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Musica

Nasci per perdere, vivi per vincere: chi era Lemmy Kilmister

Sophia Melfi

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Lemmy Kilmister era una rockstar figlia del suo tempo.

Nasci per perdere abbandonato ad una vita di pericoli, delusioni, incertezze, ma vivi per vincere e dimostrare la tua resilienza. È riassunta in questa breve e concisa frase la filosofia di Lemmy Kilmister ex frontman e bassista dei Motörhead che ricordiamo oggi, nel giorno del suo compleanno.

Lemmy Kilmister è considerato il re dei resilienti, un po’ come qualsiasi membro dei Rolling Stones o Ozzy Osbourne. Una vita fatta di sregolatezza e follia ha contraddistinto la sua giovinezza fino all’età adulta e oltre, quando allo scoprire della sua malattia terminale i medici notarono che Lemmy era in overdose di mirtilli.

Da sempre musica e stravaganza si accompagnano a braccetto nella storia di ogni musicista militante intorno agli anni ‘70/’80. Al giorno d’oggi, leggendo ad esempio l’autobiografia di Lemmy Kilmister, quasi rabbrividiremmo accecati dal velo di ipocrisia e finto buonismo che contraddistingue i nostri tempi.

Come sempre, per capire un personaggio o un dato periodo storico bisogna calarsi nel contesto e studiare a fondo cosa significasse vivere in quegli anni come una vera rockstar. E significava esattamente Lemmy Kilmister. Sesso, droga, rock ‘n roll. Niente di più, niente di meno. Un’intensa passione per la musica, per le donne e per l’ebrezza che era spesso fonte di ispirazione.

Nato anch’egli in un piccolo sobborgo nella contea inglese dello Shaffordshire, in condizioni disagiate, ci ricorda un po’ la storia dei Black Sabbath o degli Iron Maiden. Ci ricorda la storia di quegli uomini che, pur non avendo niente, sognavano di sbancare e di essere ricordati per sempre. Comprensibile dunque l’abisso di follia e stranezze nel quale la carriera di Lemmy sprofonda in breve tempo. Cacciato dagli Hawkwind per possesso di anfetamine, il bassista inaugura in maniera definitiva la sua scesa verso l’olimpo del rock con i Motörhead tra successi indomabili e rianimazioni per collassi durante i concerti.

Nonostante le follie memorabili di quest’uomo, tra le quali ricordiamo un tentativo di purificare il suo sangue, ormai definito dai medici “non umano”, con delle trasfusioni, Lemmy non ha mai tradito la sua dura immagine e la sua passione pura per la musica.

Si può definire un classico esempio di self made man, un uomo che dal nulla si è fatto da solo inciampando, cadendo, rialzandosi di continuo. Un uomo rude e bizzarro che non amava abbandonarsi agli affetti troppo sentimentali e che, da sempre, si è distinto per la sua caparbietà e determinazione. E se è meglio bruciare e spegnersi piuttosto che svanire nel nulla, la leggenda del frontman dei Motörhead sembra essere ancora viva e destinata a perdurare.

Come sosteneva egli stesso: “Se dovessi morire domani, non avrei alcun timore. Me ne sarei andato facendo ciò che amo, nessun rimpianto. È stato un viaggio fantastico.”

Born to lose, live to win.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

Musica

Janis Joplin, cinque tracce dell’icona rock che hanno segnato un’epoca

Una breve carriera, stroncata a 27 anni ma caratterizzata da una voce graffiante, arrabbiata, travolgente e piena di tutta l’anima del blues rock

Luigi Macera Mascitelli

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Gli anni ’60: un periodo di grandi trasformazioni politiche, economiche e generazionali. L’epoca dei Beatles, di Jimi Hendrix, di Jim Morrison e dei The Doors, della rivoluzione hippie… Il grande dito medio in faccia ad una società fin troppo bigotta e borghese, con tutti i suoi schemi prestabiliti e confezionati. Un calderone in cui forze contrastanti diedero vita ad un’epoca in cui la musica divenne portavoce della nuova generazione. É in questo contesto che vide la luce la voce del soul e del blues rock: Janis Joplin.

Nata in quel lontano 19 gennaio 1943 e cresciuta ribelle sin da quando era in fasce. Destinata ad essere parte integrante di quel turbolento periodo. Soprattutto per essere stata una delle poche nel mondo della musica ad aver mandato a quel paese lo stereotipo femminile dell’epoca che vedeva la donna subordinata e relegata in casa ad accudire i figli. Ecco, il dito medio di cui parlavo prima.

Una breve carriera, stroncata a 27 anni ma caratterizzata da una voce graffiante, arrabbiata, travolgente e piena di tutta l’anima del blues rock. Oggi Janis Joplin avrebbe spento 78 candeline e per ricordarla non potevamo non riproporre una lista delle 5 tracce che l’hanno marchiata a fuoco nella storia della musica. Ovviamente senza ordine di importanza e a carattere soggettivo. Buona lettura e buon ascolto!

Maybe (1969)

Tratta da I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!, il primo album solista della Joplin. Una delle migliori performance canore nella quale la voce dall’artista si scioglie all’interno della melodia, per poi graffiare e di nuovo mescolarsi. La traccia è un continuo ossimoro in cui il blues e il soul si incontrano, mentre le orchestrazioni jazz in sottofondo regalano un mood vibrante e profondo.

Me and Bobby McGee (1970)

Inizialmente scritta dal cantante country Kris Kristofferson ed intitolata Me and Bobbie McGee, poiché dedicata ad una donna. La Joplin la incise nuovamente nel 1970, pochi giorni prima della morte, cambiando il nome in Bobby e riadattando alcune parti del testo. La traccia venne poi inserita in Pearl, l’ultimo album della cantante, pubblicato postumo nel 1971. Il brano scalò le classifiche americane e mondiali, e mostrò una Janis in versione country pressoché sbalorditiva, al pari di Johnny Cash.

Cry Baby (1970)

Anch’essa estratta dall’album Pearl. Il brano racconta del dolore di una donna lasciata dal suo uomo, di cui lei è ancora follemente innamorata. La Joplin interpreta questo sentimento con un pathos senza eguali, quasi urlando dalla disperazione, per poi chiudersi in quello che sembra un pianto. La bellezza struggente del testo si fonde con una performance da brividi che fa scendere le lacrime. Inutile dire che questa sia una delle migliori prove canore mai affrontate dall’artista.

Summertime (1968)

Il brano venne scritto nel 1935 da George Gershwin. Esistono diverse cover famosissime dello stesso, tra cui quella della Joplin. La registrò quando ella ancora militava nei Big Brother & The Holding Company e subito divenne un simbolo della scena hippie. Janis si ispirò quasi sicuramente alla versione del 1936 di Billie Holiday, storica cantante jazz e blues. In questa ninna nanna la Joplin è sensuale, dolce ma allo stesso tempo fedele al suo mood irriverente, rabbioso e ruvido.

Piece Of My Heart (1968)

Quando pensiamo a Janis Joplin, automaticamente Piece Of My Heart è il primo brano che viene in mente. In questa versione rock c’è tutta l’anima ribelle e sfrontata dell’artista. Un solo ascolto basta per capire come mai sia divenuta una voce leggendaria. Qui è lei la vera protagonista, a tal punto che la sua performance canora rese immortale ed unico il blues rock dei Big Brother. Non è un caso che l’album Cheap Thrills occupò il primo posto nella classifica americana dei più venduti dell’anno. Un vero e proprio fuoco che brucia di passione, ribellione e libertà.

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Waiting on a War, il brano dei Foo Fighters per guardare oltre la paura

Redazione

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Sulla scia di No Son of Mine, i Foo Fighters aggiungono un altro tassello di “Medicine at Midnight” , con il nuovo singolo Waiting on a War, già disponibile in digitale e da venerdì 22 gennaio in rotazione radiofonica.

Il nuovo album “Medicine At Midnight”,  in pre-order qui uscirà il prossimo 5 febbraio in diverse versioni: digitale, CD e vinile.

Prodotto da Greg Kurstin e dai Foo Fighters, registrato da Darrell Thorp e mixato da Mark “Spike” Stent, “Medicine At Midnight” racchiude in 37 minuti 9 tracce.

Si tratta del decimo disco della band che quest’anno ha festeggiato 25 anni di carriera costellata da dozzine di Grammy, numerosi premi, riconoscimenti e concerti in tutto il mondo. 

In netto contrasto con la dichiarazione «final f*ck you to 2020» che accompagnava “No Son of Mine”, “Waiting on a War” è invece una maestosa opera melodica con un crescendo continuo che esplode nel finale.

Dave Grohl ha raccontato il personale aneddoto che l’ha ispirato per la canzone

“Da bambino, cresciuto nei sobborghi della capitale Washington, ho sempre avuto paura della guerra. Avevo incubi di missili nel cielo e di soldati nel cortile. Incubi molto probabilmente provocati dal clima di tensione politica dei primi anni Ottanta, così come dal fatto che vivevo a due passi dal Campidoglio. Ho passato la giovinezza sotto la nuovola oscura di un futuro senza speranza – commenta Grohl – Lo scorso autunno, mentre l’accompagnavo a scuola, mia figlia di 11 anni si è girata verso di me e mi ha chiesto: “Papà, ci sarà una guerra?” Mi si è stretto il cuore mentre guardavo i suoi occhi innocenti. Di fatto, mi sono reso conto che lei ora sta vivendo sotto quella stessa nuvola di un futuro senza speranza. La stessa mia percezione di 40 anni fa.”

Proprio quel giorno ho scritto “Waiting On a War”. Ogni giorno ti aspetti che il cielo cada. Cosa c’è di più di questo? Cosa c’è oltre questa attesa? Ho bisogno di guardare oltre. Tutti ne abbiamo bisogno. Ho scritto questa canzone per mia figlia Harper che merita un futuro, proprio come ogni bambino.”

Tracklist “Medicine At Midnight”

  1. Making a Fire
  2. Shame Shame
  3. Cloudspotter
  4. Waiting on a War
  5. Medicine at Midnight
  6. No Son of Mine
  7. Holding Poison
  8. Chasing Birds
  9. Love Dies Young

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Attualità

Jon Schaffer in stato di fermo dopo l’assedio al Campidoglio

Redazione

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Alla fine è successo: il chitarrista degli Iced Earth, Jon Schaffer si è costituito ieri alle autorità federali e al momento è in stato di fermo. Era ricercato dall’Fbi per aver partecipato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Su di lui pendono ben 6 capi di accusa. Lo rende noto WishTv.

Al momento delle proteste, Schaffer è stato fotografato con un cappellino degli Oath Keepers, un’organizzazione anti-governativa di estrema destra composta da decine di migliaia di persone tra membri attuali o veterani delle forze armate, che si autodefiniscono come “difensori della Costituzione degli Stati Uniti” e rifiutano di rispondere agli ordini se da loro considerati in violazione della stessa.

Non è comunque la prima volta che il leader degli Iced Earth ha partecipato ad una manifestazione pro Trump. Già il 15 novembre in una sfilata il vocalist avrebbe rilasciato pesanti dichiarazioni alla giornalista del Die Welt Carolina Drüten (link qui per maggiori info).

L’immagine di Jon Schaffer ha creato molto scalpore all’interno della community metal mondiale. Molti sono i fan che hanno manifestato il loro sdegno sul profilo Instagram dell’artista.

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