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Il Piccolo Principe, 78 anni dell’opera di Saint-Exupéry

Federico Rapini

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piccolo principe libro nietzsche

Il nome di Saint-Exupéry è legato indissolubilmente a “Il Piccolo Principe”.

La “fiaba per adulti” per eccellenza è ancora oggi tra i libri più tradotti al mondo, dietro solo alla Bibbia e al Corano. ll romanzo, uscito per la prima volta il 6 aprile del 943 a New York, è una delle maggiori manifestazioni dell’io dell’autore, il quale affermava che “bisogna vivere per poter scrivere”. La maggior parte delle sue opere, difatti, prendono spunti autobiografici, trasformate in cronache romantiche di fatti realmente accaduti. Forse proprio per questo finì per fare di tutta la sua vita un romanzo.

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Gli insegnamenti del Piccolo Principe

Il racconto più noto di Saint-Exupéry è senza dubbio “Il Piccolo Principe”, una favola dedicata all’amico Léon Werth. Ma non all’amico adulto, bensì al bambino, una dedica retroattiva, un testo per l’infanzia che perdura in ogni età.
Le sue opere sono l’esaltazione del senso del dovere, dell’amore per la vita, ma anche la capacità di affrontare la morte. Quella di Saint-Exupéry è una letteratura di eroismo, di sublimazione dell’amicizia e della fratellanza. Tutti temi che ritroviamo ne “Il Piccolo Principe”.

“Non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

Questa è sicuramente la frase più famosa dell’autore francese. Nota anche a chi non ha mai letto il romanzo e ha sfogliato a caso qualche sito di aforismi o pagina facebook. 

Saint-Exupéry volle così sottolineare la vera bellezza delle persone nascosta in ciò che tengono segreto. Sono le cose nascoste a renderle uniche. Ciò che non è immediato e difficile da raggiungere e che possiamo scoprire davvero solo se vogliamo approfondire il rapporto con una determinata persona e se ci impegniamo ad esserle amici.

D’altronde il principe ci insegna che non sempre le cose sono come sembrano. Le nostre percezioni potrebbero non corrispondere alla realtà. Bisogna perciò approfondire costantemente, dedicarsi alla ricerca e al desiderio di espansione della conoscenza.

Nel suo capolavoro lo scrittore francese sottolinea l’importanza del rapporto con il prossimo, nel confronto.In questi tipi di rapporto è fondamentale dare più importanza alle azioni invece che alle parole. Un concetto espresso anche da un altro grande poeta e scrittore: l’americano Ezra Pound, che si riferiva più alle idee che alle parole.

Il piccolo principe nel suo incontro con un geografo conosce un uomo che rifiuta di esplorare il proprio mondo perché è troppo occupato a fare ricerche su luoghi lontani. In un mondo che corre rischiamo di lasciarci sfuggire i dettagli. Saint-Exupéry calca la mano sull’importanza di conoscere innanzitutto se stessi per poi confrontarsi con gli altri e con il mondo.

L’altro, il prossimo, le persone che ci circondando. Il racconto dello scrittore francese sottolinea come l’uomo vorrebbe sempre avere vicine le persone che ama. Ma per il loro bene bisogna imparare a lasciarle libere. Anche a costo di lasciarle andare via perché trattenerle significherebbe intrappolarle. Lasciarle andare può essere la più grande dimostrazione d’amore. Ecco perché alla fine della storia il pilota e narratore permette al piccolo principe di abbandonare la Terra e di tornare sul suo pianeta.

La vita di Saint-Exupery

Nato a Lione il 29 giugno del 1900, trascorre un’infanzia felice nei castelli di famiglia nonostante la morte del padre, scomparso quando lui ha soltanto 4 anni. A 15 anni subisce un altro dramma: la morte del suo migliore amico François di cui dirà: “Se fosse stato un costruttore di torri, mi avrebbe chiesto di realizzare la sua torre. Se fosse stato padre mi avrebbe affidato l’istruzione dei suoi figli. Se fosse stato pilota di guerra mi avrebbe affidato il suo giornale di bordo. Ma era solo un bambino e mi ha lasciato un motore a vapore, una bicicletta e una carabina”.

La sua grande passione, prima della scrittura, era il volo. Una passione così smisurata da riuscire ad avere il battesimo dell’aria all’età di 12 anni, in un’esperienza subito riversata in letteratura scrivendo, appena sceso dall’aereo, un poema. Riuscì così a intrecciare i topoi della sua vita: il volo e la narrativa. 

Nel 1927, in piena rivolta marocchina assicurava i collegamenti postali Tolosa-Casablanca e Dakar-Casablanca con caposcalo Cab Juby. Capitava che i piloti di alcuni aerei precipitati o abbattuti a fucilate dai mauri fossero presi in ostaggio e liberati su riscatto, oppure uccisi. Il recupero dei dispersi nel deserto, a cui Saint-Exupéry partecipò più volte, fu sempre un’avventura estrema. È proprio a partire da questa esperienza di volo nel deserto che scrive il suo primo romanzo, “Corriere del Sud” (1928), che riscuoterà subito un grande successo.

L’esperienza di volo sulle Ande gli ispira anche il secondo romanzo, “Volo di notte”. Uscito nel 1931 con la prefazione di André Gide, gli valse il conseguimento del prestigioso Premio Fémina e la consacrazione come scrittore. 
Passa la vita constantemente con l’amico fraterno Léon Werth o in qualche locale a bere qualcosa con l’altro caro amico Léon-Paul Fargue. Intanto , dopo altri romanzi, con “Terra degli uomini” nel 1939 consegue un’altra prestigiosa riconoscenza: il Gran Premio dell’Accademia di Francia.

Fu inviato di guerra in Spagna nel 1936 e inviato speciale in Russia per seguire i processi stalinisti. Lavorò come sceneggiatore di film. La sua vita fu a metà tra quella di un dandy e quella di un avventuriero, tanto che  sulla sua morte si raccontano mille leggende che lo hanno fatto entrare nel mito .

Saint-Exupéry e Nietzsche

Il 31 luglio 1944 parte per la nona ed ultima missione, con l’obiettivo di sorvolare la regione di Grenoble-Annecy. Non tornerà più. Fu dato per disperso. Lasciò una lettera a Renée de Saussine, la sua Rinette amica del cuore: “Mi porto Nietzsche sotto il braccio. Mi piace infinitamente quel tipo. E questa solitudine. Mi stenderò sulla sabbia a Cap Juby e leggerò Nietzsche”. Quel Nietzsche che morì lo stesso anno in cui nacque Saint-Exupéry.

Riguardo il periodo nel Sahara spagnolo scrisse: “Vivo da eremita nell’angolo più sperduto dell’Africa, in pieno Sahara spagnolo. Un fortino in riva al mare, la nostra baracca a ridosso, e nient’altro per centinaia e centinaia di chilometri![…] i capi mauri mi conoscono bene. Disteso sul loro tappeto osservo, attraverso un lembo della tela, la sabbia calma, punteggiata di dune, il terreno ingobbito, i figli dello sceicco che giocano nudi al sole, il cammello legato accanto alla tenda. E ho una strana sensazione: non di distacco, non di isolamento, ma come di un gioco che passa”.

Questa atmosfera influì senza dubbio sulla trama di un altro suo capolavoro: “Cittadella”. In una zona imprecisata del Nordafrica un Caid berbero ammaestrava il figlio che, avendone preso il posto dopo il suo assassinio, rievoca la gioventù trascorsa all’ombra del padre carismatico. Il Gran Caid avendo ricevuto dalla divinità il potere di creare aveva facoltà di liberare le coscienze asservendole all’ordinamento della comunità. Saint-Exupéry immagina così una sorta di Zarathustra del deserto, intenzionato a condurre l’uomo fuori dal vortice del nichilismo attraverso alcuni valori precisi.

Questi erano però attinti, diversamente dal profeta nietzscheano che invoca valori nuovi, a quelli arcaici e alla sapienza ad essi correlata. La questione metafisica, cioè la presenza di Dio, è aggirata dal vivere come se Dio esistesse. Perché così facendo si vive bene e, se Dio esiste, si conquisterà la grazia eterna. “Che importa che Dio non esiste! Dio dà all’uomo il divino. La tua piramide non ha senso se non termina in Dio… Perché in un primo tempo Dio dà un significato al tuo linguaggio e il tuo linguaggio, se acquista significato, ti rivela Dio”.  Perché “se non c’è nulla al di sopra di te non puoi ricevere nulla se non da te stesso. Ma che cosa puoi ricevere da uno specchio vuoto?”. 

Jean-Claude Ibert scrisse di lui: “Il pensiero di Saint-Exupéry è filosofico, ma talmente sottomesso alla poetica che sfugge ad ogni sistema, e dirige quella difficile operazione che consiste nel conglobare vita e conoscenza in un medesimo atto di creazione. Saint-Exupéry, a differenza di altri scrittori contemporanei che ‘subiscono’ o hanno ‘subito’ il mondo moderno, lo hanno “pensato”. È a questo titolo che si è innalzato spesso a livello di intellettuale dei più influenti filosofi di questo mezzo secolo, mentre con la stessa disinvoltura dei poeti più grandi penetrava in quell’universo ove il sensibile eccede l’intellegibile”.

Morì dunque lasciando un alone di mistero, tanto da lasciar fantasticare su di lui. Come se nel penultimo capitolo de “Il piccolo principe” avesse lasciato un messaggio.“Sembrerò morto, ma non sarà vero”.
Il suo principe rimane dunque un simbolo di chi crede ancora nella bellezza dei sogni e dell’amor puro. Come un novello Cyrano de Bergerac che, prendendo in prestito le parole di Francesco Guccini, era “solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna”. Così il piccolo principe che invita a sognare, ad andare oltre le apparenze.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Lucrezia Borgia: la dama più “chiacchierata” del Rinascimento

Licia De Vito

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Lussuria, perversione, vizi, amore, incesto, dolore, tragedia e solitudine. Una donna bellissima, desiderata da tutti, che ha vissuto sopra le righe e al di sopra delle leggi. Il 18 aprile 1480 nasceva Lucrezia Borgia, uno dei personaggi più controversi del rinascimento Italiano.

La vita di Lucrezia Borgia

Lucrezia viene alla luce a Subiaco, è la figlia illegittima di Rodrigo Borgia e della sua amante, Vannozza Cattanei. Ha tre fratelli maschi: Juan, Cesare e Jofré. Il padre è in verità il cardinale Roderic Llancol de Borja, che in seguito diventerà Papa Alessandro VI. Un uomo lascivo e lussurioso, dedito agli eccessi, che pare abbia ripetutamente abusato di sua figlia insieme al fratello di lei Cesare, “il Valentino”, croce e delizia di Lucrezia, con cui lei stessa porterà avanti per tutta la vita un rapporto incestuoso e tossico. Siccome una figlia femmina ben educata ai tempi costituiva ottima merce di scambio per eventuali accordi politici, la piccola, a soli 14 anni, viene data in sposa a Giovanni Sforza, rampollo della ricca famiglia milanese. Il matrimonio viene annullato poco dopo, a causa di uno spiacevole caso diplomatico con i francesi che rapirono Lucrezia costringendo il vaticano a pagare un cospicuo riscatto. Una commissione papale certifica che la giovane è ancora vergine ma nel frattempo, nel buio di un convento nasce il primo dei figli di Lucrezia Borgia, “l’infante romano”, Giovanni, sottratto alla madre verrà dichiarato prima figlio naturale di Cesare poi del Papa.

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Il 21 luglio 1498 Lucrezia si risposa con Alfonso d’Aragona e dà alla luce un bambino, Rodrigo. Anche Alfonso però muore, in circostanze particolarmente sospette nel 1500, ucciso proprio da un sicario dello stesso Cesare, pazzo di gelosia. Lucrezia è certamente la vedova più desiderata del suo tempo e infatti non tarda a trovare un altro povero coniuge. Il 30 dicembre 1501 è la data delle terze nozze di Lucrezia, lo sfortunato è Alfonso d’Este, il signore di Ferrara. Nonostante i numerosi e reciproci tradimenti avranno sette figli. Proprio l’ultimo parto sarà fatale per Lucrezia, che muore di setticemia il 24 giugno 1519, a soli 39 anni.

Lucrezia Borgia – Bartolomeo Veneto

Gli amori e gli intrighi

Per tutta la vita Lucrezia è stata profondamente segnata dal legame perverso con suo fratello Cesare. Entrambi assistono fina da piccoli agli eccessi e alla cupidigia del padre che non si fa scrupoli, nonostante fosse un uomo di chiesa, a portare in casa prostitute, organizzare orge e sbornie, e incoraggiare i figli a intrattenersi insieme a lui con la sorellina. Non si può certo pretendere che il rapporto che Lucrezia avrebbe avuto con gli uomini e con la propria sessualità crescendo fosse sano. Pare comunque che la giovane fosse follemente accecata dall’amore per suo fratello e che non rinunciasse a usare violenza sulle sue numerose amanti. Aveva tra i contemporanei La fama di avvelenatrice, ratificata anche da Victor Hugo nel dramma “Lucrezia Borgia”ma non ci sono in realtà prove certe del fatto che abbia fatto uso così tante volte della cantarella, il micidiale veleno di cui i Borgia sembrano essere esperti.

Nonostante gli eccessi della prima parte della vita, quando era ancora inevitabilmente controllata a vista e sempre vicina alla sua disfunzionale famiglia, quando arriva a Ferrara rinasce, e ricopre il ruolo di perfetta castellana rinascimentale. Acquista in poco tempo la fama di abile politica e fine diplomatica. Il marito le affida senza alcun timore l’amministrazione del proprio ducato e le permette di svolgere anche il ruolo, sempre maschile, di mecenate a corte. Proprio a lei si deve la profonda amicizia che legò la figura di Ludovico Ariosto al ducato di Ferrara. Aveva uno spiccato gusto per l’arte e si dedicava a attività intellettuali quali la lettura e l’ascolto della musica.

Enigmatica e forte ma anche vittima di sé stessa e del feroce pettegolezzo che si abbattè su di lei e sulla sua famiglia. Ha ispirato con la sua bellezza e con le sue azioni alcuni tra i più noti artisti rinascimentali come il Pinturicchio, Bartolomeo Veneto da cui si fa ritrarre sia come la “beata” Beatrice II d’Este che come dea Flora. Anche artisti decisamente più vicini ai giorni nostri sono stati attratti dagli eccessi e dalle leggende targati Borgia, ad esempio John Collier con il dipinto “Un bicchiere di vino con Cesare Borgia” per non parlare dei numerosissimi film dedicati alle sue notti e una serie tv andata in onda su Sky dal 2011 al 2014.

Foto: Frank Cadogan cowper, “Vanity”

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Titanic, storia di sogni e amori spezzati

Federico Rapini

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Titanic DiCaprio

Il Titanic, transatlantico costruito a Belfast, affondava alle 2:20 del 15 aprile del 1912.

Formalmente RMS Titanic, nacque per essere una nave inaffondabile. Costruito in tempi record nel più grande cantiere navale della capitale dell’Irlanda del Nord,l’Harland & Wolff, rientrava nel progetto di costruire tre grandi e lussuose navi gemelle: l’Olympic, il Titanic e il Gigantic (chiamato in seguito Britannic).

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Era considerato uno dei migliori risultati del positivismo tecnico di matrice ottocentesca: grande, lussuoso, con saloni arredati nello stile di antiche dimore romane patrizie. Ma non solo. Colonne dorate, pannelli in legno pregiato e inserti di madreperla. Per i passeggeri di prima classe inoltre vi era una piscina coperta, la palestra, il bagno turco, bar. Costoro, ignari di quanto avrebbero affrontato, ebbero un trattamento diverso dagli altri anche per quanto riguarda il menù dell’ultimo pasto servito a bordo il 14 aprile. La cena fu infatti composta da circa 10 portate. Grande varietà di piatti a base carne e pesce pregiato, “bologna sausage”, formaggi come il Camembert, Cheddar e Gorgonzola.

I ceti presenti in seconda e terza classe dovettero invece accontentarsi di zuppa di riso, roast beef, mais e patate bollite.

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IL BREVE VIAGGIO DEL TITANIC

La nave partì da Southampton, in Inghilterra, l’11 aprile 1912 e nello stesso giorno fece tappa prima a Cherbourg, in Francia e poi a Cobh in Irlanda. Lasciò così l’Europa navigando nell’Oceano Atlantico.

Tutto ciò senza aver completato le “prove in mare”. Gli armatori avevano fretta e volevano battere la concorrenza. Il comandante Edward John Smith, infatti, aveva dato ordine di spingere le macchine al massimo nel tentativo di attraversare l’Atlantico in tempi record. Il giorno dell’incidente era in programma un’esercitazione per simulare una situazione d’emergenza. Ma il capitano decise di annullarla considerandola “superflua”.

Il Titanic bruciava circa 600 tonnellate di carbone al giorno spalate nelle sue fornaci da 176 uomini. Quasi 100 tonnellate di cenere venivano espulse nel mare ogni giorno.Per due giorni il viaggio andò avanti rapidamente e senza problemi. Il 14 aprile, però, cominciarono ad arrivare, attraverso la stazione radio di bordo, i primi segnali riguardo la presenza di iceberg.

Alle ore 23,40 le vedette, che nel caos della rapida partenza non erano dotate di adeguati cannocchiali, avvistarono a occhio nudo un enorme iceberg e lanciarono l’allarme.

William Murdoch, ufficiale di guardia, ordinò l’indietro tutta (ma su questo comando ci sono ancora dei dubbi) e una virata. La nave era però troppo veloce, circa 22 nodi. La montagna di ghiaccio era a poco meno di cinquecento metri di distanza. Fu fatto il tentativo di passare a sinistra dell’iceberg, sfiorandolo con il fianco destro. Il risultato fu tragico. Il Titanic colpì l’iceberg che squarciò circa 90 metri del fianco. Studi recenti hanno calcolato che lo schianto avrebbe potuto essere evitato se si fossero avute notizie sull’iceberg 30 secondi prima. 

Alle ore 00,15 del 15 aprile venne lanciato l’SOS (recente innovazione per l’epoca) ricevuto da molte navi, la più vicina delle quali, il Carphatia, era a quattro ore di navigazione. 

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L’INABISSAMENTO

Il Titanic iniziò ad imbarcare acqua nei compartimenti di prua inclinandosi in avanti e sollevando la poppa. La nave si inclinò cosicché la pressione esercitata spezzò lo scafo in due tronconi: la parte di prua, più pesante, affondò subito e poco dopo toccò alla parte di poppa, che prima tornò al suo posto, poi si innalzò verticalmente per inabissarsi. Il transatlantico andò sotto le onde a circa 400 miglia dalle Grand Banks di Terranova. 

La mancanza di preparazione peggiorò la situazione. La prima scialuppa disalvataggio fu messa in mare solo un’ora dopo aver dato l’allarme. Le scialuppe, già insufficienti, non furono utilizzate a pieno carico ma vennero calate in acqua mezze vuote.

Le primissime notizie dell’incidente non parlarono di vittime. Solo dopo due giorni venne pubblicata la vera notizia. I morti furono circa 1500 mentre i sopravvissuti solo 706. Tra questi un uomo di nome Charles che riuscì a nuotare quasi per due ore nelle gelide acque dell’Atlantico. I medici sostennero che riuscì a salvarsi grazie alla grande quantità di whisky bevuta quella notte, che regolò la sua temperatura corporea.

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LA TRAGEDIA AL CINEMA

La vicenda del Titanic sin dagli inizi del ‘900 ha ispirato film e fiction. Il primo è Salvata dal Titanic (Saved from the Titanic), un film muto americano di Etienne Arnaud con Dorothy Gibson, sopravvissuta al naufragio. La pellicola è però andata perduta durante un incendio.

Anche il regime nazista, tramite il ministro della propaganda Goebbels produsse un film a riguardo che però, paradossalmente, ebbe grande successo nel dopoguerra in Unione Sovietica in chiave anticapitalista..

Nel 1996 viene pubblicata la miniserie Il Titanic di Robert Lieberman, con Peter Gallagher, Eva Marie Saint e Catherine Zeta-Jones.  Il capolavoro è stato sicuramente il colossal Titanic con Leonardo DiCaprio e Kate Winslate nel 1997, scritto, diretto e prodotto da James Cameron. Ad oggi detiene ancora il record di 11 vittorie ai Premi Oscar. Primato condiviso con Ben-Hur e Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re.

Con un budget di 200 milioni di dollari per la realizzazione e di 85 per la promozione, Titanic fù il film più costoso mai realizzato fino ad allora. Le riprese, iniziate nel Settembre del 1996 durarono solo 6 mesi. Il film, della durata di 3 ore e 15 minuti ebbe come colonna sonora la canzone My Heart Will go on di Céline Dion, diventata uno dei singoli più venduti di tutti i tempi.

La storia della tragedia è raccontata tramite i ricordi di Rose DeWitt Bukater, una superstite ormai anziana. La donna rivive i momenti in cui conobbe l’irlandese Jake (DiCaprio), le difficoltà nell’avere dei rapporti con un ragazzo di lignaggio inferiore. Ricorda nei minimi dettagli gli attimi che li portarono ad innamorarsi, tanto da farsi ritrarre nuda. Una storia d’amore che non ebbe il lieto fine. Proprio come il sogno della “nave più sicura del mondo”.

Il Titanic affondò portando con sé anche Ida e Isidor Straus, proprietari del Macy’s di New York, la coppia anziani abbracciati sul letto durante l’affondamento della nave nel film di Cameron. I due sono veramente esistiti. La loro fu una storia di vero amore. Ida rifiutò il posto sulla scialuppa per restare accanto al marito. “Abbiamo vissuto insieme, moriremo insieme”. 

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Guy Fawkes e la congiura che fece tremare Re Giacomo I

Federico Rapini

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Guy Fawkes Londra

Guy Fawkes. Magari il suo nome potrà non dirvi molto. Così come la congiura delle polveri. Questo personaggio storico, nato il 13 aprile del 1570 nello Yorkshire in Inghilterra, fu un reazionario cattolico che tentò di uccidere re Giacomo I.

La congiura ordita da Fawkes, noto anche con lo pseudonimo di John Johnson, doveva realizzarsi in quella che in Inghilterra viene ricordata come “Guy Fawkes Night”. Il 5 novembre del 1605 l’attentatore inglese, insieme ad un gruppo di cattolici, tentò di realizzare un attentato dinamitardo durante lo State Opening of Parliament, la cerimonia di inaugurazione del Parlamento presso la camera dei Lord.

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Guy Fawkes tra film e fumetto

Questo gesto di terrorismo forse potrà dirvi qualcosa di più. Perché è ciò da cui prende spunto il personaggio V del film “V per Vendetta”, ripreso dall’omonimo fumetto di Alan Moore e David Lloyd.
Il protagonista del film ha come caratteristica proprio quella di avere il volto coperto da una maschera con i tratti di Guy Fawkes. Quella maschera usata in lungo e largo da manifestanti, hacker, ribelli e chi più ne ha più ne metta, nelle manifestazioni e attacchi vari contro politici, politicanti e governanti.

Nella pellicola di James McTeigue del 2005, con Hugo Weaving e Natalie Portman, V si aggira nella Londra del futuro. Uno sfondo che sembra quasi quello che si è vissuto(e ancora stiamo vivendo) in questa pandemia. La diffusione di una malattia, il St. Mary’s virus, terrorizza la popolazione britannica. I morti sono 100.000, la paura è alta. È in mezzo a questo caos che Adam Sutler, supportato dal partito Fuoco Norreno, assume pieni poteri facendosi elevare Alto Cancelliere. È la fine per la libertà.

Passano 14 anni, il virus è debellato, la sicurezza è ripristinata, sembra quasi tutto tornato alla normalità. Quasi perché la libertà ha cessato di esistere: il Fuoco Norreno regna incontrastato. È in questo universo dispotico che le vicende di V, guardiano della libertà che si cela dietro una maschera di Guy Fawkes, hanno luogo nel film V per Vendetta.

Meritevole di ben altra attenzione è la trasposizione fumettistica del personaggio, avvenuta tra il 1982 e il 1985 ad opera di Alan Moore e David Lloyd. Una storia spaventosa e potente, appunto sulla perdita della libertà e dell’identità, ad opera di un regime totalitario agghiacciante e diabolicamente orwelliano. V per vendetta rappresenta una delle più alte vette del panorama fumettistico mondiale. Universalmente riconosciuto come uno dei migliori (se non il migliore) della storia del fumetto, V per vendetta è ambientato in un futuro distopico, dove un’immaginaria Inghilterra è soggiogata dalla dittatura e trasformata dalla guerra nucleare.

Il protagonista, il vendicatore V nascosto dietro la maschera sogghignante di Guy Fawkes, attacca il potere tra una citazione di Shakespeare e un attentato al cuore del regime. Un personaggio a tratti romantici, che spesso si esprime in pentametri giambici.

Una figura un po’ oscura che affonda le sue radici appunto nel tentativo di uccidere il re e i lord inglesi il 5 novembre del 1605. La cosiddetta “congiura delle polveri”.

Le motivazioni storico-religiosi della congiura

La cospirazione cattolica che mirava a far saltare in aria il parlamento era frutto di anni di conflitti religiosi.
L’instabilità politica e religiosa seguita alla Riforma luterana aveva provocato una contrapposizione tra cattolici e protestanti in tutta Europa. L’Inghilterra in particolare fu una vera e propria polveriera. Re Enrico VII negli anni venti del ‘500 cominciò a pensare di far invalidare il suo matrimonio con Caterina d’Aragona, ormai in menopausa ed impossibilitata a dargli l’erede maschio.

Il Re incaricò così il suo cancelliere, il cardinale Thomas Wolsey, di occuparsi dell’annullamento del suo matrimonio, per poi convolare a nozze con Anna Bolena, una giovane dama di compagnia della regina della quale Enrico si era innamorato.

Papa Clemente VII rifiutò però di invalidare il matrimonio con Caterina e di legittimare la nuova unione, in quanto aveva dei problemi con l’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V, del quale Caterina era la zia.

Fu però il nuovo arcivescovo di Canterbury Cranmer, il 28 maggio del 1533, a dichiarare nullo il matrimonio tra Caterina d’Aragona ed Enrico VIII, affermando come false le dichiarazioni di lei sulla consumazione o meno del suo primo matrimonio. Cinque giorni dopo validò il matrimonio tra il sovrano e Anna Bolena, avvenuto qualche mese prima. Il Papa Clemente VII rispose a tutto ciò con la scomunica ad Enrico VIII e a Cranmer nel luglio del 1533.

Il 3 novembre del 1534 il parlamento promulgò l’atto di supremazia, con cui veniva dichiarato che il sovrano era l’unico Capo supremo sulla terra della chiesa d’Inghilterra e la corona avrebbe goduto di tutti gli onori, le dignità, le superiorità, le giurisdizioni, i privilegi, le autorità, le immunità, i profitti, e i beni derivanti dalla suddetta dignità. Nacque così, da questo scisma, la Chiesa Anglicana.

I conflitti religiosi inglesi però non terminarono. Avevano portato nel 1558 all’ascesa al trono di Elisabetta I. L’anno seguente la regina e i suoi consiglieri decretarono un “compromesso” religioso. Tale atto prevedeva una chiesa nazionale protestante, alla cui guida c’era la stessa sovrana inglese, ma che manteneva alcuni tratti cattolici nell’organizzazione.

Molti cattolici inglesi rifiutarono il compromesso del 1559. Nell’Europa di quel periodo era comunemente accettato il principio secondo cui tutti i sudditi di uno stato dovevano aderire alla sua religione ufficiale (cuius regio eius religio). Per raggiungere questa uniformità, il regime elisabettiano proibì quindi il culto cattolico. L’obbligo era di rinnegare il potere del papa e prestare giuramento a Elisabetta come capo della Chiesa.

Ne seguì una bolla papale del 1570 che, dichiarando Elisabetta illegittima, incoraggiò difatto i sudditi alla ribellione.

Dopo la morte di Elisabetta I, nel 1603, in molti speravano che il suo successore, Giacomo I (che aveva governato in Scozia con il nome di Giacomo VI), inaugurasse una nuova epoca di pace. Il figlio della cattolica Maria Stuarda era però protestante. Aderì al compromesso del 1559 e la prosecuzione di politiche intolleranti convinse molti della necessità di avere un monarca cattolico. Uno di questi era Robert Catesby, rampollo di una famiglia della gentry cattolica del Warwickshire (Midlands). Anche se oggi è meno conosciuto di Guy Fawkes, fu in realtà lui a organizzare quella che sarebbe diventata nota come la Congiura delle polveri.

Catesby aveva una personalità forte e carismatica,con cui riuscì a promuovere e a far accettare l’idea che solo un evento violento e spettacolare potesse giocare a loro favore. L’idea di usare polvere da sparo gli venne in mente nel 1603 e all’inizio del 1604 iniziò a reclutare complici. Il piano era di far saltare in aria il parlamento e re Giacomo I con i suoi eredi.

Fawkes, che all’epoca si faceva chiamare Guido, combatteva nelle Fiandre a fianco degli spagnoli cattolici. Intelligente, tenace e calmo proveniva da una famiglia di protestanti inglesi, ma in seguito si convertì al cattolicesimo grazie al patrigno. Entrò in contatto con uno dei congiurati grazie alla sua nomea di esperto di polvere da sparo. Nel maggio del 1604 alcuni di questi uomini si incontrarono nella locanda Duck and Drake di Londra, dove fecero un giuramento di lealtà e di segretezza. L’attentato prese forma nei mesi successivi. Fawkes, con lo pseudonimo di John Johnson, fingeva di essere il suo servitore di un altro dei cospiratori che nel frattempo andò a vivere in una casa vicino al parlamento. 

Nel novembre 1605 tutto era pronto. I complici erano sorprendentemente riusciti a mantenere il segreto, per lo meno fino a quando lord Mounteagle non ricevette una lettera anonima in cui veniva rivelato il piano. Ancora oggi è dibattuta l’identità dell’autore. Molti convengono, senza troppe prove, sul cognato di Mounteagle, Francis Tresham, facente parte anche lui del complotto. Resa nota la lettera scattarono le ispezioni. Guy Fawkes fu arrestato e condotto alla torre di Londra nelle prime ore del 5 novembre.

Guy Fawkes nell’immaginario odierno

Guy Fawkes, torturato e costretto a raccontare piano e complici, è entrato nell’immaginario collettivo come uno dei simboli della ribellione al totalitarismo e alle oppressioni governative. 

Nonostante questa odierna mistificazione del suo personaggio, in passato in Inghilterra, in particolare nei tre secoli successivi alla congiura, Guy Fawkes fu oggetto di scherno. Oggi invece secondo lo storico Lewis Call  è “un’icona considerevole nella cultura politica moderna”.

Quanto (non) successo quel 5 novembre è oggi molto noto ed è ricordato da questa filastrocca recitata dai bambini durante la “Guy Fawkes Night”, in cui si accendono dei falò:

“Remember, remember the Fifth of November,

Gunpowder Treason and Plot,

I see of no reason

Why Gunpowder Treason

Should ever be forgot.

Guy Fawkes, Guy Fawkes, t’was his intent

To blow up King and Parliament.

Three-score barrels of powder below

To prove old England’s overthrow;

By God’s providence he was catch’d

With a dark lantern and burning match.

Holloa boys, holloa boys, let the bells ring.

Holloa boys, holloa boys, God save the King!”

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