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ArcheoFame: 5 giochi da tavolo del passato che ti faranno dimenticare le serie tv

Licia De Vito

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Sono giorni difficili per gli abitanti del pianeta Terra: la pandemia, la quarantena, l’allergia al polline e la clausura che scorre lenta tra un film, un decreto e un direct ai compagni di classe delle elementari. I nostri antenati però passavano il tempo anche senza internet o televisore e se non giocavano d’azzardo o non si ammazzavano nelle arene avevano a disposizione una notevole quantità di giochi da tavolo e di società. Oggi ne ho scelti 5, che vi propongo come valide alternative al Monopoli e al Cluedo.

Il gioco reale di Ur

Negli anni ’20 dello scorso secolo Sir. Leonard Wolley entrava per la prima volta nella storia all’interno della Necropoli Reale di Ur, antica città del regno sumero. Tra le innumerevoli meraviglie che l’archeologo inglese restituì al mondo c’erano anche delle strane tavole intarsiate, in seguito interpretate come tabelloni per il “gioco reale di Ur” o “gioco delle venti caselle”, il più antico gioco di società fino ad oggi rinvenuto.

Queste tavole in particolare erano di lapislazuli, corniola e madre perla e si dividevano il venti caselle, ognuna delle quali era decorata con un motivo diverso ad eccezione di 5 spazi particolari su cui si trovava sempre fissa una “rosetta”. Le pedine venivano riposte in scomparti ricavati all’interno delle tavole stesse ed erano 14 in tutto, 7 bianche e 7 nere. Stando ad alcune tavolette cuneiformi(es: tavoletta BM 33333B) che riportavano il regolamento (tradotte e interpretate da Irving Finkel, direttore del British Museum negli anni ’80) il gioco era contemporaneamente di percorso e d’azzardo.

Ogni giocatore doveva riuscire ad attraversare la tavola portando le proprie pedine all’esterno della griglia di caselle. I movimenti da fare si decidono lanciando dei dadi tetraedrici e in base alla raffigurazione della casella su cui si capita si dovranno effettuare delle particolari azioni (un po’ come un “gioco dell’oca”) ad oggi sconosciute tranne che per le caselle con la rosetta. Se capitavi lì, ahimè, ti toccava pagare un pegno in denaro precedentemente stabilito. Il vincitore era chi rimaneva per primo senza pedine sulla tavola da gioco e ovviamente con più soldi nelle tasche.

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Mehen o gioco del serpente

Le più antiche testimonianze di giochi da tavolo egizi provengono dalla necropoli di Saqqara, più precisamente dalla tomba di un funzionario di nome Hesyra (III dinastia, 2700 a.C.). Costui era stato sepolto con tre diversi tipi di giochi: Senet, “cinquantotto fori” e Mehen. –quest’ultimo nome significa letteralmente “colui che è arrotolato”, dal dio serpente guardiano della barca solare di Ra e citato nel Libro dei Morti: “i tuoi denti sono quelli del serpente Mehen, con cui giocano Horus e Seth”.

Si giovava quindi su una plancia a forma di serpente arrotolato con la testa al centro. Il corpo dell’animale si avvolgeva formando da 4 a 6 cerchi concentrici divisi in caselle sulle quali si muovevano le pedine. Queste erano divise in biglie, leoni e leonesse. Le regole del gioco sono state ricostruite basandosi sui testi scritti e sulla comparazione con un gioco ancora oggi in uso in Sudan: il “gioco della iena”.

Ogni giocatore deve muovere le biglie sulle caselle, il numero delle mosse viene deciso dal lancio di dadi o astragali (ossa con 4 lati che venivano trattate e usate in molti giochi nell’antichità), quando si arriva al centro ovvero alla testa del serpente si otteneva una pedina leone/leonessa con la quale fare il percorso a ritroso mangiando le biglie dell’avversario. Vinceva chi per primo riusciva a compiere il percorso avanti e dietro e ad arrivare al centro mangiando tutte le biglie del nemico.

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Latrunculi o ludus latruncolorum

Popolarissimo nell’antica Roma, derivava dal gioco molto in voga nell’antica Grecia chiamato “petteia”. Descritto da Aristotele, Euripide e Platone viene citato anche da Omero la petteia è segnalata come passatempo dei proci nell’attesa che Penelope scegliesse un pretendente o come distrazione per Achille e Aiace tra le battaglie della guerra di Troia. Antenato dei moderni scacchi, i giocatori si sfidavano su un tabellone detto polis e lo scopo era di mangiare le pedine dell’avversario.

La versione romana ci viene ampiamente descritta nel Laus Pisonis (190-208), da Marziale, Ovidio e Varrone. Il gioco era molto diffuso nell’ambiente militare e consisteva praticamente in un guardia e ladri da tavolo. Le pedine avevano nomi diversi: bellatores, ordinari, vagi, milites, mandrae, si partiva dai lati opposti della tabula divisa in caselle e ogni pedina poteva effettuare mosse differenti in base al ruolo attribuitole. Lo scopo era di circondare le pedine dell’avversario e catturare il ladruncolo.

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Hnefatafl

Tradotto con “il tavoliere del Re”, il termine tafl è una derivazione dal latino tabula e indica tutti i giochi in cui è presente una tavoletta o un tavoliere. Molto diffuso tra i vichinghi e in generale nell’Europa del nord, la prima testimonianza di questo particolare gioco è il ritrovamento di un frammento di tavola divisa in caselle proveniente da una tomba romana nell’isola danese di Wimose, datata al 400 d.C. Si giocava su un tavoliere quadrato diviso in 19, 18 o 11 caselle per lato, le pedine erano divise in bianche e nere. Le prime erano 24 più un re, le seconde 48. Lo scopo del gioco per i bianchi era di proteggere il re portandolo al sicuro nelle quattro celle agli angoli della tabula, per i neri catturare il re.

Arithmomachia o ludus philosophorum

Letteralmente “battaglia dei numeri” o “battaglia delle armonie numeriche” (machia, battaglia; arithmo, numero; rithmo: armonia) era il passatempo prediletto degli intellettuali del medioevo (ludus philosophorum: gioco degli intellettuali). La più antica testimonianza scritta riferita a questo gioco risale al 1030 e proviene dai resoconti di una competizione tra le scuole delle cattedrali di Worms e Wurzburg, tenutasi proprio a Wurzburg in Baviera. Divenne estremamente popolare tra gli studiosi tanto da essere l’unico gioco previsto nei programmi delle università dell’alto medioevo. Raggiunse la sua massima popolarità nel XV secolo e scomparve in seguito sostituito definitivamente dal gioco degli scacchi.

La tavola da gioco è rettangolare e divisa in 112 caselle: 8 sul lato corto e 14 su quello lungo. Le pedine sono in tutto 23 più un re (formato da 5/6 pedine) per ogni giocatore. Ogni pedina ha inciso un numero diverso e ha forme geometriche diverse (cerchio, triangolo, quadrato). Lo scopo del gioco, basandosi sulla teoria numerica di Boezio (Roma, 475-477 – Pavia, 524-526 d.C. fu uno dei principali intellettuali della corte di re Teodorico), era quello di creare proporzioni numeriche e geometriche dette “armonie” in modo da arrivare a dei “trionfi” ovvero la cattura delle pedine dl nemico, fino al re

Archeologa, nata e cresciuta in Abruzzo, vive a Roma dal 2009. Dopo la laurea magistrale conseguita presso l’Universita “La Sapienza” di Roma ha proseguito gli studi frequentando la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dello stesso ateneo. Appassionata di storia e viaggi, avrebbe voluto essere Lara Croft, è diventata un “Ummarell”.

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Parte il processo per i falsi di Modigliani: nuovi testimoni e danni per mezzo miliardo di euro

Federico Falcone

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E’ tra le truffe più note della storia dell’arte, di cui ancora oggi si parla. Era il 1984 e tre ragazzi livornesi sbuggiardarono – perché, siamo sinceri, di questo si trattò – l’autoreferenzialità del sistema artistico e museale italiano, mettendo in atto un raggiro talmente ben confezionato che neanche i più illustri critici riuscirono a riconoscere. Non sul momento, per lo meno. Il 24 luglio del 1894 passerà alla storia come il giorno della “beffa di Livorno” che riguardava il grande Amedeo Modigliani.

Nel fosso reale di Livorno tre studenti ritrovarono, “casualmente uscite fuori dal niente”, tre teste. Non umane, ovviamente. O meglio, non umane in senso biologico ma umane in senso artistico-figurativo. Le opere vennero, con troppa fretta e superficialità, attribuite ad Amedeo Modigliani, pittore e scultore nato a Livorno il 12 luglio del 1884 e morto a Parigi il 24 gennaio del 1920. Celebre per i suoi sensuali nudi femminili e per i ritratti caratterizzati da volti stilizzati, colli affusolati e sguardo spesso assente, l’opera di Modigliani ha caratterizzato il periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

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Quell’anno ricorreva il centenario dalla sua nascita e il ritrovamento di tre opere fino a quel momento non censite venne considerato come un evento nell’evento. Ed effettivamente fu una grande scoperta. Peccato che la storia andò diversamente e che in omaggio al principio del “non è tutto oro ciò che luccica”, l’entusiasmo per la straordinaria scoperta lasciò ben presto il posto a qualcos’altro.

Per circa due mesi si dibatté sulle opere, sulla loro paternità, sulla loro provenienza sulla loro autenticità. Furono scomodati praticamente tutti i più grandi esperti e critici dell’arte, da Argan a Brandi, da Ragghianti a Carli, tutti convinti della originalità delle opere. Anche l’allora restauratore capo della Galleria Nazionale d’arte moderna firmò sull’autenticità. Fino alla scoperta che gettò imbarazzo su quel mondo artistico così autoreferenziale e pieno di sé. I tre ragazzi, in televisione, furono perfettamente in grado di replicare una delle tre teste. Capitolo chiuso.

E’ notizia di questi giorni che si sono costituiti parte civile il Palazzo Ducale di Genova e tre associazioni di consumatori nel processo per i falsi Modigliani, i venti dipinti attribuiti al maestro di Livorno sequestrati nel 2017 mentre erano esposti in una mostra in corso a Genova.

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Come riporta il sito Genova24.it “a processo, per truffa, falso e contraffazione di opere, ci sono sei persone: Massimo Zelman, presidente di Mondo Mostre Skira, che organizzò la mostra, Joseph Guttman, mediatore originario dell’Ungheria con base a New York e proprietario di molte delle opere sequestrate, il curatore della mostra Rudy Chiappini, italiano trapiantato in Svizzera, Nicolò Sponzilli, direttore mostre Skira; Rosa Fasan, dipendente Skira, Pietro Pedrazzini, scultore svizzero, proprietario di un “Ritratto di Chaim Soutine” che secondo gli investigatori piazzò come autentico pur sapendolo falso”.

“Secondo gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, attraverso l’esposizione alla mostra si voleva rendere autentiche delle opere false per acquisire una maggiore quotazione e rivenderle a prezzi stellari nel centenario (caduto lo scorso anno) della morte di Modì. Per i legali degli imputati, invece, le opere sono autentiche. Il processo proseguirà il prossimo cinque marzo”.

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Alda Merini, il “silenzio rumoroso” della poetessa dei Navigli

Redazione

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Donna fra le donne, personaggio controverso e a volte difficile da comprendere fino in fondo. Il mondo di Alda Merini (1931- 2009) è quello della fantasia, della sensibilità e dei sogni, in cui si colgono cose che chi vive il frenetico quotidiano non riesce a intuire.

Per questo oggi leggiamo “I poeti lavorano di notte”. È tratta da Testamento, raccolta edita da Crocetti nel 1988, nella cui prefazione Giovanni Raboni parlò dei versi della Merini come di “crepe istantanee e terrificanti, bagliori di un altro mondo”. Rappresenta quasi un manifesto poetico.

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Alda Merini racconta come il ruolo del poeta, durante la notte, diventi un vero e proprio lavoro da portare a termine, reso ancora più dolce e proficuo dall’affascinante e quieta atmosfera notturna. In un tempo senza tempo, in cui tutto tace, in cui la cognizione cessa di esistere e la ragione si china davanti al grido interiore.

In quel tempo senza luci e rumore assordante, lì, l’uomo si fa poeta, prende le vesti di cantore dell’anima, e incomincia a scrivere. La poesia del resto è una forma espressiva che presuppone una condizione di silenzio, per sua natura infatti è in antitesi rispetto allo stress e al caos. Questo quindi ci riporta al ruolo che la poesia dovrebbe avere: fare rumore, esplodere in un “silenzio rumoroso” capace di scuotere gli animi e incantare chi legge.

Ogni poeta può rivedersi in questo componimento della “poetessa dei Navigli”. 

I poeti parlano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Di Erica Ciaccia

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Coronavirus: morto Larry King, celebre il suo show sulla CNN

Redazione

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È morto Larry King, celebre conduttore televisivo statunitense celebre principalmente per il suo omonimo show, andato in onda sulla CNN dal 1985 al 2010 per la bellezza di settemila puntate. Aveva 87 anni e da tre settimane era ricoverato al Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles perché positivo al Coronavirus. Il virus purtroppo ha avuto la meglio.

Larry King era affetto da patologie pregresse, principalmente il diabete di cui soffriva da anni, così come di problemi cardiaci. Nel 1987 ebbe un attacco di cuore e venne operato per l’installazione di cinque bypass. Nel 2017 era stato operato per un tumore ai polmoni. Nato come Lawrence Harvey Zeiger a New York il 19 novembre del 1933 aveva mosso i primi passi da giornalista proprio nella Grande Mela Prima di avere successo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, anche in Florida come speaker e radiofonico in quel di Miami Beach. Sul finire dei Settanta ritorna a New York per commentare i campionati di football americano.

Alla carriera da giornalista e conduttore televisivo ha affiancato il suo impegno sociale da filantropo. Sul finire degli anni Ottanta fondò la Larry King Cardiac Foundation con la quale sosteneva le spese cardiache per i più poveri. In carriera ha collezionato più di cinquantamila interviste.

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