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Un Sacco Bello fa quaranta; tra malinconie e solitudine l’indecifrabilità dell’Italia è rimasta la stessa

Paolo Romano

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Nel 2020 Carlo Verdone compie 70 anni. Quarant’anni prima quando uscì Un Sacco Bello, nel 1980, ne aveva 30. L’immaginario collettivo è inesorabilmente portato ad accollare all’uomo maturo di oggi la fotografia di allora e si stenta a credere che davvero il regista romano debba spegnere quelle candeline. Perché?

Si tratta di una domanda meno retorica del previsto. In primo luogo perché una forma d’arte, quando è tale, tende naturalmente a bloccare in modo concreto un’idea ad una immagine; non un’ipostasi, né un’icona, ma uno spazio magico in cui, per una strana coazione a ripetere, succedono cose sempre nuove anche dentro l’identico contenitore. Non capita quasi mai, capita certamente con Un Sacco Bello che, rivisto oggi (sarebbe la sua miglior celebrazione), ha moltissimo da raccontare del presente.

Già perché Enzo, Ruggero, Leo e gli altri sono tipi umani che si muovono assecondando una direttrice umana universale e non può non esser rimbalzato nel racconto di Verdone, di padre letterato e accademico, l’eco dei personaggi di Teofrasto, così ricchi di contraddizioni e con una vis comica immediata, intrinseca, alla faccia della loro complessità reale.

Verdone li fece muovere in un ambiente, quello di Roma, che, oltre a essere certamente a lui più familiare, funzionava nel racconto di sé come motore privilegiato dell’azione. Con lo stesso ruolo di un acquario dove si può studiare e osservare da vicino il comportamento, l’etologia dei pesci, così la Roma della pellicola è il luogo perfetto in cui quell’ibridarsi continuo di comico, tragico, ironico, drammatico, solitario, collettivo trova il miglior punto d’osservazione.

Se così non fosse quel film sarebbe, al più, divenuto patrimonio di una certa romanità, incapace di raccontare sé stessa al resto del Paese. E invece la sceneggiatura, la fotografia, i tipi umani di quel film tanto romano sono diventati con i loro tic e le loro desolazioni un lessico condiviso per la nazione, il riferimento immediato per raccontare una situazione o un sentimento. Se questa “grandezza” è spesso riservata a opere dal sapore drammaturgico e serioso, Verdone è riuscito a spezzare la catena mettendo in quella universalità semantica il linguaggio comico (perché poi il film comico lo è per davvero), di fatto la cifra eletta che traghetta lo spettatore.

Questo è il merito, il punto di non ritorno di quel film: aver fissato nuovi paletti e nuove regole alla tradizionale commedia all’italiana che negli anni ’60 aveva reso famoso il nostro cinema nel mondo e che rischiava di perdersi negli acquitrini dei B-movie pruriginosi e zozzetti; è stato il modo di gridare, in qualche modo, che quella grande esperienza cinematografica non era conclusa, ma semplicemente aveva trovato una forma diversa e altrettanto efficace.

Ma è temerario sostenere che Un sacco bello può raccontare molto del presente? Vediamo, giusto qualche elemento storico alla mano. Nel 1980 le Torri Gemelle esistevano da appena sei anni, in Italia il Presidente del Consiglio era Cossiga, l’Italia non conosceva ancora Paolo Rossi e la Spagna, Emanuela Orlandi aveva 12 anni e abitava serenamente con la sua famiglia, la Guerra Fredda era al suo culmine, ma anche pronta a dar segno delle prime crepe. Fu sempre nel 1980, per dire, che Lech Walesa fondò Solidarnosc, che fu una risposta di matrice cattolica al blocco comunista, fondata sui diritti del lavoro e dei lavoratori.

Gli anni di piombo e la terribile violenza del ’77 era penetrata troppo a fondo nel tessuto sociale perché il Paese ritrovasse un briciolo di fiducia, l’omicidio di Aldo Moro un trauma insuperabile per i cittadini e per la classe dirigente. Il 2 agosto di quell’anno 85 persone morirono alla Stazione di Bologna. E no, non solo non esisteva internet, ma i telefoni (come si vede nel film, tra l’altro) erano quelli grigi della Sip, qualcuno ancora col duplex, e per strada serviva il gettone da farsi cambiare al bar; a Roma il sindaco era (ebbene sì) Luigi Petroselli.

Non è affatto secondario, per capire quello straordinario esordio cinematografico di Verdone, ricordarsi del contesto storico nel quale si svolge la storia. I personaggi della pellicola, infatti, vivono, ciascuno secondo una propria grammatica interiore, le contraddizioni di un tempo per molti versi indecifrabile, sedotto dalla tecnologia e dal boom che sarebbe venuto, ma spaventato dalle bombe e dallo stragismo.

C’era chi contestava cavalcando una seconda ondata hippy e new age, incapace di vedere come quella stagione fosse già sepolta da tempo, c’era chi millantava una sicumera gradassa e burinotta pronto a salire su un’auto sgangherata per andare a Cracovia a “rimorchiare” le ragazze povere, portando loro un paio di calze e dei cioccolatini e c’era chi eterno imbranato, stentava a decodificare il presente.

Questo hanno in comune quei personaggi. Danno risposte incongrue ad un tempo inafferrabile, imprigionati in una solitudine assoluta, magnificamente rappresentata dalla Roma deserta e ferragostana che già diciotto anni prima Risi aveva immortalato ne Il sorpasso (chissà perché poco citato come riferimento e tributo esplicito da Verdone nel suo film). Ora, quella condizione di disarticolazione, di frattura scomposta tra individuo e società, tra classe politica e istinti di massa è esattamente la stessa che si ritrova oggi, mutatis mutandis, negli anni delle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione tecnologica.

E’ l’isolamento che si esprime per like, status e aggressioni social, lo stesso di Enzo che non trova compagnia per il suo viaggio in Polonia; c’è Leo, il nerd imbranato, che non riesce, salvo con un azzardo che si rivelerà utopico, a dare una sterzata alla propria vita, a cavalcare la propria storia in sella alla storia di una civiltà e c’è pure, con Ruggero, la risposta della controcultura alternativa, indipendente e chi più aggettivi ha più ne aggiunga rispetto al turbocapitalismo globale. C’era allora, c’è ancora oggi. Perché quello che viene fuori da Un Sacco Bello è l’umanità dei suoi personaggi, chi in un modo e chi in un altro lanciati verso un abisso di fallimenti irrimediabili.

Un racconto malinconico e spesso virato al registro grottesco che trova nel tema minore fischiato composto da Ennio Moricone la sua perfetta traduzione musicale.

N.B.: la cosa ancora sorprendente, atteso il successo epocale di quel film, è il riuscito significativo risparmio sul budget, considerato che fu girato in poco più di cinque settimane e con set complessivamente sparsi in ogni quartiere di Roma. Stai a vedere che le (buone) idee non hanno sempre bisogno di grandi finanziamenti per funzionare?

Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

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Speciale Nick Drake, il poeta maledetto del rock inglese in bilico tra Baudelaire e Robert Johnson

Nick Drake è stato più di un semplice musicista, cantore, poeta. E’ stato un cigno dei più eleganti, ammirevoli e splendenti

Federico Falcone

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C’è una sorta di ingiustizia che si aggira negli ambienti della musica. In quella rock, poi, che di sfumature e contorni ne conosce a dozzine, sembra essere ulteriormente feroce, quasi sadica, focalizzata a gestire con scarsa equità i suoi esponenti più delicati. Sventure e disavventure fanno da sfondo a una casta di musicisti che col destino sembrano avere un conto in sospeso. E probabilmente è così. Di casi illustri ne potremmo citare tanti, tantissimi, ma solo parte di questi, per dirla con i volgari censori aprioristici, “se la sono andata a cercare“. Ammesso che vi fosse, ab origine, una precisa volontà.

Chi di certo non se l’è cercata è stato Nick Drake. Musicista, autore di liriche di straordinaria bellezza per introspezione e sensibilità, effige di tutta quella palesata malinconia, di quel malessere interno, di quell’inquietudine che hanno finito per divorarlo e devastarlo. Uno scrittore sopraffino, un chitarrista sofisticato e forse troppo sottovalutato. Non un guitar hero, ma quel tipo di outsider dotato di talento e classe quanto basta per infondere un marchio ben riconoscibile al proprio stile.

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Nicholas Rodney Drake non era un banale compositore o un semplice autore, bensì un poeta che ha trovato rifugio nella sei corde e nelle sette note che, nella sua seppur breve carriera (solamente tre album all’attivo), ha lasciato un’impronta ben marcata nel cantautorato del genere. Un poeta con una folle ammirazione e una sincera passione per quella corrente francese che in Baudelaire o Rimbaud vedeva i suoi massimi rappresentanti. Interesse, quello per la scrittura decadente, coltivato fin dall’adolescenza, quando prima di iscriversi alla facoltà di letteratura di Cambridge ebbe l’epifania per il genere durantae una vacanza-studio in Francia. Fu qui che scelse di approfondire la visione intimista e ultraesistenziale dei suoi cantori più amati.

Parallelamente all’interesse per la poesia, il figlio di papà Rodney e mamma Molly si avvicinò alla musica e al blues in particolare. Scoprì i grandi del genere ma si affezionò, in particolar modo, a Robert Johnson, un altro che, in quanto a leggende e dannazione, resta tutt’ora un mistero. Il chitarrista afroamericano, si racconta, strinse un patto col diavolo affinché questi gli fornisse un talento smisurato. Un compromesso diabolico, appunto. Una vita breve e intensa che culminò con la morte prematura in data 16 agosto 1938. Le circostanze del decesso non furono mai chiarite del tutto. Aveva 27 anni.

Ma Nick non era Robert e lo stile non era paragonabile. Pochi giri di blues, qualche accordo, tanta inventiva e sperimentazione, specialmente nelle accordature e nel sound, al punto che la riproposizione dei brani dal vivo si rivelava particolarmente complessa proprio per i sopra citati motivi. Drake aveva qualcosa in più degli altri: la capacità di guardare oltre, la visione di un insieme composta da anima, cuore e fragilità. Un ensemble altrettanto luciferino. Fu proprio questo connubio a far cadere su di lui un lento ma inesorabile drappo nero.

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Decise di mettere a nudo le proprie emozioni, di veicolarle sotto forma di musica, di svelare pubblicamente la propria intimità. L’amore per la poesia non lo abbandonò mai, anzi, se possibile aumentò col tempo, nutrendo la latente vena artistica con parole e concetti capaci di arrivare dritti, spesso come un macigno, all’ascoltatore. Era dolce, Nick. Era fragile, Nick. Era inquieto, Nick. A tutto ciò non sfuggì, sapeva di essere stretto in una morsa e di non poterne uscire. Erano i suoi punti di forza, ma anche le sue debolezze. Il supporto clinico dalle medicine che assumeva poteva avere effetto fino a un certo punto, dopo di che uscì inesorabilmente fuori lo spleen, quella morsa di emotività e dolore troppo difficile da sopportare.

Il tentativo di tornare a casa da mamma e papà, in quell’ambiente che Giovanni Pascoli identificò come “Il Nido” valse a poco. L’anima di Nick era ormai ostaggio di demoni e sofferenze, di scarsa capacità comunicativa col mondo esterno – se non tramite le sue canzoni – e di oziosi silenzi miscelati da atarassica indifferenza e incolpevole malessere. Non lo scelse. Non “se l’è cercata”. Un poeta maledetto, il nativo di Yangon, Birmania, che con Robert Johnson riuscì ad avere un’affinità. L’unica, la più sbagliata. L’età del decesso. Johnson morì 27enne, Drake ventiseienne. Un anno di differenza. Che vuoi che sia.

Five Leaves Left” (1969), “Bryter Layter (1970) e “Pink Moon” (1972) sono la sua eredità, il suo epitaffio musicale carico di sentimenti agrodolci, sfumati da momenti di esaltazione artistica, contornati da pathos e sofferenze troppo, troppo difficili da celare o nascondere agli occhi dei più. Debolezza e fragilità vanno spesso in coppia. Si spalleggiano e si fronteggiano fino a che uno dei due non ha la meglio. Nick Drake è stato più di un semplice musicista, cantore, poeta. E’ stato un cigno dei più eleganti, ammirevoli e splendenti.

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Morì il 25 novembre del 1974 nella casa dei suoi genitori a Tanworth in Arden, nella campagna inglese a nordest di Londra. La madre, preoccupata dal fatto che a mezzogiorno il ragazzo ancora non si fosse alzato andò a svegliarlo. Lo trovò riverso nel letto, stretto sotto le lenzuola, contratto. L’autopsia dirà che era morto intorno le sei, sei e mezzo del mattino, probabilmente a causa di un arresto cardiaco derivante da un’assunzione esagerata di farmaci.

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“Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Federico Falcone

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Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

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Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

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Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

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L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

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 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

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23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

Riccardo Colella

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“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

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