverse, a dimostrarci ancora una volta come la ricerca scientifica possa rivelarci verità che non ci saremmo mai aspettati di scoprire. Purtroppo oggi la necropoli di Bazzano non è più fruibile trovandosi al di sotto del nucleo industriale della città, Fossa invece è ancora visitabile.

Proprio quest’ultimo sito archeologico andrebbe valorizzato e studiato ancora di più. Fossa rappresenta un “unicum” nel panorama del cento Italia: con i suoi tumuli, o i menhir, fino a 20/22 sulle tombe a camera, di cui ancora si ignorano le origini e le ragioni della costruzione. Questa necropoli è una fotografia precisa e inimitabile di quella che era la popolazione che abitava quest’area, della storia atica d’Abruzzo e dell’Italia, già da molto tempo prima di Cristo.

La necropoli di Bazzano (AQ)

Scritto e realizzato da: The Walk of Fame magazine

Giornalista: Federico Falcone

Archeologa: Licia De Vito

Antropologo fisico: Gaetano Miranda

Tecnico video: Marco Di Gennaro

Questo articolo lo potete trovare anche su MyZona, l’app internazionale che strizza l’occhio ai luoghi più belli del mondo. “Dalla scoperta nascono sempre esperienze indimenticabili“.

Si ringrazia per la collaborazione l’assessore alla Cultura del Comune di Fossa, Giovanna Colagrande.

Un ringraziamento sentito, per l’ospitalità, al Comune di Fossa.

Per visite guidate: 349 782 0922 – Carla Ciccozzi

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Leggi anche “22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

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Ci siamo. Domani si celebra la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ma in antichità, i primi giochi olimpici, si tennero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Come ci ricorda il poeta Pindaro, vissuto nella stessa nazione tra il 500 e il 400 a.C., sono proprio queste le manifestazioni atletiche più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici”: Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei.

Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi.

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Indubbiamente, molti secoli prima dell’inizio dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica che era generalmente praticata. In Mesopotamia, in Egitto, per gli Ittiti. Centinaia di ritrovamenti archeologici attestano per tutta l’antichità la pratica del pugilato, della corsa dei cavalli e persino di giochi con la palla. Ma è in Grecia che l’agonismo si esprime in stretta connessione con la religione e con l’importanza dell’addestramento militare. Ogni cittadino greco doveva essere pronto a scendere in battaglia – l’esito dei conflitti dipendeva maggiormente dalle qualità fisiche- pertanto ci si allenava di conseguenza. La corsa potenziava la velocità e la resistenza; il salto l’agilità; i lanci potenziavano i muscoli e a lotta e il pugilato addestravano agli scontri corpo a corpo. Sono i greci che per primi istituiscono manifestazioni sportive con cadenza temporale regolare: ogni quattro anni si svolgevano gli agoni, il tempo tra i due eventi si chiamava Olimpiade. Tecnicamente e organizzativamente complessi, i Giochi non potevano certo esistere senza l’impianto rituale che vi era connesso.

I giochi atletici si svolgevano già in occasione dei funerali, specie se di personaggi importanti, eroi, la cui memoria viveva attraverso le imprese degli atleti; uno dei primi esempi sono proprio i giochi fatti in onore del defunto Patroclo a cui prendono parte tutti i mitici eroi greci, compreso Achille, raccontati nell’Iliade. Vita e morte erano due facce della stessa medaglia, in continua relazione dialettica tra loro. Gli atleti che partecipavano ai giochi traevano la forza proprio dagli eroi scomparsi, in onore dei quali si svolgevano le competizioni. Nell’Altis, il recinto di Olimpia, ardeva costante la fiamma sacra, simbolo della luce e della vita. Da qui nascono i culti agonistici che metteva in contatto il mondo della religione con quello dell’atletica. Per questo motivo (almeno inizialmente) i luoghi che ospitavano i principali giochi panellenici erano generalmente sede dei più noti luoghi religiosi. Durante lo svolgimento delle gare non si combattevano battaglie e non si dichiarava guerra. Sin dall’origine della manifestazione tutti i re acconsentivano a vivere in un periodo pacifico: la calma olimpionica.

Anche i romani organizzeranno dei Giochi Olimpici, Nerone ne indirà alcuni a cui tutti gli atleti dell’impero romano – compreso lui stesso- presero parte. La rapida cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo ebbe un’influenza determinante nel declino dei Giochi e alla loro inevitabile scomparsa. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio I soppresse per sempre questi agoni pagani, che ormai non avevano più motivo di esistere.

Copertina; anfora con pentatleti da Leida

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