I Migliori Film del 2020

Sarebbe banale iniziare dicendo che questo è stato l’anno più nefasto del secolo, finora. Con il nostro magazine abbiamo cercato di raccontare, in un libro, la pandemia in tutte le sue declinazioni. L’occhio di riguardo era e rimane rivolto ai campi artistici e dell’intrattenimento, che sono stati duramente colpiti dalla pandemia – e che ancora adesso subiscono l’assenza di sussidi e attenzioni da parte del governo.

Anche il cinema ha vissuto un anno di difficoltà e di cambiamenti: abbiamo scoperto lo streaming come forma forzata di distribuzione, per pellicole nate per la sala cinematografica, ma che la sala non l’hanno mai potuta vedere. Tanti altri film che attendevamo con ansia sono stati rimandati. Il 2021 si aprirà come l’anno che – pandemia permettendo – porterà alla luce le pellicole nascoste dalla diffusione del virus.

Diamo quindi un’occhiata a quali sono stati – secondo il nostro punto di vista, c’è da dirlo? – i migliori film usciti quest’anno, in Italia e all’estero, in ordine sparso – non ne possiamo più delle classifiche.


TOLO TOLO – Checco Zalone

Quest’anno il film italiano più bello è stato Tolo Tolo di Zalone, dimenticato da tutti per rincorrere gli isterismi del momento: sceneggiature in protolatino e drammetti in romanaccio.
L’esordio alla regia di Luca Medici (alias Checco Zalone), che firma il soggetto insieme a Paolo Virzì, è una straordinaria prova di maturità dell’attore pugliese, dopo l’ottimo esordio nel 2009 e i terrificanti lavori successivi.

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Una dimensione finalmente cinematografica e una comicità più sottile e ponderata, ma soprattutto personaggi tridimensionali e un intreccio ben costruito, che tradisce però la tradizione imbastita con i precedenti film: lo Zalone di Tolo Tolo non impara mai la lezione, rimanendo fedele ai suoi bassi principi fino all’ultimo secondo.

Contornato da ottimi momenti musicali – dagli stacchetti acquatici alla Esther Williams a momenti slapstick irresistibili, fino a un inaspettato e meraviglioso finale animato –, il film di Zalone è uno scherzo di un’ora e quaranta minuti ai danni di chi – con la canzone ‘Immigrato’ – aveva sperato in un film anti-porti. La sorpresa è stata, soprattutto, non trovare un film politico, ma una commedia solidissima con cui Zalone si toglie di dosso la fetta più idiota del suo pubblico abituale.


ODIO L’ESTATE – Massimo Venier

Non ci aspettavamo più nulla da Aldo, Giovanni e Giacomo, il trio milanese che tra gli anni ’90 e i primi del 2000 ci ha fatti innamorare della loro poetica terrena e quotidiana. Per loro ormai parlano i numeri, e ai numeri dobbiamo fermarci se vogliamo abbracciare l’onda di entusiasmi che ha coinvolto tutta la critica italiana per questo nuovo film, “Odio l’estate”.

Quasi 700.000 iscritti su YouTube e un fortunatissimo tour per i 25 anni di attività, sold out in tutta Europa, una vera e propria festa in grande. Eppure l’aria che si respira riguardando quelle brutte copie dei loro pezzi storici è quella di una festa d’addio prima della pensione, in ufficio, circondati dai colleghi ricordando i bei momenti che furono. Certamente quello di Massimo Venier è un ritorno gradito, ma gradiamo soprattutto la mancanza di Silvana Fallisi – in Chiedimi se sono felice si è presa una testata, il punto più alto della sua carriera e un sospiro di liberazione per lo spettatore.

Aldo è la voce narrante, oltre che uno dei protagonisti. Sua moglie, Maria Di Biase, sospetta che nasconda un segreto dopo aver consultato i tarocchi. Lucia Mascino è una madre perbenista sposata con Giacomo, fresco del premio per il dentista dell’anno. Giovanni è sposato con Carlotta Natoli. Fa l’artigiano di stringhe e suole, non ama ridere e adora l’ordine.

Giacomo è un vecchio che gioca a fare il vecchio, come quando aveva trent’anni. Giovanni gesticola, Aldo canta (e per una volta non urla) ed è innamorato di Massimo Ranieri – in un bel cameo nel finale. Michele Placido è invece un carabiniere svogliato. Patisce la noia. Tutto sommato, una ricetta felice per un film che non riesce a invertire del tutto la marcia inserita dagli ultimi lavori – una certa prevedibilità nell’esito delle vicende, un ritmo incerto – ma che fa sentire il tocco di un regista di livello come Massimo Venier, sempre in grande spolvero quando collabora con il trio.


TENET – Cristopher Nolan

La prima grande produzione a cavalcare le sale cinematografiche dopo il lungo ciclo di quarantena. Lo attendevamo con ansia, nonostante la firma sia di un regista dalla filmografia galoppante (Un Batman incerto, il magnifico Dunkirk e il terrificante Interstellar), e ci ha soddisfatti nella volontà di essere meno nolaniano di quanto pensassimo.

Qualche richiamo al cinema di spionaggio vecchio stampo, ma Tenet è un film moderno, solidissimo, capace di accontentare ogni tipo di pubblico. Ognuno trova ciò che cerca ed esce soddisfatto dalla sala del cinema, per ragioni diverse. Funziona come puro spettacolo: ritmo costante, dialoghi lampo, una buona dose di umorismo e qualche cliché da cinema di spionaggio vecchio stampo, non una caduta di stile ma la dichiarazione di una precisa poetica, con i piedi per terra.

Allo stesso tempo, la volontà di non essere un bond-movie: un breve cameo di Michael Caine prende in giro l’educazione inglese, ed è un cameo volutamente snob. Ci si sposta subito da Londra, il personaggio di John David Washington non è uno 007 e non vuole mai dare questa idea. È un personaggio anonimo, come lo è quello di Robert Pattinson.

Sono pedine di un gioco più grande, lo spettatore non è destinato ad affezionarsi, ed è un ottimo modo per far capire che un sequel non ci sarà. Qualche linea di dialogo troppo banale, ma è l’occhiolino che Nolan fa sempre al pubblico che al cinema se ne sta con il cellulare per metà film, per tirare su gli animi. E per lo stesso pubblico, uno spiegone di troppo. Per tutti gli altri, un inseguimento in autostrada che vale il prezzo del biglietto.

FIGLI – Giuseppe Bonito

Scritto dalla penna geniale di Mattia Torre, autore e regista di Boris prematuramente scomparso, e diretto da Giuseppe Bonito, ‘Figli’ è uscito su Amazon Prime Video, suscitando non poche polemiche. Alcuni si chiedevano perché questa coppia di ‘giovani’ fosse interpretata da attori non proprio giovanissimi – Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi.

La risposta è: perché i giovanissimi, oggi, una famiglia non possono permettersela – sarebbe bello vedere un film in cui una coppia sulla ventina ha un figlio e un lavoro stabile, ma in Italia non si fa più fantascienza. Nonostante qualche caduta di stile nella regia, ‘Figli’ è un film che riesce a divertire raccontando, senza fronzoli e isterismi, la vita di coppia oggi.

E capiamo che peccato sia stato aver perso così presto uno sceneggiatore come Torre, ancora capace di raccontare l’Italia – il famoso paese reale – salvandoci dalle grida folli e dai cuori dorati di Starnone – ne parleremo nel peggio.

SONIC – Jeff Fowler

Le aspettative erano basse: un teaser di lancio mostruosamente sbagliato, una pessima cgi per il peggior modello possibile di Sonic. Per fortuna, si è tornati a pagina bianca e il film è stato ricostruito da zero, anche perché una produzione così grande non poteva permettersi di rischiare, sapendo quant’è capricciosa la fanbase dei videogiocatori.

Il risultato finale pare che abbia deluso ugualmente, ma poco importa. Il film diretto da Jeff Fowler, con un Jim Carrey divertentissimo e sopra le righe nei panni del Dr. Eggman, è una commedia semplice, molto derivativa dallo sci-fi per famiglie anni ’80, ma meno stomachevole. Un film per tutti, e questo è il vero merito di ‘Sonic’, perché oltre all’operazione nostalgia per il pubblico più adulto, c’è la comicità spicciola e fisica per il pubblico più giovane, c’è Sonic come lo abbiamo sempre sognato sul grande schermo, e c’è qualche divertente omaggio.

THE GENTLEMEN – Guy Ritchie


Ecco un altro regista dalla filmografia travagliata. Se dicessi ‘Guy Ritchie’, potrebbero venirvi in mente ‘Snatch’, ‘Revolver’ o ‘Operazione U.N.C.L.E.’, ma anche ‘King Arthur’ e il live-action di ‘Aladdin’. È evidente che ‘The Gentlemen’ deve molto più alla dimensione meta-cinematografica partorita con ‘U.N.C.L.E.’ che a pellicole come ‘Snatch’ e ‘Revoler’, dei quali mancano i picchi geniali e le sequenze dal montaggio serrato.

Ciò di cui vive il film è un conglomerato di grandi interpretazioni – tra le quali, il ruolo della vita di Hugh Grant –, un ritmo costante, ottime scene d’azione che irrompono inaspettate nella forse eccessiva verbosità del film – in questo ricorda molto il ‘Procuratore’ di Ridley Scott, firmato McCarthy.

Ma a differenza del film di Scott, ‘The Gentleman’ non vuole mai davvero dare l’impressione di essere un film complesso o raffinato, tutt’altro. Allo stesso tempo, cerca di pulirsi di dosso il clima per famiglie delle sue ultime pellicole, e di tornare a parlare di ciò che gli interessa, nel modo migliore che conosce: storie criminali portate fino all’assurdo, un fiume in piena di omaggi, citazioni, rotture della quarta parete. Non è il miglior Ritchie, ma lo amerete.  

GRETEL E HANSEL – Oz Perkins

Via il vecchio padre inetto, via la casa di marzapane. Gretel e Hansel, l’ultimo film di Oz Perkisn, è un’opera molto più derivativa dai recenti successi del riscoperto folk horror (‘The Witch’, Robert Eggers) che dalla fiaba riportata dai Grimm. Dobbiamo abituarci a queste riletture dalla volontà post-moderna, perché l’interesse del nuovo cinema dell’orrore è quello di superare la tradizione, partendo da questa, e rileggerla con i sentimenti, le paranoie, i timori dell’epoca contemporanea.

Tutto funziona perfettamente, nonostante un inizio moscio e troppo glamour, che forse ha creato false speranze nel cuore di Luca Guadagnino. Bella la cinepresa sempre sopra la testa dei protagonisti come un senso di ammonimento costante, memorabile l’entrata in scena della strega. Un personaggio che non ha bisogno di grandi trucchi e salti dalla poltrona per incutere timore, solo poche linee di dialogo ben scritte, e per l’appunto moderne.

La formula vincente di Perkins è l’assenza di escamotage da vecchia letteratura di porticciolo, chi vuol capire capisca. Peccato per i troppi spiegoni, una scelta figlia dello spirito dei tempi.


STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – Charlie Kaufman

Una giovane coppia brillante, formata dalla protagonista Lucy/Louisa (Jessie Buckley) e da Jake (Jesse Plemons), si trova in viaggio durante una tormenta di neve per andare a conoscere i genitori di lui, dopo appena un mese, forse due, di frequentazione. Durante il viaggio, apparentemente interminabile, il dialogo tra i due si alterna alle meditazioni interne di Lucy, che ‘sta pensando di finirla qui’.

Cosa? Da qui parte un kammerspiel tesissimo, in cui la dimensione del tempo divora quella dello spazio, gli ambienti si fanno lugubri, funerei, ma stranamente familiari. Il nuovo film di Charlie Kaufman (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Essere John Malkovich), tratto dall’omonimo romanzo di Iain Reed, è un labirinto sentimentale sospeso nella dimensione più profonda del sogno. C’è tutto Kaufman come siamo abituati a conoscerlo – e ad amarlo: la corruzione delle dimensioni temporali, lo spazio mutevole, il passato come terra straniera, la difficoltà nel cristallizzare i ricordi e sentimenti.

MANK – David Fincher

Autore complesso, David Fincher ha regalato alla storia del cinema alcuni instant classic impossibili da dimenticare: Seven, Fight Club, Zodiac, Gone Girl. Il suo ultimo film, su sceneggiatura del padre Jack, è un’opera imperdibile, probabilmente il miglior film dell’anno. Un progetto tenuto nel cassetto per oltre vent’anni, rimaneggiato, tenuto segreto, finalmente arrivato con una grande produzione Netflix che l’Academy, probabilmente, non premierà.

La storia dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, penna geniale dietro ‘Quarto Potere’ ma anche uomo complesso e con un deciso problema di alcolismo, è raccontata in maniera sopraffina da un Fincher in stato di grazia. Il dinamismo di Hollywood nella sua età dell’oro, riportato nel più grandioso bianco e nero degli ultimi anni – la fotografia è curata da Erik Messerschmidt –, con una macchina da presa costantemente incollata al protagonista, ai suoi spostamenti, mentre sullo sfondo si muovono le macchine della grande produzione hollywoodiana, si incontrano le star dimenticate e i nuovi volti del cinema.

Una regia che ricerca l’epoca nel finto retrò – finte bruciature della pellicola, la colonna sonora che si snoda bruscamente simulando il cambio di bobina – e dove, con lo stesso gioco di contrasti stilistici che aveva scelto Cuaron per il suo ‘Roma’, la memoria del bianco e nero incontra il presente di un perfetto digitale. Gary Oldman, che ci ha da sempre abituati a grandi prove, si supera con un’interpretazione sontuosa, che profuma di classico.


ANTEBELLUM – Gerard Bush / Cristopher Renz

Si apre con una citazione tratta da Faulkner e un ottimo piano sequenza, il nuovo film della coppia Bush/Renz, già insieme dietro alla regia di The Glass House e Shame. Grazie a questo escamotage narrativo, la storia è messa in chiaro da subito: America, guerra di secessione, campi di cotone, padroni bianchi e schiavi neri.

Eppure è con un ardito colpo di scena a metà film, che l’opera più ambiziosa del duo statunitense prende a schiaffi e lo spettatore e lo catapulta nel presente, dove un’attivista nera per i diritti degli afro-americani è coinvolta in un dibattito serrato con un senatore trumpiano.

Come si collegano queste due linee narrative? Lo scoprirete nel turbolento finale, che pur allontanandosi di molto dalla poetica eccezionale della prima mezz’ora, risulta vincente nel mescolare non solo due epoche completamente diverse, ma anche due stili registici distinti: grandi panoramiche da western fordiani per la linea del passato, una regia più asciutta e vicina ai personaggi nella linea del presente, che richiama in più momenti il gusto di un certo Jordan Peele, che questo filone, piaccia o meno, l’ha lanciato.

Senza retorica o abbellimenti politici, il film racconta di un passato che torna in maniera turbolenta e inaspettata, ribaltando le nostre certezze e il modo canonico con cui il cinema moderno affronta la questione afroamericana e la storia degli Stati Uniti.



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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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