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“La Patente” di Pirandello: umorismo e pessimismo dal sapore agrodolce

Giuseppe Tomei

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Pubblicata nel 1911 e poi confluita nella celebre raccolta Novelle per un anno, “La patente” è testo assolutamente emblematico sia per la poetica di Pirandello sia per alcune costanti filosofiche dello scrittore siciliano. La vicenda narrata ripercorre le tematiche principali della scrittura pirandelliana, mettendo in scena il dramma tipicamente novecentesco di un ”io” scisso e privato della sua stessa identità, che, per esistere, è costretto ad assumere la “maschera” che gli altri calcano a forza sul suo volto, temi che ritornano ne “Il fu Mattia Pascal” e che si ritrovano sia nella ricca produzione teatrale sia nei successivi romanzi, come “Uno, nessuno e centomila“.

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Un modesto impiegato del monte dei pegni, Rosario Chiarchiaro, viene licenziato perché sospettato di essere uno iettatore. L’uomo sporge denuncia presso la magistratura contro due giovani, che al suo passaggio avrebbero fatto il classico gesto di superstizione popolare delle “corna” per allontanare il malaugurio. Il giudice si trova allora di fronte ad un caso paradossale, dato che, in quanto esponente della legge e della razionalità, non può in alcun modo cedere alle credenze popolari riguardanti la sfortuna né può tutelare in alcun modo gli interessi di Chiarchiaro che, a causa delle malelingue del paese, oltre ad aver perso il posto di lavoro, non riesce a far sposare le figlie ed è costretto a tenere segregata in casa l’intera famiglia contro le malelingue del paese.

La situazione, fortemente intrisa dell’umorismo pirandelliano e dell’inevitabile pessimismo esistenziale che in tutte le sue opere lo accompagna fedelmente passo dopo passo, si complica ulteriormente quando Chiarchiaro è convocato in tribunale per dare la sua versione dei fatti: anziché difendersi o ritirare la denuncia, il poveruomo, vestitosi per giunta da autentico menagramo, reclama con ostinato coraggio e convinzione di andare a processo, e anzi di poter ottenere un riconoscimento – una patente, appunto – del suo status di “porta sfortuna“.

Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno

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L’analisi di Chiarchiaro è tanto acuta quanto spietata; se il mondo gli ha imposto, nella sua rozza ignoranza, una “maschera”, tanto vale accettare di propria volontà questa sorta di grottesca parte teatrale, fino a ricavarne un giusto tornaconto, fino a trasformare la propria coatta condizione in una vera e propria professione.

Chiarchiaro è costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla maschera, vuole, invece, renderla proficua, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie al documento da lui stesso richiesto

Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare intorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

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Chiarchiaro diviene così un tragicomico se non addirittura grottesco impiegato comunale, stipendiato perché non causi il malocchio al resto della cittadinanza. Il protagonista, da vittima, si fa persecutore; il suo gesto, apparentemente folle oltre ogni umana comprensione, risulta saggio; l’appellativo attribuitogli, da ingiurioso diventa utile. L’ignoranza e la superstizione hanno fatto di Chiarchiaro un improbabile spietato vendicatore. La sua storia, che può essere ritenuta divertente e caricaturale, è comunque triste e commovente. Cela, sotto uno strato di sapiente umorismo, una vena di profonda amarezza e di autentica pietà e diventa emblematica della beffa della vita e delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, in una società ignorante e superstiziosa.

Sono centrali, ne La Patente, le tematiche più riconoscibili della scrittura pirandelliana: la moltiplicazione della personalità umana e la contraddittoria libertà che deriva dall’assumere un travestimento sociale di fronte agli altri, non importa quanto assurdo ed irrazionale.

Proprio per questo motivo, Pirandello rielabora la novella in una fortunato atto unico (prima in dialetto siciliano e poi in lingua nazionale) del 1917, che bissa clamorosamente il successo del racconto breve; qui, per giunta, la beffa del protagonista ai danni della giustizia si basa su una geniale invenzione drammaturgica, un ulteriore colpo di scena finale, in cui Chiarchiaro fa crollare a terra la gabbia di un povero cardellino, dimostrando esplicitamente il proprio “potere”, e di conseguenza l’urgente necessità della “patente” ufficiale di iettatore. Chiarchiaro verrà poi interpretato da Totò nel film ad episodi Questa è la vita (1954), diretto da Luigi Zampa.

Giuseppe Tomei nasce a L'Aquila nel giugno del 1971. Alterna la sua attività di direttore artistico di SpazioRimediato con quella di scrittore, due i lavori finora pubblicati, autore ed attore teatrale. Collabora con il TSA e si ritrova spesso, non senza stupore, ad essere rappresentato e a rappresentare lavori altrui con la Compagnia della Contessa. È al lavoro sul suo ultimo lavoro teatrale ma più per scaramanzia che per riserbo professionale preferisce parlare meno e scrivere meglio.

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110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

Redazione

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L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

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Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

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La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

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Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

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Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

Marta Scamozzi

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É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

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Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

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Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo

Alessio Di Pasquale

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Olimpiadi: Cultura del corpo, spiritualità e filosofia.

Ci hanno ormai abituati all’idea che, in questa società, conta solo la cultura di tipo intellettuale, dai media ai più illustri intellettuali che, ovviamente, non possono fare altro che tirare l’acqua al proprio mulino. Questa sopravvalutazione della mente e dell’intelletto, questo sbilanciamento del corpo a favore del cerebro che oramai disgusta e nausea noi che, quel poco che gli Dèi ci hanno donato, sappiamo sfruttarlo nel migliore dei modi: ragionando. Perché è molto meglio ragionare bene su una quantità limitata di conoscenza, che non riflettere affatto ed accumulare solo sconfinate inutili informazioni.

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In tempi di restrizioni come questi, che vedono riaprire le scuole ma tenere chiuse da mesi e mesi le palestre per la cura ed il benessere del corpo, noi ci poniamo delle domande. È giusto promuovere l’istruzione della mente, e mortificare invece l’istruzione del corpo? Dopotutto, il cervello è solo un organo come gli altri, e chi ha stabilito che sia superiore alla meccanica ingegnosa di un cuore che pompa sangue, di un polmone che ossigena l’intero organismo, o di un muscolo che consente il movimento, di cervello doveva averne ben poco.

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Tutto è importante nel corpo, ed ogni cosa in esso ha motivo di esistere, al di là degli slogan ruffiani della politica che fa tornare sui banchi gli alunni lasciando indietro tutti gli altri, per pulirsi la coscienza con tale miserabile elemosina. Il corpo, crocevia di pensieri, emozioni e relazioni, è oggi raccontato soltanto come inquietante veicolo del contagio e della malattia. Ci viene somministrato veleno sotto forma di paura del corpo, quando al contrario è l’unica cosa che conta al mondo, poiché con la morte del nostro organismo muore anche tutto il mondo. Il nostro mondo, interiore ed esteriore.

E questo lo sapeva bene quel popolo dalla sensibilità così unica, straordinaria, quasi mistica, che erano gli antichi Greci. Un popolo che già millenni fa aveva capito che l’intelletto non può essere separato da un corpo ben nutrito ed allenato. Dopotutto, il nostro corpo è veramente l’unica casa che abitiamo, l’unica cosa che veramente ci appartiene. Tutto il resto ci viene solo dato in prestito, in questa vita. E lo sapevano perché non avevano mediocri commedianti (televisivi e non) che gli suggerivano o ordinavano cosa pensare.

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L’intera Europa, come noi la conosciamo, in ogni ambito della cultura, dalle arti alle scienze, ci ha dimostrato al contrario che sapevano invece come pensare. Tutta un’altra storia.
Per questo motivo, presumibilmente nella prima metà del II millennio a.C., crearono il più grande omaggio alla cultura del corpo dei tempi antichi: i giochi olimpici. Non era dunque una semplice manifestazione sportiva, come quelle che accadevano a Roma, o che avvengono nei nostri tempi moderni. Era un evento spirituale, filosofico, religioso, che investiva tutta la Grecia, rendendo di fatto quei giorni un lungo ed intenso rituale offerto agli Dèi dell’Olimpo, soprattutto a Zeus, il padre di tutti.

Infatti, per tutta la durata dei giochi, venivano sospese tutte le guerre, e questa tregua era chiamata “tregua olimpica“. Come si può facilmente intuire, i primi giochi si svolsero nel 776 a.C. a Olimpia, l’antica città Greca le cui rovine furono scoperte solo nel 1776 dall’archeologo inglese R. Chandler. A differenza di quanto si crede, l’olimpiade per i Greci era il periodo che intercorreva tra due giochi olimpici, i quali si svolgevano ogni quattro anni, come oggi, ma inizialmente tutto consisteva in una semplice gara di corsa.

Qualche anno dopo subentrò il Pentatlon, cioè cinque giochi: il salto, la corsa, il lancio del disco, il lancio del giavellotto, la lotta, a cui in seguito si aggiunsero anche il pugilato e il pancrazio. C’è da dire che il pugilato veniva svolto a mani nude o con placche di metallo attorno alle nocche delle mani (con conseguenze spesso devastanti per il volto dell’avversario), mentre il pancrazio era un sistema di lotta durissimo che comprendeva anche il pugilato, a cui solo gli uomini più forti e resistenti potevano permettersi di aderire.

Potevano partecipare ai giochi solo i greci liberi o quelli che avevano comunque antenati greci, mentre venivano esclusi gli schiavi, i barbari, gli assassini e le donne. Il vincitore diventava presto una leggenda in patria, veniva acclamato da tutti, poeti compresi, i quali scrivevano poemi su di lui, esortando il popolo a prenderlo come esempio. Giustamente, fondatamente e sacrosantemente. Considerando i meno che mediocri modelli di riferimento a cui siamo abituati oggi soprattutto.

Le olimpiadi erano così importanti per l’antica Grecia che la data del primo evento olimpico fu preso dagli storici come modello di riferimento per la cronologia greca, così come noi usiamo la nascita di Cristo. Durarono per ben mille anni, dal 776 a.C. al 293 d.C fin quando, come al solito, non arrivò il solito Cristianesimo a fare piazza pulita delle tradizioni e culture locali, e ci andò di mezzo sfortunatamente anche la Grecia antica, madre di tutta la nostra civiltà. Fu l’imperatore Teodosio ad abolirle, ritenendole delle “festività pagane” incompatibili con la nascente civiltà cristiana. Ci riserviamo il diritto di mettere in dubbio se il Cristo sarebbe stato d’accordo con Teodosio, oppure no.

Comunque sia, dopo un silenzio durato per più di un millennio e mezzo, fu solo nel 1896 che, grazie all’ondata di entusiasmo della scoperta archeologica delle rovine di Olimpia, vennero ripristinati i giochi olimpici, questa volta ad Atene, la capitale della Grecia. Tale risveglio fu voluto dal barone francese Pierre de Coubertin, un illuminato potremmo definirlo, che era un grande appassionato di arte e sport, oltre che un discreto pedagogista.

Sapeva bene infatti, in base alla sua esperienza di vita, quanto fosse importante lo sport e l’allenamento del corpo, oltre che della mente, per il benessere fisico dell’uomo. Dava infatti la colpa della sconfitta dell’esercito francese, nella guerra franco-prussiana (1870-1871) alle cattive condizioni fisiche dei soldati francesi. Si convinse dunque che andava assolutamente promosso il movimento, agli albori di un’epoca che iniziava già a vedere l’avvento delle macchine che cominciavano a limitare lo sforzo fisico umano, e di conseguenza il generale inevitabile rammollimento fisico.

Riuscì a convincere un comitato da lui stesso interpellato alla Sorbona di Parigi, e alla fine del congresso fu deciso di far ripartire le olimpiadi, dopo tantissimi secoli. Al termine del convegno, per sottolineare l’assegnazione della manifestazione alla capitale greca, venne anche suonato un inno delfico in onore di Apollo.

Era il 6 aprile 1896, un lunedì dopo Pasqua, quando allo stadio Panathinaiko di Atene, arrivarono 70mila persone ad assistere alla inaugurazione dei primi giochi della prima Olimpiade moderna. Furono disputate 43 competizioni per 9 diverse discipline sportive, a cui parteciparono circa 280 atleti, giunti a rappresentare 14 nazioni: Austria, Cile, Bulgaria, Francia, Danimarca, Germania, Irlanda, Gran Bretagna, Ungheria, Svezia, Svizzera, Stati Uniti, Australia e, naturalmente, Grecia. Si svolsero per ben nove giorni, dal 6 Aprile al 15 Aprile.

La notizia della restaurazione di questo antichissimo evento fu accolta con grandissimo entusiasmo sia dal popolo greco, sia del Re Giorgio I, mentre invece gli inglesi mossero molte critiche alla cosa, perché andava ad eclissare altri loro eventi sportivi come quelli di Oxford e Cambridge. I soliti rosiconi. Il regolamento delle prime olimpiadi ammetteva solo atleti dilettanti e, sotto l’influsso di de Coubertin (a sua volta influenzato dalle antichissime regole delle originarie olimpiadi), escludeva le donne dal partecipare. Parteciparono quindi solo persone che dello sport non ne avevano fatto una professione, ma che era per loro solo un hobby del tempo libero, con la sola eccezione della gara di scherma riservata ai maestri di fioretto.

Diversamente dalle edizioni odierne, le prime olimpiadi moderne non prevedevano nessuna medaglia d’oro e soli due vincitori, i quali ricevevano come premio una medaglia d’argento, una corona d’olivo e un attestato. A distanza di 1500 anni, la prima vittoria delle olimpiadi moderne andò all’americano James Connolly, vincendo la competizione del salto triplo. La gara simbolo delle olimpiadi, la maratona, fu ovviamente vinta da un atleta greco Spyros Louīs (Σπύρος Λούης) che passò, in patria, alla storia e alla leggenda. Gli Stati Uniti d’America dunque vinsero il maggior numero di titoli olimpici, mentre la Grecia conquistò il maggior numero di medaglie.

Nell’estate del 2020 avrebbero dovuto svolgersi i giochi della XXXII Olimpiade, ma a causa della pandemia da Covid sono state spostate nella imminente estate di quest’anno. Si terranno a Tokyo dal 23 Luglio all’8 Agosto 2021, e noi saremo lì con la mente, e con il cuore. Perché, come suggeriscono anche i 5 cerchi della bandiera Olimpica, lo sport unisce, azzera i contrasti, promuovere il benessere, favorisce il liberarsi delle energie sopite più profonde e impetuose del genere umano. Lo sport, in definitiva, è vita. E tutto ciò che promuove la vita, è in armonia con la natura, e viceversa. Perché il corpo è l’unico strumento di conoscenza del mondo che possediamo veramente. Impariamo a conoscerlo.

Il pensare divide, il sentire unisce”.

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