Un Sacco Bello fa quaranta; tra malinconie e solitudine l’indecifrabilità dell’Italia è rimasta la stessa

Nel 2020 Carlo Verdone compie 70 anni. Quarant’anni prima quando uscì Un Sacco Bello, nel 1980, ne aveva 30. L’immaginario collettivo è inesorabilmente portato ad accollare all’uomo maturo di oggi la fotografia di allora e si stenta a credere che davvero il regista romano debba spegnere quelle candeline. Perché?

Si tratta di una domanda meno retorica del previsto. In primo luogo perché una forma d’arte, quando è tale, tende naturalmente a bloccare in modo concreto un’idea ad una immagine; non un’ipostasi, né un’icona, ma uno spazio magico in cui, per una strana coazione a ripetere, succedono cose sempre nuove anche dentro l’identico contenitore. Non capita quasi mai, capita certamente con Un Sacco Bello che, rivisto oggi (sarebbe la sua miglior celebrazione), ha moltissimo da raccontare del presente.

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Già perché Enzo, Ruggero, Leo e gli altri sono tipi umani che si muovono assecondando una direttrice umana universale e non può non esser rimbalzato nel racconto di Verdone, di padre letterato e accademico, l’eco dei personaggi di Teofrasto, così ricchi di contraddizioni e con una vis comica immediata, intrinseca, alla faccia della loro complessità reale.

Verdone li fece muovere in un ambiente, quello di Roma, che, oltre a essere certamente a lui più familiare, funzionava nel racconto di sé come motore privilegiato dell’azione. Con lo stesso ruolo di un acquario dove si può studiare e osservare da vicino il comportamento, l’etologia dei pesci, così la Roma della pellicola è il luogo perfetto in cui quell’ibridarsi continuo di comico, tragico, ironico, drammatico, solitario, collettivo trova il miglior punto d’osservazione.

Se così non fosse quel film sarebbe, al più, divenuto patrimonio di una certa romanità, incapace di raccontare sé stessa al resto del Paese. E invece la sceneggiatura, la fotografia, i tipi umani di quel film tanto romano sono diventati con i loro tic e le loro desolazioni un lessico condiviso per la nazione, il riferimento immediato per raccontare una situazione o un sentimento. Se questa “grandezza” è spesso riservata a opere dal sapore drammaturgico e serioso, Verdone è riuscito a spezzare la catena mettendo in quella universalità semantica il linguaggio comico (perché poi il film comico lo è per davvero), di fatto la cifra eletta che traghetta lo spettatore.

Questo è il merito, il punto di non ritorno di quel film: aver fissato nuovi paletti e nuove regole alla tradizionale commedia all’italiana che negli anni ’60 aveva reso famoso il nostro cinema nel mondo e che rischiava di perdersi negli acquitrini dei B-movie pruriginosi e zozzetti; è stato il modo di gridare, in qualche modo, che quella grande esperienza cinematografica non era conclusa, ma semplicemente aveva trovato una forma diversa e altrettanto efficace.

Ma è temerario sostenere che Un sacco bello può raccontare molto del presente? Vediamo, giusto qualche elemento storico alla mano. Nel 1980 le Torri Gemelle esistevano da appena sei anni, in Italia il Presidente del Consiglio era Cossiga, l’Italia non conosceva ancora Paolo Rossi e la Spagna, Emanuela Orlandi aveva 12 anni e abitava serenamente con la sua famiglia, la Guerra Fredda era al suo culmine, ma anche pronta a dar segno delle prime crepe. Fu sempre nel 1980, per dire, che Lech Walesa fondò Solidarnosc, che fu una risposta di matrice cattolica al blocco comunista, fondata sui diritti del lavoro e dei lavoratori.

Gli anni di piombo e la terribile violenza del ’77 era penetrata troppo a fondo nel tessuto sociale perché il Paese ritrovasse un briciolo di fiducia, l’omicidio di Aldo Moro un trauma insuperabile per i cittadini e per la classe dirigente. Il 2 agosto di quell’anno 85 persone morirono alla Stazione di Bologna. E no, non solo non esisteva internet, ma i telefoni (come si vede nel film, tra l’altro) erano quelli grigi della Sip, qualcuno ancora col duplex, e per strada serviva il gettone da farsi cambiare al bar; a Roma il sindaco era (ebbene sì) Luigi Petroselli.

Non è affatto secondario, per capire quello straordinario esordio cinematografico di Verdone, ricordarsi del contesto storico nel quale si svolge la storia. I personaggi della pellicola, infatti, vivono, ciascuno secondo una propria grammatica interiore, le contraddizioni di un tempo per molti versi indecifrabile, sedotto dalla tecnologia e dal boom che sarebbe venuto, ma spaventato dalle bombe e dallo stragismo.

C’era chi contestava cavalcando una seconda ondata hippy e new age, incapace di vedere come quella stagione fosse già sepolta da tempo, c’era chi millantava una sicumera gradassa e burinotta pronto a salire su un’auto sgangherata per andare a Cracovia a “rimorchiare” le ragazze povere, portando loro un paio di calze e dei cioccolatini e c’era chi eterno imbranato, stentava a decodificare il presente.

Questo hanno in comune quei personaggi. Danno risposte incongrue ad un tempo inafferrabile, imprigionati in una solitudine assoluta, magnificamente rappresentata dalla Roma deserta e ferragostana che già diciotto anni prima Risi aveva immortalato ne Il sorpasso (chissà perché poco citato come riferimento e tributo esplicito da Verdone nel suo film). Ora, quella condizione di disarticolazione, di frattura scomposta tra individuo e società, tra classe politica e istinti di massa è esattamente la stessa che si ritrova oggi, mutatis mutandis, negli anni delle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione tecnologica.

E’ l’isolamento che si esprime per like, status e aggressioni social, lo stesso di Enzo che non trova compagnia per il suo viaggio in Polonia; c’è Leo, il nerd imbranato, che non riesce, salvo con un azzardo che si rivelerà utopico, a dare una sterzata alla propria vita, a cavalcare la propria storia in sella alla storia di una civiltà e c’è pure, con Ruggero, la risposta della controcultura alternativa, indipendente e chi più aggettivi ha più ne aggiunga rispetto al turbocapitalismo globale. C’era allora, c’è ancora oggi. Perché quello che viene fuori da Un Sacco Bello è l’umanità dei suoi personaggi, chi in un modo e chi in un altro lanciati verso un abisso di fallimenti irrimediabili.

Un racconto malinconico e spesso virato al registro grottesco che trova nel tema minore fischiato composto da Ennio Moricone la sua perfetta traduzione musicale.

N.B.: la cosa ancora sorprendente, atteso il successo epocale di quel film, è il riuscito significativo risparmio sul budget, considerato che fu girato in poco più di cinque settimane e con set complessivamente sparsi in ogni quartiere di Roma. Stai a vedere che le (buone) idee non hanno sempre bisogno di grandi finanziamenti per funzionare?

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Paolo Romano
Giornalista (Roma, 1974) Si fidanza con la musica in tenerissima età e ancora non ha cambiato idea. Ha studiato legge, ha studiato chitarra jazz, poi ha pensato che di musica era più bravo a scriverne (l’ha fatto su Huffington Post, lo fa su l’Espresso). Detesta le mode, i radical chic e chiunque non si impegna a capire, ascoltando prima di parlare. Dodici chitarre, un figlio, un gatto, piante di cui ignora il nome, libri da sistemare gli impegnano il resto della giornata. Passionaccia per idee nuove, derive indipendenti, progetti culturali fuori dal coro. Ha anche scritto un romanzo, La Formica Sghemba (2019, ed. Scatole Parlanti), minaccia di scriverne altri.

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