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“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”: 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama Imperatore

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Una vita passata al centro della scena della sua opera d’arte

Era il 2 dicembre del 1804 quando, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incoronò Imperatore dei francesi. Eletto a tale carica grazie ad un plebiscito popolare svoltosi nel maggio dello stesso anno, l’Empereur si posò la corona sulla testa dalle sue stesse mani alla presenza del Papa Pio VII.

Affermando che “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca” sottolineò il suo voler mantenere a debita distanza il potere spirituale da quello temporale.

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La narrazione di tale evento è stata fortemente romanzata, tanto che ad oggi sopravvive ancora la fantasticheria che voleva Napoleone impudente nel togliere la corona dalle mani del pontefice, il quale in realtà presenziò solamente alla cerimonia.

Cerimonia che, per volere dello stesso neo Imperatore, univa il sacro, tipico della consacrazione del sovrano con l’unzione conferita dall’arcivescovo di Reims, ad altri riti di tradizione carolingia.

Descritto in lungo e largo da tanti, non basterebbero queste righe per descrivere la sua vita ed il suo essere. Fu certamente rivoluzionario, sconvolse l’equilibrio degli Stati europei instaurando un senso di mentalità e unità continentale. Suo scopo fu quello di creare un sistema europeo basato su diritto comune ed una sorte europea.

La sua vita è stata un’opera d’arte burrascosa, narrata e dipinta dai più grandi artisti ed intellettuali.

Hegel addirittura, nel 1806, dopo la vittoria di Jena, scrisse al Niethammer “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

Il filosofo si riferisce a Napoleone come der Kaiser, il Cesare, per sottolineare la continuità ideale tra la figura dell’Imperatore francese ed il titolo di cui si forgiavano gli imperatori romani. D’altronde rifacendosi spesso ai titoli di console e triumviro, l’Empereur si faceva carico dell’eredità dell’Impero Romano dal quale traeva solerte ispirazione.

Ma già prima di Hegel, l’italiano Vincenzo Monti gli dedicò il poema “Prometeo” in quanto ribelle a Dio(Giove) e benefattore dell’umanità, in quel caso l’Italia liberata. Un Prometeo moderno che come il titano combatteva contro il destino avverso.

Avversità che però non lo hanno mai scoraggiato. Non era nel suo carattere grazie soprattutto ad una buona dose di ego. Come quando in occasione delle vittorie in Italia e l’ingresso a Milano nel Maggio del 1796 pronunciò parole come queste: “Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria”.

Quasi un eroe. Tanto che Beethoven gli dedico la terza sinfonia, l’Eroica. Il compositore fu certamente il più importante romantico nel suo campo. Romanticismo caro anche all’imperatore amante dei Canti di Ossian e il Livre de chevet, capolavoro, questo ultimo, preromantico.

Ma la sua vita non è stata solo descritta magistralmente da penne di filosofi, poeti o messi in musica da artisti superbi. Fu protagonista anche di sculture e dipinti.

Antonio Canova, esponente di spicco del neoclassicismo, scolpì la figura dell’Empereur con i tratti di Marte Pacificatore. Mentre un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse lo ritrasse come un novello Mosè intento ad incidere il codice civile su una tavola. Si tratta dell’opera “Napoleone incoronato dal Tempo” in cui Napoleone, in abiti mortali in uno spazio non definito ma che ricorda il mito della creazione, vince la morte e si avvia verso l’eternità destinata solo ai più grandi.

“Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” di Antonio Canova

Ma il capolavoro che più di tutti rappresenta l’Imperatore corso è “Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David dipinto nel 1801.

Napoleone è rappresentato mentre domina un cavallo rampante e nell’atto di valicare le Alpi, come fecero Annibale e Carlo Magno. Il cavallo gli conferisce ancora più potenza e lo lega ai grandi monumenti equestri del passato. Sopra di esso lui indica la meta che il suo popolo dovrà raggiungere seguendolo.

In questo quadro del pittore ufficiale di Napoleone traspare la forza della poetica della statua. Un quadro che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

“Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David

Fu proprio David, poi, ad avere l’onere e l’onore di raffigurare il momento più alto della vita dell’Empereur. In “L’incoronazione di Napoleone”, opera realizzata tra il 1805 ed il 1807, l’artista rappresenta il momento della rottura con l’ancient regime, ponendo Napoleone ovviamente al centro della scena, nel giorno in cui si auto-incorona sotto lo sguardo, da posizione laterale, del Papa.

In questa opera, raffigurazione della realtà, c’è tutto ciò che è stata la vita di Napoleone. Una vita sempre al centro. Mai in disparte. Che fosse in guerra, negli anni che lo portarono ad essere generale, o geopoliticamente quando il suo Impero si posizionò tra l’Inghilterra dei Rothschild e la Russia dello zar Alessandro I. Proprio il voler essere al di sopra di tutto, anche della sua epoca, lo portò ad una guerra su due fronti che gli costò il potere.

Nonostante ciò non perse mai la sua personalità né tantomeno il rispetto dei suoi soldati. Essi, dopo che Napoleone tornò in Francia dall’isola d’Elba, gli furono mandati contro dal re Borbone. Ma nessuno mosse un dito nonostante l’ormai ex imperatore gridò Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo”.

Anzi, fu portato in trionfo a Parigi da quegli stessi soldati.

Intese la vita politica in maniera inclusiva e sintetica così da ricreare uno spirito nazionale gettando da subito le basi per quell’unità che contraddistinse il suo Impero. Riuscì difatti a prendere dalla Repubblica l’idea di equità e dalla Monarchia l’idea di verticalità e l’etica. Il tutto sommato al concetto romano di Impero.

Una vita al centro della scena, dunque.

D’altronde come scrisse il Manzoni “ Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero,come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor”.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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J. M. Barrie, il suo Peter Pan non è ancora cresciuto

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Peter pan di j.m. barrie

Anche Peter Pan ha avuto un papà. Una di quelle figure genitoriali che tanto disprezzava esteriormente. Ma che dentro di sé desiderava più di ogni altra cosa. Sebbene sia la mamma uno dei temi ricorrenti nella sua storia, è stato un uomo a creare il personaggio del bambino che non voleva diventare adulto.

Sir James Matthew Barrie. Dalla penna dello scrittore britannico uscì per la prima volta in “L’uccellino bianco” nel 1902. Ma l’opera che rese celebre l’autore nato a Kirriemuir fu il piece teatrale “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”. Era il 1904. Divenne romanzo poi nel 1911 anticipato nel 1906 da “Peter Pan nei Giardini di Kensington”.

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Quegli stessi giardini, più precisamente ad Hyde Park, dove Barrie fece l’incontro più importante della sua vita. Lì conobbe i cinque figli della famiglia Davies. Questi bambini, con cui comincerà a passare molto temo, divennero i protagonisti di un album fotografico che lo scrittore intitolò “I bimbi smarriti di Black Lake Island”. Fu proprio in questo periodo che cominciò a maturare e a prendere forma di Peter Pan.

Le avventure di questo ragazzino in calzamaglia gli valsero una certa considerazione anche dalle alte sfere del governo britannico. Ebbe, infatti, modo di raccontare storie alle figlie del duca di York, tra le quali vi era la futura regina Elisabetta II.

Queste frequentazioni gli consentirono di conseguire il titolo di sir nel 1922. Ma ancor più, di lui, rimane un personaggio che ancora oggi è protagonista delle storie per ragazzi.

Simbolo di chi non vuole accettare l’età che avanza, il carico di responsabilità. Il piacere di vivere all’avventura, lontano da quel mondo che lo ha dimenticato. Da quei genitori che l’hanno sostituito in fretta con un altro figlio.

Il Peter Pan di Barrie compie una scelta volontaria.  É lui a imparare a volare, a decidere di andarsene verso l’isola degli Uccelli. A differenza di Pascoli che non riesce a far a meno di essere come Peter. Nel suo Fanciullino l’essere bambino è vissuto come protezione da quel mondo che egli identifica come il male.

Oggi a mantenere viva la storia del ragazzo che non voleva crescere ci pensa la trasposizione cinematografica della Disney degli anni ’50 che ovviamente diverge dalla narrazione originale. Il ragazzo in calzamaglia verde vive sull’Isola che non c’è, guidando un gruppo di “bimbi sperduti”. Quei ragazzi che Barrie, invece, inserì nella storia come abitanti dell’isola degli Uccelli e che il corvo Salomone inviava sottoforma di uccellini alle donne desiderose di divenire mamme.

Tuttavia, le avventure di Peter, divenuto Pan in quanto aveva imparato a suonare il flauto che aveva il nome di questa divinità greca, sono divenute altre volte delle pellicole. Come nel caso di Spielberg e del suo “Hook- Capitano Uncino” (1991) in cui raccontò la vita da adulto del protagonista del romanzo di Barrie. Con Dustin Hoffman, Robin Williams e Julia Roberts. Un cast di primo ordine per un film che ancora oggi è apprezzato da generazioni di spettatori.

Peter Pan rimane comunque una pietra miliare nella narrativa per ragazzi. Uno di quei personaggi che fa guardare i bambini fuori dalla finestra prima di addormentarsi. Sognando di librarsi in volo e vivere avventure tra pirati, sirene e indiani. Ma soprattutto di non crescere. Di rimanere sempre piccoli e protetti, forse inconsapevolmente, da quei genitori che sono croce e delizia di ogni figlio.

Sir James Matthew Barrie morì il 19 giugno del 1937 e a lui è dedicato un film con Johnny Depp: ” Neverland – Un sogno per la vita“.

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Il cielo di giugno: il Cancro e la via Lattea

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Giugno, il 6° mese dell’anno nel Calendario Gregoriano, è fin dai tempi più remoti il mese della luce e della rinascita. Il 21, è infatti il giorno del solstizio d’estate, che segna il passaggio dalla primavera alla fase più soleggiata dell’anno. Proprio in questa data l’inclinazione dell’asse terrestre è tale da produrre la massima esposizione alla luce, in pratica, è il giorno più lungo dell’anno, opposto al 21 dicembre, cioè il solstizio d’inverno, che è invece quello più corto.

Oltre all’abbondanza delle messi e alla fertilità dei campi, la particolare e fortunata condizione astronomica di giugno favorisce la perfetta visione, ad est dell’emisfero boreale, della lunga scia della via Lattea, mentre la volta celeste è dominata dalla costellazione del Cancro. Non tutti sanno che per la mitologia greca (e poi romana) la via Lattea e il Cancro hanno origini comuni, la loro nascita infatti, si incrocia con le storie leggendarie del mitico Eracle e dell’eterno astio provato nei confronti dell’eroe dalla gelosa dea Era/Giunone per i romani.

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La via Lattea

Com’è noto, uno dei principali passatempi del più grande degli dei dell’Olimpo, Zeus, è quello di tradire la sua sposa, Era. Un giorno l’ingorda divinità si innamora della giovane principessa Alcmena che aveva già accettato di sposare Anfitrione, il re di Tirinto, a condizione che costui sconfiggesse in battaglia un popolo che aveva recato torto alla di lei famiglia. Quando il re parte alla volta della guerra promessa alla sua futura moglie, il padre degli dei, assume le sembianze di Anfitrione per poter entrare nel letto di Alcmena. Trascorse tre notti di passione Zeus va via, ma proprio a questo punto il vero re fa ritorno al suo palazzo. Anche lui si unisce ad Alcmena che in seguito a queste caldissime notti darà alla luce due figli: quello di Zeus, Alcide, che sarà poi rinominato Eracle (Ercole per i romani), e Ificlo, il figlio di Anfitrione.

Il parto del piccolo Eracle è estremamente doloroso per la fanciulla che turbata anche dal fatto che il neonato sia già forte e formato, si reca dall’indovino Tiresia per avere risposte in merito all’abissale differenza tra i suoi due pargoli. Tiresia a questo punto le rivela l’inganno di Zeus. Alcmena, spaventata, temendo una vendetta da parte della permalosissima e vendicativa consorte del dio, abbandona il piccolo nei pressi di Tebe, convinta che Zeus avrebbe trovato un modo di salvare il suo bambino.

Così sarà, Il dio con un ennesimo inganno fa in modo che Era ed Atena trovino il piccolo abbandonato. Impietosita Era, che non ha riconosciuto il piccolo come il figlio illegittimo del consorte, decide di allattarlo ma il neonato, dotato di forza sovrumana, succhia così forte dall’abbondante seno della dea che questa subito lo stacca dalla sua mammella. Il movimento improvviso fa schizzare fino al cielo il latte che stava uscendo dal seno di Era. Così, ancora oggi, la scia del latte materno della dea, che da il nome alla nostra galassia, è fissa nel cielo a ricordarci che anche i più bei prodigi possono essere il frutto di un triste inganno.

La costellazione del Cancro

A seguito di una lunga serie di eventi che si intrecciano nelle trame fittissime del mito, Eracle, colpito da un raptus di follia provocatogli da Era, che, ricordiamolo, lo odia a morte in quanto frutto del tradimento del marito, uccide la moglie e i figli. Quado rinsavisce, sconvolto dal dolore, interroga la Pizia dell’oracolo di Delfi che gli annuncia che l’unico modo per lavare l’onta degli omicidi che ha commesso deve recarsi dal re di Tirinto e servirlo per 12 anni.

Il re i questione è Euristeo che, sempre perchè il mito greco è peggio di Game of Thrones, è in realtà l’usurpatore del trono che sarebbe di Eracle, inconsapevole del suo diritto di sovrano legittimo del regno. Euristeo perciò detesta Eracle e ne è profondamente spaventato. Quando lo vede arrivare alla sua corte si nasconde all’interno di una grande giara di bronzo, da qui comunicherà ai suoi servi gli ordini da dare all’eroe. Così comincia l’epopea delle 12 fatiche di Eracle, quella che interessa a noi è la seconda.

Euristeo manda Eracle a combattere un orrendo mostro che infesta la città di Lerna, sulle coste dell’ Argolide. Il terrificante avversario è l’Idra, figlia di Tifone e Echidna, sorella tra gli altri di Cerbero e Chimera, allevata però da Era. Proprio le trame di Era infatti conducono l’eroe allo scontro, guarda caso, con uno dei suoi più terribili “figli”. L’ Idra viene descritta come un gigantesco serpente acquatico con 9 teste che si rigenerano se mozzate.

Così la descrive Ovidio: “Quello si rigenerava dalle sue stesse ferite, e delle cento teste che aveva, non ce n’era una che si potesse mozzare senza che sul collo, più sano di prima, due gliene succedessero.
(Ovidio, Metamorfosi, IX, 70-72).

Leggi anche La necropoli di Fossa: il fascino di un sito che non smette di stupire (Video)

Lo scontro è estenuante, l’eroe taglia le teste ma queste ricrescono, stremandolo. Proprio durante questa battaglia all’ultimo sangue dalle profondità della terra viene fuori un granchio gigante: “Un granchio enorme venne in aiuto dell’idra mordendo il piede di Eracle, ma Eracle lo uccise.“(Apollodoro, Biblioteca, II, 5, 2)

Il “Carcino” pizzica con le chele i piedi di Eracle che però lo schiaccia sotto il suo tallone. Per premiarlo dell’aiuto che le aveva dato, Era scolpisce la figura del granchio nelle stelle, così nasce la costellazione del Cacro, che per l’astrologia è padrone del cielo dal 22 giugno al 22 luglio . Anche l’idra avrà dalla dea lo stesso dono, infatti anche l’Idra è oggi una costellazione. In realtà la maggior parte delle “fere” affrontate da Eracle nelle sue fatiche, verranno poi scolpite nel cielo dopo essere state sconfitte dal semidio. Uguale destino tocca a Eracle stesso, condannato quasi per scherzo a condividere l’eternità con i suoi mostri.

Ma a che giova avere reso impavido
il genere umano? Gli dèi non hanno pace:
la terra tutta ripulita vede nel cielo
qualunque cosa abbia temuto: Giunone ha trasferito le belve.”
(Seneca, Ercole sul Monte Eta, 61-68)

Foto: Graham Holtshausen per Unsplash

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Enzo Tortora, dall’errore giudiziario alla gogna giornalistica

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enzo tortora arresto portobello

Erano le 4 del mattino del 17 giugno quando i Carabinieri bussarono alla porta di uno dei volti più noti della televisione italiana. Enzo Tortora, il noto presentatore, autore e giornalista.

Era accusato di far parte della Nuova Camorra Organizzata. Addirittura di essere un corriere della droga. Solo 4 anni dopo, con 7 mesi di carcere e altri di domiciliari, fu scagionato da ogni accusa.

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Divenendo così il simbolo dell’errore giudiziario. Tortora era all’apice del successo. Il suo “Portobello” registrava ascolti da capogiro, circa 28 milioni di spettatori. Si apprestava a firmare il contratto per una nuova edizione. Ma non sapeva della bomba che stava per scoppiare mentre alloggiava all’Hotel Plaza di Roma. “Mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro”. Così commento tutta la vicenda.

PENTITI E AGENDINE CONTRO TORTORA

Fu uno degli 855 ordini di cattura emessi dalla Procura di Napoli nei confronti di presunti affiliati alla nuova Camorra Organizzata, capitana da Raffaele Cutulo.

Le accuse furono mosse da due pentiti. Pasquale Barra e Giovanni Pandico. A costoro si aggiunsero poi altri 17 testimoni che confermarono e infarcirono ancor di più le accuse. Si scoprì in seguito che pentiti e testimoni potevano liberamente comunicare mentre erano nella caserma di Napoli. Oltre a godere di numerosi benefici in carcere. Tra le prove che inchiodarono l’uomo di spettacolo fu una agendina con il suo nome.

Ma in realtà vi era scritto Tortona e non Tortora. Il 17 settembre 1985 il presentatore fu condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Nell’appello il 15 settembre 1986 altri giudici napoletani ribaltarono la sentenza assolvendolo con formula piena. Durante il primo processo viene eletto europarlamentare nelle file dei Radicali, diventando poi presidente del partito. Quando si dimise scatenò l’ira di Marco Pannella.

Enzo Tortora, fotografato ammanettato e sbattuto in prima pagina, è stato uno dei simboli della gogna mediatica gratuita. Del processo su Facebook ante litteram. Delle sentenze date a priori. Un colpevole che fa notizia. Poco importa se colpevole o innocente. Nonostante la giurisdizione italiana preveda la presunzione di non colpevolezza. 

Ma come disse la figlia Silvia “è stato prelevato dalla sua vita senza che venisse aperta una commissione d’inchiesta, senza che nessuno pagasse per quell’errore”.

IN POCHI CONTRO LA GOGNA MEDIATICA

All’epoca furono in pochi a leggere tutte le carte. A credere alla sua innocenza. Tra questi Vittorio Feltri che andò a leggere gli infiniti plichi di quel processo. Da lì capì che qualcosa non andava. Innanzitutto uno degli accusatori, tale Melluso accusava di aver avuto un incontro a Milano con Tortora per uno scambio di droga. Il giornalista, tramite le sue conoscenze, riuscì a risalire al fatto che il suddetto delatore all’epoca era detenuto nel carcere di Campobasso.

Non contento Feltri andò a rintracciare le fotocopie della famosa agendina sulla quale era appuntato il nome del presentatore tv con annesso numero telefonico. Ma alla telefonata, con sua sorpresa, rispose una persona dall’idioma campano.

Due falle in un processo già nato anomalo. Molti giornalisti si erano sperticati in articoli contro Tortora. Sicuri della sua colpevolezza. 

E difatti il 17 settembre del 1985 la condanna non lasciava scampo. Fu solo nella sentenza di appello, quella del 1986, ad assolverlo con formula piena.

Ma ormai l’immagine del presentatore di “Portobello” era compromessa. Il fatto che fosse un vip ad essere rovinato, in parte, aumentò l’odio dell’opinione pubblica. Quella grande fetta di di persone che godono nel vedere rovinato uno che ha avuto successo.

Forse solo dopo oltre 30 anni il nome di Tortora sta avendo una riabilitazione a pieno. 

“Dunque, dove eravamo rimasti?”. Con questa frase, nel 1987, tornò a condurre il suo programma. Un anno prima della sua morte. Una frase che voleva quasi dimenticare quello che era successo. Ma che ormai lo aveva segnato dentro, come lui stesso aveva detto. 

Il suo caso portò alla legge Vassalli. La quale però non fu retroattiva e non diede né a lui né alla sua famiglia un risarcimento. L’unica cosa che rimase ai suoi parenti fu il grande dolore provato per uno dei più grandi errori giudiziari italiani.

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