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Cinema

I Migliori Film del 2020

Da Zalone a Fincher, da Kaufman a Ritchie. Diamo uno sguardo ai migliori film del 2020, in Italia e all’estero, tra grandi nomi e titoli inaspettati.

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Sarebbe banale iniziare dicendo che questo è stato l’anno più nefasto del secolo, finora. Con il nostro magazine abbiamo cercato di raccontare, in un libro, la pandemia in tutte le sue declinazioni. L’occhio di riguardo era e rimane rivolto ai campi artistici e dell’intrattenimento, che sono stati duramente colpiti dalla pandemia – e che ancora adesso subiscono l’assenza di sussidi e attenzioni da parte del governo.

Anche il cinema ha vissuto un anno di difficoltà e di cambiamenti: abbiamo scoperto lo streaming come forma forzata di distribuzione, per pellicole nate per la sala cinematografica, ma che la sala non l’hanno mai potuta vedere. Tanti altri film che attendevamo con ansia sono stati rimandati. Il 2021 si aprirà come l’anno che – pandemia permettendo – porterà alla luce le pellicole nascoste dalla diffusione del virus.

Diamo quindi un’occhiata a quali sono stati – secondo il nostro punto di vista, c’è da dirlo? – i migliori film usciti quest’anno, in Italia e all’estero, in ordine sparso – non ne possiamo più delle classifiche.


TOLO TOLO – Checco Zalone

Quest’anno il film italiano più bello è stato Tolo Tolo di Zalone, dimenticato da tutti per rincorrere gli isterismi del momento: sceneggiature in protolatino e drammetti in romanaccio.
L’esordio alla regia di Luca Medici (alias Checco Zalone), che firma il soggetto insieme a Paolo Virzì, è una straordinaria prova di maturità dell’attore pugliese, dopo l’ottimo esordio nel 2009 e i terrificanti lavori successivi.

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Una dimensione finalmente cinematografica e una comicità più sottile e ponderata, ma soprattutto personaggi tridimensionali e un intreccio ben costruito, che tradisce però la tradizione imbastita con i precedenti film: lo Zalone di Tolo Tolo non impara mai la lezione, rimanendo fedele ai suoi bassi principi fino all’ultimo secondo.

Contornato da ottimi momenti musicali – dagli stacchetti acquatici alla Esther Williams a momenti slapstick irresistibili, fino a un inaspettato e meraviglioso finale animato –, il film di Zalone è uno scherzo di un’ora e quaranta minuti ai danni di chi – con la canzone ‘Immigrato’ – aveva sperato in un film anti-porti. La sorpresa è stata, soprattutto, non trovare un film politico, ma una commedia solidissima con cui Zalone si toglie di dosso la fetta più idiota del suo pubblico abituale.


ODIO L’ESTATE – Massimo Venier

Non ci aspettavamo più nulla da Aldo, Giovanni e Giacomo, il trio milanese che tra gli anni ’90 e i primi del 2000 ci ha fatti innamorare della loro poetica terrena e quotidiana. Per loro ormai parlano i numeri, e ai numeri dobbiamo fermarci se vogliamo abbracciare l’onda di entusiasmi che ha coinvolto tutta la critica italiana per questo nuovo film, “Odio l’estate”.

Quasi 700.000 iscritti su YouTube e un fortunatissimo tour per i 25 anni di attività, sold out in tutta Europa, una vera e propria festa in grande. Eppure l’aria che si respira riguardando quelle brutte copie dei loro pezzi storici è quella di una festa d’addio prima della pensione, in ufficio, circondati dai colleghi ricordando i bei momenti che furono. Certamente quello di Massimo Venier è un ritorno gradito, ma gradiamo soprattutto la mancanza di Silvana Fallisi – in Chiedimi se sono felice si è presa una testata, il punto più alto della sua carriera e un sospiro di liberazione per lo spettatore.

Aldo è la voce narrante, oltre che uno dei protagonisti. Sua moglie, Maria Di Biase, sospetta che nasconda un segreto dopo aver consultato i tarocchi. Lucia Mascino è una madre perbenista sposata con Giacomo, fresco del premio per il dentista dell’anno. Giovanni è sposato con Carlotta Natoli. Fa l’artigiano di stringhe e suole, non ama ridere e adora l’ordine.

Giacomo è un vecchio che gioca a fare il vecchio, come quando aveva trent’anni. Giovanni gesticola, Aldo canta (e per una volta non urla) ed è innamorato di Massimo Ranieri – in un bel cameo nel finale. Michele Placido è invece un carabiniere svogliato. Patisce la noia. Tutto sommato, una ricetta felice per un film che non riesce a invertire del tutto la marcia inserita dagli ultimi lavori – una certa prevedibilità nell’esito delle vicende, un ritmo incerto – ma che fa sentire il tocco di un regista di livello come Massimo Venier, sempre in grande spolvero quando collabora con il trio.


TENET – Cristopher Nolan

La prima grande produzione a cavalcare le sale cinematografiche dopo il lungo ciclo di quarantena. Lo attendevamo con ansia, nonostante la firma sia di un regista dalla filmografia galoppante (Un Batman incerto, il magnifico Dunkirk e il terrificante Interstellar), e ci ha soddisfatti nella volontà di essere meno nolaniano di quanto pensassimo.

Qualche richiamo al cinema di spionaggio vecchio stampo, ma Tenet è un film moderno, solidissimo, capace di accontentare ogni tipo di pubblico. Ognuno trova ciò che cerca ed esce soddisfatto dalla sala del cinema, per ragioni diverse. Funziona come puro spettacolo: ritmo costante, dialoghi lampo, una buona dose di umorismo e qualche cliché da cinema di spionaggio vecchio stampo, non una caduta di stile ma la dichiarazione di una precisa poetica, con i piedi per terra.

Allo stesso tempo, la volontà di non essere un bond-movie: un breve cameo di Michael Caine prende in giro l’educazione inglese, ed è un cameo volutamente snob. Ci si sposta subito da Londra, il personaggio di John David Washington non è uno 007 e non vuole mai dare questa idea. È un personaggio anonimo, come lo è quello di Robert Pattinson.

Sono pedine di un gioco più grande, lo spettatore non è destinato ad affezionarsi, ed è un ottimo modo per far capire che un sequel non ci sarà. Qualche linea di dialogo troppo banale, ma è l’occhiolino che Nolan fa sempre al pubblico che al cinema se ne sta con il cellulare per metà film, per tirare su gli animi. E per lo stesso pubblico, uno spiegone di troppo. Per tutti gli altri, un inseguimento in autostrada che vale il prezzo del biglietto.

FIGLI – Giuseppe Bonito

Scritto dalla penna geniale di Mattia Torre, autore e regista di Boris prematuramente scomparso, e diretto da Giuseppe Bonito, ‘Figli’ è uscito su Amazon Prime Video, suscitando non poche polemiche. Alcuni si chiedevano perché questa coppia di ‘giovani’ fosse interpretata da attori non proprio giovanissimi – Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi.

La risposta è: perché i giovanissimi, oggi, una famiglia non possono permettersela – sarebbe bello vedere un film in cui una coppia sulla ventina ha un figlio e un lavoro stabile, ma in Italia non si fa più fantascienza. Nonostante qualche caduta di stile nella regia, ‘Figli’ è un film che riesce a divertire raccontando, senza fronzoli e isterismi, la vita di coppia oggi.

E capiamo che peccato sia stato aver perso così presto uno sceneggiatore come Torre, ancora capace di raccontare l’Italia – il famoso paese reale – salvandoci dalle grida folli e dai cuori dorati di Starnone – ne parleremo nel peggio.

SONIC – Jeff Fowler

Le aspettative erano basse: un teaser di lancio mostruosamente sbagliato, una pessima cgi per il peggior modello possibile di Sonic. Per fortuna, si è tornati a pagina bianca e il film è stato ricostruito da zero, anche perché una produzione così grande non poteva permettersi di rischiare, sapendo quant’è capricciosa la fanbase dei videogiocatori.

Il risultato finale pare che abbia deluso ugualmente, ma poco importa. Il film diretto da Jeff Fowler, con un Jim Carrey divertentissimo e sopra le righe nei panni del Dr. Eggman, è una commedia semplice, molto derivativa dallo sci-fi per famiglie anni ’80, ma meno stomachevole. Un film per tutti, e questo è il vero merito di ‘Sonic’, perché oltre all’operazione nostalgia per il pubblico più adulto, c’è la comicità spicciola e fisica per il pubblico più giovane, c’è Sonic come lo abbiamo sempre sognato sul grande schermo, e c’è qualche divertente omaggio.

THE GENTLEMEN – Guy Ritchie


Ecco un altro regista dalla filmografia travagliata. Se dicessi ‘Guy Ritchie’, potrebbero venirvi in mente ‘Snatch’, ‘Revolver’ o ‘Operazione U.N.C.L.E.’, ma anche ‘King Arthur’ e il live-action di ‘Aladdin’. È evidente che ‘The Gentlemen’ deve molto più alla dimensione meta-cinematografica partorita con ‘U.N.C.L.E.’ che a pellicole come ‘Snatch’ e ‘Revoler’, dei quali mancano i picchi geniali e le sequenze dal montaggio serrato.

Ciò di cui vive il film è un conglomerato di grandi interpretazioni – tra le quali, il ruolo della vita di Hugh Grant –, un ritmo costante, ottime scene d’azione che irrompono inaspettate nella forse eccessiva verbosità del film – in questo ricorda molto il ‘Procuratore’ di Ridley Scott, firmato McCarthy.

Ma a differenza del film di Scott, ‘The Gentleman’ non vuole mai davvero dare l’impressione di essere un film complesso o raffinato, tutt’altro. Allo stesso tempo, cerca di pulirsi di dosso il clima per famiglie delle sue ultime pellicole, e di tornare a parlare di ciò che gli interessa, nel modo migliore che conosce: storie criminali portate fino all’assurdo, un fiume in piena di omaggi, citazioni, rotture della quarta parete. Non è il miglior Ritchie, ma lo amerete.  

GRETEL E HANSEL – Oz Perkins

Via il vecchio padre inetto, via la casa di marzapane. Gretel e Hansel, l’ultimo film di Oz Perkisn, è un’opera molto più derivativa dai recenti successi del riscoperto folk horror (‘The Witch’, Robert Eggers) che dalla fiaba riportata dai Grimm. Dobbiamo abituarci a queste riletture dalla volontà post-moderna, perché l’interesse del nuovo cinema dell’orrore è quello di superare la tradizione, partendo da questa, e rileggerla con i sentimenti, le paranoie, i timori dell’epoca contemporanea.

Tutto funziona perfettamente, nonostante un inizio moscio e troppo glamour, che forse ha creato false speranze nel cuore di Luca Guadagnino. Bella la cinepresa sempre sopra la testa dei protagonisti come un senso di ammonimento costante, memorabile l’entrata in scena della strega. Un personaggio che non ha bisogno di grandi trucchi e salti dalla poltrona per incutere timore, solo poche linee di dialogo ben scritte, e per l’appunto moderne.

La formula vincente di Perkins è l’assenza di escamotage da vecchia letteratura di porticciolo, chi vuol capire capisca. Peccato per i troppi spiegoni, una scelta figlia dello spirito dei tempi.


STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – Charlie Kaufman

Una giovane coppia brillante, formata dalla protagonista Lucy/Louisa (Jessie Buckley) e da Jake (Jesse Plemons), si trova in viaggio durante una tormenta di neve per andare a conoscere i genitori di lui, dopo appena un mese, forse due, di frequentazione. Durante il viaggio, apparentemente interminabile, il dialogo tra i due si alterna alle meditazioni interne di Lucy, che ‘sta pensando di finirla qui’.

Cosa? Da qui parte un kammerspiel tesissimo, in cui la dimensione del tempo divora quella dello spazio, gli ambienti si fanno lugubri, funerei, ma stranamente familiari. Il nuovo film di Charlie Kaufman (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Essere John Malkovich), tratto dall’omonimo romanzo di Iain Reed, è un labirinto sentimentale sospeso nella dimensione più profonda del sogno. C’è tutto Kaufman come siamo abituati a conoscerlo – e ad amarlo: la corruzione delle dimensioni temporali, lo spazio mutevole, il passato come terra straniera, la difficoltà nel cristallizzare i ricordi e sentimenti.

MANK – David Fincher

Autore complesso, David Fincher ha regalato alla storia del cinema alcuni instant classic impossibili da dimenticare: Seven, Fight Club, Zodiac, Gone Girl. Il suo ultimo film, su sceneggiatura del padre Jack, è un’opera imperdibile, probabilmente il miglior film dell’anno. Un progetto tenuto nel cassetto per oltre vent’anni, rimaneggiato, tenuto segreto, finalmente arrivato con una grande produzione Netflix che l’Academy, probabilmente, non premierà.

La storia dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, penna geniale dietro ‘Quarto Potere’ ma anche uomo complesso e con un deciso problema di alcolismo, è raccontata in maniera sopraffina da un Fincher in stato di grazia. Il dinamismo di Hollywood nella sua età dell’oro, riportato nel più grandioso bianco e nero degli ultimi anni – la fotografia è curata da Erik Messerschmidt –, con una macchina da presa costantemente incollata al protagonista, ai suoi spostamenti, mentre sullo sfondo si muovono le macchine della grande produzione hollywoodiana, si incontrano le star dimenticate e i nuovi volti del cinema.

Una regia che ricerca l’epoca nel finto retrò – finte bruciature della pellicola, la colonna sonora che si snoda bruscamente simulando il cambio di bobina – e dove, con lo stesso gioco di contrasti stilistici che aveva scelto Cuaron per il suo ‘Roma’, la memoria del bianco e nero incontra il presente di un perfetto digitale. Gary Oldman, che ci ha da sempre abituati a grandi prove, si supera con un’interpretazione sontuosa, che profuma di classico.


ANTEBELLUM – Gerard Bush / Cristopher Renz

Si apre con una citazione tratta da Faulkner e un ottimo piano sequenza, il nuovo film della coppia Bush/Renz, già insieme dietro alla regia di The Glass House e Shame. Grazie a questo escamotage narrativo, la storia è messa in chiaro da subito: America, guerra di secessione, campi di cotone, padroni bianchi e schiavi neri.

Eppure è con un ardito colpo di scena a metà film, che l’opera più ambiziosa del duo statunitense prende a schiaffi e lo spettatore e lo catapulta nel presente, dove un’attivista nera per i diritti degli afro-americani è coinvolta in un dibattito serrato con un senatore trumpiano.

Come si collegano queste due linee narrative? Lo scoprirete nel turbolento finale, che pur allontanandosi di molto dalla poetica eccezionale della prima mezz’ora, risulta vincente nel mescolare non solo due epoche completamente diverse, ma anche due stili registici distinti: grandi panoramiche da western fordiani per la linea del passato, una regia più asciutta e vicina ai personaggi nella linea del presente, che richiama in più momenti il gusto di un certo Jordan Peele, che questo filone, piaccia o meno, l’ha lanciato.

Senza retorica o abbellimenti politici, il film racconta di un passato che torna in maniera turbolenta e inaspettata, ribaltando le nostre certezze e il modo canonico con cui il cinema moderno affronta la questione afroamericana e la storia degli Stati Uniti.



Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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Il mito intramontabile di Grease, simbolo della rebel generation

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Grease fil John Travolta Hoolywood

Generazioni e generazioni hanno rischiato di rimanere senza capelli per imitare John Travolta. Lui e la sua combriccola con giacchetti di pelle e litri di brillantina. Quella “grease” che ha dato il titolo al musical forse più famoso di sempre. Sicuramente il più longevo e apprezzato anche dai ragazzi di oggi. Chi non ha provato a fare un movimento “anca-bacino” sulle note di “Greased Lightning” ? In ogni villaggio vacanze che si rispetti almeno uno spettacolo dell’animazione è sempre stato ripreso da uno spezzone di questo film.

Brillantina, gelatina o cera che fosse, sono stati milioni i ragazzi che hanno provato a pettinarsi come Danny Zucco. 

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Risultati del pubblico a parte, lo stile del giovanissimo Travolta ha fatto la storia. Jeans, chiodo e atteggiamento da un lato spaccone. Un duro, amante dei motori e delle donne. Ma in grado di sciogliersi solo davanti a Sandy. La bella australiana conosciuta durante l’estate.

Come ogni bulletto che si rispetti Danny non poteva lasciar trasparire i suoi sentimenti verso di lei. Però, come in ogni storia d’amore che si rispetti, alla fine sarà proprio Cupido a trionfare.

Il tutto in un trionfo di canzoni travolgenti, balli e galloni di “grease”.

Il 16 giugno del 1978 usciva nelle sale cinematografiche americane questo splendido musical che ancora oggi, quando viene trasmesso in TV, tiene incollati al divano generazioni di ogni età.

GREASE NONOSTANTE LE POLEMICHE

Nonostante la cancel culture abbia provato ad additarlo come “sessista e razzista” il successo di questo film non è venuto meno.

Continua a rappresentare un simbolo, una favola in carne e ossa. Quell’amore estivo, nato al tramonto in spiaggia, sognato da milioni di ragazze in attesa del principe azzurro. O di un macho in decappottabile e sigaretta sempre accesa. 

Un film del 1978 ambientato negli anni ‘50. Impossibile non contestualizzarlo. Inutile, quanto stupido, fare il contrario. La stessa Olivia Newton John zittì le polemiche affermando che “è solo un film. È una storia degli anni Cinquanta, anni in cui le cose erano sensibilmente diverse. Tutti dimenticano che, alla fine, anche lui cambia per lei. Sandy è solo una ragazza che ama un ragazzo, e pensa che se proverà a cambiare, riuscirà nel suo intento. È una cosa abbastanza reale. Le persone lo fanno l’una per l’altra. E’ solo una divertente storia d’amore”.

Ed è stato proprio questo a far appassionare il pubblico. Attratto dai movimenti, dai canti, dal carattere di Danny Zucco. Dalla bellezza di Sandy Olsson. Dalla leadership di Rizzo che sotto quell’aria matriarcale nascondeva un bisogno di essere considerata una ragazza adolescente. E quante giovani donne hanno imitato le Pink Ladies. Quelle studentesse vestite uguali, un po’ ribelli e un po’ bambine. 

Perché “Grease” è stato questo. La trasposizione cinematografica del musical omonimo. Ma soprattutto una perfetta rappresentazione, almeno agli occhi del pubblico, dei “favolosi” anni ‘50. Il decennio in cui le star del cinema a stelle e strisce invasero le copertine delle riviste femminili. Da Marilyn Monroe alla piccola Audrey Hepburn, la cui immagine è legata a doppio filo con quel giro in Vespa insieme a Gregory Peck in “Vacanze romane”.

A distanza di 43 anni “Grease” continua a resistere nelle classifiche dei film più visti e apprezzati. E lo fa senza invecchiare. Perché, nonostante l’ambientazione, la storia e i personaggi sono senza spazio e al di là del tempo. Chiunque, ancora oggi, può riconoscervisi. Magari con maggiore difficoltà nel reperire un tubetto di brillantina. Ma qualche nonno, o papà, ormai calvo, sicuramente l’avrà conservato in qualche cassetto in soffitta. In ricordo di fantastiche “summer nights”.

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Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

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Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

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Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

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Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

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The Gloaming – le ore più buie: dall’Australia il nuovo thriller disponibile su Disney Plus

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Non sono presenti molti prodotti australiani nel mondo delle serie tv e del cinema. Spesso le riprese vengono effettuate in Australia e Nuova Zelanda, grazie alla bellezza dei paesaggi sconfinati e alle molteplici possibilità che questi offrono, ma le produzioni effettivamente ambientate in quei luoghi sono sempre state più uniche che rare. Basti pensare a successi come Il Signore degli Anelli e True Detective, entrambi girati in Nuova Zelanda ma collocati, nella storia, altrove.

Questo è uno dei motivi che rende The Gloaming un prodotto interessante. Una serie thriller- sovrannaturale ambientata in Tasmania, dalle parti di Hobart, dove una donna viene brutalmente assassinata. A indagare sul caso vengono chiamati due detective dal passato tormentato, che si ritrovano a fare i conti, oltre che con le difficoltà delle indagini, anche con la corruzione locale.

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Ad indagare è la poliziotta poco ortodossa e problematica Molly McGee (Emma Booth), insieme all’ex marito e collega Alex O’Connell (Ewan Leslie). I due non si parlano da più di vent’anni, ma ora sono disposti a collaborare per scoprire la verità sull’efferato delitto, che sembra essere collegato ad altri omicidi irrisolti del passato, accomunati dalla corruzione politica e dalla presenza di pratiche occulte.

The Gloaming si sviluppa su una struttura crime piuttosto convenzionale, dove troviamo una coppia di detective che inizialmente si detestano ma pian piano legano sempre di più, c’è un delitto iniziale che scuote una piccola cittadina e rivela segreti inconfessabili e c’è un vecchio trauma, legato ai casi irrisolti del passato, che fa da collante per tutti i protagonisti. Uno schema classico che viene però reso unico dalle atmosfere cupe, che generano una forte suspance, e dalla componente sovrannaturale creata da delle presenze mute, che vivono nell’ombra e possono essere percepite solo da alcuni abitanti del luogo.

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La serie, creata da Victoria Madden e prodotta da Sweet Potato Film per Stan, che ne ha rilasciato tutti gli episodi il 1° gennaio 2020, è stata trasmessa da Starz negli Stati Unti ed è distribuita a livello internazionale da Disney plus, dove appare nella sezione dedicata agli adulti del catalogo Star.

Nel cast della serie troviamo, oltre ai già citati Emma Booth, vista in C’era una volta e Alex O’Connell (Top of the Lake), Martin Henderson, il Dottor Rigs di Grey’s Anatomy e Jack di Virgin River, nel ruolo di Gareth McAvaney. Al suo fianco Aaron Pedersen (Mistery road) nei panni dell’ispettore Lewis Grimsham, Rena Owen (The Orville) nella parte di Grace Cochrane, Josephine Blazer (True History of Kelley Gang) che interpreta Lily Broomhall e Matt Testro (Nowhere Boys) nel ruolo di Freddy Hopkins.

Al momento sembra si stia discutendo della possibilità di una seconda stagione, fortemente voluta dal governo della Tasmania, che si è reso disponibile a finanziare lo sviluppo della sceneggiatura di un potenziale seguito. Per ora non risulta nulla di ufficiale, ma gli autori sono al lavoro su nuove storie, sempre in collaborazione con l’emittente Stan.

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La prima stagione di The Gloaming è composta da 8 episodi, disponibili a partire dall’11 giugno nel catalogo Star di Disney Plus, che saranno rilasciati con cadenza settimanale tutti i venerdì.

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