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Principe Filippo: la storia di Sua Altezza attraverso il cinema

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Ormai la notizia ha fatto il giro del mondo, ed ha certamente segnato un’importante tappa nella storia del Regno Unito. Il principe Filippo, nato principe Filippo di Grecia e Danimarca e divenuto Philip Mountbattenduca di Edimburgo, è deceduto ieri all’età di 99 anni.

Il marito della regina Elisabetta II si è spento in ospedale a Londra a causa di una non meglio precisata infezione. Tuttavia quello che faremo in questo articolo non sarà tanto ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita, tra cui le storiche gaffe che lo hanno reso simpatico e celebre. Né, tantomeno, fare un resoconto delle vicende riguardo la Royal Family. O almeno, non a livello storico ma da un punto di vista cinematografico.

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Il Principe Filippo, così come l’intera famiglia reale, compresa la regina Elisabetta II, è stato protagonista di diverse produzioni, tra film e serie tv. Tra le opere cinematografiche che sicuramente sono degne di nota c’è sicuramente la serie The Crown del 2016. Creata e principalmente scritta da Peter Morgan e prodotta dalla Left Bank Pictures e dalla Sony Pictures Television per Netflix, la serie, tutt’ora in corso, è stata molto acclamata. Gli attori Matt SmithTobias Menzies hanno interpretato Filippo rispettivamente nelle stagioni 1-2 e 3-4. Per quanto riguarda le stagioni 6-7, non ancora andate in onda, sarà Jonathan Pryce, candidato all’Oscar nel 2020 come miglior attore protagonista per The Two Popes, a prendere i panni del principe.

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Nel corso degli anni diversi attori e registi hanno fornito una loro particolare descrizione ed interpretazione della figura di Filippo. Questo perché Sua Altezza era noto per essere stato un personaggio particolare, a tratti anticonformista. Uno senza peli sulla lingua -fin troppo a volte- e che ha sempre fatto parlare di sé. Tra le diverse opere cinematografiche, e non, in cui egli appare:

  • Our Queen (2013) – il documentario diretto da Michael Waldman che offre un accurato ritratto della regina Elisabetta II. Con lei, ovviamente, l’immancabile figura dell’amato marito.
  • A Queen Is Crowned (1953) – un altro storico ed importantissimo documentario scritto da Christopher Fry. Il film ebbe perfino una nomination all’Oscar per il miglior documentario e mostra il periodo dell’incoronazione della regina. Nelle immagini appare anche il principe Filippo, che all’epoca aveva sposato Elisabetta da circa 10 anni.
  •  Royal Journey (1951) – anche questo un documentario prodotto dalla National Film Board of Canada. La pellicola ci offre un interessante spaccato della visita reale di cinque settimane attraverso Canada e Stati Uniti svoltasi nell’autunno del 1951. Come per il precedente, si tratta di immagini reali.
  • The Royal House of Windsor (2017) – docuserie che approfondisce gli ultimi 100 anni della dinastia Windsor. Una sorta di dietro le quinte, grazie ad informazioni inedite, di almeno quattro generazioni, tra crisi e segreti.

Tuttavia, tra le opere più celebri, e che di fatto hanno portato la Royal Family sul grande schermo, e anche agli Oscar, c’è The Queen – La regina. La pellicola del 2006 e diretta da Stephen Frears vede Helen Mirren (vincitrice di un Oscar) nei panni di Elisabetta II e James Cromwell in quelli del principe Filippo. Ambientato nello UK del 1997, il film drammatico racconta della svolta nel governo inglese che, dopo 18 anni di amministrazione da parte dei Conservatori, cede il posto al primo ministro Tony Blair. L’importanza di The Queen sta nel fatto che la storia narrata riprende gli eventi della morte di Lady Diana, moglie del principe Carlo, il primogenito di Elisabetta e Filippo ed erede al trono. All’epoca la Royal Family dovette subire un drastico crollo di popolarità causato dall’essere rimasta in vacanza in Scozia e di aver fatto ritorno a Buckingham Palace senza rilasciare dichiarazioni.

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Se volete avere un’immagine chiara e fedele della figura del principe Filippo, vi consigliamo la visione dei titoli sopracitati. Anche e soprattutto per la particolarità che lo ha sempre contraddistinto: la sobrietà e la discrezione. Già, perché all’interno di una delle famiglie più importanti e discusse al mondo, nel bene e nel male, Filippo è sempre stato una figura marginale -in senso buono-. Anche nelle sue gaffe o battute (a volte) poco opportune, trapelava sempre un’educazione e portamento tipici da (vero) lord inglese. Le pellicole che abbiamo riportato ve ne daranno un importante esempio.

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25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

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“Animal House”, da 43 anni pietra miliare dei college movies

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Animal House john belushi american pie

Quando John Belushi e John Landis diedero vita ad “Animal House” probabilmente non avevano idea di aver creato il capostipite di un nuovo genere cinematografico.

Con questa pellicola, che esordì nelle sale il 28 luglio del 1978, fece il suo ingresso al cinema la commedia demenziale in ambientazione scolastica.

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Sarebbero venuti dopo i vari “La rivincita dei nerds”, “Porky’s”, “American Pie” e “Maial college”. Solo per citare i più gettonati e i degni di nota.

Altrimenti sulle varie piattaforme streaming sono decine i film che ricalcano la trama e l’idea concepita da “Animal House”.

Il padre dei college movies fu un mix di satira e politicamente scorretto. Tutto ciò che oggi probabilmente sarebbe censurato.

Ispirato ad una rivista di Douglas Kenney, Henry Beard e Robert Hoffman, “National Lampoon”, che fornì parecchi spunti per le vicende delle matricole Larry (Tom Hulce) e Kent (Stephen Furst), il film di Belushi (nel film John “Bluto” Blutarsky) tratta della rivalità di due confraternite del Faber College.

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Un tema divenuto poi il più classico dei film di questo genere.

Da una parte la borghesia, i massoni, gli studenti più brillanti e fortemente gerarchizzata. Una sorta di scuola militare fatta di nonnismo e soprusi.

Dall’altra la confraternita che accetterà i protagonisti. Un coacervo di sbandati, ribelli, ripetenti.

Quello che la mamma ti direbbe di non frequentare. Ma che ogni studente sogna di incontrare. 

 La “Delta Tau Chi” (ΔΤΧ) è quel modo ironico di vivere la vita senza troppi pensieri. Unico obiettivo: divertirsi.

In che modo? In qualsiasi. Dal sesso, alle battute, alle sbronze, agli scherzi e perchè no, alle risse. Da che mondo e mondo una rissa è quanto di più presente negli anni del college (o del liceo italiano). Oggi sono tutte situazioni, queste, demonizzate in qualsiasi modo. Ma negli anni che portano gli studenti ad una pseudo maturità, sono quelle che li portano a scoprire se stessi. Anche in questi modi che pochi genitori consiglierebbero ai propri figli.

“Animal House” invece fa proprio questo. Rende fico quei personaggi. Quel tipo di studente. 

Senza i protagonisti di questo film non si avrebbe avuto Steve Stifler, il mito delle “Milf”, gli scherzi da bulli ai ragazzi della banda (con buona pace dei bacchettoni del 2021), Noah Levenstein e il prototipo del padre con un passato (ma anche un presente) tutto da scoprire.

L’irriverenza di questo film del 1978 oggi è ancora controcorrente. Un mix di idee dissacranti che fanno rabbrividire il politically correct.

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Un capolavoro nel suo genere. Che ovviamente ha ispirato tante schifezze. Pellicole che andrebbero cancellate oggi stesso. Non per quello che dicono. Ma proprio perché indegne di essere figlie di questo film che nel 1978 era dato da tutti come perdente in partenza.

Ma che incassò circa 141 milioni partendo con un budget di soli 3 milioni di dollari.

Nel 2000 l’American Film Institute l’ha inserito nella lista delle cento migliori commedie americane di tutti i tempi e l’anno successivo è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Evidentemente la massima celebre di questo film “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: chi viene con me?” è stata profetica.

Sceneggiatori, produttori e attori si sono messi in gioco. E hanno vinto, se a 43 anni di distanza sono ancora una pietra miliare per chi tenta di riprodurre pellicole ambientate nei college con l’intento di demitizzare.

E allora “Toga, toga, toga”. E via con un bel party tra lattine di birra, approcci tra ragazzi e musica black di Otis Day and the Knights.

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“Ezio Bosso. Le cose che restano”: in anteprima alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

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Dal regista e dai produttori di “Paolo Conte, Via con me”, un nuovo e appassionato documentario musicale, il quale sarà presentato in anteprima nella sezione Fuori Concorso della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

“Ezio Bosso. Le cose che restano” di Giorgio Verdelli, prodotto da Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema uscirà nelle sale italiane con Nexo Digital solo il 4, 5, 6 ottobre.

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IL REGISTA GIORGIO VERDELLI

Al centro del documentario la carriera e la vita di Ezio Bosso (1971-2020), che è stata quanto di più atipico si possa immaginare. Sia per le vicende personali che professionali, all’interno delle quali c’è sempre stato l’amore per l’arte, vissuta come disciplina e ragione di vita.

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Nel film il racconto è affidato allo stesso Bosso, attraverso la raccolta e la messa in fila delle sue riflessioni, interviste, pensieri in un flusso di coscienza che si svela e ci fa entrare nel suo mondo, come in un diario.

La narrazione di “Ezio Bosso. Le cose che restano” è stratificata, in un continuo rimando fra immagine e sonoro. Le parole dell’artista si alternano alla sua seconda voce, la musica, e alle testimonianze di amici, famiglia e collaboratori che contribuiscono a tracciare un mosaico accurato e puntuale della sua figura.

Portatore di un potente messaggio motivazionale nella sua vita e nella sua musica, Ezio Bosso è stato e sarà sempre una fonte d’ispirazione per chiunque vi si avvicini. “Una presenza, non un ricordo”, come racconta lo stesso regista del film, Giorgio Verdelli.

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“Promises”: il film con Isabelle Huppert aprirà La Mostra del cinema di Venezia

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Aprirà la sezione Orizzonti della 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Promises, secondo lungometraggio del regista Thomas Kruithof (La meccanica delle ombre), scritto dallo stesso regista insieme a Jean-Baptiste Delafon (sceneggiatore della celebre serie politica di Canal+ Baron Noir).

Protagonista della pellicola, la carismatica musa del cinema francese Isabelle Huppert, nei panni di un sindaco dei sobborghi parigini in bilico tra fede politica e una ritrovata ambizione. Nel cast anche Reda Kateb, apprezzato interprete di pellicole d’autore come Django e The Specials e l’attrice premio César Naidra Ayadi (PolisseHa i tuoi occhi). Promises arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Notorious Pictures.

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Sinossi di Promises

Clémence (Isabelle Huppert), impavido sindaco di una cittadina vicino Parigi, sta completando l’ultimo periodo del suo mandato. Con il suo fedele braccio destro Yazid (Reda Kateb), ha combattuto a lungo per questa comunità afflitta da disuguaglianze, disoccupazione e povertà. Tuttavia, quando a Clémence viene offerta la carica di Ministro, la sua ambizione prende il sopravvento, mentre la devozione e l’impegno per i suoi cittadini iniziano a vacillare. La sua integrità politica e le promesse elettorali sopravvivranno a queste nuove aspirazioni?

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