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ArcheoFame: 5 inquietanti cure mediche del passato che ti faranno rivalutare i vaccini

Licia De Vito

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Non sempre quello che viene dai nostri avi è formativo e ammirevole, alcune volte anzi, la storia supera di gran lunga i film horror. In periodo di pandemia, però, con l’opinione pubblica mondiale concentrata su cure, Bill Gates e detergenti a base alcolica, non potevamo non fornire alcune valide alternative al trattamento dei virus mortali.

La trapanazione del cranio

Dal neolitico all’america precolombiana, passando per la Grecia classica fino al rinascimento, l’usanza di bucare la testa ai pazienti (mentre erano perfettamente coscienti) risulta la più antica cura medica fino ad oggi conosciuta. In tantissime necropoli in tutto il mondo infatti, gli archeologi hanno rinvenuto crani contraddistinti da enormi fori. Descritta tra gli altri da Ippocrate e Galeno, lo scopo era quello di rendere visibile la “dura madre” (la prima delle tre meningi che avvolgono encefalo e midollo spinale) per curare pazienti speciali, affetti da patologie con sintomi ritenuti strani e anomali dagli antichi.

Le convulsioni, le crisi epilettiche, si pensava che questi comportamenti fossero dovuti a spiriti maligni che si impossessavano del malcapitato, uno sfiatatoio al centro della testa sembrava di conseguenza la via più veloce per restituire al demone la libertà e la salute al malato. Venivano trattate in questo modo anche le fratture craniche, e sì, lo so, non sembra molto logico aggiustare un osso rotto rompendolo di più ma ancora oggi, alcuni pittoreschi personaggi, sono convinti che forarsi il cranio aumenti il flusso sanguigno favorendo il metabolismo cerebrale. Tra i più noti lo scrittore Joey Mellen che non solo ha tentato due volte l’ autotrapanazione con l’aiuto della sua fidanzata Amanda Feilding, ha poi coinvolto anche quest’ultima, filmando la trapanazione sulla testa della compagna per realizzare il cortometraggio heartbeat in the Brain. Come se non bastasse nel 2000 i due sono stati processati per aver trapanato il cranio di una donna inglese al fine di curare la sua sindrome di affaticamento cronico e depressione.

I trattamenti con gli escrementi: urinoterapia, bagno nelle urine, pomata di feci

Il medioevo, segnato da innumerevoli epidemie, fornisce certo la più proficua fonte di cure alternative della storia. In particolare durante la peste nera, molti medici sperimentarono metodi nuovi per porre fine alla letale pandemia. Burioni, veda lei, magari qualcuna funziona. Si pensava che le urine avessero poteri salvifici e quindi o si ingerivano o si usavano per immergervi i malati. Si credeva fosse un rimedio soprattutto per acne e pustole ma, checché ne dicano Harry Matadeen e tutti gli altri urofagi contemporanei, ci sarà un motivo se il nostro corpo la espelle e sì, a meno che tu non sia Bear Grills o non ti sia perso nel deserto, berla non ti fa affatto bene. Un altro metodo molto in voga sempre sulla stessa tipologia era quello di cospargersi su tutto il corpo una pasta creata con le feci umane il cui unico scopo era quello di impedire a virus e batteri di attaccarsi alla pelle. Probabilmente fu proprio questa la causa dell’aumento spropositato dei contagi.

Il metodo “Vicary”

Dal nome di Thomas Vicary, medico e chirurgo inglese vissuto tra il 1490 e il 1561. Operativo alla corte dei Tudors, non è per questo che oggi viene ricordato. Tra le cure sperimentate per molte delle patologie da lui trattate, Vicary inventò un metodo che ai giorni nostri sarebbe andato a genio ai fans di Richard Benson. In pratica si prendeva un pollo (o una gallina) vivo, si spennava e si passava sulle parti malate del paziente (ad esempio ferite o linfonodi gonfi), si lavava il volatile e si ripeteva l’operazione fino a quando o solo il pollo o solo il paziente risultavano sani. Ovviamente non solo il malato non guariva ma si ammalavano tantissimi polli che una volta abbandonati erano delle perfette armi batteriologiche, avvicinarsi a uno di questi animali sarebbe stato più o meno come mangiare un pipistrello a whuan.

Il salasso

Alla luce di quello che abbiamo detto fin qui sembrerebbe quasi il trattamento di una spa ma non possiamo omettere questa famosissima cura, praticata dalle epoche più antiche fino al XIX secolo. La convinzione alla base di questo trattamento è che la buona salute sia data dall’equilibrio dei liquidi (umori) presenti all’interno del corpo, perciò quando qualcuno si ammalava, proprio per ristabilire questa armonia, si recideva una vena e si faceva fuoriuscire una considerevole quantità di sangue. Se nella maggior parte dei casi ci si fermava troppo tardi, questa pratica era utile solamente per stabilizzare la pressione sanguigna, non di certo per mantenere sani i pazienti.

Il vin Mariani

Nel 1800 un chimico francese, Antonio Mariani, si inventò il primo energy drink della storia moderna. Se il vino rosso da solo è già un toccasana: aiuta la circolazione, migliora l’umore e grazie al resveratrolo allevia la sensazione di fatica fisica, mischiato alla cocaina può diventare il gatorade 2.0 . Il vin Mariani era infatti un tonico composto da foglie di cocaina peruviana lasciate a fermentare prima nel bordeaux e poi nel cognac. Il suo inventore prometteva miracoli a chi lo consumava, sostenendo che ripristinasse la salute e l’energia (e beh). Numerosi personaggi illustri facevano abitualmente uso del tonico Mariani: Tomas Edison, la regina Vittoria, lo zar di russia, il papa San Pio X e il papa Leone XIII sono tra i più noti. Il vin Mariani divenne illegale nei primi del’900 ma fu proprio questa la bevanda a cui si ispirò sir John S. Pemberton per creare la coca-cola. Adesso, secondo voi, qual è l’ingrediente segreto?

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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La programmazione “Halloween” di Amazon Prime Video

La programmazione di Amazon Prime Video per la festa di Halloween, con i cult del genere horror, le nuove uscite e le produzioni originali

Alberto Mutignani

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Amazon Prime Video lancia la categoria “Halloween”, una corposa raccolta di film e serie tv a tinte horror per celebrare l’arrivo della festa autunnale più attesa e celebrata nel mondo.

La programmazione, che alterna produzioni originali Prime Video a prodotti non originali, cult del genere horror e nuove uscite, prevede una sezione “Acquisto e noleggio”, che contiene titoli recenti come “The Lighthouse” di Robert Eggers, “Fantasy Island” di Jeff Wadlow e “L’Uomo Invisibile” di Leigh Whannel, seguita dalla categoria “Soprannaturale”, “Spaventosi e divertenti”, “Classici” e “Horror per famiglie”, con produzioni accessibili a un pubblico infantile.

Tra i classici, troviamo il meraviglioso “Poltergeist” del 1982, una collaborazione Hooper-Spielberg-Lucas per un vero capolavoro senza tempo, ironico e incredibilmente spaventoso nella sua apparente leggerezza, ma anche una perla dimenticata come “Un lupo mannaro americano a Londra”, il cult di John Landis del 1981, “Creepshow” di George Romero, dalla penna di Stephen King, due indimenticabili film del maestro Dario Argento, “Suspiria” e “Phenomena”, e ancora “Scanners” di David Cronenberg, “Reazione a Catena” del nostro Mario Bava e tanti altri titoli per una serata horror perfetta.

Da segnalare anche tutta la saga di Resident Evil, per la sezione paranormale, e l’intera serie di Sharknado per gli “Spaventosi e divertenti”, qualora vogliate dedicare anima e corpo all’immondizia. Ce n’è per tutti i gusti, insomma, per la settimana di Halloween ideale.

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Quando il Daily News di Bangor uccise Richard Bachman. Stephen King: “sono colpevole”

Stephen King non ha fatto tutto da solo. Al suo fianco, per lo meno agli esordi, e per motivi ben diversi da quelli facilmente immaginabili, c’era anche Richard Bachman

Federico Falcone

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Sono numerosi gli scrittori celati dietro falsa identità o che sono abilmente portati avanti da ghostwriter. Famosi o esordienti non fa molta differenza in realtà, è prassi abbastanza frequente. E’, invece, meno consueto che a farlo sia un autore famoso, tra i più conosciuti al mondo, antonomasia di un determinato genere letterario. Parliamo di Stephen King, 73 anni, tutti vissuti tra paure, incubi, deliri, paranormale, mostri e fantasmi e aguzzini.

Si stima che abbia venduto più di 500 milioni di copie. Merito di un talento coltivato fin dalla tenera età. A scuola, infatti, al costo di un dollaro vendeva ai suoi compagni di classe i brevi racconti che realizzava. Ciò durò fino a che non venne scoperto dai professori che gli sequestrarono gli incassi. Il boom, però, avvenne più tardi, nonostante gli anni universitari abbiano rappresentato lo scrigno della sua fantasia.

Leggi anche: Quel viaggio nel tempo alla ricerca dell’amore: la bellissima poesia di Stephen King

E’ il 1974, l’anno della pubblicazione di Carrie, tutt’ora tra le sue opere più amate. E pensare che se non fosse stato per l’amata moglie Tabhita (conosciuta sui banchi dell’università) quest’opera non avrebbe mai visto la luce. King, infatti, non ne era entusiasta e non si adoperò più del dovuto per trovare una casa editrice che lo prendesse in considerazione. Lo gettò tra i rifiuti, convinto che fosse una schifezza. Lei lo recuperò e… il resto è storia.

Non solo le vie del Signore sono infinite, anche quelle di una moglie impicciona.

Da quel momento non ha più smesso, pubblicando più di ottanta opere tra romanzi e raccolte. I suoi scritti hanno ispirato più di quaranta tra film e miniserie televisive. Alcuni portano le firme illustri di grandi registi come Stanley Kubrick, John Carpenter e George A. Romero. Dopo Carrie arrivano Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) e lo status si consolida a ogni copia venduta. Lo scrittore del Maine segue le scia dei padri del genere, da E.A.Poe a Lovecraft, da Matheson ai celebri – se pur di nicchia – racconti della rivista Weird Tales.

Ma Stephen King non ha fatto tutto da solo. Al suo fianco, per lo meno agli esordi, e per motivi ben diversi da quelli facilmente immaginabili, c’era anche Richard Bachman. Sotto questo nome fittizio, il nativo di Portland, Maine, ha pubblicato cinque romanzi tra il 1977 e il 1984. “Ossessione” (1977), “La Lunga Marcia” (1979), “Uscita per l’Inferno” (1981), “L’uomo in fuga” (1982) e “L’occhio del male” (1984). Nel mentre realizzava tali lavori sotto pseudomino – per il motivo che tra poco vedremo – realizzava capolavori immortali. E no, non esageriamo nell’affermarlo.

L’ombra dello Scorpione” (1978), “Christine, la macchina infernale” (1983), “Pet Semetery” (1983), “It” (1986), “Misery” (1987). Fra i tanti realizzati tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, questi sono indubbiamente i più meritevoli di menzione.

E allora, perché dover scrivere sotto falsa identità? Perché non cavalcare l’onda del successo? Perché dover rischiare un flop editoriale quando si può far leva su un nome consolidato e nel pieno della fama? Lo spiega egli stesso.

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Credo di averlo fatto per raffreddare un po’ l’atmosfera, per fare qualcosa nelle vesti di qualcuno che non fosse Stephen King.

“Credo che tutti i romanzieri siano incorreggi­bili mistificatori ed è stato divertente essere qualcun altro per un po’, nel mio caso Richard Bachman. Il quale non ha mancato di crearsi una personalità e una storia con cui sor­reggere la falsa foto dell’autore sulla quarta di copertina di L’occhio del male e la falsa moglie (Claudia Inez Bachman) al quale il libro è dedicato”.

“Bachman era un personaggio di­scretamente sgradevole, che era nato a New York e aveva trascorso una decina d’anni nella marina mercantile dopo quattro anni nella guardia costiera. Si era infine stabilito in una zona rurale del New Hampshire, dove scriveva di notte dopo essersi occupato durante il giorno della sua fattoria di medie dimensioni”.

“I Bachman avevano un solo figlio ma­schio, morto in un disgraziato incidente a sei anni (annegato in un pozzo). Tre anni prima vicino alla base del cervello di Bachman era stato trovato un tumore, rimosso con un deli­cato intervento chirurgico. Nel febbraio del 1985 è morto al­l’improvviso, cioè il giorno in cui il Daily News di Bangor, il quotidiano della mia città, ha resa pubblica la vera identità di Bachman, circostanza da me confermata. E’ stato anche divertente essere Bachman, uno scostante asceta alla J.D. Salinger, che non rilasciava mai interviste e che, nel que­stionario della New English Library di Londra, ha scritto «falcheggiamento» nello spazio riservato al credo religioso“.

L’ironia tagliente di King è cosa arcinota. E ci piace. Famosa la frase “Si può uccidere il male seppellendolo di risate“, ancora più famosa quella in risposta a chi gli chiedeva se avesse un cuore, “La gente pensa che io sia una persona strana. Non è vero. Ho il cuore di un ragazzino. Si trova in un vaso di vetro, sulla mia scrivania“.

Incubi e deliri, dicevamo, sono stati a lungo linfa vitale dello Zio. Alimentati, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista, da una lunga dipendenza da alcool e droghe, sempre sull’orlo della disperazione profonda e dell’abisso della depressione. In particolar modo a inizio carriera, quando le difficoltà di un’infanzia non propriamente felice sembravano insormontabili.

“Ho scritto cinque romanzi prima di Carrie. Due erano brutti, uno era medio, e ritenevo che due fossero piuttosto buoni”.

“I due buoni erano Getting It On (che diventò Rage quando fu finalmente pubblicato) e La lunga marcia. Get­ting It On fu iniziato nel 1966, quando frequentavo l’ultimo anno di liceo. L’ho ritrovato in seguito ad ammuffire in una vecchia scatola nella cantina della casa dove ero cresciuto. La scoperta è avvenuta nel 1970 e ho finito il romanzo nel 1971. La lunga marcia è stato scritto tra l’autunno del 1966 e la primavera del 1967, quand’ero matricola all’università”.

Quando gli fu domandato se la scelta di celarsi dietro il moniker di Richard Bachman fosse perché il mercato era saturo di libri di Stephen King, la risposta fu un “no” secco. Sul banco degli imputati, però, un posto venne riservato agli editori. “Erano come una mogliettina frigida che ci sta solo una o due volte l’anno e incoraggia il marito sempre arrapato a trovar­si una squillo. Bachman era il luogo dove andavo a sfogar­mi”.

“Mi è stato chiesto spesso e sovente se l’ho fatto perché mi sento bollato dalla definizione di scrittore di horror. La risposta è no. Non m’importa un fico secco di come vengo classificato se di notte mi è concesso di dormire in pace”. Settantatré anni. Lunga vita al Re.

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Il David Bowie inesplorato: Paolo Madeddu racconta i primi 12 anni di carriera del Duca Bianco

redazione

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David Bowie è un personaggio immenso e ingombrante per la cultura rock, che copre sei decenni e vanta una discografia monumentale. Orientarsi nel suo mondo non è semplice, serve un libro come questo, primo volume di due, perché per spiegare nel dettaglio le centinaia di canzoni del “Duca Bianco” e le sue molteplici mutazioni occorrono non meno di un migliaio di pagine.

Leggi anche: Il viaggio introspettivo tra le stelle di David Bowie: “Stardust” riscrive il concetto di biopic?

Qui si parte dagli anni ‘60, dall’imberbe Davey Jones che è ancora un personaggio in cerca di autore, e si arriva al 1976, dopo i tentativi nel mondo beat e folk, dopo le prove teatrali con il grande mimo Lindsay Kemp, dopo che David è diventato Ziggy Stardust, re della musica glam.

Una straordinaria cavalcata nel “classic rock” scandita da canzoni epocali come “Space Oddity”, “Changes”, “Life On Mars?”, “Starman”, raccontando come è regola nella serie la genesi, la storia, la fortuna o sfortuna di tutte le canzoni, con aneddoti poco raccontati e, soprattutto, con le dichiarazioni del loquace egocentrico protagonista.

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PAOLO MADDEDDU è nato a Milano, scrive prevalentemente di musica. Attualmente collabora con Rolling Stone, TRX Radio, www.aMargine.it, Link, Riders Magazine, HvsR, Fondazione Symbola.

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