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25 anni di Foo Fighters: a Washington la maratona rock per celebrare la band di Dave Grohl

I Foo Fighters annunciano il nuovo festival DC JAM che si terrà il 4 luglio al FedExField, lo stadio di Washington. Un’intera giornata dedicata alla celebrazione dei 25 anni di carriera della band

redazione

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Dopo il successo del Cal Jam, che si è tenuto a San Bernardino in California nel 2017 e nel 2018 radunando oltre 70 mila persone, i Foo Fighters annunciano il nuovo festival DC JAM che si terrà il 4 luglio al FedExField, lo stadio di Washington. Un’intera giornata dedicata alla celebrazione dei 25 anni di carriera della band, proprio nella città in cui è cresciuto Dave Grohl e nel giorno in cui è uscito il primo album dei Foo Fighters nel 1995.

Ospiti speciali dell’evento, prodotto da Live Nation, saranno Chris Stapleton, Pharrell Williams, The Go-Go’s, Band Of Horses, Durand Jones & The Indications, The Regrettes, Beach Bunny e Radkey. Dopo dieci album, una dozzina di Grammy, numerosi premi, riconoscimenti e concerti in tutto il mondo, è il momento di festeggiare 25 anni di Foo Fighters.

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Il 12 aprile partirà il “Van Tour 2020” che attraverserà quelle città americane che 25 anni fa la band raggiunse in furgone nel primo tour, esibendosi questa volta nei palazzetti e non più in piccoli club. Anche perché molti di quei locali in cui i FF suonarono nel 1995 sono ormai chiusi e, inoltre, limitare oggi un loro spettacolo a luoghi così piccoli sarebbe impossibile… o forse si può? La band mette in campo l’originalità e l’energia che da sempre la contraddistinguono e lascia in sospeso la riposta che arriverà prossimamente!

Oltre a Dave Grohl, Nate Mendel e Pat Smear, sul palco ci saranno anche i compagni ormai di lunga data Taylor Hawkins, Chris Shiflett e Rami Jaffee. La maratona rock’n’roll dei Foo Fighters sarà impreziosita in ogni tappa dalla proiezione in anteprima di brevi estratti di “What Drives Us”, il nuovo documentario di Dave Grohl

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Grohl approfondisce le motivazioni che spingono un gruppo di musicisti a lasciarsi alle spalle lavoro, famiglia, amici ecc., per chiudersi in un van e portare la propria musica alle folle, o almeno a qualche dozzina di persone qua e là. “What Drives Us” esplora le cause, racconta aneddoti personali ed esplora la fatica fisica e psicologica di girare in furgone per mesi, attraverso interviste a coloro che questa esperienza l’hanno vissuta davvero, come i membri di Black Flag, Dead Kennedys, Metallica, The Beatles e molti altri.

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È morto Alfredo Cerruti, geniale fondatore degli Squallor

Autore televisivo, discografico, ma anche e sopratutto storico membro degli Squallor. Ci ha lasciati questa mattina Alfredo Cerruti.

redazione

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Si è spento poche ore fa Alfredo Cerruti, storico discografico e ultimo superstite degli Squallor. A dare la notizia, su Facebook, l’amico Natalino Candido, che non ha specificato le cause della morte, ancora sconosciute. Alfredo Cerruti è stato un importante discografico attivo dai primi anni ’60, con la Edizioni Adriatica, la CBS, la CGD e dall’82 con la casa discografica Ricordi, in qualità di direttore artistico fino all’86.

Autore televisivo, ha collaborato alla scrittura dei testi per Indietro tutta!, Il caso Sanremo, Fantastica Italiana e I Cervelloni, nelle quali collabora spesso con Arnaldo Santoro e Renzo Arbore. È stato l’autore delle stagioni 1998-1999 e 1999-2000 di Domenica In. In ricordo indelebile è però quello con gli Squallor, assieme a Toto Savio, Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, in cui Cerruti era l’inconfondibile voce narrante presente nella maggior parte delle canzoni.

Con gli Squallor Cerruti pubblicò 14 dischi in vent’anni, offrendo all’Italia di quegli anni probabilmente uno dei punti più alti della musica italiana, con parodie delle canzoni che superavano spesso la qualità delle originali. È stato il compagno per tre anni di Mina.

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Get it back, su tutte le piattaforme in streaming il nuovo brano dei Pearl Jam

Fabio Iuliano

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Da domenica 11 ottobre sarà disponibile su tutte le piattaforme streaming “Get It Back”, il nuovo brano dei Pearl Jam.

Get It Back” fa parte della compilation per beneficenza “Good Music to Aver the Collapse of American Democracy”, che è stata acquistabile il 2 ottobre per sole 24 ore. Questo progetto discografico contiene registrazioni mai pubblicate, rarità, remix e cover di artisti come i R.E.M., Hailey Williams, My Morning Jacket e molti altri. Tutti i proventi sono stati destinati al Voting Rights Lab, organizzazione politicamente indipendente che ha come obiettivo di diffondere informazioni politiche e legislative per assicurare e difendere i diritti di voto degli americani.

Pearl Jam hanno una lunga storia di attivismo e coinvolgimento politico che risale al 1992, quando hanno ospitato il concerto gratuito “Drop in the Park” a Seattle, che ha registrato migliaia di elettori. Per quasi tre decenni, la band ha suonato in innumerevoli concerti di beneficenza, ha sostenuto apertamente cause progressive e ha donato milioni di dollari a organizzazioni no profit locali e globali, attraverso la loro Vitalogy Foundation. Attualmente, la band sta collaborando con le principali organizzazioni nazionali tra cui People For The American Way, League of Conservation Voters e organizzazioni regionali selezionate come MakeThe Road Pennsylvania per promuovere il voto per posta.

A inizio 2020, i Pearl Jam hanno pubblicato “Gigaton. Prodotto da Josh Evans e dai Pearl Jam, “Gigaton” è il primo album in studio della band dopo “Lightning Bolt”, vincitore di un Grammy nel 2013.

Good Music To Avert The Collapse Of American Democracy, Volume 2 is available today only on Bandcamp. Listen to new…

Pubblicato da Pearl Jam su Venerdì 2 ottobre 2020

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Musica

Songs From The Woods: un viaggio nell’universo bucolico dei Jethro Tull

Sophia Melfi

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Nel 1976, il manager dei Jethro Tull Jo Lustig decise di consegnare a Ian Anderson un libro: “Folklore, Myths and Legends of Britain” di Russell Ash. Così le antiche leggende legate al folklore britannico, fatte di miti, superstizioni, storie di bizzarre creature magiche e festività pagane, presero vita in “Songs From The Woods”. Fu il decimo album in studio dei Jethro Tull, nonché pietra fondante della trilogia folk rock alla quale seguirono “Heavy Horses” (1978) e “Stormwatch” (1979). Futile asserire che quel libro fu creativamente fatale allo stile della band che passò da un rock progressivo a delle musiche intrise di medievalismo britannico e atmosfere celtiche.

Oltre a produrre, cantare, suonare il flauto, la chitarra, le tastiere, il mandolino e il liuto, Anderson scrisse i testi di ogni singola canzone dell’album i cui arrangiamenti, radicalmente ispirati al libro di storie fantastiche della Gran Bretagna precristiana, furono reinterpretati dal resto del gruppo. Anderson partì dunque dalla lettura di queste storie di antica magia pagana per sviluppare una serie di canzoni dal clima romanticamente fiabesco con un messaggio ambientalista di fondo.

Forse la natura non è così gentile come ci fa comodo credere. E’ matrigna o benevola a seconda di chi la vive.

In copertina, lo sguardo smarrito del cacciatore (Ian Anderson) immerso nelle calde tonalità autunnali di una una foresta sperduta in chissà quale zona della Gran Bretagna. Dell’acqua bolle su un fuoco (sacro simbolo druido). Il cappello del cacciatore è beffardamente posizionato su un albero reciso sotto al quale giacciono dei volatili tramortiti. Un lupo nero, di cattivo auspicio, fa capolino alle sue spalle. Sembrerebbe la trama di un libro di Stephen King, ma è solo il paratesto della narrazione storico-musicale messa a punto dai Jethro Tull.

“Songs from the wood will make you feel better.” Così inizia il viaggio nella foresta incantata dei Jethro Tull fatta di folletti, riti pagani, sacrifici e danze promiscue.

“Let me show how the garden grows”, lascia che ti mostri come cresce rigoglioso il bosco in cui abiti. Non tentare di distruggere ciò che ti ha creato e rispetta il mondo naturale da cui tu stesso provieni, sembra raccontare il testo.

“Have you seen Jack In The Green? With his long tail hanging down. He sits quietly under every tree in the folds of his velvet gown. He drinks from the empty acorn cup the dew that dawn sweetly bestows. And taps his cane upon the ground signals the snowdrops it’s time to grow.”

“Jack In The Green” è una figura mitologica tratta dal folklore britannico messo a punto in età rinascimentale. Essa è legata ad un rito di fertilità e rigenerazione della foresta, divorata dalle gelate invernali. E’ metafora stessa della natura che lentamente muore e si rigenera all’infinito.

“Hunting Girl” si rifà ad antiche leggende gaeliche/celtiche secondo cui le donne, prima della cristianizzazione, godevano della più totale disinibizione sessuale, rendendosi predatrici accanite dei propri uomini. L’eco è quella di un amore che risponde ai più elementari istinti carnali degli uomini i quali, evidentemente, non percepivano ancora il bisogno di castigarsi col cilicio per aver consumato dei pensieri impuri sulla Vergine.

“Velvet Green” è una delle canzoni più complesse quanto emblematiche dell’album. Concepita strutturalmente come una  pièce teatrale fatta di tempi e intervalli finalizzati ad aumentare la suspence negli spettatori, essa rievoca un amore pastorale tipico dell’immaginario bucolico virgiliano. La trama ruota attorno all’offerta d’amore di un giovane uomo che chiede un appuntamento alla donna desiderata, richiamando apertamente gli scenari poetici dell’amor cortese.

“Pibroach”, dal gaelico  piòbaireached, un genere di musica triste, cupa e funerea, tratta di un amore non corrisposto di un cavaliere errante alla spasmodica ricerca della propria amata in mezzo alla foresta. Il suo è un sentimento irrequieto e insalubre che si spezzerà una volta scoperta la relazione della donna con un altro uomo.

“Fire At Midnight” è il brano conclusivo del vagabondare bucolico dei Jethro Tull. “Build a little fire this midnight. It’s good to be back home with you.” E’ bello tornare a casa da te, dopo questo lungo ed estenuante viaggio. Alla fine il fuoco inebrierà i nostri sensi e placherà le nostre preoccupazioni. Ancora una volta, il testo richiama molteplici immaginari leggendari e interpretazioni “romantiche”.

“Songs From The Wood” è il genio creativo e sperimentale dei Jethro Tull. E’ la follia razionale di Ian Anderson. E’ medievalismo puro e riscoperta dell’antica magia del folklore britannico nei sentimenti degli uomini contemporanei, all’imperitura ricerca dell’amore nella natura.

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