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Un Sacco Bello fa quaranta; tra malinconie e solitudine l’indecifrabilità dell’Italia è rimasta la stessa

Paolo Romano

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Nel 2020 Carlo Verdone compie 70 anni. Quarant’anni prima quando uscì Un Sacco Bello, nel 1980, ne aveva 30. L’immaginario collettivo è inesorabilmente portato ad accollare all’uomo maturo di oggi la fotografia di allora e si stenta a credere che davvero il regista romano debba spegnere quelle candeline. Perché?

Si tratta di una domanda meno retorica del previsto. In primo luogo perché una forma d’arte, quando è tale, tende naturalmente a bloccare in modo concreto un’idea ad una immagine; non un’ipostasi, né un’icona, ma uno spazio magico in cui, per una strana coazione a ripetere, succedono cose sempre nuove anche dentro l’identico contenitore. Non capita quasi mai, capita certamente con Un Sacco Bello che, rivisto oggi (sarebbe la sua miglior celebrazione), ha moltissimo da raccontare del presente.

Già perché Enzo, Ruggero, Leo e gli altri sono tipi umani che si muovono assecondando una direttrice umana universale e non può non esser rimbalzato nel racconto di Verdone, di padre letterato e accademico, l’eco dei personaggi di Teofrasto, così ricchi di contraddizioni e con una vis comica immediata, intrinseca, alla faccia della loro complessità reale.

Verdone li fece muovere in un ambiente, quello di Roma, che, oltre a essere certamente a lui più familiare, funzionava nel racconto di sé come motore privilegiato dell’azione. Con lo stesso ruolo di un acquario dove si può studiare e osservare da vicino il comportamento, l’etologia dei pesci, così la Roma della pellicola è il luogo perfetto in cui quell’ibridarsi continuo di comico, tragico, ironico, drammatico, solitario, collettivo trova il miglior punto d’osservazione.

Se così non fosse quel film sarebbe, al più, divenuto patrimonio di una certa romanità, incapace di raccontare sé stessa al resto del Paese. E invece la sceneggiatura, la fotografia, i tipi umani di quel film tanto romano sono diventati con i loro tic e le loro desolazioni un lessico condiviso per la nazione, il riferimento immediato per raccontare una situazione o un sentimento. Se questa “grandezza” è spesso riservata a opere dal sapore drammaturgico e serioso, Verdone è riuscito a spezzare la catena mettendo in quella universalità semantica il linguaggio comico (perché poi il film comico lo è per davvero), di fatto la cifra eletta che traghetta lo spettatore.

Questo è il merito, il punto di non ritorno di quel film: aver fissato nuovi paletti e nuove regole alla tradizionale commedia all’italiana che negli anni ’60 aveva reso famoso il nostro cinema nel mondo e che rischiava di perdersi negli acquitrini dei B-movie pruriginosi e zozzetti; è stato il modo di gridare, in qualche modo, che quella grande esperienza cinematografica non era conclusa, ma semplicemente aveva trovato una forma diversa e altrettanto efficace.

Ma è temerario sostenere che Un sacco bello può raccontare molto del presente? Vediamo, giusto qualche elemento storico alla mano. Nel 1980 le Torri Gemelle esistevano da appena sei anni, in Italia il Presidente del Consiglio era Cossiga, l’Italia non conosceva ancora Paolo Rossi e la Spagna, Emanuela Orlandi aveva 12 anni e abitava serenamente con la sua famiglia, la Guerra Fredda era al suo culmine, ma anche pronta a dar segno delle prime crepe. Fu sempre nel 1980, per dire, che Lech Walesa fondò Solidarnosc, che fu una risposta di matrice cattolica al blocco comunista, fondata sui diritti del lavoro e dei lavoratori.

Gli anni di piombo e la terribile violenza del ’77 era penetrata troppo a fondo nel tessuto sociale perché il Paese ritrovasse un briciolo di fiducia, l’omicidio di Aldo Moro un trauma insuperabile per i cittadini e per la classe dirigente. Il 2 agosto di quell’anno 85 persone morirono alla Stazione di Bologna. E no, non solo non esisteva internet, ma i telefoni (come si vede nel film, tra l’altro) erano quelli grigi della Sip, qualcuno ancora col duplex, e per strada serviva il gettone da farsi cambiare al bar; a Roma il sindaco era (ebbene sì) Luigi Petroselli.

Non è affatto secondario, per capire quello straordinario esordio cinematografico di Verdone, ricordarsi del contesto storico nel quale si svolge la storia. I personaggi della pellicola, infatti, vivono, ciascuno secondo una propria grammatica interiore, le contraddizioni di un tempo per molti versi indecifrabile, sedotto dalla tecnologia e dal boom che sarebbe venuto, ma spaventato dalle bombe e dallo stragismo.

C’era chi contestava cavalcando una seconda ondata hippy e new age, incapace di vedere come quella stagione fosse già sepolta da tempo, c’era chi millantava una sicumera gradassa e burinotta pronto a salire su un’auto sgangherata per andare a Cracovia a “rimorchiare” le ragazze povere, portando loro un paio di calze e dei cioccolatini e c’era chi eterno imbranato, stentava a decodificare il presente.

Questo hanno in comune quei personaggi. Danno risposte incongrue ad un tempo inafferrabile, imprigionati in una solitudine assoluta, magnificamente rappresentata dalla Roma deserta e ferragostana che già diciotto anni prima Risi aveva immortalato ne Il sorpasso (chissà perché poco citato come riferimento e tributo esplicito da Verdone nel suo film). Ora, quella condizione di disarticolazione, di frattura scomposta tra individuo e società, tra classe politica e istinti di massa è esattamente la stessa che si ritrova oggi, mutatis mutandis, negli anni delle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione tecnologica.

E’ l’isolamento che si esprime per like, status e aggressioni social, lo stesso di Enzo che non trova compagnia per il suo viaggio in Polonia; c’è Leo, il nerd imbranato, che non riesce, salvo con un azzardo che si rivelerà utopico, a dare una sterzata alla propria vita, a cavalcare la propria storia in sella alla storia di una civiltà e c’è pure, con Ruggero, la risposta della controcultura alternativa, indipendente e chi più aggettivi ha più ne aggiunga rispetto al turbocapitalismo globale. C’era allora, c’è ancora oggi. Perché quello che viene fuori da Un Sacco Bello è l’umanità dei suoi personaggi, chi in un modo e chi in un altro lanciati verso un abisso di fallimenti irrimediabili.

Un racconto malinconico e spesso virato al registro grottesco che trova nel tema minore fischiato composto da Ennio Moricone la sua perfetta traduzione musicale.

N.B.: la cosa ancora sorprendente, atteso il successo epocale di quel film, è il riuscito significativo risparmio sul budget, considerato che fu girato in poco più di cinque settimane e con set complessivamente sparsi in ogni quartiere di Roma. Stai a vedere che le (buone) idee non hanno sempre bisogno di grandi finanziamenti per funzionare?

Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

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50 anni fa l’assurda morte di Jimi Hendrix: il più grande chitarrista di sempre

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Federico Falcone

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Il più grande chitarrista di tutti i tempi. Mito. Leggenda. Inarrivabile. Senza di lui il rock non sarebbe stato lo stesso. La chitarra elettrica, non sarebbe stata la stessa.

Di Jimi Hendrix, nato a Seattle il 27 novembre del 1942, morto a Londra il 18 settembre del 1970, è stato detto tutto. E, forse, è tutto corretto.

Del cosiddetto Club dei 27 fu tra i fondatori. E anche questo è veritiero. Seattle, culla del giovane Jimi. Seattle, anche culla del movimento grunge di pochi decenni dopo. Non culla, però, bensì tomba, di Kurt Cobain, fondatore, cantante-chitarrista e leader dei Nirvana. Anch’egli esponente di lusso del Club dei 27.

Seattle, città in comune nel destino di due artisti tra i più influenti della storia del rock. Corsi e ricorsi storici.

Per chi, come lui, aveva umili origini, l’arte di arrangiarsi rappresentava un valore aggiunto. Alla morte della madre, ricevette in dono dal padre una chitarra. Jimi era mancino, la chitarra aveva le corde tarate per destrimani. La soluzione era ovvia: rovesciarla e suonarla quindi con la più scontata naturalezza. L’impriting con lo strumento, per l’erede sangue cherokee, fu questo. Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band.

I Chitlin’ Circuit, per i profani, sono – o meglio, erano – quella fitta rete di locali dove gli astri emergenti della musica afroamericana potevano esibirsi. Soul, funky, jazz, blues, rock.

Nelle lunghe jam session all’interno dei club, si suonava di tutto. Fu all’interno di essi che l’estro artistico di Hendrix trovò terreno fertile. Cresciuto all’ombra di mostri sacri come Solomon Burke, The Supremes, Jackie Wilson e Sam Cooke, non c’è da stupirsi che il giovane Jimi ambisse a bruciare le tappe per imporsi sulla scena musicale.

Velvetones e Rocking Kings furono le sue prime band. A Nashville, agli inizi dei Sessanta, dopo il congedo dal servizio militare, l’ingresso nel circuito della live musicale di un certo livello. Da quel momento in avanti, l’ascesa di Hendrix fu costante e quotidiana.

La carriera fu breve ma intensa. Solo quattro album all’attivo (“Are you Experienced”, “Axis:Bold as Love”, “Electric Ladyland”e “Band of Gypsys“) e un’infinità di raccolte, bootleg e compilation più o meno ufficiali, a comporre la sua discografia. Blues, soul, funky, influenze psichedeliche e rock resero il suo trademark ben riconoscibile.

Alcuni concerti, come quello di Woodstock o quello all’Isola di Wight (di fronte a 600mila persone), lo elevarono a status di leggenda.

Sregolato e narcisista, eclettico e multiforme, Jimi Hendrix morì a Londra il 18 settembre del 1970. Un decesso che ancora oggi, a distanza di cinquanta anni, è avvolto da una patina di mistero. Tante le domande che non hanno mai trovato risposta e numerose le contraddizioni legate alla versione dei fatti. Ad alimentare ciò, una vita al limite. L’abuso di droghe e alcool e le amicizie pericolose, poi, non fecero altro che gettare benzina sul fuoco.

Così come quel viaggio in Marocco nel 1969. Il chitarrista si fece leggere la mano da una chiaroveggente che predisse la sua morte prima dei trenta anni. Per Jimi fu uno shock dal quale non si riprese mai del tutto e che costellò le ultime settimane delle sua vita di una serie di episodi folli e inimmaginabili.

Erano le 12.45 del 18 settembre 1970, in quel del St Mary Abbot’s Hospital della capitale inglese, Jimi Hendrix veniva dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Morto nel sonno, soffocato dal proprio vomito, determinato da una dose eccessiva di barbiturici.

Una morte assurda, che richiama alla mente quella di altri Dei del rock come Bon Scott e John Bonham.

La sua ultima notte la passò con Monika Danneman. La donna, in seguito, dichiarò che il chitarrista prese nove pasticche di Vesparax, sonnifero tanto efficace quanto appunto pericoloso. Se la Danneman fosse o meno complice di quell’assunzione in eccesso, non lo sapremo mai, però. Cinquanta anni dopo il mito di Hendrix è intramontabile e più vivo che mai. Questo si, lo sappiamo con certezza.

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B.B. King, il “Martin Luther King del blues” uscito fuori dai campi di cotone

Federico Falcone

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Mi sembra che i giovani di oggi che si accostano alla musica lo fanno solamente per fare soldi e non per una passione autentica

Non è stata una stella dello star system, comodamente sdraiata sul divano della propria abitazione, ad affermare ciò. Non è stata neanche una meteora da reality show che, sull’onda dell’estemporaneo successo frutto dell’ennesimo singolo usa e getta, si è sentita in dovere di vantare una presunta esperienza agli occhi dei più.

Ad affermare ciò fu B.B. King, uomo, artista, che la storia della musica l’ha fatta per davvero.

Chiedete a chi, come lui, ha vissuto la povertà assoluta, l’onta del razzismo sulla propria pelle e il dover lavorare nei campi di cotone per sopravvivere, quale valore abbia l’arte. Cosa vuol dire rifugiarsi in essa per emergere e credere che l’esistenza non sia costellata esclusivamente da dolore e sofferenza. Che la fuori c’è altro, magari un palco dal quale potersi esibire per lasciarsi alle spalle, anche solo per due ore, lo spettro di una vita che avrebbe potuto riservare altro.

Da contadino a bluesman. Non uno dei tanti, però. Di nome, e di fatto. Senza di lui, il blues non sarebbe stato quello che conosciamo.

Per il suddetto genere musicale ha rappresentato un’evidente sliding door. La sua influenza, su tutta la musica nera del Novecento e, quindi, su ciò che essa ha influenzato a sua volta, è pressoché sconfinata. Una storia d’altri tempi, la sua, di una generazione che ha dovuto lottare con pericoli ben più grandi della gavetta o dei cachet ridotti.

Viviamo i mesi del movimento Black Lives Matter. Sappiamo tutti come è nato, e perché. Allora facciamo un salto indietro di quasi un secolo e andiamo nello Stato del Mississippi dove Riley B. King nacque il 16 settembre del 1925. Proviamo per un attimo a immaginare cosa volesse dire, per un bambino di colore nato povero, vivere il sogno della musica. Per la concezione del tempo, i neri potevano “solo lavorare e, al massimo, cantare”. Il blues e il gospel nacquero proprio così.

A sette anni già gli sanguinavano le mani nei campi. Negli anni del Proibizionismo, la comunità di colore era una valida manovalanza a basso costo. A tenergli compagnia sotto al sole cocente del Mississippi vi erano la madre e la nonna.

Guadagnava una miseria, meno di 30 centesimi di dollari per quattro ore di lavoro. Nel mentre, però, cantava. Improvvisava liriche, ideava metriche vocali.

I primi ad accorgersi di quel talento furono i suoi compagni di fatica, certamente, ma anche alcuni impresari locali che cercavano artisti da far esibire nei locali del posto. Il passo successivo fu andare in chiesa per i recital gospel. Nel giro di poco, fu chiaro a tutti che Riley B. King non era un semplice ragazzino in gamba, ma un diamante grezzo da far brillare e che, presto o tardi, avrebbe espresso tutta la sua maestosità. Così avvenne.

Per la comunità afroamericana dalla musica, King non fu un semplice musicista o una star come tutte le altre. Per alcuni, analogamente a Buddy Guy, fu una sorta di Martin Luther King del blues. Un passaggio nella storia fondamentale per l’emancipazione della popolazione di colore, passata dall’essere schiava al veder riconosciuti i propri diritti civili. Un cammino lunghissimo, infinito, che, come abbiamo detto poco sopra, prosegue anche oggi, seppur con forme e modalità differenti.

Non a caso, durante uno dei suoi primi show, leggenda narra che affermò: “Voglio dimostrare che sappiamo fare tante cose oltre a lavorare ed essere servi”.

Migliaia di concerti all’attivo, centinaia di brani registrati, un’infinità di collaborazioni con artisti di tutto il mondo, sono solo una piccola dimostrazione di come sia riuscito nel suo intento. Collezionava chitarre, ne aveva più di 500. La più famosa, Lucille, la conosciamo tutti. Una Gibson ES-335 nera. Se dare un nome a una chitarra potrà sembrarvi singolare, beh, allora dovreste conoscere la storia che si cela dietro la compagna di palco di B.B.King.

Arkansas, 1949. L’inverno, particolarmente rigido, male si sposava con le necessità dei locali di intrattenere i residenti con la musica dal vivo. Non tutti, infatti, disponevano di riscaldamenti adeguati. King si esibì – guarda un po’ – in uno di questi. Così, per tenere caldo l’ambiente, venne posizionato nel mezzo della sala un barile con del kerosene al suo interno che fu acceso. Fin qui tutto bene, niente di insolito, non per i tempi. Ma qualcosa andò storto.

Due uomini, in preda ai fumi dell’alcool, diedero vita a una rissa. Nella colluttazione uno di loro fu scagliato contro il barile che rovesciò a terra il contenuto provocando un incendio. Il primo, e chissà, forse unico pensiero di King fu quello di mettere in salvo la sua chitarra. Cosa unisce il nome della chitarra alla rissa scoppiata quella sera? Lucille, il nome della ragazza contesa dai due litiganti.

Quattordici Grammy vinti, considerato il sesto chitarrista più bravo di tutti i tempi dalla celebre rivista Rolling Stone, numerose e straordinarie collaborazioni da poter vantare (fra gli altri, Eric Clapton, David Gilmour, Pavarotti, Phil Collins, Tracy Chapman, Zucchero, Jerry Lee Lewis, James Brown, Elton John, Aretha Franklin, U2, Ray Charles), settantaquattro volte nella classifica R&B di Billboard tra il 1951 e il 1985 e…laureato. Ad honorem, per la precisione, nel 2004. B.B. King, una leggenda.

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Riscoprire la poesia con il MeP, il movimento che opera al servizio dell’arte

“Il MeP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze”

redazione

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di Erica Ciaccia

Capita spesso di sentire frasi come: “Ma tanto la poesia è morta!” Ecco, nell’ascoltare queste parole si insinua in chi scrive una sorta di risentimento, di rabbia. Perché no, ragazzi, la poesia non è morta, anzi, è più viva che mai.

Stiamo parlando di arte e come ben sappiamo essa è intramontabile. Parliamoci chiaro, quando mai ha avuto vita facile? L’arte richiede talento e proprio per questo motivo non può essere fatta da tutti. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla.

L’Italia a suo modo resiste, meglio di altri paesi. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti, i libri si vendono sempre di meno, i piccoli cinema chiudono e la musica classica non viene capita. Manca l’interesse, è questo il cuore del problema. Ed è qui che entrano in gioco gli appassionati, coloro che all’arte ci tengono davvero. Sono persone di ogni età, sesso e provenienza. Qualcuno con versi scritti e chiusi in un cassetto, altri con colori lasciati su una tela, insomma chiunque abbia dentro di sé qualcosa da dire che preme per uscire e che resiste al tempo.

A volte queste persone si organizzano in gruppi e segretamente operano al servizio dell’arte. È il caso del MeP – Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte.”

Il movimento è cresciuto nel corso degli anni ed è ora presente su tutta la penisola. I ragazzi che ne fanno parte ci credono molto: “Il MeP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.” Una cosa importante da dire è che gli esponenti del MeP si presentano sempre in forma anonima, lasciando al di sotto delle poesie solamente le proprie iniziali, per focalizzare l’attenzione sul contenuto e non sull’autore.

Le poesie del movimento le possiamo trovare attaccate sui muri di molte città italiane. Tanta l’emozione negli occhi di chi, come me, amante della poesia, ne ha scorta una per la prima volta. Mi trovavo a Siena ed alla vista di quei versi scritti da uno sconosciuto, attaccati lì, su quel muro, alla portata di tutti, mi è venuta la pelle d’oca! Un turbinio di bellissime e forti sensazioni mi ha assalita, proprio quelle che solamente qualcosa di pulito, trasparente e sincero come l’arte può trasmettere.

Quindi, pensate ancora che la poesia sia morta? Quand’è che un’arte muore? La risposta è una sola: Quando non viene apprezzata. Bisogna riscoprire l’arte, interessarsi ed avvicinarsi a qualsiasi forma presente sulla faccia della terra. In questo modo, ognuno di noi, darà il proprio contributo a rendere migliore il mondo nel quale viviamo.

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