Favino non basta, Promises delude le aspettative

Non è bastato l’infinito talento di Pierfrancesco Favino a rendere “Promisesun prodotto godibile e armonioso. Se è vero il famoso detto che afferma “purché se ne parli” vorremmo che non ci si meravigliasse se oggi, per quest’opera, non ci saranno elogi infiniti. Il film, produzione italo-francese, è scritto e diretto da Amanda Sthers ed è tratto dall’omonimo best-seller. Narra le vicende di Alexander – interpretato da Pierfrancesco Favino – che vive nel rimpianto di non esser riuscito a materializzare la storia con Laura, la donna che amava, portata in scena da Kelly Reilly.

L’arco narrativo avrebbe l’ambizione di snocciolarsi su più epoche ma, eccezione fatta per le prime scene in cui il piccolo Alexander è inequivocabilmente (grazie ai costumi di scena azzeccati) negli anni 50/60, risulta tutto molto poco chiaro. Successivamente, spostandosi nelle diverse fasi storiche, usi e costumi non sono mai realmente coerenti al periodo citato (come, invece, siamo stati abituati a vedere nella serie americana “This is Us” che , articolandosi in un andirivieni continuo tra le epoche, lancia chiari input allo spettatore).

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Altra nota dolente del film sono le inquadrature, poco convincenti in più di un’occasione. Per quasi la metà della durata della pellicola, lo spettatore è costretto a subire riprese (probabilmente girate con macchina a spalla) completamente mosse e poco stabili, tanto da far venire il dubbio che qualcuno in cabina di regia stia giocando con il videoproiettore.

Anche la fotografia presenta delle incertezze, al punto da chiedersi, non senza un pizzico d’ironia, se non abbiano voluto accendere la luce durante le riprese per non svegliare “ il bambino che dorme”. Il tutto, quindi, risulta essere quasi totalmente al buio senza una reale ragione estetica o poetica.

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Tirando le somme, Promises parte con l’idea di farci riflette ed emozionare e con la speranza di comunicare agli spettatori di non vivere la propria vita con dei rimpianti e di imparare a cogliere l’attimo. Di fatto, però, si profilano la bellezza di 113 minuti di pellicola in cui a salvarsi, forse, è solo il messaggio intrinseco nella sceneggiatura che però, complici le lacune di cui sopra, va completamente a farsi friggere.

Di Simona Epifani

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