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Carlo Verdone e l’amore per i Led Zeppelin: ricordo di quell’intervista con Robert Plant e Jimmy Page

Intervistarli fu una grande emozione. Mi concessero 40 minuti, agli altri 10/15 minuti, forse perché avevo preparato domande non da giornalista.

Federico Falcone

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“Dimme allora n’do stavamo quanno l’avemo fatto chii Megadeth”
“Sul traghetto pe’ Ponza”
“Chii Santana?
“A Roncobilancio, in mezzo a’ nebbia”
“Chi’i Pearl Jam?”
“Chi’i Pearl Jam n’avemo mai fatto”
“Te vanno bbene i Black Sabbath?”
“E come o’famo?”
“O’famo strano

Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha visto “Viaggi di Nozze“, tra i film più divertenti di Carlo Verdone. Il dialogo di cui sopra è quello leggendario tra Ivano e Jessica, sposi che si “consultano” in macchina sulle migliori colonne sonore a sfondo delle loro prestazioni sessuali. Il rock e Carlo Verdone, un binomio fantastico e travolgente.

Paffutello, affabile, calvo, con un sorriso dolce e amabile, non esattamente l’archetipo del metallaro modello, capellone, brutto, sporco e cattivo. Ovviamente si gioca sui preconcetti e sui pregiudizi, sulla forma (tanta) e sulla sostanza (poca) dell’identikit ideale del rocker. Facciamoci due risate. Ridiamo di noi stessi, che male non fa. Chi scrive, peraltro, è un metallaro trentatreenne nel pieno della forma, ancora esaltato per band come Sepultura, Carcass e Motorhead, invasato quando ascolta i Pantera e gli Iron Maiden, commosso se si imbatte in un brano dei Faith No More o dei Blind Guardian, ma anche sedotto e abbandonato da una lunga chioma fluida. Anche la vista e la forma fisica ne hanno risentito. Gli occhiali sopra al naso e i primi accenni di pancetta sotto la maglia sono lì a testimoniarlo.

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Ad ogni modo, Carlo Verdone è molto più rocker di quanto noi stessi possiamo immaginare e avremmo immaginato. A cominciare da quell’ardore sfrenato per la batteria, amata grazie alle spedizioni a Siena in compagnia del padre per assistere al Palio. La, tra bandiere sventolanti e accompagnamenti di tamburi, scoppiò il colpo di fulmine per lo strumento. L’attore e regista romano possiede più di 22.000 vinili, e della sua collezione va fierissimo. “Sono fan delle grandi rockstar, come Jimmy Page che ho intervistato a Milano. Mi ha regalato una foto autografata (che ha messo sotto vetro, oltretutto, ndr). Anche Robert Plant ho incontrato, è stato molto gentile con me“.

Non stupisce, infatti, il dialogo di Ivano e Jessica, parzialmente identificativo della passione dell’attore romano verso il genere. Megadeth, Santana e Pearl Jam, tre mostri sacri, colonne portanti delle varie sfumature del rock. E poi ci sono loro, i Led Zeppelin, forse la band più amata e idolatrata da Verdone.

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Intervistarli fu una grande emozione. Mi concessero 40 minuti, agli altri 10/15 minuti, forse perché avevo preparato domande non da giornalista. Ed erano sorpresi che un attore- regista fosse così appassionato. Mi impressionò l’altezza di entrambi e le dita lunghe e fini di Page: sembravano le dita lunghe di un bambino. Furono gentili, e generosi verso alcuni colleghi, in particolare verso Gary Moore, e mi ripeterono che senza Muddy Waters sarebbe successo assai poco. Rimproverai scherzosamente Page di non avermi concesso “Don’t Leave Me This Way” nell’album con David Coverdale: quest’ultimo fu gentile e mi diede l’ok, ma Jimmy Page no. Fece ricadere la colpa sul suo editore e mi diede numeri di telefono e indirizzi vari per chiedergli suoi brani. Una volta gli scrissi: mi rispose, fu molto signore, erano solo complimenti e saluti”.

Led Zeppelin II mi ha sconvolto“, disse nel corso della trasmissione I Miei Vinili su Rai Tre. “Già il primo mi era già piaciuto moltissimo. Plant lo trovavo stranissimo ma mi piaceva tanto, Bonham mi piaceva, ma soprattutto Jimmy Page. Ho comprato il secondo album. Appena è partito il disco sono rimasto sconvolto. Quando ho bisogno di di energia metto ‘Whola Lotta Love‘ e…chi la batte? Energia pura. Il distorsore di Page era nuovo, potente. Questo brano riassume, secondo me, quello che sono stati i Led Zeppelin. Stessa cosa detta anche da Jimmy Page“.

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C’è la gran voce, portata al massimo, di Robert Plant, un assolo di batteria di John Bonham e un lavorone di John Paul Jones. Bonham è stato il più grande batterista rock del mondo, e resterà tale. Io ho visto praticamente quasi tutti i rock più importanti del mondo, solo loro non li ho visti. E questa rimane una macchia. Resterà una macchia“.

Una delle cose di cui va più fiero è “Led Zeppelin IIIautografato da Jimmy Page. Come raccontato sulle pagine del Corriere della Sera, “una volta mi rubarono il Led Zeppelin 3, che mio padre mi aveva portato dalla Francia con una copertina diversa. L’ho ritrovato su Facebook, ho cercato di ricomprarlo ma il proprietario si è inalberato, ho lasciato perdere“.

Una Band come i Led Zeppelin è unica e irripetibile. L’epoca d’oggi è molto confusa e questa confusione si concretizza molto bene in quello che ascoltiamo. C’è voglia di stupire ma poco, pochissimo sentimento. Gli Zeppelin avevano entrambe le cose“.

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Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

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Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

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