Carlo Verdone e l’amore per i Led Zeppelin: ricordo di quell’intervista con Robert Plant e Jimmy Page

“Dimme allora n’do stavamo quanno l’avemo fatto chii Megadeth”
“Sul traghetto pe’ Ponza”
“Chii Santana?
“A Roncobilancio, in mezzo a’ nebbia”
“Chi’i Pearl Jam?”
“Chi’i Pearl Jam n’avemo mai fatto”
“Te vanno bbene i Black Sabbath?”
“E come o’famo?”
“O’famo strano

Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha visto “Viaggi di Nozze“, tra i film più divertenti di Carlo Verdone. Il dialogo di cui sopra è quello leggendario tra Ivano e Jessica, sposi che si “consultano” in macchina sulle migliori colonne sonore a sfondo delle loro prestazioni sessuali. Il rock e Carlo Verdone, un binomio fantastico e travolgente.

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Paffutello, affabile, calvo, con un sorriso dolce e amabile, non esattamente l’archetipo del metallaro modello, capellone, brutto, sporco e cattivo. Ovviamente si gioca sui preconcetti e sui pregiudizi, sulla forma (tanta) e sulla sostanza (poca) dell’identikit ideale del rocker. Facciamoci due risate. Ridiamo di noi stessi, che male non fa. Chi scrive, peraltro, è un metallaro trentatreenne nel pieno della forma, ancora esaltato per band come Sepultura, Carcass e Motorhead, invasato quando ascolta i Pantera e gli Iron Maiden, commosso se si imbatte in un brano dei Faith No More o dei Blind Guardian, ma anche sedotto e abbandonato da una lunga chioma fluida. Anche la vista e la forma fisica ne hanno risentito. Gli occhiali sopra al naso e i primi accenni di pancetta sotto la maglia sono lì a testimoniarlo.

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Ad ogni modo, Carlo Verdone è molto più rocker di quanto noi stessi possiamo immaginare e avremmo immaginato. A cominciare da quell’ardore sfrenato per la batteria, amata grazie alle spedizioni a Siena in compagnia del padre per assistere al Palio. La, tra bandiere sventolanti e accompagnamenti di tamburi, scoppiò il colpo di fulmine per lo strumento. L’attore e regista romano possiede più di 22.000 vinili, e della sua collezione va fierissimo. “Sono fan delle grandi rockstar, come Jimmy Page che ho intervistato a Milano. Mi ha regalato una foto autografata (che ha messo sotto vetro, oltretutto, ndr). Anche Robert Plant ho incontrato, è stato molto gentile con me“.

Non stupisce, infatti, il dialogo di Ivano e Jessica, parzialmente identificativo della passione dell’attore romano verso il genere. Megadeth, Santana e Pearl Jam, tre mostri sacri, colonne portanti delle varie sfumature del rock. E poi ci sono loro, i Led Zeppelin, forse la band più amata e idolatrata da Verdone.

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Intervistarli fu una grande emozione. Mi concessero 40 minuti, agli altri 10/15 minuti, forse perché avevo preparato domande non da giornalista. Ed erano sorpresi che un attore- regista fosse così appassionato. Mi impressionò l’altezza di entrambi e le dita lunghe e fini di Page: sembravano le dita lunghe di un bambino. Furono gentili, e generosi verso alcuni colleghi, in particolare verso Gary Moore, e mi ripeterono che senza Muddy Waters sarebbe successo assai poco. Rimproverai scherzosamente Page di non avermi concesso “Don’t Leave Me This Way” nell’album con David Coverdale: quest’ultimo fu gentile e mi diede l’ok, ma Jimmy Page no. Fece ricadere la colpa sul suo editore e mi diede numeri di telefono e indirizzi vari per chiedergli suoi brani. Una volta gli scrissi: mi rispose, fu molto signore, erano solo complimenti e saluti”.

Led Zeppelin II mi ha sconvolto“, disse nel corso della trasmissione I Miei Vinili su Rai Tre. “Già il primo mi era già piaciuto moltissimo. Plant lo trovavo stranissimo ma mi piaceva tanto, Bonham mi piaceva, ma soprattutto Jimmy Page. Ho comprato il secondo album. Appena è partito il disco sono rimasto sconvolto. Quando ho bisogno di di energia metto ‘Whola Lotta Love‘ e…chi la batte? Energia pura. Il distorsore di Page era nuovo, potente. Questo brano riassume, secondo me, quello che sono stati i Led Zeppelin. Stessa cosa detta anche da Jimmy Page“.

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C’è la gran voce, portata al massimo, di Robert Plant, un assolo di batteria di John Bonham e un lavorone di John Paul Jones. Bonham è stato il più grande batterista rock del mondo, e resterà tale. Io ho visto praticamente quasi tutti i rock più importanti del mondo, solo loro non li ho visti. E questa rimane una macchia. Resterà una macchia“.

Una delle cose di cui va più fiero è “Led Zeppelin IIIautografato da Jimmy Page. Come raccontato sulle pagine del Corriere della Sera, “una volta mi rubarono il Led Zeppelin 3, che mio padre mi aveva portato dalla Francia con una copertina diversa. L’ho ritrovato su Facebook, ho cercato di ricomprarlo ma il proprietario si è inalberato, ho lasciato perdere“.

Una Band come i Led Zeppelin è unica e irripetibile. L’epoca d’oggi è molto confusa e questa confusione si concretizza molto bene in quello che ascoltiamo. C’è voglia di stupire ma poco, pochissimo sentimento. Gli Zeppelin avevano entrambe le cose“.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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