Gretel e Hansel, folk horror senza fronzoli

Quando mi sono trovato di fronte a ‘Gretel e Hansel‘ di Oz Perkins mi sono posto una domanda: nel momento in cui un regista decide di riprendere una vecchia fiaba d’ammonimento, con una precisa costruzione simbolica dei personaggi, e decide di cambiarne i toni e il pubblico di riferimento, quanto è importante la fedeltà al senso originale di quella fiaba? Risposta: dipende.

Dipende dalle intenzioni del film, dalle sue pretese, dalla fiaba stessa. Nonostante il rovesciamento nel titolo, è chiaro che la fiaba di riferimento del film è Hansel e Gretel. Un testo difficilissimo, pieno di elementi squisitamente letterari, su cui neppure la Disney riuscì mai a mettere la mani. D’altro canto, ci sono riusciti tanti nomi di minore importanza che hanno decretato quasi ufficialmente la conversione della fiaba dei Fratelli Grimm in una parabola dell’orrore.

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Nel tempo, queste conversioni un insegnamento ce l’hanno dato: cambiare premia. E anche ogni rilettura disneyana dei grandi classici della letteratura ha portato con sé anche un senso di svecchiamento, il distacco da una letteratura lontana da noi per stilemi narrativi e costume, ma che ancora ci suggestiona. Ecco perché la fedeltà all’originale non ci interessa, parlando di questo film. Gretel e Hansel è un’opera molto più derivativa dai recenti successi del riscoperto folk horror (‘The Witch’, Robert Eggers) che dalla fiaba riportata dai Grimm.

Via il vecchio padre inetto, via la casa di marzapane. Eppure tutto funziona perfettamente, nonostante un inizio moscio e troppo glamour, che forse ha creato false speranze nel cuore di Luca Guadagnino. Bella la cinepresa sempre sopra la testa dei protagonisti come un senso di ammonimento costante, memorabile l’entrata in scena della strega. Un personaggio che non ha bisogno di grandi trucchi e salti dalla poltrona per incutere timore, solo poche linee di dialogo ben scritte, moderne.

Nessun escamotage da vecchia letteratura da porticciolo ottocentesco, chi vuol capire capisca. Peccato per i troppi spiegoni. Il film è un fiume di monologhi interiori di Gretel, francamente inutili. Una scelta figlia dello spirito dei tempi. Ce ne lamentammo anche per il live action di Aladdin: pare che la forza delle donne emerga, in questi film, solo se affiancate da inetti senza spina dorsale. Giù allora di melodramma sociale, e lo spettatore tifa per la strega.

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Alberto Mutignani
Pescarese, classe 1998. Unico laureando in lettere a non aver ancora scritto la propria autobiografia. Interessi: le cose frivole, le chiacchiere a vuoto, gli scrittori comodi, il cinema popolare, i videogiochi. In un'altra vita è stato un discreto detective privato.

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