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Interviste

Paura e coraggio, rabbia e amore: Luframilia presenta il nuovo album

Marina Colaiuda

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Migliaia di Frammenti di Luce” è il titolo che Luframilia ha scelto per il suo album d’esordio come solista. Un disco frutto del lavoro di anni che vede finalmente il suo coronamento con l’uscita il 20 novembre. Pur non essendo un concept album,  è collegato da una sorta di filo conduttore che lo caratterizza come espressione di estremi: il contrasto fra buio e luce, staticità e movimento,  paura e coraggio, rabbia e amore. Apparenti dualismi, evidenti con il progredire delle tracce, vogliono in realtà evadere dall’estremismo, e rappresentano semmai un tentativo di affrontare tutte le sfumature che esistono tra due poli opposti.

Benvenuto sulle pagine di The Walk Of Fame. Dalla gavetta al debutto con il primo album solista, come giudichi il tuo percorso artistico fino a questo momento?

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Un percorso pieno di dettagli, veri e imperfetti, ma tutti uniti dalla necessità di scrivere canzoni. Questo è di sicuro il punto fondamentale, che ricordo di aver cercato di sperimentare sin da subito, non appena ho iniziato a strimpellare i primi giri di accordi sulla chitarra. E come tutte le attività, più le pratichi, più ci prendi confidenza e sicurezza nel provare a migliorare quello che stai facendo, e negli anni mi sono ritrovato a cercare di raccogliere tutti i pezzetti d’ispirazione sparsi tra le note del telefono e PC, fino ad avere delle canzoni a cui ho dato fiducia e sono cresciute con me, e oggi suonano sul mio primo album Migliaia di Frammenti di Luce.

Quali sono le tappe principali che hanno portato alla realizzazione del disco?

Di sicuro la prima tappa sono state le sessioni notturne ed embrionali di scrittura delle canzoni nella mia cameretta, che ho fatto per anni, e che appuntavo nelle registrazioni vocali del cellulare per non scordarle il giorno dopo. Poi un’altra tappa essenziale è stata contattare Alessio Mauro, ormai il mio sound engineer di fiducia, con cui abbiamo iniziato le registrazioni del disco, e ci siamo davvero divertiti a dargli la giusta direzione sonora, per la quale siamo stati da subito in sintonia. In seguito è arrivato il debutto del mio primo singolo in assoluto, L’Eremita Postmoderno, e l’incontro con l’ufficio stampa Conza Press che è stato uno di quei momenti nei quali puoi enunciare al mondo “Ehi, da adesso ci sono anch’io!” L’altro passo è stato quello di essere entrato a far parte del roster dell’etichetta indipendente torinese The Boring Label, con la quale ho iniziato a progettare la vera e propria uscita dell’album, anticipato da altri singoli. Cito infine anche la collaborazione con l’artista torinese Perla Giraudo, autrice della copertina dell’album e di tutte le altre grafiche, che è stata davvero essenziale per esprimere l’immagine che avevo in mente.

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Riguardo il processo di songwriting, durante questi mesi difficili e controversi, c’è stato qualche episodio o riflessione che lo ha influenzato?

In realtà no, perché sono tutti brani di una scrittura antecedente a quest’ultimo anno di pandemia e lockdown. Ma devo dire che mi sono reso conto che la maggior parte dei pezzi risulta davvero agro-dolcemente molto attuale e ben immersa nel caos che abbiamo vissuto e che ancora dilaga. Ho comunque abbozzato qualche nuova canzone durante questi mesi grigi, e ve lo prometto: la tristezza non mancherà!

Ti va di descrivere i brani in esso presenti?

Certo, allora vado così, dai:

Eclisse è una ninna nanna che ti culla verso un tortuoso viaggio.

Caos è come precipitare su una metropolitana nel tuo inferno interiore.

Resisto E Non Combatto è un paradossale battagliero punk grunge grido di pace.

L’Eremita Postmoderno è una presentazione epica e rock di un alter ego che potremmo avere un po’ tutti noi.

ROAC è uno strattone punk-autorale emancipato, con dei super ritornelli.

Migliaia di Frammenti di Luce è il piccolo, intimo, bisbigliato, cuore pulsante, e luccicante, di tutto l’intero album.

Nel Vuoto è una traccia spaziale dalle chitarre profondissime.

Gravitazionale è un salto di bungee jumping, distorto ed emozionale.

Viaggio Nel Tempo è una passeggiata appena fuori dall’atmosfera, sospesi tra contraddizioni e speranze.

Non Pulite Questo Sangue èlo slogan a cassa dritta, che si dovrebbe cantare contro ogni fottuta ingiustizia di questo mondo.

Amori Telecinetici è una danza di sentimenti cibernetici tra le nostre coscienze che si incontrano di notte mentre noi dormiamo.

Estrema Unzione è un epitaffio di emozioni e di baci tra stelle perse nel buio.

Dimenticare La Polvere è l’ultimo tentativo per cercare la verità nelle periferie artificiali delle nostre menti e cuori.

Apocalisse è un acustico mantra rivelatore e disilluso, ma non del tutto senza speranza.

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La speranza è che nei prossimi mesi, soprattutto quelli estivi, si possa sbloccare la situazione per tornare a esibirsi dal vivo. In che modo tutto quello che stiamo vivendo influenza la promozione della musica di un’artista?

A dire la verità non è che prima della pandemia per gli artisti emergenti ci fosse il pienone di occasioni per suonare dal vivo purtroppo, ma senz’altro sembra che la situazione stia esageratamente soffocando questa   possibilità davvero fondamentale per chi crea e suona la propria musica. Quello che è accaduto ha assolutamente influenzato le promozioni musicali, spostandole quasi esclusivamente nel mondo online. Mi ricordo la sensazione che avevo nelle prime settimane di lockdown a marzo dello scorso anno: “e adesso? Mi devo mettere a fare dirette anch’io?”, ed è stato così alla fine, perché la musica doveva continuare live e “palpabile” in qualche modo. Vorrei però che nei prossimi mesi l’argomento virus non venisse abusato e strumentalizzato da chi è del settore per poi sbarrare certe strade e possibilità, non venisse usato come scusa insomma: mi auguro davvero che si possano trovare delle soluzioni che garantiscano in assoluta sicurezza lo svolgimento almeno delle piccole attività di intrattenimento dal vivo. Che non si possa ancora fare il Glastonbury mi sembra ovvio, ma magari dei piccoli live in spazi aperti di club/pub mi sembra una possibilità ottimista, anche perché non facciamo gli ipocriti, non è che negli ultimi anni l’interesse della musica dal vivo emergente sia qualcosa andato per la maggiore, è un settore che purtroppo ha sempre dovuto combattere con l’interesse e presenza del pubblico. Spero di non vedere di nuovo discoteche aperte e teatri chiusi, perché in tal caso dobbiamo metterci a fare davvero la nostra rivoluzione artistica.

Se dovessimo parlare di progetti futuri, come ti porresti? Preferisci parlare di tappe da seguire man mano oppure ti fissi un solo obiettivo da raggiungere, costi quel che costi?

Penso che essere concentrati su un unico grande obiettivo alla volta sia un’ottima strada per un buon risultato, ma credo che anche gli obiettivi siano a loro volta connessi con un sacco di altri sotto-punti essenziali per la riuscita dei propri piani, si deve sempre affrontare un mucchio di roba. Per adesso sono molto concentrato sulla promozione del mio album, e come prossimo obiettivo vorrei portare il mio progetto di nuovo dal vivo! Non vedo l’ora di suonare live i brani del disco.

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Lascio a te le ultime “parole famose” per salutare i nostri lettori…

Grazie mille, The Walk of Fame, per le belle domande e spunti di riflessione, e grazie mille a chi ha letto, con coraggio, sin qui. Vi voglio lasciare con questo pensiero: anche se sembra tutto così veloce che non abbiamo più il tempo di fare nulla, cercate di ritagliarvi lo stesso un momento per ascoltare, per fruire davvero di qualcosa, magari oggi di una canzone, domani di un film o un libro, perché è davvero emozionalmente nutriente creare un legame solo nostro con quello che ci colpisce e piace.

Una vita da studentessa contornata da interessi più o meno importanti, tutti affrontati con la massima serietà. In bilico tra danza e scrittura, tra vintage e contemporaneità, tra originali e traduzioni e sempre con la musica ad accompagnarmi dappertutto, che siano Duke Ellington o i Sex Pistols: se guardaste la mia playlist entrereste in analisi!

Interviste

Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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Interviste

Greta Zuccoli: vivo la musica senza confini, Sanremo grande opportunità

Federico Falcone

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Greta Zuccoli è tra gli astri nascenti della musica italiana. La sua voce ha conquistato artisti come Damien Rice e Diodato e ora, con il brano “Ogni cosa di te“, mira a fare breccia nel cuore del pubblico e della giuria del Festival di Sanremo, dove parteciperà nella categoria Nuove Proposte. Il brano scritto da Greta stessa, vede la produzione artistica di Diodato e Tommaso Colliva. Una voce che si muove con un certo agio dal brit-folk alla melodia italiana, portando con sé gli echi delle suggestioni musicali che fanno parte del background artistico di Greta Zuccoli: trip hop, cantautorato, brit rock.  

“Mi piace pensare che attraverso la musica io riesca a sciogliere tutti i miei contrasti, mettere insieme le diverse sfumature di quello che sono; tracciare un confine, per poi cancellarlo e spingermi sempre oltre i miei limiti”, dichiara Greta.

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Arrivi al Festival di Sanremo con sound personale e frutto delle tue influenze. Credi che l’Ariston stia spalancando le sue porte a sonorità più moderne e meno tradizionali?

Sicuramente si. Anche vedendo quella che è la proposta artistica di quest’anno, sia tra big che nuove proposte, c’è sicuramente spazio per sonorità non proprio consuetudinarie. Sarà un’edizione particolare, che prende vita all’interno di un anno difficile e delicato per il mondo dello spettacolo. Ci auguriamo tutti che sia un punto di ripartenza per il nostro settore. Ho scelto di presentarmi per l’artista che sono, con le mie influenze e i mondi che sento più vicini a me. Classifico poco i generi musicali, ma ci tengo molto alla mia identità. Ciò che realmente mi interessa è far arrivare la sincerità della mia musica. Ritengo che con mediante essa si possa sperimentare e guardare avanti, anche verso un rinnovamento.

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Il brano con cui gareggi mostra la tua eclettica estrazione musicale. E’ questo il tuo punto di forza?

Amo moltissimo la musica folk, Joni Mitchell, e il cantautorato femminile di artiste come Joan Baez. Mi piace un sound molto essenziale e minimale. Negli anni sono arrivata The National, Bon Iver, e alla scena indie che adesso rappresenta una fetta importante della scena musicale attuale. Adoro le atmosfere di Massive Attack, Bjork, Portished che hanno condizionato il mio modo di intendere l’arte e l’approccio dietro al microfono.

In che modo, l’incontro con Diodato e Tommaso Colliva, ha inciso sul brano? Quanto e quale è stato il loro apporto in sala di produzione?

La produzione è di Diodato e Tommaso Colliva. Insieme abbiamo cercato di far venire fuori le mie influenze e le mie idee creative. Antonio condivide con me le stesse influenze. Durante i tour estivi abbiamo sempre proposto, perché entrambi la amiamo, “Out of time” dei Blur. Apprezziamo gli stessi artisti. Poi ci sono gli archi di Rodrigo D’Erasmo, anch’egli esponente di una scena che adoro. Quando senti dentro qualcosa di forte, poi alla fine si percepisce quando un sound è sincero. E’ il tuo modo di esprimerti. E’ il mio modo di fare arrivare la mia musica.

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L’indie è il nuovo pop?

Da questo punto di vista non mi piace fare classificazioni o dare etichette. La musica la vivo come se non ci fossero confini specifici. La qualità prima di tutto. Penso all’epoca dei nostri nonni, dove la musica jazz era considerata pop. Dipende dall’accezione che uno vuol dare al concetto di popolare.

Cosa ti aspetti dall’esperienza al Festival di Sanremo?

E’ senz’altro un’esperienza importante iniziata diversi mesi fa con le selezioni. Per me, già questo passaggio, rappresentava una dimensione nuova. Non mi era mai capitato di esibirmi in un contesto dove ci fosse una selezione. Vivo la musica con molta serenità e condivisione, anche con gli artisti che hanno preso parte a questo viaggio. Soprattutto per il periodo che stiamo vivendo, c’è bisogno di ritrovare una comunione artistica. Non vedo l’ora di andare lì e immergermi nel contesto musicale per eccellenza. E’ la cosa che adoro di più al mondo. Speriamo che l’arte possa ripartire proprio dall’Ariston.

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Interviste

Il ritorno di Chicoria: Servizio Funebre II è la colonna sonora dei tempi che corrono

Antonella Valente

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A distanza di diciassette anni dal suo debutto, Chicoria torna con un nuovo album, pubblicato per Sucream in licenza a Sony Music Entertainment Italy, Servizio Funebre 2: 10 tracce rappate stando in piedi sulle macerie di un paese e di un sistema, che esalta il furbo e la svolta e dimentica di raccontarti come vanno a finire quelli che svoltano facile.

La testimonianza artistica e umana di un percorso musicale di strada, vent’anni di storia vissuta in prima persona. Vent’anni in cui il rap è passato dal ghetto alle classifiche, dai crimini ai capelli colorati, spesso appannaggio dell’ego celebrazione dei rapper, piuttosto che del racconto del quartiere e della città. Il rap è il medium della comunità, Chicoria il conduttore più inadatto a non dire quello che pensa.

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A 17 anni dal tuo debutto come è cambiato il rap?

Il rap negli ultimi 17 anni è passato da essere una manifestazione estremamente di nicchia a diventare fenomeno di massa e genere preponderante nella musica italiana. Davvero pochissimi pionieri che hanno iniziato con questa musica in Italia provengono dal ghetto per come lo si intende.

Il tuo progetto discografico è “Servizio Funebre 2”, spiegaci come nasce questo progetto e perchè scegli questo titolo?

È il seguito del primo capitolo uscito nel 2014 che nacque dal mio incontro con Edoardo Di Fazio aka Depha Beat, produttore romano con cui trovo molta sintonia nel lavoro, ed è colui che oltre a produrre la maggior parte delle melodie anche questa volta, è anche un po’ il regista dei mood dei dischi. Il titolo riflette un po’ il messaggio che voglio veicolare, ossia che a un certo punto quando le cose non vanno, bisogna fargli il funerale che non significa la fine, ma un nuovo inizio.

Il disco affronta tematiche molto forti, quale è il suo messaggio e a chi è rivolto?

È rivolto ai giovani soprattutto. Non bisogna mai smettere di combattere, se c’è un problema bisogna risolverlo, ignorarlo non porterà a nulla. La società fa schifo? No interessandoti alla politica la situazione peggiorerà e basta. Se sei ignorante è facile che cadi vittima di chi ti vuol fregare o che pensi davvero che la vita illegale porti a qualcosa… Non mi sembra nella realtà esistano delinquenti che delinquono perennemente e ce la fanno, non è come in Gomorra che la polizia si fa viva 2 volte in 4 stagioni, quella è una fiction, una finzione appunto…

Quanto è presente l’esperienza personale in questo disco?

Trasuda. Tutto il disco è pervaso delle mie esperienze di vita, non potrebbe che essere altrimenti.

Servizio Funebre 2 è quindi la colonna sonora dei nostri tempi. In che modo però si può risorgere?

Io nella mia vita non volevo fare il rapper, volevo solo essere il miglior cancro della società. Se vendi droga, a meno che non si tratti di droghe leggere, stai avvelenando la società intorno a te per il tuo esclusivo tornaconto. Non puoi dire: “il mondo è una merda e non cambierà mai” perché se il tuo agire è questo anche tu sei causa di questa mondezza. Se io e persone ancora più incancrenite di me, abbiamo capito e siamo cambiati, anche tu puoi riuscirci. Nel momento in cui tu diventerai una persona migliore anche il mondo sarà meglio.

All’anagrafe Armando Sciotto, in arte Chicoria: perchè questo nome e quando ti avvicini al mondo del rap?

Viene dai graffiti perché teggavo ‘Chico’, poi la gente sapeva che fumavo tantissimo… ecc… ecc… e da lì l’hanno storpiato in ‘cicoria’ che è un nomignolo romano con cui chiamano l’erba e da lì a ‘Chicoria’ il passo è breve. Mi sono interessato all’hip hop a 13/14 anni. Già andavo sullo skate ma sono diventato famoso prima per i graffiti. Poi ho vissuto ad Amsterdam per qualche anno e quando sono tornato alcuni miei amici writers avevano iniziato a rappare e io ero preso benissimo. Poi hanno letto quello che scrivevo e mi hanno spronato a registrare e li è nato il mio primo gruppo rap “In the panchine”, il resto è storia.

Video: “S.O.S Sold Out?”, la cultura è ferma al palo: parlano i protagonisti


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