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Musica

Sanremo si, Sanremo no: “la terra dei cachi” che produce lavoro e genera polemiche

Federico Falcone

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Elio e le Storie Tese, un gruppo di geni nella “terra dei cachi“. Since 1996. Quando si parla del Festival di Sanremo, tra i tanti volti, aneddoti e racconti che vengono in mente, mentre il naufragar c’è dolce nelle consuete e ordinarie polemiche che accompagnano la kermesse, non può che uscire fuori il nome della band meneghina. Irriverenti, provocatori, dissacratori, hanno fatto della critica che i “dotti” definiscono intelligente il proprio marchio di fabbrica.

Noi lo definiamo, molto più semplicemente, “perculare con classe“. Un po’ come Frank Zappa che cantava “Tengo na minchia tanta“, ecco. E giù, tutti a capire cosa intendesse, cosa volesse dire, dove volesse andare a parare. A scervellarsi sul significato intrinseco alla canzone. Quando, più semplicemente, Zappa, ci stava prendendo a tutti per i fondelli. Ma per un Elio che gioca con le parole e con la semantica italiana, troviamo un Amadeus che, invece, negli ultimi giorni non vi ha prestato particolare attenzione. Le gravose polemiche che gettano ombre sul festival della canzone italiana hanno investito anche il conduttore televisivo che, storicamente sobrio nel modo di essere e comportarsi, stavolta si è lasciato sfuggire qualche parola di troppo.

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Come riportato dal Corriere della Sera, a microfoni spenti e quindi privatamente si sarebbe sfogato affermando che “se non mi prende il Covid, rischio di farmi venire un infarto“. E’ stato un momento di rabbia, può capitare che le parole sfuggano al controllo della lingua, ma visto il periodo potrebbero risultare più indelicate del solito. Non gettiamo la croce su Amadeus però, sta lavorando al meglio per portare avanti un’edizione piena di incognite e incertezze. Uno scivolone, ci piace pensarlo così.

Ciò che invece ci aspetteremmo – questo sì – sarebbe una presa di posizione da parte degli addetti ai lavori simile a quella del ministro Franceschini il quale, senza troppi giri di parole, ha chiuso alla possibilità della presenza in sala del pubblico perché “l’Ariston è un teatro, e come tutti gli altri italiani è chiuso“. Rigido, irremovibile, coerente. Stupisce, nell’Italia di questi giorni attorniata da personalismi e fanatismi politici, trovare un ministro che resti fermo sulle proprie decisioni. Sulla stessa falsariga, anche il ministro della Sanità, Roberto Speranza.

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Ed è un concetto ben più che condivisibile, non tanto perché in omaggio alla coerenza quanto perché l’Italia, in questo periodo storico, non può permettersi il lusso di fare figli e figliastri, adottare due pesi e due misure a seconda delle circostanze e quindi selezionare gli strappi alla regola da portare avanti. Stupiscono anche le parole di Fiorella Mannoia, la cui delicatezza nell’affrontare tematiche di carattere socio-culturale-politico è indiscutibile. Il suo pensiero è realmente un faro per il nostro movimento. Ma in quest’occasione, qualche dubbio lo genera.

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Come riportato dall’Ansa: “Sanremo mette in moto una macchina enorme, è industria che crea lavoro. Noi siamo purtroppo considerati quelli che se cantano o no poco cambia, ma la questione non è così semplice”, ha dichiarato la durante un’intervista condotta da Gino Castaldo a ‘Magazzini musicali’ in onda su Radio2 e su RaiPlay. “Dietro Sanremo, sottolinea l’artista, “ci sono case discografiche, c’è lavoro, c’è ricerca, musicisti, arrangiatori, contratti”. Vero.

“Proprio per questo bisogna stare attenti a dire ‘lo rimandiamo’ o ‘se non si fa è uguale’. Non puoi andare in una casa automobilistica e dire, ‘questo modello esce un altro anno’. Non è così semplice perché per fare quel modello di macchina, proprio in quel momento, c’è stato dietro tanto lavoro, di tanta gente. Non so perché nella scala della cultura noi siamo sempre visti come fanalino di coda”. Tutto vero.

Tutto vero, ma come la mettiamo con la realtà?

Sono centinaia i teatri e i cinema chiusi in tutta Italia. Non sono anche loro un’industria che genera lavoro? Ci sono migliaia di professionalità ferme al palo, non si può guardare a Sanremo se non come a una delle punte dell’iceberg di un settore fermo, impalato per evidenti difficoltà, su cui capeggia un punto interrogativo per il futuro grande così. E allora non guardiamo esclusivamente a Sanremo come industria – perché lo è, fa bene la Mannoia a ricordarcelo – ma anche alle realtà meno mainstream oppure meno politicizzate. Anche loro devono essere tutelate.

Forse più di Sanremo, dove il fattore economico è preponderante e anche se quest’anno va in perdita ha ampi margini di recupero. Cosa che non si può dire per chi da un anno ha le saracinesche abbassate.

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Il Festival di Sanremo, a differenza di molte altre manifestazioni musicali, è soprattutto un evento televisivo. Gli spettatori da casa sono l’arma forte su cui far leva, non di certo le presenze in sala che si contano in numero ridotto, se letto in proporzione all’audience. Ed su questo che probabilmente bisognerebbe puntare, cioè sul rendere l’edizione di quest’anno maggiormente interattiva al fine di dare, a chi la segue a distanza, la possibilità di partecipare con ulteriore e rinnovato coinvolgimento.

Non più semplice spettatore dall’Ariston, ma parte attivo di uno show. E’ su questo, infatti, che si è perso tempo e ora la corsa a recuperare terreno è impari, tortuosa e impervia. Ma tutto verrà risolto, perché “Sanremo è Sanremo”. E voi non siete un cazzo, verrebbe da aggiungere citando l’inarrivabile Albertone.

Affermare, però, che “Sanremo è Sanremo” con annesse tutte le sviolinate sull’impatto economico che ha per il Paese, inizia a puzzare di vecchio e anche di retorica che ormai ha francamente stufato. Si tengano, dunque, in considerazione anche le realtà più piccole, quelle che lavorano con e per il territorio, in stretta connessione con chi su esso opera e chi per esso si muove.

L’Italia, di realtà come queste, ne è piena. Meritano di essere valorizzate, tutelate e tenute in piedi. Meritano considerazione, investimenti, attenzioni. Parliamo di realtà che danno lavoro a ragazzi o persone con qualche anno in più sulle spalle che altrimenti non ne avrebbero, che non hanno possibilità di andare altrove a cercare fortuna, che amano l’arte del teatro, dello spettacolo e dell’intrattenimento in maniera esagerata. Loro meritano più di una opportunità. E’ da loro che bisognerebbe ripartire, da chi, tra tanta fatica, sacrifici e rinunce, prova a costruire in zone dove la cultura dà sbocchi e salva vite.

Esistono i fattori trainanti, e Sanremo è uno di questi, ma non può diventare l’eccezione alla regola. Né deve ambire a esserlo.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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“Verticale”: un percorso musicale nel tempo e del tempo del maestro Roberto Lobbe Procaccini

Luigi Macera Mascitelli

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Il 22 febbraio 2021 Roberto Lobbe Procaccini ha debuttato per FM Records con il suo primo album, Verticale. Un percorso musicale nel tempo e del tempo, registrato lungo tutta la penisola, tra Roma, Catania, Lucca e Perugia, in un anno che ha cambiato il tempo stesso e la nostra percezione di esso.

Definito “algoritmo emotivo di intelligenza musicale” da Max Gazzè, “un ambiente sonoro confortevole con il desiderio di sorprendere” da Peppe Vessicchio e “un lavoro che ti fa entrare in un mondo di fantasia in punta di piedi” da Massimiliano Bruno. Verticale è un percorso in 7 brani per scandire le tappe di un viaggio in profondità alla ricerca di se stessi, cercando risposte al rapporto che ognuno di noi ha col tempo, vissuto e da vivere.

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L’esigenza di guardarmi allo specchio e di definirmi è stato l’impulso principale che mi ha spinto a scrivere“, afferma Roberto. “Il bisogno di fermarsi, guardarsi indietro per poter capire meglio in che direzione guardare in avanti. Avevo il bisogno di raccontarmi, e l’ho fatto con lo strumento più potente che avessi a disposizione, ossia la musica. Mai come in questo percorso è stata per me così viva, intensa e alla fine terapeutica. Avevo bisogno di confrontarmi e uscire dalle abituali zone di conforto”

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Ad accompagnare Verticale è il videoclip di Closer To Your Heart, diretto da Andrea Centrella e prodotto da Fingerframe. Il video racconta il percorso parallelo di un uomo e di una giovane donna uniti a distanza dal filo rosso del tempo. Mentre quello dell’uomo volge al termine, quello della donna offre una nuova opportunità per riscattare la propria identità.

Roberto Lobbe Procaccini cerca di far convivere differenti anime all’interno della propria musica, contaminando la sua scrittura con elementi apparentemente distanti. La melodia minimale all’interno di un suono poderoso, la tessitura orchestrale legata ad elementi post-rock e la solitudine pianistica attraversata da un’elettronica cupa

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Vulgar Display of Power: 29 anni di groove metal con il capolavoro dei Pantera

Una musica inconfondibile che ha segnato un’era

Luigi Macera Mascitelli

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Feroce, brutale, senza fronzoli e micidiale come un pugno in faccia, proprio come mostra la sua irriverente copertina. Questo, forse, il miglior modo per descrivere il sesto album dei leggendari Pantera, Vulgar Display of Power, uscito il 25 febbraio 1992. Oggi l’iconico capolavoro della band compie ben 29 anni, ed è nostro dovere ricordare una delle pietre miliari del groove metal e del metal in generale.

Parlare oggi dei Pantera e del loro album per eccellenza è compito assai arduo. I motivi sono molteplici. Il primo è di natura storica: su di loro è stato praticamente già detto tutto. Una musica inconfondibile che ha segnato un’era. La ribellione di 4 ragazzi texani incazzati che a suon di birra e metal grezzo urlavano al mondo la loro furia. Il secondo è certamente più emotivo: l’anniversario di Vulgar Display of Power ci riporta subito alla mente la tragica scomparsa di Dimebag Darrell e Vinnie Paul, i due iconici fratelli, uno chitarrista, l’altro batterista della band, che diedero vita al quartetto. Ci lasciarono rispettivamente nel 2004 e nel 2018. Insomma, è un colpo al cuore ogni volta.

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Pubblicato per East West Records, il disco uscì a distanza di due anni dal precedente Cowboys From Hell, considerato l’album della svolta per la maturazione stilistica del gruppo. Dall’heavy/hair metal iniziale al cosiddetto groove metal. Fu proprio con i Pantera che il genere divenne famoso ed iconico; ed è con Vulgar Display of Power che la band giungse all’apice del successo.

L’ album permise a Phil Anselmo, Dimebag Darrell, Rex Brown e Vinnie Paul di varcare la soglia della fama mondiale, con milioni di copie vendute. Il tutto consacrato poi con un leggendario tour che toccò perfino l’Italia. In quell’afosissimo Monster Of Rock del 1992 a Reggio Emilia, i Pantera devastarono ogni cosa non lasciando superstiti nel pubblico. L’energia del quartetto texano all’epoca non conosceva rivali, anche dopo la pubblicazione del successivo Far Beyond Driven.

Tutto merito delle tracce che resero il disco leggendario. Tra queste ricordiamo: Fucking Hostile, Walk (descritta da molti come la canzone simbolo del gruppo), This Love e Mouth for War. Tutte trasmesse sotto forma di video su MTV. Evento più unico che raro per un canale televisivo che ancora non dava grande spazio alle band metal. Ma i Pantera erano così inarrestabili che non si poté restare indifferenti di fronte alla loro inesorabile scalata sull’Olimpo della leggenda.

Curiosità: il titolo venne ripreso dal celebre film del 1973 L’esorcista, di William Friedkin. In una scena tra tra padre Damien Karras e Regan MacNeil, il prete chiede alla ragazza posseduta di liberarsi dalle catene, e lei risponde: “That’s much too vulgar a display of power” (“Sarebbe solamente un volgare sfoggio di potere”). Nel giugno del 2017, poi, la rivista Rolling Stone ha inserito il disco alla decima posizione dei 100 migliori album metal di tutti i tempi.

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#senzafestival, contest musicali e culturali online per chiedere la ripartenza

Luigi Macera Mascitelli

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A distanza di un anno dalle prime chiusure causa Covid e dopo il Festival Day del 30 aprile 2020 con oltre 100 festival aderenti, arriva #senzafestival. Un evento in diretta online domenica 28 Febbraio, alle ore 18:00, con oltre 50 Festival e Contest che hanno già aderito da oltre metà delle province in tutta Italia. L’obiettivo è quello di sottolineare l’importanza e il valore della musica popolare italiana contemporanea per la tutela, la crescita e lo sviluppo dei nuovi artisti.

#senzafestival è un evento a cura del circuito della Rete dei Festival con It Folk, Musica Jazz, Circuito Ska e tante altre reti, che vuole tornare a porre l’attenzione sull’assoluta incertezza e instabilità in cui versano attualmente queste realtà e sul loro futuro. I festival musicali indipendenti e i contest per emergenti, così come i premi dedicati alla musica, sono fondamentali per la crescita di tutti gli artisti. Inoltre si tratta di elementi imprescindibili per la diffusione culturale, sostenendo processi di importantissima coesione sociale. 

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Nella diretta #senzafestival interverranno Mauro Ermanno Giovanardi e Tommaso Cerasuolo (voce dei Perturbazione). Ci sarà anche un momento dedicato al ricordo di Omar Rizzato , professionista dello spettacolo della provincia di Padova, mancato lo scorso sabato.

Alle ore 18 partirà uno zoom sulla pagina Facebook della Rete dei festival che durerà circa 15 minuti in cui si illustreranno questi punti:

1) rivendicare la necessità di garantire la sopravvivenza dei festival attraverso apposite forme di sostegno 

2) la loro fondamentale importanza, per la funzione di scouting, di aggregazione culturale, sociale e di comunità

3) la loro funzione di trampolino di lancio per i giovani talenti

4) appello a Mibact, alla Siae, al Nuovo Imaie e altri soggetti per piccoli finanziamenti straordinari al fine di tenere in vita questa realtà che stanno scomparendo

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