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Titanic, storia di sogni e amori spezzati

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Titanic DiCaprio

Il Titanic, transatlantico costruito a Belfast, affondava alle 2:20 del 15 aprile del 1912.

Formalmente RMS Titanic, nacque per essere una nave inaffondabile. Costruito in tempi record nel più grande cantiere navale della capitale dell’Irlanda del Nord,l’Harland & Wolff, rientrava nel progetto di costruire tre grandi e lussuose navi gemelle: l’Olympic, il Titanic e il Gigantic (chiamato in seguito Britannic).

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Era considerato uno dei migliori risultati del positivismo tecnico di matrice ottocentesca: grande, lussuoso, con saloni arredati nello stile di antiche dimore romane patrizie. Ma non solo. Colonne dorate, pannelli in legno pregiato e inserti di madreperla. Per i passeggeri di prima classe inoltre vi era una piscina coperta, la palestra, il bagno turco, bar. Costoro, ignari di quanto avrebbero affrontato, ebbero un trattamento diverso dagli altri anche per quanto riguarda il menù dell’ultimo pasto servito a bordo il 14 aprile. La cena fu infatti composta da circa 10 portate. Grande varietà di piatti a base carne e pesce pregiato, “bologna sausage”, formaggi come il Camembert, Cheddar e Gorgonzola.

I ceti presenti in seconda e terza classe dovettero invece accontentarsi di zuppa di riso, roast beef, mais e patate bollite.

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IL BREVE VIAGGIO DEL TITANIC

La nave partì da Southampton, in Inghilterra, l’11 aprile 1912 e nello stesso giorno fece tappa prima a Cherbourg, in Francia e poi a Cobh in Irlanda. Lasciò così l’Europa navigando nell’Oceano Atlantico.

Tutto ciò senza aver completato le “prove in mare”. Gli armatori avevano fretta e volevano battere la concorrenza. Il comandante Edward John Smith, infatti, aveva dato ordine di spingere le macchine al massimo nel tentativo di attraversare l’Atlantico in tempi record. Il giorno dell’incidente era in programma un’esercitazione per simulare una situazione d’emergenza. Ma il capitano decise di annullarla considerandola “superflua”.

Il Titanic bruciava circa 600 tonnellate di carbone al giorno spalate nelle sue fornaci da 176 uomini. Quasi 100 tonnellate di cenere venivano espulse nel mare ogni giorno.Per due giorni il viaggio andò avanti rapidamente e senza problemi. Il 14 aprile, però, cominciarono ad arrivare, attraverso la stazione radio di bordo, i primi segnali riguardo la presenza di iceberg.

Alle ore 23,40 le vedette, che nel caos della rapida partenza non erano dotate di adeguati cannocchiali, avvistarono a occhio nudo un enorme iceberg e lanciarono l’allarme.

William Murdoch, ufficiale di guardia, ordinò l’indietro tutta (ma su questo comando ci sono ancora dei dubbi) e una virata. La nave era però troppo veloce, circa 22 nodi. La montagna di ghiaccio era a poco meno di cinquecento metri di distanza. Fu fatto il tentativo di passare a sinistra dell’iceberg, sfiorandolo con il fianco destro. Il risultato fu tragico. Il Titanic colpì l’iceberg che squarciò circa 90 metri del fianco. Studi recenti hanno calcolato che lo schianto avrebbe potuto essere evitato se si fossero avute notizie sull’iceberg 30 secondi prima. 

Alle ore 00,15 del 15 aprile venne lanciato l’SOS (recente innovazione per l’epoca) ricevuto da molte navi, la più vicina delle quali, il Carphatia, era a quattro ore di navigazione. 

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L’INABISSAMENTO

Il Titanic iniziò ad imbarcare acqua nei compartimenti di prua inclinandosi in avanti e sollevando la poppa. La nave si inclinò cosicché la pressione esercitata spezzò lo scafo in due tronconi: la parte di prua, più pesante, affondò subito e poco dopo toccò alla parte di poppa, che prima tornò al suo posto, poi si innalzò verticalmente per inabissarsi. Il transatlantico andò sotto le onde a circa 400 miglia dalle Grand Banks di Terranova. 

La mancanza di preparazione peggiorò la situazione. La prima scialuppa disalvataggio fu messa in mare solo un’ora dopo aver dato l’allarme. Le scialuppe, già insufficienti, non furono utilizzate a pieno carico ma vennero calate in acqua mezze vuote.

Le primissime notizie dell’incidente non parlarono di vittime. Solo dopo due giorni venne pubblicata la vera notizia. I morti furono circa 1500 mentre i sopravvissuti solo 706. Tra questi un uomo di nome Charles che riuscì a nuotare quasi per due ore nelle gelide acque dell’Atlantico. I medici sostennero che riuscì a salvarsi grazie alla grande quantità di whisky bevuta quella notte, che regolò la sua temperatura corporea.

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LA TRAGEDIA AL CINEMA

La vicenda del Titanic sin dagli inizi del ‘900 ha ispirato film e fiction. Il primo è Salvata dal Titanic (Saved from the Titanic), un film muto americano di Etienne Arnaud con Dorothy Gibson, sopravvissuta al naufragio. La pellicola è però andata perduta durante un incendio.

Anche il regime nazista, tramite il ministro della propaganda Goebbels produsse un film a riguardo che però, paradossalmente, ebbe grande successo nel dopoguerra in Unione Sovietica in chiave anticapitalista..

Nel 1996 viene pubblicata la miniserie Il Titanic di Robert Lieberman, con Peter Gallagher, Eva Marie Saint e Catherine Zeta-Jones.  Il capolavoro è stato sicuramente il colossal Titanic con Leonardo DiCaprio e Kate Winslate nel 1997, scritto, diretto e prodotto da James Cameron. Ad oggi detiene ancora il record di 11 vittorie ai Premi Oscar. Primato condiviso con Ben-Hur e Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re.

Con un budget di 200 milioni di dollari per la realizzazione e di 85 per la promozione, Titanic fù il film più costoso mai realizzato fino ad allora. Le riprese, iniziate nel Settembre del 1996 durarono solo 6 mesi. Il film, della durata di 3 ore e 15 minuti ebbe come colonna sonora la canzone My Heart Will go on di Céline Dion, diventata uno dei singoli più venduti di tutti i tempi.

La storia della tragedia è raccontata tramite i ricordi di Rose DeWitt Bukater, una superstite ormai anziana. La donna rivive i momenti in cui conobbe l’irlandese Jake (DiCaprio), le difficoltà nell’avere dei rapporti con un ragazzo di lignaggio inferiore. Ricorda nei minimi dettagli gli attimi che li portarono ad innamorarsi, tanto da farsi ritrarre nuda. Una storia d’amore che non ebbe il lieto fine. Proprio come il sogno della “nave più sicura del mondo”.

Il Titanic affondò portando con sé anche Ida e Isidor Straus, proprietari del Macy’s di New York, la coppia anziani abbracciati sul letto durante l’affondamento della nave nel film di Cameron. I due sono veramente esistiti. La loro fu una storia di vero amore. Ida rifiutò il posto sulla scialuppa per restare accanto al marito. “Abbiamo vissuto insieme, moriremo insieme”. 

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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mondovisione spazio tempo limiti

I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

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Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

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Ci siamo. Domani si celebra la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo 2021 ma in antichità, i primi giochi olimpici, si tennero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Come ci ricorda il poeta Pindaro, vissuto nella stessa nazione tra il 500 e il 400 a.C., sono proprio queste le manifestazioni atletiche più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici”: Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei.

Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi.

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Indubbiamente, molti secoli prima dell’inizio dei giochi dell’antica Grecia, esisteva già un’attività agonistica che era generalmente praticata. In Mesopotamia, in Egitto, per gli Ittiti. Centinaia di ritrovamenti archeologici attestano per tutta l’antichità la pratica del pugilato, della corsa dei cavalli e persino di giochi con la palla. Ma è in Grecia che l’agonismo si esprime in stretta connessione con la religione e con l’importanza dell’addestramento militare. Ogni cittadino greco doveva essere pronto a scendere in battaglia – l’esito dei conflitti dipendeva maggiormente dalle qualità fisiche- pertanto ci si allenava di conseguenza. La corsa potenziava la velocità e la resistenza; il salto l’agilità; i lanci potenziavano i muscoli e a lotta e il pugilato addestravano agli scontri corpo a corpo. Sono i greci che per primi istituiscono manifestazioni sportive con cadenza temporale regolare: ogni quattro anni si svolgevano gli agoni, il tempo tra i due eventi si chiamava Olimpiade. Tecnicamente e organizzativamente complessi, i Giochi non potevano certo esistere senza l’impianto rituale che vi era connesso.

I giochi atletici si svolgevano già in occasione dei funerali, specie se di personaggi importanti, eroi, la cui memoria viveva attraverso le imprese degli atleti; uno dei primi esempi sono proprio i giochi fatti in onore del defunto Patroclo a cui prendono parte tutti i mitici eroi greci, compreso Achille, raccontati nell’Iliade. Vita e morte erano due facce della stessa medaglia, in continua relazione dialettica tra loro. Gli atleti che partecipavano ai giochi traevano la forza proprio dagli eroi scomparsi, in onore dei quali si svolgevano le competizioni. Nell’Altis, il recinto di Olimpia, ardeva costante la fiamma sacra, simbolo della luce e della vita. Da qui nascono i culti agonistici che metteva in contatto il mondo della religione con quello dell’atletica. Per questo motivo (almeno inizialmente) i luoghi che ospitavano i principali giochi panellenici erano generalmente sede dei più noti luoghi religiosi. Durante lo svolgimento delle gare non si combattevano battaglie e non si dichiarava guerra. Sin dall’origine della manifestazione tutti i re acconsentivano a vivere in un periodo pacifico: la calma olimpionica.

Anche i romani organizzeranno dei Giochi Olimpici, Nerone ne indirà alcuni a cui tutti gli atleti dell’impero romano – compreso lui stesso- presero parte. La rapida cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo ebbe un’influenza determinante nel declino dei Giochi e alla loro inevitabile scomparsa. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio I soppresse per sempre questi agoni pagani, che ormai non avevano più motivo di esistere.

Copertina; anfora con pentatleti da Leida

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