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Il Piccolo Principe, 78 anni dell’opera di Saint-Exupéry

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Il nome di Saint-Exupéry è legato indissolubilmente a “Il Piccolo Principe”.

La “fiaba per adulti” per eccellenza è ancora oggi tra i libri più tradotti al mondo, dietro solo alla Bibbia e al Corano. ll romanzo, uscito per la prima volta il 6 aprile del 943 a New York, è una delle maggiori manifestazioni dell’io dell’autore, il quale affermava che “bisogna vivere per poter scrivere”. La maggior parte delle sue opere, difatti, prendono spunti autobiografici, trasformate in cronache romantiche di fatti realmente accaduti. Forse proprio per questo finì per fare di tutta la sua vita un romanzo.

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Gli insegnamenti del Piccolo Principe

Il racconto più noto di Saint-Exupéry è senza dubbio “Il Piccolo Principe”, una favola dedicata all’amico Léon Werth. Ma non all’amico adulto, bensì al bambino, una dedica retroattiva, un testo per l’infanzia che perdura in ogni età.
Le sue opere sono l’esaltazione del senso del dovere, dell’amore per la vita, ma anche la capacità di affrontare la morte. Quella di Saint-Exupéry è una letteratura di eroismo, di sublimazione dell’amicizia e della fratellanza. Tutti temi che ritroviamo ne “Il Piccolo Principe”.

“Non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

Questa è sicuramente la frase più famosa dell’autore francese. Nota anche a chi non ha mai letto il romanzo e ha sfogliato a caso qualche sito di aforismi o pagina facebook. 

Saint-Exupéry volle così sottolineare la vera bellezza delle persone nascosta in ciò che tengono segreto. Sono le cose nascoste a renderle uniche. Ciò che non è immediato e difficile da raggiungere e che possiamo scoprire davvero solo se vogliamo approfondire il rapporto con una determinata persona e se ci impegniamo ad esserle amici.

D’altronde il principe ci insegna che non sempre le cose sono come sembrano. Le nostre percezioni potrebbero non corrispondere alla realtà. Bisogna perciò approfondire costantemente, dedicarsi alla ricerca e al desiderio di espansione della conoscenza.

Nel suo capolavoro lo scrittore francese sottolinea l’importanza del rapporto con il prossimo, nel confronto.In questi tipi di rapporto è fondamentale dare più importanza alle azioni invece che alle parole. Un concetto espresso anche da un altro grande poeta e scrittore: l’americano Ezra Pound, che si riferiva più alle idee che alle parole.

Il piccolo principe nel suo incontro con un geografo conosce un uomo che rifiuta di esplorare il proprio mondo perché è troppo occupato a fare ricerche su luoghi lontani. In un mondo che corre rischiamo di lasciarci sfuggire i dettagli. Saint-Exupéry calca la mano sull’importanza di conoscere innanzitutto se stessi per poi confrontarsi con gli altri e con il mondo.

L’altro, il prossimo, le persone che ci circondando. Il racconto dello scrittore francese sottolinea come l’uomo vorrebbe sempre avere vicine le persone che ama. Ma per il loro bene bisogna imparare a lasciarle libere. Anche a costo di lasciarle andare via perché trattenerle significherebbe intrappolarle. Lasciarle andare può essere la più grande dimostrazione d’amore. Ecco perché alla fine della storia il pilota e narratore permette al piccolo principe di abbandonare la Terra e di tornare sul suo pianeta.

La vita di Saint-Exupery

Nato a Lione il 29 giugno del 1900, trascorre un’infanzia felice nei castelli di famiglia nonostante la morte del padre, scomparso quando lui ha soltanto 4 anni. A 15 anni subisce un altro dramma: la morte del suo migliore amico François di cui dirà: “Se fosse stato un costruttore di torri, mi avrebbe chiesto di realizzare la sua torre. Se fosse stato padre mi avrebbe affidato l’istruzione dei suoi figli. Se fosse stato pilota di guerra mi avrebbe affidato il suo giornale di bordo. Ma era solo un bambino e mi ha lasciato un motore a vapore, una bicicletta e una carabina”.

La sua grande passione, prima della scrittura, era il volo. Una passione così smisurata da riuscire ad avere il battesimo dell’aria all’età di 12 anni, in un’esperienza subito riversata in letteratura scrivendo, appena sceso dall’aereo, un poema. Riuscì così a intrecciare i topoi della sua vita: il volo e la narrativa. 

Nel 1927, in piena rivolta marocchina assicurava i collegamenti postali Tolosa-Casablanca e Dakar-Casablanca con caposcalo Cab Juby. Capitava che i piloti di alcuni aerei precipitati o abbattuti a fucilate dai mauri fossero presi in ostaggio e liberati su riscatto, oppure uccisi. Il recupero dei dispersi nel deserto, a cui Saint-Exupéry partecipò più volte, fu sempre un’avventura estrema. È proprio a partire da questa esperienza di volo nel deserto che scrive il suo primo romanzo, “Corriere del Sud” (1928), che riscuoterà subito un grande successo.

L’esperienza di volo sulle Ande gli ispira anche il secondo romanzo, “Volo di notte”. Uscito nel 1931 con la prefazione di André Gide, gli valse il conseguimento del prestigioso Premio Fémina e la consacrazione come scrittore. 
Passa la vita constantemente con l’amico fraterno Léon Werth o in qualche locale a bere qualcosa con l’altro caro amico Léon-Paul Fargue. Intanto , dopo altri romanzi, con “Terra degli uomini” nel 1939 consegue un’altra prestigiosa riconoscenza: il Gran Premio dell’Accademia di Francia.

Fu inviato di guerra in Spagna nel 1936 e inviato speciale in Russia per seguire i processi stalinisti. Lavorò come sceneggiatore di film. La sua vita fu a metà tra quella di un dandy e quella di un avventuriero, tanto che  sulla sua morte si raccontano mille leggende che lo hanno fatto entrare nel mito .

Saint-Exupéry e Nietzsche

Il 31 luglio 1944 parte per la nona ed ultima missione, con l’obiettivo di sorvolare la regione di Grenoble-Annecy. Non tornerà più. Fu dato per disperso. Lasciò una lettera a Renée de Saussine, la sua Rinette amica del cuore: “Mi porto Nietzsche sotto il braccio. Mi piace infinitamente quel tipo. E questa solitudine. Mi stenderò sulla sabbia a Cap Juby e leggerò Nietzsche”. Quel Nietzsche che morì lo stesso anno in cui nacque Saint-Exupéry.

Riguardo il periodo nel Sahara spagnolo scrisse: “Vivo da eremita nell’angolo più sperduto dell’Africa, in pieno Sahara spagnolo. Un fortino in riva al mare, la nostra baracca a ridosso, e nient’altro per centinaia e centinaia di chilometri![…] i capi mauri mi conoscono bene. Disteso sul loro tappeto osservo, attraverso un lembo della tela, la sabbia calma, punteggiata di dune, il terreno ingobbito, i figli dello sceicco che giocano nudi al sole, il cammello legato accanto alla tenda. E ho una strana sensazione: non di distacco, non di isolamento, ma come di un gioco che passa”.

Questa atmosfera influì senza dubbio sulla trama di un altro suo capolavoro: “Cittadella”. In una zona imprecisata del Nordafrica un Caid berbero ammaestrava il figlio che, avendone preso il posto dopo il suo assassinio, rievoca la gioventù trascorsa all’ombra del padre carismatico. Il Gran Caid avendo ricevuto dalla divinità il potere di creare aveva facoltà di liberare le coscienze asservendole all’ordinamento della comunità. Saint-Exupéry immagina così una sorta di Zarathustra del deserto, intenzionato a condurre l’uomo fuori dal vortice del nichilismo attraverso alcuni valori precisi.

Questi erano però attinti, diversamente dal profeta nietzscheano che invoca valori nuovi, a quelli arcaici e alla sapienza ad essi correlata. La questione metafisica, cioè la presenza di Dio, è aggirata dal vivere come se Dio esistesse. Perché così facendo si vive bene e, se Dio esiste, si conquisterà la grazia eterna. “Che importa che Dio non esiste! Dio dà all’uomo il divino. La tua piramide non ha senso se non termina in Dio… Perché in un primo tempo Dio dà un significato al tuo linguaggio e il tuo linguaggio, se acquista significato, ti rivela Dio”.  Perché “se non c’è nulla al di sopra di te non puoi ricevere nulla se non da te stesso. Ma che cosa puoi ricevere da uno specchio vuoto?”. 

Jean-Claude Ibert scrisse di lui: “Il pensiero di Saint-Exupéry è filosofico, ma talmente sottomesso alla poetica che sfugge ad ogni sistema, e dirige quella difficile operazione che consiste nel conglobare vita e conoscenza in un medesimo atto di creazione. Saint-Exupéry, a differenza di altri scrittori contemporanei che ‘subiscono’ o hanno ‘subito’ il mondo moderno, lo hanno “pensato”. È a questo titolo che si è innalzato spesso a livello di intellettuale dei più influenti filosofi di questo mezzo secolo, mentre con la stessa disinvoltura dei poeti più grandi penetrava in quell’universo ove il sensibile eccede l’intellegibile”.

Morì dunque lasciando un alone di mistero, tanto da lasciar fantasticare su di lui. Come se nel penultimo capitolo de “Il piccolo principe” avesse lasciato un messaggio.“Sembrerò morto, ma non sarà vero”.
Il suo principe rimane dunque un simbolo di chi crede ancora nella bellezza dei sogni e dell’amor puro. Come un novello Cyrano de Bergerac che, prendendo in prestito le parole di Francesco Guccini, era “solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna”. Così il piccolo principe che invita a sognare, ad andare oltre le apparenze.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Enciclica Quam Grave: mossa politica contro i don Bastiano

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A metà del XVIII secolo la Chiesa di Roma, rappresentata da papa Benedetto XIV, godeva ancora di un certo peso politico oltre che spirituale.

Nonostante la diffusione della cultura illuminista e del giurisdizionalismo che provocò una certa limitazione dei privilegi di cui godeva il clero.

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A questo bisogna aggiungere che la frattura interna al mondo cattolico, con la propagazione delle dottrine protestanti e calviniste, diede sicuramente uno scossone alle alte autorità ecclesiastiche.

In questo contesto si inserisce l’enciclica Quam Grave del pontefice Benedetto XIV del 2 agosto 1757. Un tentativo di tirare le redini e rafforzare la gerarchia intestina.

L’intento era quello di combattere la celebrazione abusiva delle Messe da parte di preti non autorizzati. I quali, inoltre, si spingevano a confessare i fedeli. A queste pratiche era data buona parte della colpa della degradazione della Chiesa e della perdita di fiducia nella stessa.

Lutero, nel 1500, aveva piantato in questo senso il seme della discordia. Tra le sue tesi vi era quello di una lettura autonoma e personale delle Sacre Scritture. Un avvicinamento a Dio del tutto privo di filtri clericali. La volontà era quindi quella di ricondurre i cattolici, e con essi anche i riformisti, sulla via segnata dai predecessori di Benedetto XIV.

Leggi anche “La scomunica di Martin Lutero: 500 anni fa la rivoluzione religiosa”

“Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione”.

Il primo punto dell’enciclica è esplicativa ed esauriente al riguardo. Ma soprattutto, dal punto di vista della Chiesa, era fondamentale diffonderla e applicarla.

La Roma papalina dell’800 era ancora in questa situazione. Un esempio, seppur cinematografico, è Don Bastiano de “Il Marchese del Grillo”. Il personaggio interpretato da Flavio Bucci era un prete che praticava senza autorizzazione papale, revocatagli in seguito ad un omicidio per vendicare l’onore della propria famiglia.

“Io dico messe, comunico, battezzo, consacro, confesso, sposo. Ti vuoi sposare marchese mio? Ti sposa don Bastiano tuo”.

Una battuta di pochi secondi che fa ben capire quale fosse la realtà della Chiesa di Roma. Dove la figura e l’autorità papale era minata dalla presenza di varie correnti politiche, più che spirituali. Così come la presenza francese, a inizio ‘800, era portatrice di idee anticlericali propendenti all’Impero, sia come istituzione che come ideale.

L’enciclica Quam Grave fu una mossa politica di un papa che capì la direzione che stava prendendo il suo movimento. Dove i dogmi venivano meno e il decentramento politico aveva iniziato un percorso inarrestabile.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Leggi anche “22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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