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Quarant’anni di Iron Maiden: uno schiaffo al punk londinese

Sophia Melfi

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Iron Maiden’s gonna get you, no matter how far!

Compie oggi quarant’anni l’omonimo album d’esordio degli Iron Maiden, emblema della primordiale era dell’heavy metal britannico e autentico masterpiece che ancora oggi, a distanza di tutto questo tempo, suona fresco e originale come quel 14 aprile del 1980. Il ritornello della title track “Iron Maiden” sembra profetizzare l’impetuoso successo di una band che, dopo quattro decadi sulle spalle, continua a entusiasmare vecchie e nuove generazioni come un libro datato e polveroso, ma ancora accattivante e in grado di trasportarci in un altro mondo, quello che noi amiamo, quello delle emozioni incondizionate provocate dal nostro genere musicale preferito.

Un disco che ha letteralmente stravolto i canoni della musica punk del tempo, rinnovando un genere come l’heavy metal e dando ampio respiro a un filone come il progressive che fino a quel momento viaggiava su binari standardizzati e sicuri

Siamo nella Londra del 1980. Scordiamoci l’indie e il pop. Scolleghiamoci dall’idea che abbiamo della metropoli cosmopolita contemporanea e sintonizziamoci con il passato. La primissima volta che ho ascoltato il disco, sono stata immediatamente trasportata a Camden Town, nel suo affollato mercato alternativo pieno di musica, tipi strambi e negozi di anfibi e tatuaggi. Lo scenario che mi si prefigurava quindi era il più completo trionfo del punk e di band come The Clash e Sex Pistols e una gioventù di irriverenza e sregolatezza al loro seguito.

Piccola nota a margine: il 1980 è anche l’anno d’uscita di Sandinista! quarto album in studio dei The Clash. Il titolo trae origine dalla rivolta dei guerriglieri sandinisti del Nicaragua avvenuta nel 1979, durante la quale era stato destituito l’allora presidente Anastasio Somoza Debayle. In particolare, si trattava di una critica rivolta al tentativo della leader del partito conservatore britannico, Margaret Thatcher, di abolire l’uso del termine “sandinista” perché provocatorio e inadeguato.

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A giugno dello stesso anno viene pubblicato il singolo “Sanctuary”, originariamente non incluso nell’edizione europea dell’album. La copertina – guarda caso – raffigurava Eddie che brandiva un coltello sulle spoglie del primo ministro inglese Margaret Thatcher, generando fior di polemiche e censure. Eddie “The Head“, trovata geniale del disegnatore Derek Riggs, trionfo iconoclasta di Steve Harris, Dave Murray, Paul Di Anno, Clive Burr e Dennis Stratton, la prima line up della band. Un simbolo diventato ben presto effige del gruppo inglese, dai più emulato ma mai con altrettanto successo. Gli Iron Maiden, infatti, prima di altri illustri colleghi, furono in grado di cogliere l’importanza dell’immagine e del merchandising. Meglio di loro, forse, solamente i Kiss.

L’otto novembre, viene pubblicato il singolo “Women in Uniform” la cui copertina raffigura nuovamente la Thatcher, questa volta armata di mitra e in attesa di vendicarsi di Eddie che cammina indisturbato assieme a due prostitute.

Se da un lato l’ascesa della band appare ostacolata dal punk che imperversava a Londra in quegli anni, dall’altro ne riprende i toni irriverenti e – soprattutto in Iron Maiden – lo spirito di ribellione che si respira in tutti i brani dell’omonimo disco d’esordio

Con tanta fatica e un solo EP autoprodotto alle spalle (The Soundhouse Tapes), finalmente nel 1979 una delle copie di “Prowler” finisce nelle mani giuste, ovvero in quelle del manager Rod Smallwood che sancisce e ufficializza l’ingresso della band nella New Wave Of British Heavy Metal. Di lì a poco i Maiden si trovano a suonare come spalla ai Motörhead e al loro primo concerto al Marqee Club di Londra. Freschi di pubblicazione dei singoli “Running Free”, “Phantom Of The Opera”, e “Iron Maiden”, la band cavalca l’onda del successo e della notorietà ottenuta. Segue ben presto il primo tour ufficiale, il Metal for Muthas Tour e Europe 80, in cui ebbero l’occasione di aprire il British Steel Tour dei Judas Priest.

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Fin da subito le sonorità della band appaiono chiare, così come i rimandi alla storia, alle leggende e alla letteratura, nonostante manchino ancora un paio d’anni prima dell’arrivo del cantante Bruce Dickinson. Lo testimoniano le atmosfere sofferte di “Remember Tommorrow”, brano dedicato alla scomparsa del padre di Paul Di’ Anno, “Running Free”, l’immancabile grido di libertà della band, la ballata “Strange World” tratta da un mondo fantastico immaginato da Steve Harris e tante altre.

Di una band con 45 anni di carriera musicale alle spalle ci sarebbe tanto da raccontare e da interpretare, ma preferiamo celebrare il quarantesimo anniversario di Iron Maiden semplicemente immergendoci in un’altra epoca grazie all’ascolto della loro musica perpetua e incorruttibile.

A look at love, a dream unfolds. Leaving here you’ll never grow old

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

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36 anni di Born in the Usa, l’inno generazionale che non invecchia mai

E’ tra gli album rock più conosciuti al mondo, la sua title track è stato un inno generazionale capace di trascendere i confini degli Stati Uniti per conquistare quelli globali, ha rinverdito la poetica del nativo di Long Breach. “Born in the Usa”, masterpiece di Bruce Springsteen, compie oggi trentasei anni dalla sua pubblicazione.

Federico Falcone

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E’ tra gli album rock più conosciuti al mondo, la sua title track è stato un inno generazionale capace di trascendere i confini degli Stati Uniti per conquistare quelli globali, ha rinverdito la poetica del nativo di Long Breach dopo il mezzo passo falso (commercialmente parlando) di “Nebraska” e si è collocato come pietra miliare degli anni ’80. “Born in the Usa“, masterpiece di Bruce Springsteen, compie oggi trentasei anni dalla sua pubblicazione.

Un album che, esattamente come il suo artefice, non vuole saperne di invecchiare un giorno e che anche oggi, alla luce dei recenti accadimenti nella patria dello Zio Sam, a seguito dell’uccisione di George Floyd, riveste un significato ancora più particolare. In “Born in the Usa” Springsteen canta il suo personalissimo tributo ai soldati a stelle e strisce coinvolti nella guerra del Vietnam, tra chi non ce l’ha fatta a tornare a casa e a chi, pur tornandoci, non è stato più lo stesso. Ma anche spaccati di vita comune, di politiche fallimentari, di amori e delusioni, di coraggio e forza d’animo, della working class e di chi ha reso, e avrebbe potuto, rendere grande l’America.

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Quel sogno americano tanto conflittuale e contraddittorio, quella terra che esaltava la libertà ma che doveva fare i conti con la guerra e che ancora oggi ha un conto in sospeso con quella piaga sociale chiamata razzismo. Cambiano gli anni, passano le decadi, ma alcune dinamiche sembrano lungi dall’essere estirpate. Springsteen pronunciò queste parole nel 1984, nel corso di un’intervista promozionale all’uscita del settimo disco in studio:

Penso che la gente abbia bisogno di provare sentimenti positivi nei confronti del proprio Paese. Ciò che sta accadendo ora, a mio parere, è che questo bisogno — che è una cosa bella — viene manipolato e sfruttato“. Più di tre decenni dopo sono tremendamente attuali. Parlava in riferimento ai due conflitti armati, quello del Vietnam e quello dell’Iran (in entrambi i casi gli States non ne uscirono affatto bene) e dello scandalo Watergate, ma anche di come la società statunitense fosse instabile da un punto di vista emotivo e culturale, alla ricerca di un appagamento esterno dalla violenza e dal disordine.

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“Born in the Usa” fu da subito un successo commerciale ma il Boss respinse con decisione le opinioni di chi vedeva in questo titolo una sorta di appartenenza nazionalista (al giorno d’oggi diremmo sovranista) e, addirittura, una strizzatina d’occhio all’America repubblicana. Bruce Springsteen repubblicano? O anche solo un simpatizzante di tale corrente politica? Non scherziamo, per favore. Accuse, illazioni, critiche, pareri…tutto respinto al mittente con forza e decisione. Il Boss appartiene al popolo, alla sua gente, ai suoi amici e alle sue schiere di fans. Il linguaggio del rock è universale e non classificabile e così ogni tentativo di strumentalizzazione venne smorzato sul nascere.

Delle dodici tracce presenti al suo interno, sette divennero singoli, tutti pubblicati tra il maggio del 1984 e il settembre del 1985. Una hit dopo l’altra, un successo planetario senza precedenti per Springsteen, precedentemente esploso con “Born to run” e il doppio “The River”. “Dancing in the dark“, “Cover me“, “Born in the Usa“, “I’m on Fire“, “Glory Days“, “I’m goin’ down” e “My Hometown” proiettarono Bruce verso l’infinito e oltre. Brani, questi, che anche nei tour attuali sono quasi sempre presenti, a testimonianza di come, nonostante il peso degli anni sulle spalle, non abbiano perso nulla del loro fascino.

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Harold Smith di Twin Peaks: origini, echi e la tragica morte del cantante dei Boston

Francesca Lucidi

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Il personaggio di Harold Smith compare per la prima volta a Twin Peaks negli episodi della seconda stagione.

La famosa e oscura serie firmata dal regista David Lynch si affaccia nel 1990, per sconvolgere un’intera generazione. Lynch alla vigilia dell’uscita della terza stagione nel 2017… 25 anni dopo, come promesso, ha dichiarato di essere ancora molto fiero della puntata pilota e di avere delle perplessità sul secondo capitolo di Twin Peaks.

Il mistero della piccola città e dei suoi abitanti è fitto; ancora oggi i fanatici della serie discutono sulle interpretazioni multiple, su cui Lynch ha sempre giocato, riguardo a eventi e personaggi. Harold Smith rientra nel calderone delle misteriose sostanze messe insieme da Lynch per creare una disturbante fauna di creature inquiete, ambivalenti.

Il ruolo di Harold è interpretato da Lenny Von Dohlen: attore di cinema e teatro, ancora oggi adatto a rivestire i panni di personaggi affascinanti, e decisamente dark, come nell’episodio della serie Criminal Minds del 2019 intitolato “La musica nel sangue”.

Dohlen ha un viso alla Norman Bates: ci inquieta e ci invita ad eleganti e sussurranti atmosfere che nascondono ombre abili a oscurare i suoi chiari occhi ammalianti.

Il personaggio di Harold Smith è stato scritto e ideato da Harley Payton, produttore e sceneggiatore che ha lavorato per Twin Peaks in entrambe le vesti. Payton, per la sua scrittura cinematografica, ottenne anche una nomination agli Emmy Award.

Harold è un giovane bello in modo inusuale: è esile, quasi femmineo. Entra nella storia perché, lui, custodisce un inestimabile tesoro di segreti che… non posso svelare se ci saranno curiosi che non hanno visto Twin Peaks e vorranno cimentarsi in questa sfida psichiatrica e visionaria. Harold non esce da casa. Harold soffre di una forma terribile di agorafobia: le cause sembrano sconosciute e su questo si è molto discusso… collegando alcuni sassolini, gettati da Lynch, all’attività instancabile degli spiriti della Loggia Nera. Il giovane viene raggiunto da Donna, la migliore amica di Laura Palmer: la protagonista morta ma così presente, trent’anni fa e ancora oggi. Il rapporto instauratosi tra Donna e Harold svela passato, presente e futuro; sarà anche ciò che determinerà le sorti del ragazzo: un giovane uomo molto più grande di Donna, disturbato ed estremamente intelligente; amante delle donne e amato dalle donne… sottile carnefice e al contempo vittima.

Ciò che è interessante su Harold, oltre al suo ruolo assolutamente fondamentale nella diegesi, è la sua nascita nella fantasia di Harley Payton. Il giovane non esce da casa, è tremolante in ogni suo comportamento e ipocondria, tiene dei quaderni con la storia di molte donne che con lui si sono confidate… e, per alcune, ciò è nato nella condivisione di rapporti carnali: sempre consumati nella fortezza di orchidee di Harold. La morte ha un ruolo nel piccolo mondo di Harold, una morte violenta e disperata. Tutto questo ha un antecedente realmente esistito: Payton si è ispirato ad Arthur Crew Inman.

Inman fu un mediocre poeta americano, solitario e assai particolare. Nato nel 1895 da una ricca famiglia di Atlanta, ereditò una grande fortuna derivata dalla coltivazione e dal commercio di cotone. Abbandonò il college dopo due anni per un esaurimento nervoso e si sposò con Evelyn Yates nel 1923. Pubblicò senza successo diversi volumi di poesia; decise poi di trasferirsi a Boston.

Spinto dalla paranoia e dall’ipocondria acquistò innumerevoli immobili per circondarsi di spazi che attutissero i rumori esterni. Buio, isolamento e fobie… In queste atmosfere tetre e asfissianti, Inman ospitò diversi lavoranti e personaggi che conduceva nelle sue stanze per registrarne i pensieri e le testimonianze. Sembra che la moglie fosse al corrente delle relazioni sessuali che Inman intraprendeva in quelle occasioni. L’uomo tentò più volte il suicidio, fino a che il 5 dicembre del 1963 i rumori della costruzione della Prudential Tower divennero così insopportabili da spingere Inman a togliersi la vita, definitivamente: si sparò con un revolver e riuscì, alla fine, a liberarsi dalla sua tormentata esistenza.

Il poeta suicida lasciò 155 volumi di diario. Nonostante il suo scarso talento come poeta, Inman attirò l’attenzione dopo la sua morte proprio per i suoi diari: il professore di letteratura inglese di Harvard Daniel Aaron ne pubblica una prima edizione, in due volumi, nel 1985. L’edizione in un unico volume esce nel 1996. Il TIME recensisce i diari apostrofando Inman come “megalomane”, “misogino”… la documentazione lasciata da Inman viene comunque giudicata da alcuni storici come importante per le testimonianze e l’ampia panoramica sulla società e le menti del tempo.

I parallelismi con Harold Smith sono, chiaramente, innumerevoli.

Il personaggio di Smith si “congeda” da Twin Peaks con una frase che resterà tra le più inquietanti, tristi e intriganti della serie: “J’AI UNE ÂME SOLITAIRE” (tradotto nella serie come “SONO UN’ANIMA SOLITARIA”).

Twin Peaks tenne incollate persone di ogni età ed estrazione sociale… e alcune frasi echeggiano ancora oggi. Spesso i fan accaniti della serie sviluppano una vera e propria mania e numerosi volumi sono stati scritti per approfondire misteri, luoghi e personaggi.

Viene citato da fandoms e siti di amanti di Twin Peaks un triste collegamento: il suicidio del cantante della band hardrock BOSTON, Brad Delp. I Boston sono noti, soprattutto, per il grande successo More Than a Feeling: singolo principale dell’album BOSTON del 1976.

Brad Delp si suicida, con il monossido di carbonio, il 9 marzo del 2007. Nei giorni successivi, vengono resi noti i messaggi di addio lasciati dal cantante. Sul colletto di Delp viene trovato un foglietto con la frase “MR. BRAN DELP. J’AI UNE AME SOLITAIRE. I AM A LONELY SOUL”.

Altri messaggi sono stati trovati in varie parti della casa per chiarire che la decisione di togliersi la vita non dipendeva da altri ma dall’aver perso “il desiderio di vivere”. Delp si sarebbe dovuto sposare l’estate successiva, con la fidanzata Pamela Sullivan. Anche nel caso di Delp, come in quello di Harold, molte ipotesi sono state fatte e si è puntato il dito verso la band, verso i familiari…

C’è un sotteso collegamento tra tante anime, perché nessuna svanisce, probabilmente.

Laura Palmer e Harold Smith sono finzione… Inman e Delp persone reali. La finzione, però, non rende meno reali le sue creature perché esse sono racconti, sono vite… e sono SIMBOLI.

L’isolamento è un parassita divoratore, e mai si deve perdere “l’occhio” verso l’altro; specialmente in questo momento storico.

“Così tante persone sono venute e se ne sono andate

Le loro facce svaniscono col passare degli anni

Eppure mi stupisco ancora come siano

chiare come il sole nel cielo d’estate.”

(More than a Feeling, BOSTON)

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Auguri Clint Eastwood, 90 anni da immortale

Il nativo di San Francisco è una tra le colonne portanti del cinema internazionale e della settima arte più in generale, uno dei nomi più autorevoli del settore e personaggio di spicco anche al di fuori del set

Federico Falcone

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Rispondete a questa domanda: quando leggete il suo nome, quando guardate i suoi occhi di ghiaccio, quando scrutate il suo ghigno, a cosa pensate? Qual è il primo pensiero che vi balza alla mente in presenza di sua maestà Clint Eastwood? Il nativo di San Francisco è una tra le colonne portanti del cinema internazionale e della settima arte più in generale, uno dei nomi più autorevoli del settore e personaggio di spicco anche al di fuori del set. Controverso, direte voi. E’ vero, rispondiamo noi. Lo è. Ma se non lo fosse, beh, non sarebbe Clint Eastwood. E compie 90 anni. Una leggenda che non vuole saperne di mollare un centimetro della sua vita, della sua carriera e del suo tempo al cospetto di madre natura e del dio Kronos.

Attore, regista, produttore. Più di quaranta pellicole girate, le prime delle quali, quelle che lo hanno lanciato verso il successo, recitate nella polvere del Far West. Camperos con speroni d’acciaio, cinturone, cappello calato sopra la fronte a lasciare intravedere uno degli sguardi più riconoscibili della storia del grande schermo, lungo sigaro in bocca e battute limitate allo stretto indispensabile. Presenza scenica da bucare lo schermo, non solo per il suo metro e novantatré centimetri di altezza, ma anche grazie a un carisma impagabile e a un fascino straordinario.

Un talento cristallino messo in luce dal sodalizio con Sergio Leone nella “trilogia del dollaro”. “Per un pugno di dollari“, “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo“, fanno di Eastwood un attore di fama internazionale, presto consolidata e spesso ricercata. Un binomio che continua ad affascinare anche ora, a distanza di quasi sessanta anni, e che continua a influenzare attori e registi emergenti. Il ruolo ci cowboy continuerà a interpretarlo per diversi anni, ma nel 1971 la consacrazione arriva con “Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo“, primo capitolo della saga poliziesca che produrrà altri quattro capitoli (1973, 1976, 1983, 1988).

Sempre negli anni Settanta avviene il passaggio dietro la macchina da presa. Firma le sue prime pellicole, “Brivido nella notte“, “Lo straniero senza nome“, “Assassinio sull’Eiger“, “Il texano dagli occhi di ghiaccio“, “Firefox, Volpe di ghiaccio“. Produzioni, queste, che valgono l’interesse degli addetti ai lavori che controbilanciano così le scarse attenzione verso l’Eastwood attore, talentuoso certamente, ma mai realmente convincente. Giudizi che fanno storcere il naso e che lasciano quantomeno perplessi, pur se rapportati agli standard e alle critiche dell’epoca.

Clint riesce a mantenere senza grosse difficoltà la doppia vita di attore e regista. E sempre con discreto successo, come negli anni Ottanta. Nei ’90, invece, spicca il volo una volta per tutte. Nel 1992 gira “Fuga da Alcatraz” e nel 1993 “Gli Spietati“, e proprio come regista vince l’Oscar come “Miglior Regista” e “Miglior Film” per “Gli Spietati”, pellicola con cui riceve anche la nomination a “Miglior Attore Protagonista”. Negli anni Duemila fa incetta di capolavori. “Million Dollar Baby” sbanca agli Oscar del 2005 con ben quattro statuette su sette nomination: “Miglior Film”, “Miglior Regia”, “Miglior Attrice Protagonista” e “Miglior Attore non protagonista”.

Poi c’è la visione della guerra (le cui mai celate simpatie repubblicane gli hanno spesso creato non pochi problemi). La battaglia di Iwo Jima vista da due prospettive, quella giapponese e quella americana, in “Letters from Iwo Jima” e “Flag of our Fathers“, sono tra i più grandi successi della decade, esattamente come “Gran Torino” con cui vinse il David di Donatello per il “Miglior Film straniero”. “Sully“, “American Sniper“,”Invicuts” e gli ultimi “Il Corriere – The Mule” e “Richard Jewell” completano una carriera straordinaria, impossibile da raccontare solo a parole.

Non sarebbero sufficienti fiumi di inchiostro per testimoniare e sottoscrivere l’importanza che Clint Eastwood ha avuto, ed ha, all’interno del mondo del cinema. E che continuerà ad avere, perché è andato oltre, troppo oltre il ruolo nello star system. E meno male, altrimenti non sarebbe Clint Eastwood.

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