La guerra rock n’roll dei Rolling Stones: Vietnam, Kubrick, Marlon Brando e hit leggendarie

Suonavamo per dei ragazzi giovanissimi e solo pochi anni dopo ricevevamo lettere di quegli stessi ragazzi da Saigon. Il loro mondo era stata completamente ribaltato: un attimo prima erano degli adolescenti rock n’roll, un momento dopo erano nella giungla cercando di sfuggire ai Viet Cong. E da quei posti noi ricevevamo cartoline che dicevano “Non vi abbiamo dimenticati” “. Keith Richards

Era un’epoca davvero dura, molto violenta. Sugli schermi vedevi solo violenza, saccheggi, incendi. E il Vietnam non era una guerra normale, non come la conoscevamo in modo convenzionale. Il Vietnam non era come la Seconda guerra mondiale né come la guerra di Corea e nemmeno come la guerra del Golf. La gente protestava e nessuno voleva combatterla. C’erano queste armi, che erano già state usate prima, ma di cui all’epoca nessuno ne sapeva nulla, come il napalm“. Mick Jagger.

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Chiunque abbia visto Apocalypse Now, film capolavoro di Francis Ford Coppola, ricorderà sicuramente la scena in cui il capitano Willard (interpretato da un magistrale Martin Sheen) risale il fiume Nung. Nel mentre, come a voler fare da sottofondo a quel momento di pathos, troviamo Mr Clean (Lawrence Fishburne) che, “armato” di radiolina transistor, gira il pulsante dell’accensione facendo partire la voce dello speaker radiofonico che lancia “Satisfaction” dei Rolling Stones, hit che da lì a qualche anno sarebbe diventata il marchio di fabbrica di una band in grado, come poche altre, di conquistare l’immortalità.

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La tensione, l’angoscia, l’ansia, l’inquietudine dei soldati svaniscono per lasciare spazio alla spensieratezza, alla voglia di vivere e divertirsi, alla libertà appesa a un filo. “Satisfaction” è quella sottile linea che separa la vita dalla morte e, in quel minuto e mezzo scarso in cui fa da colonna sonora al film, è il perfetto manifesto di cosa furono quegli anni per i ragazzi venuti dagli States dello zio Sam.

“Satisfaction”, il cui riff principale a firma Keith Richards venne scritto durante una notte insonne, uscì nel 1965. In quei mesi le prime truppe degli Stati Uniti furono inviate nel Vietnam del Sud. Gli Stones erano già famosi e la potenza di questa canzone varcò i confini del mondo ordinato e civile – o presunto tale – per andare a supportare ragazzi mandati allo sbando, a combattere una guerra e un nemico di cui non sapevano assolutamente nulla. Uomini, prima che soldati al servizio di una nazione. Ragazzi, adolescenti, poco più che bambini, chiamati a uccidere per sopravvivere, arruolati per difendere una terra, la loro, mai realmente minacciata da un popolo così distante.

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Tra un rastrellamento e un bombardamento al napalm, i Rolling Stones erano lì, al fianco dei loro coetanei, a ricordare, in modo più o meno diretto, che il loro posto era quello vicino alle proprie famiglie, ragazze, madri, sorelle. Magari dietro il bancone di un bar con i capelli gelatinati all’indietro, il pettine nel taschino della camicia con le maniche beffardemente tirate all’insù ad altezza spalle nel tentativo di imitare un James Dean a caso. Quella era la loro casa, non di certo una giungla. “Satisfaction”, song che oggi cantiamo e balliamo con stato d’animo leggero, irriverente, dissociato dai problemi che affliggono noi e il mondo che ci circonda, nel 1965 era un inno alla ribellione. O, almeno, questo era, in parte, il suo intento.

Ma non è stato l’unico brano di Jagger e soci a essere utilizzato in pellicole a tema Vietnam. Il caso più celebre, quello memorabile, è datato 1987 e porta la firma di Stanley Kubrick. In “Full Metal Jacket“, dodicesimo film del regista statunitense, considerato, a giusta ragione, tra i capisaldi del cinema a tema, le note che fanno da sottofondo ai titoli di coda sono quelle di “Paint It Black“, singolo pubblicato nel 1966. Pezzo, questo, utilizzato dalla CBS come sigla della serie tv – ovviamente incentrata sulla guerra – “Tour Of Duty“, da alcuni definito come “il miglior inno possibile per dare una visione del Vietnam“.

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Oppure vogliamo ricordare “Let it Bleed“, album uscito nel 1969, definito dai critici come uno dei dischi più cupi di tutti i tempi? Fu proprio il singer della band a utilizzare queste parole per descriverlo: “era un periodo duro, molto violento. Il Vietnam. In televisione c’erano sempre immagini di violenza, saccheggi e rivolte. La guerra in Vietnam non è stata come la Seconda Guerra Mondiale o la Guerra di Corea o la Guerra del Golfo, era una guerra terribile e alla gente non piaceva“.

Cosa fu esattamente la Guerra del Vietnam ora lo sappiamo: quasi 20 anni di conflitto (culminati con la caduta di Saigon) e con la perdita, per gli Stati Uniti, di quasi 58.272 uomini, più di 2100 aeromobili, 303.644 feriti, 1.719 dispersi. Per il Vietnam del Sud: 266.000 morti e 1.170.000 feriti. Per il Vietnam del Nord: 1.100.000 morti. Fra i civili: 2.000.000 vietnamiti, 700.000 cambogiani e 50.000 laotiani. Numeri, questi, stimati più o meno definitivi. Numeri, questi, che non dicono realmente come la popolazione a stelle e strisce sia uscita a pezzi da quella contesa i cui riflessi sono evidente anche oggi, a quaranta anni dalla sua fine. E che, probabilmente, lo saranno per sempre.

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La Guerra del Vietnam è stata la prima guerra che negli Usa è stata condotta soprattutto come una campagna pubblicitaria. La manipolazione della verità attraverso i mezzi di comunicazione di massa e del governo fu uno degli obiettivi di questa campagna. Ciò ha condotto al fatto che l’opinione pubblica americana ha avuto un’immagine falsa e manipolata durante l’intera guerra. Questa campagna indusse i soldati a mentire di continuo e per tutto il corso della guerra il numero dei nemici uccisi venne esagerato. Venivano celebrate delle vittorie, quando queste vittorie erano impossibili. Ma per ironia della sorte la guerra venne persa anche sul piano dei media perché fin dall’inizio la guerra del Vietnam è stata una guerra di Public Relations, una guerra che anche i PR persero”.

I Vietcong pensavano che sarebbe bastato recarsi in quei luoghi e ci sarebbero state rivolte. Non successe nulla di tutto ciò. L’offensiva fu così un errore. Ma i Vietcong non avevano preso in considerazione lo shock che aveva subito l’opinione pubblica americana per la perdita subita in termini di capacità di lotta dal suo esercito. Dopo che per anni erano stati bombardati di false ed esagerate notizie di vittorie, gli americani a casa non si aspettavano un’offensiva del nemico. E così si verificò ironicamente che la disfatta dei Vietcong si trasformò in una loro vittoria psicologica”, firmato Stanley Kubrick.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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