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Attualità

“Mi manchi come un concerto”: mai dedica fu più bella e attuale

Fabio Iuliano

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Chi l’ha scritto deve essere davvero molto innamorato e/o molto in astinenza!”, così scriveva il fotografo Francesco Luongo lo scorso 29 gennaio sul proprio profilo Facebook. Mai avrebbe immaginato che quella foto scattata sul lungomare di Livorno sarebbe diventata virale. In effetti la spiegazione risulta semplice. “Mi manchi come un concerto”, scritta di Gabriele Milani, rappresenta l’espressione perfetta che racconta le mancanze forzate alle quali ci siamo abituati da un anno a questa parte a causa della pandemia.

La mancanza della persona amata viene equiparata all’assenza della musica dal vivo, dei concerti, ma non solo. E’ un simbolo che rispecchia la tragica situazione che sta vivendo il mondo dello spettacolo in generale, non solo musicale, ma anche teatrale e cinematografico. Una foto che ci commuove e che ci fa sperare che questa mancanza termini il prima possibile.

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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Addio al principe Filippo

Redazione

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Addio al principe Filippo, 99enne consorte della regina Elisabetta, dimesso di recente dopo alcune settimane in ospedale a Londra a causa di una non meglio precisata infezione – non legata al Covid – cui si erano aggiunti problemi al cuore. Lo ha annunciato la regina in una nota diffusa da Buckingham in cui la sovrana esprime “profonda tristezza” per la perdita “dell’amato marito”.

Inossidabile punto di riferimento della corte britannica per decenni, il duca di Edimburgo aveva celebrato a novembre i 73 anni di matrimonio con la quasi 95enne Elisabetta II. Avrebbe compiuto 100 anni a giugno. 

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Poche righe toccanti per esprimere il dolore di una perdita dopo 73 anni di vita insieme: così la regina Elisabetta II ha annunciato oggi la morte del principe consorte Filippo di Edimburgo, nato a Corfù il 10 giugno 1921 e scomparso a 2 mesi dal traguardo del compleanno numero 100. “E’ con profonda tristezza – vi si legge – che Sua Maestà la Regina annuncia la morte del suo amato marito, Sua Altezza Reale il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, spirato pacificamente stamattina nel Castello di Windsor. Ulteriori annunci saranno dati a tempo debito. La Famiglia Reale si unisce alle persone che nel mondo sono in lutto per la perdita”.

“Ricorderemo il duca di Edimburgo per il suo contributo alla nazione – ha detto il premier britannico Boris Johnson – e per il suo solido supporto alla regina. Come nazione e come regno ringraziamo la straordinaria e figura e il lavoro” del principe Filippo, ha detto ancora il premier definendolo “un amorevole marito, un padre e un nonno affettuoso”.

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Attualità

L’Aquila 2009-2021, la luce attraversa il cemento nella notte del ricordo

Fabio Iuliano

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Anno 2002, il mondo contava ancora le macerie delle Torri Gemelle e i Pearl Jam si apprestavano a far conoscere la potenza silenziosa di una canzone, scritta per elaborare una tragedia vissuta in prima persona: due anni prima al festival di Roskilde in Danimarca, si erano visti morire davanti nove persone: “Lost nine friends we’ll never know – Perdemmo nove amici che non conosceremo mai”.

Venne fuori così “Love Boat Captain”, uno dei capolavori di sempre, una canzone che, prendendo in prestito quel “All you need is Love” dei Beatles, restituisce un senso nuovo anche all’arte di riscoprirsi fragili. “It’s an art to live with pain, mix the light into grey È un’arte convivere col dolore, virare la luce al grigio”.

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Quella stessa luce che nella notte tra il 5 e il 6 aprile ha fatto breccia nell’oscurità di un centro storico semideserto di una città che da troppo tempo vive di zone rosse. Un fascio di luce sostenuto da sei fari potenti per raggiungere le nuvole all’istante nel silenzio imposto dal rispetto della circostanza e del coprifuoco.

Dodici anni fa la scossa che cambiò per sempre la vita di decine di migliaia di persone. Dodici anni fa, alle 3.32, quella manciata di secondi che bastò a inghiottire sogni, progetti e aspettative di tante, troppe persone. Trecentonove non ci sono più da quella notte. Sono per loro i rintocchi – proprio 309 – scanditi uno dopo l’altro in una sequenza che sembra non finire mai. Poi un braciere acceso in piazza Duomo dalle autorità locali, insieme al cardinale Giuseppe Petrocchi, una fiamma ardente al posto delle tante fiaccole che negli anni scorsi attraversavano alcune delle strade più segnate dal sisma del 2009.

Neanche quest’anno il covid permette di scendere in strada in massa. Così, in tantissimi si sono ritrovati a lasciare accesa una “luce di speranza” dentro casa, magari condividendo il gesto “luce di speranza” dentro casa magari condividendo una foto sui social network, insieme a un’immagine di profilo temporanea con la cornice virtuale con scritto “Accendi la tua luce, 6 aprile. L’Aquila abbraccia l’Italia”.

Molto altro non si può fare anche se da parte dei familiari delle vittime è arrivato l’invito a visitare il Parco della memoria, in fase finale di costruzione in una delle piazze più colpite dal terremoto. Chi vuole può lasciare viole o primule all’ingresso, davanti a un drappo con i nomi dei 309, issato dai vigili del fuoco. Sempre a questi ultimi, attraverso le mani di Francesca Di Nino, prima donna professionista, l’onore di accendere il braciere posto davanti alla chiesa di Santa Maria del Suffraggio.

Da un’altra parte del centro, le tre croci della Passione, rimaste su davanti al sagrato della basilica di San Bernardino. I sacri legni incrociano le gru dei cantieri più vicini, nell’ottica di chi guarda da terra. Parafrasando altre parole di Eddie Vedder, il frontman dei Pearl Jam, “è difficile arrampicarsi in Paradiso quando si è inchiodati sulla croce”.

Dodici anni, il dolore intatto, i ricordi che iniziano a svanire. “Spesso si cade nella morsa del tempo incapace di ridare qualcosa indietro, maestro nell’incenerire i ricordi più nascosti, e di conseguenza i punti cardine delle storie vissute”, scrive Federico Vittorini il cantante delle Lingue, band pop-rock, che nel sisma perse madre e sorella.

“Ma il tempo non può e non deve cancellare tutto, perché quel tutto mi scorre nelle vene ogni giorno, è il mio sangue, e forse bisogna cercare solamente in modo più accurato un dettaglio, e basta poco per far sì che chiudendo gli occhi si possa tornare indietro di tanti anni, e respirare, e sentirsi meglio, anche solo per un istante”.

“Se il tempo vuole ingannarci”, continua, “noi proviamo ad ingannare lui, anche se spesso partiamo in svantaggio, perché siamo pieni di catene che ci impediscono di sentirci liberi di ricordare davvero. Sì, perché a volte anche ricordare fa paura”.

Il ricordo ci riscopre fragili ma ci dà la forza di guardare avanti, di guardare oltre. È un’arte anche quella.

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Napoli non poteva lasciare Joseph senza chitarra

Redazione

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Pochi accordi per pochi euro: questa storia parte così. Joseph passa le giornate tra le strade di Napoli a dispensare canzoni e sorrisi fino a quando un balordo (come altro potresti chiamare chi ha aggredito gratuitamente questo giovane?) non decide di dar senso al proprio tempo distruggendogli la chitarra. Uno o due colpi e il manico si separa dalla cassa. Le corde restano a collegare una parte con l’altra, ma di suoni da quello strumento non ne escono più.

“Stamattina ho trovato questo ragazzo di cui non conosco il nome, ma conosco la sua gioia, positività ed educazione che lo distinguono…”, scrive Francesco Emilio Borrelli (consigliere regionale di Europa Verdi). “Stava suonando e un uomo l’ha aggredito e gli ha rotto la chitarra che è il suo mezzo di sostegno…”. E questa è la parte triste della vicenda. La parte disumana.

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Il secondo tempo però ha un sapore diverso: la denuncia, avanzata oggi attraverso il web, e accompagnata dalla foto del ragazzo che stringe tra le mani la sua chitarra distrutta, fa il giro dei social network e colleziona centinaia di commenti. Non solo parole. Ma una vera e propria gara di solidarietà che ci porta al lieto fine: qualcuno si presenta da Joseph con una nuova chitarra e gliela consegna personalmente.

Ora c’è un’altra foto a a fare da quarta di copertina. Napoli è anche questo.

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